C’è speranza per la Tunisia?

C’è speranza per la Tunisia?

A vincere le ultime elezioni è stato uno strano professore, ora tutti si chiedono se i tunisini finalmente hanno qualcuno su cui poter sperare e contare

Dall’avvio alla democrazia nel 2011, dopo la caduta dell’ultimo dittatore, in Tunisia sono ormai passati otto anni difficili. L’economia resta in stagnazione, la corruzione è ancora diffusa, il terrorismo è ancora una seria minaccia e c’è una vecchia classe politica che ha deluso i cittadini. Molti si chiedono se l’elezione di questo nuovo presidente Kais Saied il 13 ottobre porterà speranza nella fragile democrazia nordafricana.

Appena i tunisini hanno appreso della palese vittoria di Saied, migliaia di cittadini si sono radunati nella capitale. Molti hanno cantato gli stessi slogan di otto anni prima. Saied ha annunciato la sua vittoria come una “nuova rivoluzione”. Sull’aspetto che avrà questa nuova rivoluzione è difficile fare previsioni. Sia per stile che per la sostanza, sappiamo che Saied vuole andare oltre le semplificazioni delle etichette politiche.

Kais Saied è un professore di diritto in pensione di 61 anni, è stato un ambiguo attivista se prendiamo in considerazione i discorsi rigidi che faceva in arabo formale. Affermava che l’omosessualità era “una malattia e un complotto straniero” opponendosi alla pari eredità per uomini e donne. Chiede inoltre cambiamenti radicali nel sistema democratico. Non ha un partito politico, eppure ha vinto grazie al sostegno di gruppi secolaristi e di sinistra come Ennahda, un partito islamista moderato, che si è classificato al vertice delle elezioni parlamentari del 6 ottobre.

Nabil Karoui, imprenditore tunisino considerato il Berlusconi della Tunisia

Saied ha sconfitto un altro favorito Nabil Karoui, un uomo d’affari che ha condotto una campagna populista rivolta ai poveri. Che questi due outsider politici siano arrivati ​​al ballottaggio, scavalcando molti volti più familiari, è stato a causa della scarsa fiducia nell’élite precedente. Ma molti elettori hanno considerato Karoui semplicemente un opportunista dopo gli scandali di corruzione in cui era coinvolto.

Saied, al contrario, è stato percepito come una figura che sradicherà finalmente la corruzione in Tunisia. Ha speso poco per la sua campagna elettorale, eppure ha vinto il 73% dei voti, incluso il 90% dei giovani dai 18 ai 25 anni, secondo i sondaggi. Quasi un terzo dei suoi sostenitori non ha votato alle elezioni parlamentari. La proposta più audace del presidente eletto è eliminare tali elezioni. Invece, dice che i tunisini dovrebbero eleggere i consiglieri locali, in base al loro carattere, non alla loro ideologia.

Questi funzionari sceglierebbero i rappresentanti regionali che a loro volta sceglierebbero membri del parlamento nazionale. “Il potere deve appartenere direttamente alle persone”, afferma Saied quando parla del suo piano di votazione indiretta. A molti piace l’idea di dare più potere alle comunità locali. Ma Saied dovrebbe riuscire convincere i due terzi del parlamento per modificare la costituzione in tal senso. È al momento pare altamente improbabile.

Le ultime elezioni parlamentari hanno prodotto un’assemblea parlamentare divisa, con circa 20 partiti rappresentati. Il suo partito Ennahda ha preso 52 dei 219 seggi (contro i 69 del 2014). Il nuovo partito di Karoui, Qalb Tounes, è arrivato secondo con 38 seggi. Nidaa Tounes (nt), ex partito al potere, è stato quasi spazzato via. Dopo alcune discussioni, molti dei suoi membri principali hanno dato vita a nuovi partitini.

Ripartizione delle ultime elezioni parlamentari in Tunisia 2014

Inoltre il vecchio partito al potere è stato anche colpito lo scorso luglio dalla morte del suo fondatore, Beji Caid Essebsi, il primo presidente democraticamente eletto della Tunisia. Di conseguenza, non ha vinto di soli tre seggi, rispetto agli 86 del 2014. Ennahda avrà per la prima voltà l’opportunità di nominare un primo ministro, che avrà quindi due mesi di tempo per formare un governo.

I tempi dei colloqui per una futura coalizione saranno probabilmente lunghi e difficili. Saied può prosperare nelle divisioni altrui. Il presidente di solito ha meno voce in capitolo sulla politica rispetto al primo ministro, ma Saied ha ricevuto più voti di tutti i deputati messi insieme. Dispone di una maggiornaza enorme.

Quindi quali sono le sfide che deve affrontare?

Il tasso di disoccupazione è di circa il 15%. Il governo è in debito con gli occhi. L’FMI vuole che mostri un po’ di moderazione fiscale, mentre le persone vogliono che fornisca più posti di lavoro. La loro fiducia nella democrazia sta diminuendo. Ma l’elezione di Saied dimostra che non hanno rinunciato al sistema democratico. Vogliono solo che qualcuno lo ripulisca.

Tutto ciò che c’è da sapere dei disordini in Cile

Tutto ciò che c’è da sapere dei disordini in Cile

Il Cile, uno dei paesi più prosperi e politicamente stabili dell’America Latina è da alcuni giorni scosso da proteste e saccheggi perché è finito al centro di una resa dei conti provocata dalla disuguaglianza sociale.

Nello scorso fine settimana un’ondata di proteste in Cile, provocata da un aumento delle tariffe della metropolitana, è degenerata in saccheggi, atti di vandalismo e incendi dolosi.

Il presidente Sebastián Piñera ha imposto non solo stato di emergenza ma anche il coprifuoco e ordinato alle forze armate di ripristinare l’ordine. Questa misure che avrebbero dovuto calmare gli animi dei cileni non sono diverse da quelle che lo stesso popolo ha subito durante il repressivo governo militare negli anni ’70 e ’80.

Le scene violente che in questi giorni colpiscono un Cile che da tempo era considerato un esempio di stabilità economica e politica in una regione turbolenta.

Ecco alcuni semplici domande per capire cosa ha portato a questa crisi.

Come è iniziato?

L’aumento della corsa metropolitana scattato il 6 ottobre ha portato gli studenti delle scuole superiori a scavalcare i tornelli delle stazioni della capitale Santiago all’inizio di questo mese. Promossa con l’hashtag #EvasionMasiva, “Evasione di massa”, sui social media è stato il primo atto di disobbedienza civile.

Mentre gli studenti continuavano a evitare la tariffa alcune stazioni della metropolitana venivano chiuse così la polizia si è scagliata violentemente contro i passeggeri che saltavano i tornelli.

Questo è servito a catalizzare una grande protesta nelle strade che nel frattempo ha portato in risalto nuove questioni oltre al costo della corsa metropolitana.

Molti cileni poveri e della classe media sono stufi dell’aumento dei costi delle utenze, dei salari stagnanti e delle pensioni irrisorie in una nazione che da tempo si è proclamata ben gestita e prospera.

Perché nonostante l’economia sia in crescita i cileni sono scontenti?

Quest’anno l’economia del Cile è stata sconvolta dalle tensioni commerciali globali, un calo del prezzo del rame (la sua principale esportazione) e l’aumento dei prezzi del petrolio. Eppure il paese è cresciuto a un ritmo ragionevolmente salutare ed è in una forma molto migliore rispetto alle economie dei suoi vicini regionali.

Tuttavia, la disuguaglianza resta profondamente radicata in Cile. E molti cileni si sentono tagliati fuori mentre si indebitano per superare il mese e lottano arrivare alla pensione.

Patricio Navia, professore di scienze politiche cileno che insegna alla New York University, afferma che molti cileni della classe media si sentono “abbandonati” dal governo di Piñera. Il presidente miliardario ha promosso riforme che abbassano le tasse ai più ricchi nel tentativo di attrarre investimenti e stimolare la crescita.

“Ciò ha creato l’impressione che questo governo sia più preoccupato per i ricchi che per le persone a basso reddito” secondo Navia.

Le ultime vicende di corruzione che hanno coinvolto potenti uomini d’affari e le forze di polizia federali del Cile sono state una delle principali cause di sgomento. I cileni si sono indignati quando Piñera è stato multato ad agosto per aver evaso le tasse sulle proprietà che possedeva da anni.

Cosa vogliono i manifestanti?

Quello che è iniziato come un atto di disobbedienza civile guidato dagli studenti si è trasformato in un ampia opposizione alla disuguaglianza e alle politiche economiche del governo di centro destra e a nuove aspirazioni dei cileni.

Sia i cileni che hanno affrontato la polizia che quelli che battevano le pentole e le padelle per le strade si lamentano di salari bassi, pensioni irrisorie e costi di trasporto e servizi poco contenuti.

Monica de Bolle, membro senior del Peterson Institute for International Economics, ha affermato che diversi paesi dell’America Latina non hanno approfittato del boom delle materie prime per risollevare milioni di persone in povertà nel continente all’inizio del duemila.

I leader dovevano spendere di più per ampliare l’accesso all’istruzione, migliorare le infrastrutture e potenziare i servizi sociali – misure che avrebbero lasciato i paesi più preparati a una recessione economica.

“Molte persone in questi paesi hanno visto per poco tempo com’è avere una vita migliore”. Mentre il Cile ha fatto più di altri nella regione per far fronte a tempi più magri, De Bolle ha aggiunto che: “Non è abbastanza rispetto a ciò a cui aspirano le persone”.

Qual è stata la risposta del governo?

Mentre il saccheggio e il vandalismo si sono diffusi rapidamente venerdì, un sorpreso la decisione di Piñera di dichiarare lo stato di emergenza incaricando i militari di fare ordine. Un gesto straordinario e inaspettato in un paese in cui i militari solo alcuni decenni fa avevano ucciso e torturato migliaia di cittadini in nome dell’ordine.

Il governo ha soppresso l’aumento della tariffa della metropolitana e Piñera sembra essere consapevole dei più ampi reclami che hanno alimentato i disordini. Ma il presidente non ha ancora delineato una serie completa di politiche per migliorare le cose.

Piñera ha espresso la volontà d’incontrare i leader dell’opposizione, alcuni dei quali hanno sostenuto la necessità di avviare profonde riforme strutturali. Ma sembra avere difficoltà a fare i conti con la vera fonte delle frustrazioni della popolazione. Ha incolpato i gruppi criminali organizzati di aver provocato la violenza nelle proteste.

Piñera ha dichiarato domenica sera: “Siamo in guerra contro un nemico potente che è disposto a usare la violenza senza limiti”.

Ma il generale incaricato di ripristinare l’ordine, Javier Iturriaga, ha usato un tono molto diverso “Sono un uomo sereno, non sono in guerra con nessuno.”

John Polga-Hecimovich, esperto dell’America Latina presso l’Accademia navale degli Stati Uniti, ha affermato che Piñera è stato “sorprendentemente incapace di riconoscere e rispondere alle proteste iniziali”.

Polga-Hecimovich ha affermato inoltre che i disordini in Cile e crisi simili che hanno scosso la regione negli ultimi mesi dovrebbero mettere in evidenza le élite politiche. “Questo potrebbe essere solo il campanello d’allarme di cui alcuni di questi governi e partiti politici hanno bisogno per migliorare la loro rappresentanza e governance”.

Per l’amor della pizza!

Per l’amor della pizza!

L’orgoglio dell’Italia per il cibo “genuino” l’economia che non decolla.

Chiamatela pizza, “pizzetta” o focaccia, ma quando i turisti, quest’estate, arriveranno sulle coste dell’Italia Mediterranea banchetteranno sicuramente con della focaccia condita.

Questo piatto ha origini antichissime. Nell’Eneide, per esempio, gli eroi virgiliani si cibarono, su un prato, di frutti di bosco disposti su del pane secco. Affamati, mangiarono anche il pane: “Guardate! Mangiamo il piatto sul quale mangiamo!”

Tra tutti i piatti commestibili però, la pizza è diventata il pasto veloce preferito da tutto il mondo, un impasto sottile sul quale ogni Paese cuoce i sapori della propria terra: cozze in Olanda, pollo Teriyaki ed alghe in Giappone.

Nata a Napoli, la pizza che tutti conosciamo era definita il pranzo dei poveri. Nel XIX secolo un turista Americano, Samuel Morse (nonché inventore del telegrafo) definiva la pizza “come un pezzo di pane che era stato tirato fuori dalla fogna”.

Secondo Alexandre Dumas, era invece “il termometro del mercato gastronomico”: una pizza col pesce poco costosa denotava una buona pesca, se il prezzo della pizza con l’olio era elevato, c’era stata una pessima raccolta di olive.

Attualmente la pizza è lo specchio gastronomico nel quale l’Italia riflette le sue preoccupazioni circa la globalizzazione. Gli italiani sono, giustamente, fieri del loro cibo; tuttavia esprimono sgomento per i tentativi di imitazione da parte del resto del mondo.

Temono, appunto, che ciò che di meglio hanno venga saccheggiato dalle altre civiltà. Ma è l’America, non L’Italia, che ha trasformato tutto, dal cappuccino alla pizza, in un proficuo franchising globale. Perfino Domino’s e Starbucks stanno cercando di penetrare in Italia.

Ed ora Napoli lotta per reclamare la “vera” pizza. Il mese scorso centinaia di pizzaioli col cappello rosso si sono riuniti per creare la pizza più lunga del mondo, 1853,88 metri di pizza che serpeggia il lungomare, con Capri ed il Vesuvio a fare da panorama.

Tutto a favore dell’Italia per far sì che l’arte della pizza napoletana venga riconosciuta dall’UNESCO come “Patrimonio Culturale Immateriale” del mondo, al fianco della Capoeira* brasiliana e del Knuckle-bone shooting** mongolo. L’esito è previsto entro il 2017.

Nel 2010 l’Unione Europea ha registrato la pizza Napoletana come prodotto a Specialità Tradizionale Garantita (STG). Questa certificazione prevede che la Pizza Napoletana (STG) debba essere costituita da un impasto a doppia levitazione, impastata e stesa a mano (senza mattarello) e larga non più di 35cm.

Inoltre deve avere uno spessore di 0,4 cm al centro ed una crosta spessa 1,5 cm. Condita in soli tre modi: con pomodoro ed olio extravergine d’oliva, o con mozzarella certificata con latte proveniente da vacche o bufale e necessariamente cotta in forno a legna e consumata al momento, non surgelata né sottovuoto.

Un vero e proprio dogmatismo culinario. Gli ispettori sanitari hanno certamente cose più importanti da fare che prendere un righello e misurare una pizza ma i pizzaioli vogliono solamente che venga riconosciuta la loro tradizione.

Una paura molto sentita è che, Dio non voglia, l’America potrebbe cercare d’ottenere il riconoscimento per la sua pizza “inferiore”. A questo punto anche Amburgo dovrebbe chiederle i diritti d’autore per i suoi Hamburger? O la Crimea per la sua bistecca alla salsa tartara?

L’Italia è lo Stato che con più assiduità che rivendica le indicazioni geografiche (IG) sui propri prodotti, che siano essi DOP, denominazione d’origine protetta, (vedi Chianti Classico), o IGP – indicazione geografica protetta, o la più scarsa denominazione STG (specialità tradizionale garantita).

Escludendo quest’ultima, l’Italia si è assicurata protezione su ben 924 prodotti alimentari, vini ed altre bevande, più di Francia e Spagna (rispettivamente 754 e 361). Produttori agricoli e chef, pizzaioli inclusi, hanno tutto il diritto di proteggere la marca del loro piatto e imporre i propri standard, e lo stato, ovviamente, ha il dovere di garantire la sicurezza alimentare.

Il Governo ha un interesse anche, per garantire l’alta qualità dei prodotti con denominazione premium – vedi champagne. Ma la proliferazione delle IGP dallo stato e dei produttori sta cercano di sfruttare i consumatori.

L’Italia ha un protezionismo innato: anzichè competere sui mercati globali i produttori vogliono tutelare il patrimonio, chiedendo l’aiuto dell’Europa e massimizzando la rendita del guadagno estratto da questi prodotti di qualità.

Si complicano i rapporti commerciali, l’Europa cerca persino di proibire l’utilizzo del termine “feta” ai paesi estranei alla Grecia. Hosuk Lee-Makiyama, membro dell’OPEN, un nuovo gruppo di ricerca britannico, afferma che il valore dell’indicazione geografica negli accordi commerciali è incontrollata: si tratta per lo più di un contentino per le lobby agricole per compensare i tagli alle sovvenzioni.

Oltretutto, i limiti all’uso delle denominazioni limitano le economie di scala , produttività e innovazione. Ad esempio Roberto Brazzale, la cui famiglia da generazione produce grana secondo lo stile del parmigiano, ha spostato parte del suo lavoro nella Repubblica Ceca dove, come egli sostiene, il latte è di qualità superiore e i costi sono più bassi.

Il suo “Gran Moravia”, realizzato con metodi italiani e stagionato in Italia, non è distinguibile con l’ ufficiale “Grana Padano”, pur non essendo definibile come tale. Secondo Brazzale, la Pianura Padana non può produrre abbastanza latte per soddisfare la potenziale domanda globale di formaggi grana italiani.

Imponendo l’uso di caglio animale piuttosto che vegetale, significa che i produttori di formaggio DOP non potranno vendere a vegetariani, musulmani praticanti ed ebrei .

Slow food, Slow Economy.

Il suo amore per la tradizione rende l’Italia un luogo per vacanze idilliache, meravigliosi vini e deliziosa per lo Slow Food. Agli Italiani piace pensare che la loro arte, la cultura e lo stile di vita li solleverà dal torpore economico. Ma la sacralizzazione del patrimonio è un fardello.

L’Italia non ha visto quasi nessuna crescita di produttività nel decennio, in parte perché le sue aziende restano piccole: in media si contano sette dipendenti, circa le dimensioni di una pizzeria a conduzione familiare.

I prodotti artigianali non offrono salvezza e l’Italia non ha catene alimentari globali di cui parlare (o anche grandi distribuzioni, come il Carrefour francese). Potrebbe farsi un espresso a casa ma il vicino svizzero ha ormai inventato Nespresso.

Se la pizza su piatto incarna i guai d’Italia, offre però anche la speranza. Guardate da vicino la pizza napoletana: i pomodori succulenti sono giunti dal Nuovo Mondo; la migliore mozzarella viene fatta dal latte della bufala, una bestia asiatica che sarebbe arrivata in Italia con le tribù barbare che conquistarono Roma; il basilico aromatico è giunto dall’India e gli emigrati napoletani hanno prodotto la pizza in tutta Italia e in America.

Il genio dell’Italia risiede nella sua inventiva e capacità di adattamento, non quindi in una terra santa e non in una tradizione idealizzata e canonizzata da parte dello Stato. Questa visione però potrebbe portare alla paralisi e alla fossilizzazione culturale.


[Traduzione di Antonella Leone di Carle Magne rubrica di The Economist articolo originale qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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