“Un uomo mi viene incontro
Il suo viso rosso come una rosa su di un cespuglio di spine
Come tutti i colori di una scala reale
E sta contando quelle banconote di dollari
Cento, duecento
E posso vedere quegli aerei da guerra
Sopra le baracche di fango mentre i bambini dormono
Attraverso i vicoli di una tranquilla strada di città 
Su per le scale fino al primo piano
Giriamo la chiave e lentamente apriamo la porta
Mentre un uomo soffia forte dentro un sassofono
Attraverso i muri sentiamo gemere la città
Fuori c’è l’America”

(U2- Bullet the blue sky)

 

Prendete un ragazzo irlandese di venticinque anni, innamorato dell’America, dell’idea dell’America e della musica. Fatelo correre lungo i deserti del Mohave o nelle steppe della California e otterrete “The Joshua Tree”.

The Joshua Tree è un album che appartiene molto più all’America che agli U2 come collettivo. Si nutre dell’America, la scruta, la critica e prova a entrare dentro di lei da straniero; parlando degli obiettivi dell’album Bono fu categorico dicendo che voleva qualcosa che doveva smantellare la mitologia dell’America.
Nel 1985 il cantante partecipò al progetto di alcuni artisti uniti contro l’apartheid e mentre Keith Richards e Mick Jagger stavano suonando dei pezzi blues, lo invitarono a unirsi a loro. Il problema era che Bono non conosceva affatto quel mondo e questo spinse tutti i componenti del gruppo alla radice delle loro origini musicali fino alla musica folk irlandese e cercando di capire quali similitudini ci fossero con quella americana.

L’album inteso come lettera d’amore al continente è evidente all’interno di “In God’s country”: “Una rosa nel deserto/Ho sognato una rosa nel deserto/Dal vestito strappato in nastri e fiocchi/Come una sirena lei mi chiama”. The Joshua Tree è l’album di “With or without you”, singolo che ne ha trascinato il successo.

La canzone nasce da un profondo dissidio interiore creato dai doveri familiari di Bono combinati al senso di appartenenza alla band e alla musica. Il verso finale del ritornello( “I can’t live…” e credo sappiate come finisca il verso) deriva quindi da una consapevolezza che è raffinata e per nulla scontata: non è una delle due cose a definire Bono come uomo, ma piuttosto la costante tensione che le regge entrambe.

E’ un album dove la religione, presente da sempre nei testi delle canzoni della band, emerge in “I still haven’t found what I’m looking for”, brano in cui soprattutto nel ritornello emergono forti influenze gospel (America, che strano!) che si combinano con il testo che esprime la ricerca spirituale di un individuo che nonostante abbia raggiunto la realizzazione sente una sensazione di mancanza e l’unica cosa da fare, in quanto non riesce a riconoscere di cosa tratta, è prenderne atto. E dopo, continuare a correre.  

 

Fede, amore, musica, temi universali che fanno di The Joshua Tree un capolavoro riconosciuto fin da subito. Ma questo come continua a toccarci? Trent’anni dopo, le cose sono cambiate? E se si, come? 

Gli U2 hanno recentemente annunciato che torneranno in Italia per una data a Roma a luglio 2017, il tour celebra il trentennale della pubblicazione dell’album che verrà riproposto interamente dal vivo. Potrebbe sembrare una mera operazione commerciale da parte di un gruppo che ormai è diventato a tutti gli effetti una vera e propria multinazionale e il dubbio soprattutto per chi è abituato a pensar male, rimane. Eppure perché non farlo per i 25 anni di Achtung Baby? C’è qualcosa in The Joshua Tree che traccia un fil rouge che arriva fino a noi, soprattutto oggi.

 

Se sei nel 1985 e devi iniziare a lavorare ad un album che deve smantellare l’iconografia americana, devi rivolgerti non solo alla bellezza sconfinata del Paese, ai suoi immensi generi musicali. C’è un’altra medaglia, più oscura da guardare negli occhi e si chiama Ronald Reagan. Non che Reagan abbia fatto nulla di speciale, ha semplicemente cercato di proteggere gli interessi dell’America in politica estera come avevano fatto i suoi predecessori, appoggiando iniziative che conservassero una stabilità politica nell’area sudamericana, anche se spesso si trattava di regimi dittatoriali.

Parliamo di un album che si apre con una canzone-manifesto: “Where the streets have no name”(nel video, che omaggia l’esibizione dei Beatles,gli U2 si esibirono creando un vero ingorgo per le strade di Los Angeles), un brano dove Bono parte da un aneddoto che gli avevano riferito: si dice che a Belfast in base alla via in cui abiti si possa risalire al tuo reddito e alla tua religione d’appartenenza, addirittura a seconda del lato della via perchè più si risalgono le colline, più la casa è costosa. Streets invece parte dall’idea di un viaggio immaginario, che porta a un luogo dove le strade non hanno un nome, dove si rovescia totalmente l’idea dell’identità basata su questi dati: tu non sei la tua religione, tu non sei il tuo reddito (due concetti parecchio cari al buon Reagan, come a qualsiasi conservatore).
Come se l’antipatia e lo spirito critico non dovessero palesarsi ancora di più, in Bullet the blue sky, Bono fa direttamente riferimento allo scandalo che coinvolse gli USA per la vendita delle armi ai Contras, l’armata che faceva capo al regime dittatoriale di Somoza in Nicaragua, contro il movimento rivoluzionario sandinista. Le immagini di desolazione, di aggressività bellica evocate nella canzone fanno capire quale concezione abbiano gli U2 nei confronti della guerra, avendo vissuto fin da ragazzi in una Dublino sottoposta alle repressioni della madre-patria inglese.

Sono canzoni potentissime che risuonano come una vera presa di posizione, netta e senza mezze misure.

In una recente intervista a Rolling Stone, The Edge stesso ha spiegato come l’idea di un tour celebrativo sia venuto in mente alla band. Dopo le elezioni americane e la Brexit, The Edge si è sentito come trascinato in un periodo già vissuto, alla destra della Thatcher e di Reagan: è stato per lui una sorta di dejà-vu politico che ha permesso, una volta riascoltato l’album, di vedere come le sfumature delle canzoni fossero perfettamente a loro agio nel contesto odierno, in una sorta di rinascita inaspettata ma con un potere descrittivo che non è stato minimamente intaccato.

Non conta che gli U2 siano cambiati nè che il mondo sia cambiato in quanto la forza delle parole risiede nell’essere insensibili alla vecchiaia e questo vale anche per la musica: per questo tanti auguri “The Joshua Tree”.  

30 anni dopo, così lontano, così vicino.

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!