Seleziona una pagina
Svezia: semplicità e bellezza

Svezia: semplicità e bellezza

Dici Svezia e dici Ikea. Pensi a Filippa Lagerback  e in sottofondo ti  pare di ascoltare ” Mamma mia” degli Abba. Icone di un paese che ha fatto della sua semplicità un punto di forza: boschi, laghi azzurri, barche a vela e casette rosse dal bordo bianco.

Ma la Svezia non è una cartolina. È realtà. Ed è proprio lì a poche ore di volo dall’Italia. Anche qui a Malmo, la città più a sud della Svezia, la natura non si presenta timida ma ,al contrario, prepotente ed intensa, vera protagonista del grande Nord.

svezia

Padrona dei suoi spazi, non chiede permesso. No. Lei è così, libera di esprimersi in tutta la sua grandezza. Città di pescatori,  vibra di emozioni ad ogni angolo circondata da un turismo particolare, fatto da molti svedesi e pochi turisti. Fantastico.

Pontili che fanno l’amore con il mare, casette aguzze una accanto all’altra quasi legate da un patto indissolubile, quello di conservare un’identità troppo cara al Paese. Un mare reale che funge da metafora di una vita pacata e silenziosa ma anche acqua inquieta che cova forza e rivoluzione.

Qui, non troverete Cattedrali, borghi e palazzi lussuosi. L’unico è il grattacielo, costruito da Calatrava, il Turning Torso il più alto edificio di tutta la Svezia con i suoi  centonovanta metri di altezza, seguito dal suggestivo Castello di Malmo. Nel centro cittadino troviamo varie opere che promuovono la NON violenza, situate nei pressi della bellissima biblioteca di Malmo, preceduta da diversi canali che attraversano la città. Gli svedesi hanno fatto della loro terra un tempio da rispettare.

L’eleganza della natura e la compostezza della gente, fanno di questo paese un universo quasi parallelo, che non ti aspetti. Che non lo immagini neanche, se non vai lì ad osservarlo. Una realtà dal sapore assoluto che nella sua totale normalità non dà nulla per scontato, nulla rimane nell’anonimato. In un mondo dominato dall’astratto, dal vuoto, dal finto, un viaggio nel Nord Europa regala quello che hai sempre cercato. Palpabile concretezza e autenticità. Ti riporta a te stesso e al centro del tuo viaggio. Sei parte integrante di una terra che ti fa respirare a pieni polmoni la bellezza.

La città vanta anche di un vero e proprio paradiso culinario: salmone freschissimo, gamberi, aragoste e aringhe cucinate in tutti i modi possibili. La Svezia ti pulisce il cuore e la mente. Ti permette di giocare in un infinito dialogo tra te e il gelido vento del Nord. Godi di questo, senza fretta ma senza sosta, consapevole che prima o poi tutto questo finisce. E ti riprometti di tornare, ma questa volta il tempo durerà di più di uno schiocco di dita.

È una promessa che le fai, è una promessa che fai a te stessa. Perché sotto un cielo così non si può far altro che danzare. Ascolti il battito accelerato. È l’anima della Svezia che incontra la tua. E allora, “you are the dancing queen, young and sweet….oh yeah!”.

Certo che gli Abba, ci avevano visto giusto.

Di Martina Picciallo

Un giorno a Istanbul

Un giorno a Istanbul

I luoghi,le persone,la lingua. I sapori,gli usi e i costumi. I colori, il Sultano e il suo mondo, le meraviglie del Bosforo. E’ indescrivibile quanto la città sia avvolta dalle mille tonalità. Dall’azzurro al rosso porpora. Ecco Istanbul. Un luogo con una storia molto lunga e per questo motivo è una città piena di cultura. Il segno di questa si vede per le strade,sugli edifici, ma soprattutto nelle moschee. Affascinanti e davvero numerose. Ognuna ha i suoi minareti da cui, cinque volte al giorno, c’è il richiamo alla preghiera: il Muezzin ovvero la persona che, con un canto,richiama i fedeli in ogni dove. All’interno delle moschee è vietato indossare le scarpe, a causa del fatto che i pavimenti sono ricoperti di tappeti e durante la preghiera è vietato scattare foto. Le donne,inoltre,devono coprirsi il capo nascondendo per bene i capelli con sciarpe o foulard.

Nelle moschee più grandi, l’ingresso è separato per i turisti in modo da non disturbare la preghiera dei fedeli. La Moschea Blu costituisce quello che è il luogo per eccellenza della città,luogo di raduno per le carovane di pellegrini in partenza per la Mecca. Qui, le persone  hanno la gentilezza tipica della gente di queste parti dietro la carnagione olivastra, lunghi baffi e uno sguardo intenso che parla già da solo. Ma chi attira davvero la curiosità sono quegli uomini che in qualche locale sono intenti a conversare, vestiti decisamente demodè e ogni tanto inalano dal narghilè, avvolti da fumi di tabacco aromatizzato ai frutti. Sembra un quadro questa scena. Naturale, serena e coinvolgente. Guardi e ti convinci di appartenere a questo contesto, tra sorrisi e tratti somatici, profumi di dolci al miele o di spezie.

Spostandomi verso il centro con Mustafà, il mio personale tassista a completa disposizione per tutto il tour, arrivo alla bellissima Basilica di Santa Sofia e all’immenso Palazzo del Topkapi, prima residenza imperiale del regno del Sultano Maometto II.  All’interno dell’Harem del Palazzo si respira ancora quella sensazione di intrigo e mistero. Dalla Stanza dei Tesori, la cui terrazza si affaccia sul Bosforo, è possibile godere del panorama dal lato Asiatico della città.

Resta qualcosa tuttavia che non dimenticherò mai, la sua vera bellezza: il sontuoso Bazar di Istanbul. Un enorme mercato coperto, quasi una piccola città, dove si mescolano culture e lingue. Questo dedalo presenta numerosi accessi collegati da una fitta rete di strade. Ci troviamo all’improvviso in un altro mondo governato da caos più totale: forti odori, cianfrusaglie,gioielli, tappeti, lampade magiche…forse anche il mago dai tre desideri! Un armonioso andirivieni di gente, sotto le volte ornate di disegni geometrici e floreali.

Questa è Istanbul: l’odore di spezie misto fumo, il venditore ambulante che urla per attirare l’attenzione dei passanti mentre spinge il suo carretto su cui vende di tutto: castagne, pannocchie di granoturco e simit (ciambella di pane ricoperta di semi di sesamo). Ma è anche il passaggio di una ragazza turca con la maglia altezza ombelico, viso truccato e pantaloni a vita bassa, che cammina accanto a una donna interamente coperta dall’abito lungo che segue,a distanza, il marito barbuto con il berretto aderente al capo e un Tasbeeh nella mano. Un miscuglio sociale che si fonde quasi in maniera naturale, che ti entra nel cuore e da cui non andrai mai via neanche quando sarai a migliaia di chilometri di distanza. Una città contesa armoniosamente tra Europa e Medioriente. Come essere in due posti contemporaneamente. Due mondi completamenti diversi ma in perfetto accordo tra loro.

Martina Picciallo

Matera, con gli occhi di Pasolini

Matera, con gli occhi di Pasolini

C’è una bellezza nascosta nei sassi di Matera. Certo, se uno pensa che per secoli centinaia di persone vivevano lì, in un incastro di case che erano grotte di tufo, si perde a meditare com’era la vita in Italia solo sessant’anni fa e allora la bellezza la mette in prospettiva. Eppure questa città che alle volte sembra essere senza colori, quasi scialba, in certe ore sul far del giorno s’illumina grazie al sole. Quel sole “ferocemente antico”, come diceva Pasolini mentre in quelle strette viuzze girava il Vangelo secondo Matteo, che rimbalza sulla roccia e penetra tra le cavità delle case appollaiate una sull’altra e come un flash le risveglia.

La storia dei Sassi di Matera è proprio quella di un risveglio. Chiese rupestri, ipogei e grotte che un tempo, neanche troppo remoto, erano “la vergogna nazionale” oggi sono patrimonio UNESCO. I Sassi rappresentano un paesaggio unico nel suo genere, divisi in due quartieri: il Barisano e il Caveoso. Nel punto più alto della città troviamo la Cattedrale di Matera la cui facciata è in stile romanico;  mentre nella centralissima piazza Vittorio si osserva il Palombaro lungo, cisterna scavata sotto la piazza visitabile tramite percorso guidato.

Consigliato anche il parco della Murgia Materana con le sue riserve naturali. Quest’aerea è facilmente raggiungibile attraverso un innovativo ponte sospeso che parte direttamente dai Sassi. Se una volta la parola d’ordine era scappare da Matera, oggi l’ordine è l’opposto: tornare e valorizzare. E allora ecco che nei Sassi spuntano alberghi che fanno dell’essenzialità un lusso, della scarna povertà un vanto. E la città, una volta capitale di una civiltà contadina, diventa teatro del possibile, che guarda avanti, che fa di un inverno una costante e spettacolare primavera.

Quando ho visitato Matera, ho osservato tutti i dettagli: la solida materialità della roccia, la Gravina che costeggia i Sassi, i colori, il silenzio tra i vicoli: tra i sassi domina una totale atemporalità. Una atmosfera sospesa, testimonianza di una vita trascorsa ma ancora viva. Ora però, grazie al flusso inarrestabile dei turisti che popolano questo eterno presepe, questa percezione tende via via a diluire. I turisti, oggi, ci sono proprio perché Matera è stata protagonista più volte di opere cinematografiche (ricordiamo “The Passion” con Mel Gibson) ma il primo che fu catturato dalla “ricchezza” di questo territorio fu proprio Pasolini e non è difficile capire cosa lo abbia persuaso a trasformare la povera Matera in Terra Santa, la Gerusalemme d’Italia. Con le sue scene ha regalato a questa città l’immortalità della bellezza, ha individuato da subito le risorse che aveva da offrire un territorio, forse, dimenticato da tutta Italia e ha contribuito in maniera notevole al suo sviluppo culturale.

Mi chiedo cosa penserebbe Pasolini dell’Italia d’oggi, che cosa direbbe della sua Matera, passata da capitale del sottosviluppo a capitale Europea della Cultura 2019. Chissà. Ma una cosa è certa: Pasolini non l’ho mai conosciuto eppure, con le sue opere letterarie e cinematografiche, gli voglio un gran bene.

Mi ritrovo qui, tra queste stradine, con degli amici americani. Li osservo. Noto il loro stupore davanti a tutto questo, sono letteralmente a bocca aperta e fotografano all’impazzata per poi tornare a casa e raccontare quello che hanno visto, ma nessuno ci crederà e allora mostreranno fieri le loro foto e racconteranno di queste grotte, di queste vecchie case e lo faranno ai piedi di un grattacielo ed è lì che capiranno che il mondo vale la pena viverlo a 360° e sentiranno dentro di loro quella sensazione di benessere : è la ricchezza che regala un viaggio. E questa felicità, è per sempre.

Martina Picciallo (Con questo articolo l’autrice comincia la propria collaborazione con Cronache dei Figli Cambiati)

Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

Primavera in Lapponia: attimi di autenticità e pace

La Finlandia è stata eletta da Travel Leisure and World of Wanderlust una delle migliori destinazioni nel 2017 per viaggiatori solitari. Inoltre è l’unico Paese europeo a figurare nella lista di Lonely Planet delle dieci migliori destinazioni al mondo del 2017.

Da un punto di vista economico, la Finlandia fatica a star dietro alle “stars” del Nord (Danimarca, Svezia e Norvegia) eppure, non ha nulla da invidiare ai Paesi Scandinavi in quanto a bellezza del territorio.

La Lapponia, in particolare, è un posto autentico e ospitale che celebra quotidianamente l’unione tra l’uomo e la natura.

Paesaggio Lapponia

Vi racconto di un posto speciale, Ivalo, un piccolo villaggio del comune di Inari, nella parte più a nord della Lapponia. Ivalo è una delle principali destinazioni  per chi vuole visitare la Lapponia, insieme a Levi, conosciuta per essere una buona località sciistica, e alla più famosa Rovaniemi, la sede del Papà di tutti i bambini: Santa Claus.

Ivalo è un grande villaggio in Lapponia: un aeroporto, due supermercati, qualche negozietto e due o tre bar e ristoranti in tutto. Quel che basta.

aeroporto ivalo Lapponia

L’areoporto di Ivalo

In questi luoghi, sembra che il Natale si viva tutto l’anno. Eppure, nonostante il bianco sia il colore predominante dell’anno, il decorrere delle stagioni muta i colori dei paesaggi così intensamente.

Siamo quasi ad Aprile. Le immense distese bianche sono interrotte da laghi, che dopo un lungo inverno di fermo, riprendono il loro corso naturale. Tutto intorno è silenzio, foresta di betulle e neve; pace e neve.

paesaggio lapponia

Non distante, si trova il villaggio di Inari, dove, quel giorno, come ogni anno, sarebbe avvenuto uno degli eventi più importanti per la comunità locale: la corsa delle renne. Si tratta di una competizione di due giorni, che vede sfidarsi adulti e bambini, anche piccolissimi, con le proprie renne in una corsa di due chilometri su scii. La corsa delle renne è alla 63esima edizione e attrae ogni anno sempre più gente. È il derby più atteso del circolo polare e c’è chi arriva da Helsinki o addirittura dal Belgio e l’Italia appositamente per assistervi.

corsa renne Inari Lapponia

Corsa delle renne a Inari

Tuttavia, non si tratta propriamente di un evento turistico e la sensazione che si ha, appena arrivati, è la stessa di quando si entra in casa di uno sconosciuto. Si prosegue con passo discreto e ci si guarda intorno per cercare di trarre da ogni singolo dettaglio un’ informazione in più sul posto e le persone che vi abitano.

Siamo nel vivo della competizione ma la gente non mostra un eccessivo entusiasmo. Il suono degli applausi ad ogni fine corsa fatica ad uscire dall’imbottitura dei guanti. Fa davvero freddo. Una donna arriva con suo figlio in passeggino e una renna al guinzaglio, come se stesse portando il suo cane a spasso.

renna al guinzaglio lapponia

Una donna tiene la sua renna al guinzaglio a Inari

La maggior parte della gente indossa cappelli ingombranti di vera pelliccia, abbinati a moderne giacche antivento e  scarpe di pelo fatte con pelle di renna. Le scarpe di renna, infatti, sono un simbolo di della popolazione locale, e che ci crediate o no rappresentano oggi un vero prodotto di design, realizzato completamente a mano.

Per chi giunge a Inari, una tappa obbligatoria, è la visita al Museo Siida, dedicato alla storia e le tradizioni della popolazione dei Sámi. I Sámi sono un popolo indigeno di origine nomade che occupa principalmente le terre al nord della Finlandia, contando circa 90000 abitanti, e della Svezia. Oggi è un popolo moderno e stanziale, che vive ancora di forti tradizioni come l’allevamento delle renne.

I Sámi sono l’unico popolo indigeno d’Europa. Se, come me, state pensando a quanto siano coraggiosi ad abitare le estreme terre del nord, allora dovreste saper che non sono gli unici: il Circolo Polare è abitato da 72 diverse etnie in totale, qui sotto elencate (in inglese).

etnie circolo polare artico

Oltre all’incontro con i Sámi, in Lapponia troverete una serie di abitudini autentiche e di attività curiose, dalle corse in motoslitta, o trainati dagli Huskies, alla pesca sul ghiaccio, hiking e per finire lo spettacolo mozzafiato dell’aurora boreale.

È importante ricordare che la Finlandia celebra quest’anno 100 anni di indipendenza dalla Russia, occasione che ha spinto la Norvegia, in un’iniziativa a dir poco singolare, a regalarle un picco delle sue montagne, nella località di Kåfjord.

bandiera finlandia lapponia

 

[Foto in evidenza di  Ferdinando Castaldo]

 

 

Le vie del pellegrinaggio:  Dalle origini fino al cammino di Santiago

Le vie del pellegrinaggio: Dalle origini fino al cammino di Santiago

Il termine pellegrino deriva dal latino “peregrinus“. Colui che, non appartenente alla comunità con cui viene in contatto, è straniero, sconosciuto e anche strano. È un diverso, viene da lontano e va altrove. Dunque, il pellegrinaggio è un viaggio compiuto dal peregrinus in epoche lontane, con propositi di pietà o venerazione, che sia metafisico o reale, implica comunque nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Si tratta di una pratica che prevede il raggiungimento di luoghi prestabiliti, nel tempo si è trasformato diventando un fenomeno sociale di vastissima portata coinvolgendo così diverse religioni. Per esempio nel mondo islamico il pellegrinaggio rituale prevede, secondo i cinque pilastri dell’Islam, il viaggio almeno una volta nella vita, verso la Mecca. In Asia invece, tra le devozioni del buddismo, è presente il pellegrinaggio verso i luoghi più importanti della vita di Gautama Buddha. Ancora, la religione ebraica antica prevedeva il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. In seguito alla dispersione del popolo ebraico vennero a mancare i luoghi sacri dove effettuare pellegrinaggi, così, dopo la Costituzione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, vi fu una ripresa dei pellegrinaggi religiosi. Oggi la meta principale dei pellegrinaggi ebraici è costituita dal Muro occidentale, meglio conosciuto come Muro del Pianto. Le principali vie di pellegrinaggio della religione cristiana conducevano al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e a quella dell’apostolo Giacomo a Compostella, in Galizia. La pratica, diffusasi fin dagli albori del cristianesimo, prevede il cammino verso santuari che custodivano preziose reliquie di uomini martirizzati e divenuti santi. Questa rifiorisce nell’XI sec. in Europa grazie allo sviluppo nei centri urbani e a una maggior sicurezza delle strade. Tra i pellegrinaggi Europei quello che costituì un fenomeno di più vasta portata fu proprio quello a Santiago di Compostella.

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Lastra con Cristo ad Emmaus- Monastero di santo Domingo de Silos

Nel rilievo la figura di cristo è caratterizzata come quella di un pellegrino da una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio a Compostella. I fedeli infatti durante il loro pellegrinaggio portavano tradizionalmente una conchiglia sospesa al collo oppure cucita sul cappello o sull’abito.

La “Legenda Aurea”, una raccolta di opere agiografiche medievali, offre un’analisi sulle origini leggendarie di San Giacomo:

San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo in un bosco vicino ad Iria Flavia, il porto romano più importante della zona. Nei secoli le persecuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Nell’anno 813 l’eremita Pelagio (o Pelayo), preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle sul monte Liberon, dove esistevano antiche fortificazioni probabilmente di un antico villaggio celtico. Il vescovo Teodomiro, interessato dallo strano fenomeno, scoprì in quel luogo una tomba, probabilmente di epoca romana, che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé

 

La devozione alla tomba di Giacomo trova poi ulteriore slancio, nel contesto dell’epopea della reconquista e della lotta contro l’Islam, con la trasformazione del santo in cavaliere, grazie a una seconda leggenda che lo voleva apparso a guidare le truppe cristiane nella battaglia di Clavijo e in altre successive imprese belliche.

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

Tipano con la battaglia di Clavijo- Santiago di Compostella, Cattedrale

.

Il pellegrinaggio a Compostella dunque si sviluppa fin dal X sec. dapprima in ambienti aristocratici e cavallereschi, in seguito, dall’XI sec, interessa via via oltre la Francia , masse di fedeli provenienti dalla Germania, dalle Fiandre, dall’Inghilterra, dall’Italia dando vita a una vera e propria rete di strade con luoghi di raccolta e ospizi per i pellegrini. Documento importantissimo a tal proposito è la “Guida del pellegrino” scritta dal chierico Aymery Picaud che compì egli stesso il viaggio. In quest’opera vi è una descrizione delle diverse strade e delle tappe che conducevano a Santiago. Una sola via percorreva le regioni settentrionali della penisola Iberica, ma a Puente la Reina, in Navarra, confluivano i quattro cammini francesi, disposti come le stecche di un ventaglio perché destinati a raccogliere i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. A partire dal sud si potevano percorrere:

-la Via tolosana, la più meridionale, da Arles

-la Via Podense, da Lione e Le Puy-en-Veley, che attraversava i Pirenei a Roncisvalle

-la via Lemovicense, da Vèzelay, per Roncisvalle

-la via Turonensis, da Tours e Roncisvalle, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse.

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Le pricipali vie di pellegrinaggio al sepolcro di San Giacomo

Per ciascuna delle quattro vie, come per il tratto spagnolo, la guida elenca con precisione tutti i santuari e le reliquie a cui il pellegrino doveva rendere visita e omaggio della sua devozione. Lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio non mancò anche di dare grande slancio all’attività artistica favorendo i contatti e i rapporti tra centro e centro.  Il fenomeno comportò delle modifiche strutturali sull’impianto delle grandi chiese di pellegrinaggio: si impose un particolare tipo di pianta con sviluppo negli spazi funzionali sia al rito liturgico sia al movimento delle masse dei pellegrini con ampliamento del deambulatorio, con cappelle radiali adibite alla custodia delle reliquie, e del transetto, quest’ultimo dotato di navate laterali e di accessi indipendenti dall’esterno.

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

Piante delle principali chiese di pellegrinaggio

1-Tours, Saint-Martin  2-Limoges, Saint Martial  3-Conques, Sainte-Foy  4-Tolosa,Saint-Sernin  5-Santiago di Compostella

 

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Racconti di una Budapest timida e silenziosa

Ho cercato una nuova meta senza un motivo preciso. Anzi, non l’ho cercata, è stata lei a trovare me, ha sentito il mio bisogno latente di respirare la vita, di perdermi, di allontanarmi da me stessa e di ritrovarmi sempre nuova.

Ho cercato la giusta compagnia, programmato tutto in due giorni, chiuso la valigia in un’ora e via.

Direzione Budapest. La Venezia del nord. La città accarezzata dal Danubio blu, che a me più che blu è sembrato grigio e triste, forse perché anche la mia anima lo era un po’. E anche tutto intorno sembrava cupo e decadente.

Vecchi palazzi, vecchie strade, vecchia gente, vecchia metropolitana. Sembra

va tutto troppo serio e composto.

Ciò che si percepiva era un senso di isolamento, di distanza tra me e tutto il resto. Un’atmosfera ovattata.

Poca arte per le strade, pochi musei, tante case dell’orrore e del terrore, memorie della seconda guerra mondiale. Troppe cicatrici lasciate dalla storia.

Come le scarpe sulla riva del Danubio che ricordano il massacro di cittadini ebrei. Un’opera isolata, nascosta al caos della città, ma allo stesso tempo vicinissima ad una zona centrale.

E lì ti perdi nelle tue riflessioni, ti siedi accanto a quelle scarpe di ogni misura. Scarpe di bronzo, pesanti. 60 paia e molte più vittime. La fine di una fuga.

Ti alzi e ti sembra ancora più difficile trovare la bellezza in una città così ambigua e sfuggente.

Forse avevo risposto alla chiamata sbagliata. Forse mi ero mossa al cieca.

Ma era solo una prima errata e superficiale impressione.

Ho tolto il velo della compostezza e ho scoperto che dietro gli edifici severi e imponenti, dietro un’aria autorevole si nascondeva una festa di luci. Ho avuto un nuovo benvenuto.

La città si è rivelata come un’altra me, grigia, misteriosa, velata, fugace. Ma anche gentile, equilibrata e luminosa.

Allora ho continuato a seguire quel richiamo che mi aveva condotta fin lì, che ha continuato ad ipnotizzarmi e che mi ha portata su una piccola isola pedonale in mezzo al traffico e mi ha lasciata lì incantata per un’ora.

A destra e a sinistra le aut

o si rincorrevano, ogni tanto sovrastate da un tram giallo d’altri tempi.

E poi nulla,tutto rimaneva fermo per alcuni secondi. Un insieme di rumori e silenzi, frenesia e pace, ombre e bagliori.

Di fronte un ponte, verde, maestoso, accarezzato dal lento fiume illuminato dalla vita che vi si rifletteva.

E anche la mia anima iniziava a schiarirsi un po’. Il ponte della Libertà di fronte a me e la libertà vera che bussava dall’interno e iniziava a uscire, a compiere i primi passi.

E con questa nuova piccola conquista nello zaino è iniziato il cammino del giorno seguente.

Lungo e stancante, sotto un sole che non mi aspettavo di trovare, lungo una collina che non credevo così interminabile, diretta verso un panorama che non poteva che togliermi ancora un po’ di fiato.

Il bastione dei Pescatori: una costruzione fuori dal tempo, un’architettura indefinita, un bianco puro e candido, lontano dal grigiore del passato e una sinagoga colorata a sovrastare tutto.

E al di là dei piccoli archi, oltre le tante torrette, l’altra riva, la città in miniatura, lontana, che iniziava ad accendersi con il buio. Si accendeva e si trasformava, come ogni sera. Rivelava un nuovo volto. Profili e campanili di chiese di giorno confusi con altri edifici, le luci dei ponti che iniziano a danzare allegre, i fari delle auto che corrono, il percorso della funicolare che porta al bastione, riflessi che tremano nell’acqua del fiume.

E’ questa l’immagine che ti lascia questa città, il primo elemento a cui associarla è la luce, poi l’acqua e infine la calma.

Bisogna essere pazienti e attenti, tenderle la mano, aspettare che riveli il suo vero volto.

 

Tutte le foto ad inizio articolo a cura di Daniele Alvarez

Pin It on Pinterest