Da mercoledì la Turchia ha iniziato un assalto contro una milizia curda nella Siria nord-orientale. Ma come ci sono finiti in questa situazione questi due alleati americani?

Le forze turche mercoledì scorso hanno iniziato il tanto atteso assalto transfrontaliero contro le forze democratiche siriane, delle milizie a guida curda, nella Siria nord-orientale.

La disputa tra Turchia e curdi ha radici profonde nelle dinamiche di potere regionali, al punto che si è creata una fitta rete di interessi. A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che gli Stati Uniti sono alleati sia della Turchia che della SDF, sigla della milizia curda.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che l’obiettivo dell’incursione è di “distruggere il corridoio del terrore”, affermando che le forze curde stavano cercando di stabilirsi sul confine meridionale del suo paese per destabilizzare la regione.

I leader dell’SDF e altri attori regionali affermano che gli attacchi mettono a rischio i civili e mettono in guardia sulle conseguenze di una crisi umanitaria. Gruppi di curdi sul campo condividevano foto e video di persone in fuga dai villaggi mentre il fumo saliva dal luogo degli attacchi.

Per comprendere l’attuale conflitto è necessario conoscere il contesto della disputa tra Turchia e curdi e soprattutto il perché Stati Uniti si inseriscono nella dinamica.

I curdi sono il quarto gruppo etnico mediorientale. Nonostante la loro densità, sono un popolo apolide e spesso emarginato la cui patria si estenderebbe tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia.

Dopo la prima guerra mondiale e la caduta dell’Impero ottomano, molti curdi hanno cercato di formare un proprio stato curdo. Nei primi trattati fu promesso anche ai curdi la creazione di un Kurdistan, ma nella successiva spartizione regionale questa nazione non nacque mai. Negli anni successivi ci furono numerosi tentativi, tutti finiti male.

Le relazioni tra Turchia e curdi apolidi sono state sempre tese. Per la Turchia il crescente potere dei curdi sul suo confine meridionale era una minaccia. Erdogan per anni ha pronunciato dichiarazioni di piani per un intervento militare nell’enclave siriana settentrionale.

Ma in realtà, le origini di questo scontro sono più antiche e intrinsecamente legate ad un conflitto interno turco.

Il nemico della Turchia è stato sempre il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) da quando nei primi anni ’80 diventarono un movimento separatista violento. Sia la Turchia che gli Stati Uniti considerarono il PKK un’organizzazione terroristica.

Dall’altra parte del confine in Siria, una costola di questa milizia, le Unità di protezione popolare curda (YPG), in attività dal 2004, ha cercato a lungo di formare uno Stato autonomo per i curdi.

Intanto il YPG e una milizia associata di combattenti femminili, ben vista in Occidente per il loro sentimento anti-islamista, ha attirato moltissimi volontari americani ed europei per combattere contro lo Stato islamico.

I membri del YPG hanno legami profondi con il PKK sebbene i loro leader minimizzino i legami. All’inizio della guerra civile siriana, la milizia istituì precocemente e con successo un’enclave pacifica – la Rojava – nel nord del paese.

I miliziani YPG uniti ad altri gruppi regionali sono diventati SDF, un gruppo che è stata fondamentale per strappare grandi aree del territorio siriano allo Stato islamico e per cacciare l’ISIS dal suo ultimo punto d’appoggio in Siria all’inizio dell’anno.

Mentre l’SDS ha preso il controllo delle città e dei territori nel nord-est della Siria dall’ISIS, il potere curdo è cresciuto, mentre Erdogan era sempre più preoccupato.

L’operazione turca contro i curdi in Siria ha lasciato Washington in stallo tra due alleati.

L’annuncio di Trump questa settimana sul ritiro delle truppe dal Paese ha effettivamente dato il via libera alla Turchia. Erdogan ha a lungo sostenuto il ritiro americano dalla Siria esortando Trump a togliere il suo sostegno dall’SDF, proprio ultimamente in una telefonata.

Gli Stati Uniti e la Turchia, che sono partner della NATO, sono stati a lungo stretti alleati. Ma anche i curdi e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione. La coalizione guidata dagli americani ha iniziato a lavorare con l’SDF nel 2015, affermando che il gruppo guidato dai curdi era il più capace di respingere lo Stato islamico.

Trump ha preso poi una posizione ambigua dopo essersi espresso a sostegno di Erdogan. Su Twitter ha scritto: “Potremmo essere in procinto di lasciare la Siria, ma non abbiamo mai abbandonato i curdi, che sono persone speciali e combattenti meravigliosi”. In un messaggio successivo ha affermato che gli USA stavano “aiutando i curdi finanziariamente” e ha messo in guardia la Turchia.

Probabilmente si.

La SDF si è mostrata una forza vitale per riprendere il controllo delle aree sequestrate all’ISIS. Ha catturato decine di migliaia di combattenti e le loro famiglie. Oggi sono detenute in prigioni improvvisate nella regione aggredita dalla Turchia. Ma mentre Trump ha detto che la Turchia di questi detenuti dovrebbe preoccuparsene, non ci sono ancora dei piani per il loro trasferimento.

Mentre il territorio dell’autoproclamato “califfato” è stato strappato dall’ISIS, la situazione della sicurezza in gran parte della Siria resta precaria. Alcuni temono che la destabilizzazione nord-orientale della Siria creerà lo stesso vuoto di potere che c’era ai tempi dell’ascesa al potere dello Stato Islamico e lasciando a questi la possibilità di risorgere.

Nonostante le loro perdite territoriali, c’è la possibilità che i militanti dell’ISIS sono ancora attivi in ​​Siria, secondo Melissa Dalton, direttrice del Progetto di difesa cooperativa presso il Center for Strategic and International Studies.

“Con questa incursione turca” – ha affermato – “è possibile che la SDF distoglierà la sua attenzione dai questi nemici”. “Si rischia di avvantaggiare lo Stato islamico sull’SDF e la coalizione americana”. La Dalton mostra preoccupazioni anche per l’aumento potenziale di interferenze e disordini tra i detenuti.

“La ricetta perfetta per il disastro”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Megan Specia dal New York Times.com articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Author: Roberto Del Latte

Da blogger indipendente ho deciso di fondare Cronache dei Figli Cambiati. Sono laureando in lettere moderne a Bari e appassionato di politica estera. Ho collaborato con diversi web-magazine, tra cui theZeppelin e il Caffè Geopolitico, occupandomi di politiche energetiche, la politica degli Stati post-sovietici e geopolitica delle religioni.

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