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In copertina: photoshoot di Bob Dylan negli anni ’60. Originale qui

A.A.A. questo articolo non è un’analisi tecnica su metrica e poetica. Anche perché il suddetto autore di tecnica e metrica non ci capisce un cazzo

“You don’t necessarily have to write to be a poet. Some people work in gas stations and they’re poets. I don’t call myself a poet, because I don’t like the word.  I’m a trapeze artist.”

Bob Dylan, ad una conferenza stampa tra il 1965-1966.

Mi piace pensare, da amante dell’ironia, che in terra svedese sappiano che Dylan abbia pronunciato queste parole tagliate con l’aceto, in un periodo in cui l’acredine con i giornalisti, colpevoli di voler creare solo idee preconcette per il sensazionalismo più assurdo, aveva raggiunto l’apice. I giornalisti non furono tuttavia gli unici a essere contro Dylan.

E’ il 1966, e a Manchester due cose sono particolarmente furiose: la pioggia e un pubblico che sta assistendo ad uno shock sul palco, pronto e servito. Voi, tu, lettore, immagino sia stato ad un concerto e quindi capisca come ormai essi siano diventati l’alfabeto comportamentale della risposta entusiastica del pubblico verso l’artista, un clichè basato sul rapporto empatico col fan.

Nel 1966 Dylan sta suonando l’elettrica, noncurante della risposta astiosa del pubblico quando succede un episodio leggendario: qualcuno si alza ed urla a Dylan: “Judas!”. Il cantautore ha tradito le sue radici folk, la marcia per i diritti umani a Washington, Woody Guthrie, la chitarra acustica. Quell’urlo rompe un nervo, un secondo di caos calmo da cui fuoriesce una risposta in due parti: la prima è parlata ed è un “I don’t believe you, you’re a liar!” a cui segue un “Play it fuckin’ loud”, che precede un rigetto di parole maestoso e metallico di sei minuti e mezzo: è l’ “Once upon a time” più famoso al mondo, Like a Rolling Stone.  

Non è possibile parlare della vita artistica di Bob Dylan, nome d’arte di Robert Allen Zimmermann. Piuttosto è opportuno parlarne in un ordine ben preciso di vite artistiche. Bob Dylan è un artista plurale e pluralista, portato alla rinnegazione ed evoluzione del proprio io. Dylan è fedele alla lezione imparata da Rimbaud: Je est un autre, io sono un altro. Questa felice intuizione è alla base del biopic di Todd Haynes “I’m not here”, nel quale sette attori diversi portano in scena sette Dylan diversi, separati gli uni dagli altri (una menzione a parte la merita la splendida Cate Blanchett nella parte del Dylan del ’66, alle prese con la performance di “Ballad of a thin man”).

Il linguaggio dei suoi testi è un microcosmo fondato su numerose stelle polari: egli stesso ha ammesso di essere stato influenzato dalla ricerca del verso libero compiuta dai poeti della Beat Generation, Kerouac e Ginsberg in primis, con quest’ultimo suo ammiratore devotissimo. A ciò va aggiunta una didascalica e ampissima conoscenza della musica popolare americana, che ha le sue radici nel delta blues fino ad arrivare al linguaggio biblico presentissimo nelle sue canzoni.

Non appare nemmeno troppo ardito ad esempio paragonare Blood on the tracks, album capolavoro del 1975 nato dalla sofferenza e dalla chiusura dell’amore di Dylan per la sua prima moglie Sara, alle poesie stilnoviste di Petrarca o Dante, che si nutrono della natura angelica della figura femminile in maniera stremata a causa dell’abbandono e del rifiuto dei due amanti.

Prendiamo ad esempio i versi della nona traccia, Shelter from the storm:

Suddenly I turned around and she was standin’ there/ with silver bracelets on her wrists and flowers in her hair/She walked up to me so gracefully and took my crown of thorns/”Come in,” she said/ “I’ll give you shelter from the storm”.

Un incidente in moto nel ’66 è invece la boa che cambia la sua carriera e fa sì che la sua produzione diventi più altalenante e discontinua, anche se ogni decennio Dylan sfodera almeno una gemma, da Blood on the Tracks nei ’70 a Infidels negli ’80, Oh!Mercy prima e Time out of mind poi negli anni ’90 con  l’Oscar del 2000 attraverso Things Have changed, scritta per il film “Wonder Boys”.

Dylan ha così attraversato circa 50 anni di musica, con frequenti incursioni nella storia statale Americana, cercando di riscoprirne le radici partendo dal folk bianco e scendendo fino al soul, al jazz, ed infine in territori molto più “black”, innovandone costantemente il linguaggio tramite una propria visione personale e slegata dalle convenzioni.

Per tale ragione ha ricevuto il premio con una tale menzione. La considerazione finale sta nel riconoscere la statura di un personaggio simile, perché quei giornalisti e tecnici che storcevano il naso, sono forse gli stessi contrariati dalla mossa audace della Accademia Reale di Svezia.

E’ forse sbagliato iniziare a concepire le arti come qualcosa che prevede una possibile ‘contaminazione’? Musica e letteratura si muovono sullo stesso territorio usando lo stesso medium, lo stesso linguaggio. Per cui: perché non è possibile che un cantautore sia anche poeta?  La posizione dell’Accademia di Svezia è un riconoscimento di valore non solo dinanzi al personaggio ma anche a ciò che la scrittura musicale rappresenta in termini di dignità, valore testuale e culturale, decretandone l’eccellenza per antonomasia.

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

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