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Crederanno le generazioni a venire […] che sotto i loro piedi sono città e popolazioni, e che le campagne degli avi s’inabissarono?

E’ da questa citazione di Publio Papinio Stazio che introduco il nuovo argomento. Il riferimento sembra chiaro: l’antica città sommersa a cui si riferisce l’autore è Pompei e con essa anche le altre città limitrofe quali Oplontis, Stabia ed Ercolano. Era il 79 d.C quando le città situate nei pressi del Vesuvio vengono spazzate via dalla furia del vulcano. Durante la metà del ’700 furono portate alla luce con intensi lavori di scavo. Oggi possiamo ammirare le vestigia di queste città che rappresentano una testimonianza inconfondibile dell’antica vita romana. Visitando questi siti archeologici passeggiamo proprio attraverso quelle strade che un tempo erano percorse dai cittadini di Pompei e, tra una casa e l’altra, possiamo ammirare le meravigliose testimonianze artistiche che oggi sono motivo di stupore, meraviglia e non solo. Le testimonianze artistiche alle quali mi riferisco sono le pitture parietali che abbellivano le case dei signori della città, un’arte locale che diviene riflesso della propaganda ufficiale di Roma e che per questo testimoniano la realtà del tempo.

L’immensa documentazione pompeiana ha permesso la classificazione dell’arte romana in quattro stili definiti appunto I quattro stili pompeiani. Questa ci venne proposta da August Mau in accordo alle notizie fornite da Vitruvio e da Plinio il Vecchio.

Tutte le pareti delle immense dimore dei signori più potenti venivano decorate secondo uno schema ricorrente, che prevedeva una tripartizione dello sfondo: la parte inferiore, definita zoccolo e alta meno di un metro, era caratterizzata da colori uniformi e leggere decorazioni; la parte mediana, la più grande, era un vero trionfo di colori e abilità pittoriche; a concludere vi era la parte alta, quella che si trova a contatto con il soffitto, spesso contagiata da quella mediana. Proprio in quest’ultima vengono realizzate le decorazioni più belle tra cui troviamo scene mitologiche che servivano a comunicare le virtù alle quali la famiglia era molto legata. Attorno a questi affreschi si presentavano sottili colonne, archi, colonnati per dare profondità a tutta la scena. Le pitture “sfondavano” le pareti facendo allargare la visuale della stanza, facendo così vagare lo sguardo in territori sconfinati. Proprio in questo contesto si parla di pitture di primo, secondo, terzo e quarto stile.

Una testimonianza relativa al primo stile pompeiano, che è datato tra il 150 e l’80 a.C, è l’atrio della casa del fauno di Pompei, dove si trova la celebre statuetta.

Ricostruzione dell’atrio della casa del fauno di Pompei

Ricostruzione dell’atrio della casa del fauno di Pompei.

Il primo stile detto strutturale o “a incrostazione” era già noto ad Atene nel V sec. a.C e si diffuse ben presto nelle città del mondo ellenistico tra cui Alessandria, Delo e Pergamo. Attraverso Delo e Roma questa tradizione si estese in tutto il mondo italico più ricco, come documenta questo caso. La parete, come si può notare dalla casa del fauno, è ricoperta da intonaci che ricreano a rilievo un finto muro con grossi blocchi perfettamente squadrati.

A partire dalla fine del II sec a.C si sviluppa il cosiddetto secondo stile pompeiano. Una testimonianza di questo stile la ritroviamo nella decorazione pittorica dell’Oecus 5 della villa dei Misteri, situata nei pressi di Pompei. Questa è stata recentemente sottoposta ad azioni di restauro ed è quindi finalmente visitabile.

Particolare della decorazione pittorica della Villa dei Misteri a Pompei

Particolare della decorazione pittorica della Villa dei Misteri a Pompei.

Il secondo stile, riferibile quindi all’epoca di Silla, Cesare, Marco Antonio e Cleopatra, è caratterizzato dall’inserimento di nuovi tipi di architetture: colonne, edicole, porticati e quinte di colonnati che si perdono all’orizzonte, spesso presentando anche figure umane a grandezza naturale come nel caso sopra citato.

Le figure della megalografia da cui prende il nome la villa dei Misteri rappresentano personaggi umani e divini che, in vario modo, parteciperebbero ad una cerimonia nuziale legata ai misteri dionisiaci. Dioniso, ebbro, giace sdraiato tra le braccia di Arianna, simbolo dell’unione tra il mondo divino e quello umano. Ancora, presso l’angolo della parete di fondo, una giovane donna viene fustigata da una divinità alata e solo attraverso la sopportazione del dolore la fanciulla potrà dimostrare di essere adulta e diventare così una sposa. Accanto alcune baccanti danzano. Ai margini della composizione vi è la figura di una matrona, il cui viso esprime una forte espressività legata ai riti che anticipano e seguono le nozze.

La prima parte di questo suggestivo viaggio nell’antica arte romana si conclude qui. Nel prossimo articolo approfondiremo i successivi stili pittorici, sempre attraverso le testimonianze materiali che queste antiche città sepolte ci hanno lasciato.

Author: Giulia Morra

Studio Scienze dei beni culturali presso l’Università degli studi di Bari. Amo le danze popolari e i racconti di J.R. R. Tolkien. Sogno di diventare un’archeologa specializzata in cultura funeraria tardoantica

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