foto da: ilgiorno.it

Ogni giorno la routine è la stessa. Ti svegli. Ti accingi a fare colazione. Ti sintonizzi su ciò che accade nel mondo e le notizie sembrano ripetersi. “Bombardamenti”, “Isis rivendica”, e “nuovo caso di violenza” sono accadimenti ormai all’ordine del giorno: mai una buona notizia questi telegiornali, penso ogni mattina.

Esco di casa, camminando verso l’università. Attraverso la Milano giovanile e mi soffermo ad osservare “il muro delle bambole”, l’installazione ideata da Jo Squillo contro il femminicidio. Guardo le immagini allineate di coloro che potevano essere mie sorelle, amiche, madri. Cinicamente penso a chi toccherà, dopo di loro. Perché una prossima ci sarà.

La violenza sulle donne è purtroppo un male profondamente radicato e silenziosamente accettato dalla nostra società. Sono oltre cento le donne che in Italia, nel 2016, hanno perso la vita accoltellate, strattonate, bruciate vive dagli uomini che hanno giurato loro amore e dedizione. Gli stessi uomini che dopo ogni schiaffo hanno promesso di non farlo più. Tradite e ferite nel profondo, private persino della loro stessa dignità. All’inizio la gioia, le attenzioni, la complicità. Ma al primo “no”, ecco ritrovarci cosparse di benzina. Vittime di chi scambia l’amore con il possesso ossessivo. Spesso si rimane in silenzio, continuando a difendere l’indifendibile e nascondendosi dietro un “non è stato lui”.

Penso a quanto ho letto qualche giorno fa: alla storia di Ylenia Grazia Bonavera e ai suoi 22 anni. Alle ustioni sul suo corpo e alle parole in difesa dell’ex fidanzato. Penso a cosa l’abbia spinta a pronunciarle e se crederle o meno. In molti hanno definito la loro relazione “burrascosa” e l’ipotesi che lui l’abbia cosparsa di benzina non mi pare così lontana dalla realtà. Ovviamente, la giustizia farà il proprio corso. Intanto io immagino le infinite promesse di lui circa il cambiare “cose” che non cambiavano mai.

Penso a Sara, mentre moriva bruciata viva nella sua macchina, tornata a casa dopo una birra con un’amica sotto l’indifferenza dei passanti. Riesco ad udire le sue grida dense di paura. Penso a tutte le donne di cui ora non resta che una fotografia e una breve descrizione incollata su un muro. Che sopravvivono senza far rumore, dopo l’abbandono dell’opinione pubblica del caso. Non dimenticando coloro che piangono in silenzio e nascondono i lividi con il fondotinta.

Secondo i dati Istat sono 6 milioni e 788 mila le donne che in Italia hanno subito violenze almeno una volta nel corso della vita. Di queste, solo il 12% ha denunciato l’accaduto. Una donna su tre ha quindi subito violenza di qualsiasi genere: sia fisica, psicologica o sessuale. Quella donna non è un semplice dato. Può essere la nostra compagna di classe del liceo, la nostra collega al lavoro o addirittura la nostra stessa persona dinanzi alla gelosia dei nostri uomini.

La violenza sulle donne non è un qualcosa che si sente in televisione e non ci appartiene, non è un dato grafico che forse non riusciamo ad interpretare. Siamo abituati a banalizzare, ad abbassare la testa, a condannare (solo?) a parole i gesti del folle di turno raccontato dalla tv, ignorando le richieste di aiuto di qualcuna a noi vicino. Quante volte abbiamo sottovalutato uno schiaffo? Quante volte non ci siamo sentite libere per paura di sbagliare? Quante volte abbiamo rinunciato a noi stesse perdendoci di vista?

Abbiamo subito una violenza, o l’abbiamo lasciata passare, tutte quelle volte che non abbiamo chiamato le cose con il proprio nome. Quando abbiamo cercato di trovare una giustificazione a qualcosa di inammissibile. “Forse non avrei dovuto scherzare in quel modo” o “era ubriaco” sono le tipiche frasi che usiamo per difenderci, per giustificare. Quando in realtà da giustificare ci sarebbe ben poco.

I femminicidi si verificano anche nella misura in cui non siamo capaci di riconoscere i segnali negativi. I simboli di una imminente tragedia. Quando invece dovremmo andarcene. Pensiamo che qualcosa cambierà e lasciamo correre. Non prendiamo mai una posizione fino in fondo.

Un mazzo di fiori, un paio di scuse e si torna alla normalità. Si continua a testa bassa nella speranza che il cambiamento prima o poi avvenga. Poi ci si stanca e si cerca di scappare. Ma un uomo violento è un uomo ossessionato e non ci lascerà andare. Potrebbe svegliarci una mattina con un coltello in mano e la colpa sarà anche nostra. E saremo così per sempre segnate.

E’ un concetto elementare che le istituzioni e la famiglia dovrebbero insegnarci da piccole: la violenza non è amore. Non possiamo e non abbiamo il diritto di possedere un essere umano. Invece di insegnare a vestirci in modo da non “provocare un uomo”, dovrebbero incoraggiarci a denunciare ciò che è doveroso, per quanto sentimentalmente doloroso. Dovrebbero insegnarci il coraggio ed il rispetto di noi stesse. Dovrebbero dirci, con determinazione, che non sempre la colpa è solo nostra. Ma dobbiamo anche smettere di ignorare la nostra parte di responsabilità. In attesa della voce degli uomini: coloro che dovrebbero difenderci, piuttosto che sfregiarci, bruciarci o ucciderci.

Author: Francesca Del Vento

Amo viaggiare e ho una valigia sempre pronta per partire.
Mi appassionano le lingue, le culture e l’arte in tutte le sue forme

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