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Il logo del Sambamaki, la temakeria di via Colonna nel quartiere Prati di Roma, rappresenta un maki fatto di bandiere, piegato elegantemente a forma di cono come si fa col nori, la tipica alga della cucina nipponica, con il giallo-oro del Brasile e il bianco-rosso distintivo del Sol Levante; lo chef del Sambamaki ha un nome piuttosto bizzarro, di quelli capacidi scuotere le fondamenta del nostro immaginario collettivo: Ricardo Takamitsu. La scossa la si avverte già solo incontrandolo: alto, carnagione parecchio scura, occhi a mandorla e un sorriso carioca, Ricardo – di madre giapponese e padre brasiliano – trasuda l’educazione e il rispetto giapponese e la solarità spensierata brasiliana, il meglio di due culture distanti già dalla geografia, che la nostra più fervida fantasia affastellerebbe insieme a fatica, tanto sono entrambe permeate da sani e definiti luoghi comuni. Eppure in Brasile è presente la comunità giapponese più numerosa al mondo al di fuori del Giappone, una storia di immigrazione lunga circa cent’anni che oggi impara ad imporsi sotto forma culinaria nelle città italiane ed europee, indicando la strada maestra delle future tendenze del sushi e della cucina d’Estremo Oriente. Da Milano a Roma, il sushi brasiliano è già diventato il nuovo tempio del cibo (esponenzialmente!) etnico, e la diffusione a macchia d’olio pare non risparmierà le altre città italiane. Lo stesso Ricardo è ormai di casa nel salotto della Clerici a “La Prova del Cuoco”, dove non di rado presenta le sue ricette innovative a suon di pesce crudo e frutti tropicali. «Il mio nonno materno era originario di Okinawa, nel sud del Giappone. Era più scuro, a vederlo già sembrava un brasiliano!», ironizza Ricardo. «Mia nonna invece veniva da una città del nord, una donna bianchissima! Takamitsu è un omaggio a mio nonno, perché in Brasile non sei obbligato a prendere il cognome di tuo padre. Io sono nato in Brasile e mi sento fortemente brasiliano. Ma la cultura della mia mamma, e specie quella gastronomica, mi ha influenzato parecchio». Al Sambamaki hai la possibilità di gustare un menù ricco e caleidoscopico e in continua evoluzione (consiglio: lasciate fare tutto a Ricardo), goderti un’ottima sakeirinha al mango o alla maracujà,immergerti a pieno palato in un duplice esotismo, assaporare in effetti il risultato di un contatto culturale che sa di storia e di identità, di scelte politiche, di assimilazione e acculturazione, di una “etnicità a trattino” – come ama definirla Jeffrey Lesser – che dal 1895 a oggi raccontaun affascinante viaggio condito di autoaffermazione, appartenenza e necessità politiche.

In principio fu l’abolizione della schiavitù

L’immigrazione è stata da sempre sommariamente perimetrata a “fenomeno europeo”, inteso sia in entrata che in uscita: la storiografia ha in generale ignorato gran parte degli scenari non europei, una lacuna sorprendente, data l’enorme mole di persone coinvolte. Il Brasile è di solito annoverato tra le mete principali di tanti immigrati europei, ma le ragioni che spinsero governi, intellettuali ed élite brasiliane ad accogliere l’uno o l’altro gruppo di immigrati, che siano essi asiatici, centro-europei o mediorientali, rimangono ancora ignote ai più. Il repentino “cambiamento di tendenza” che ha favorito il susseguirsi degli ingressi e le esclusioni dei vari gruppi etnici in Brasile, altro non era che lo specchio di interessi nazionali e privati evolutisi in base alla convenienza del momento, spesso legati alle esigenze di singoli o caratterizzati da rigurgiti più o meno razzisti sull’onda dell’ultima teoria evoluzionistica alla moda.Non da meno il “caos identitario” che ne è venuto fuori, quando le classi al potere sentivano forte la necessità nazionalista di poter definire il termine “brasiliano” possibilmente quanto più prossimo ad un ambìto ideale europeo. E per comprendere questo insieme di dinamiche, bisogna partire da molto lontano.

Per oltre 300 anni, ossia dalla seconda metà del XVI secolo fino alla prima metà del XIX secolo, furono deportati dall’Africa al Brasile circa 3,6 milioni di schiavi. Questo numero enorme di africani di colore ha profondamente modificato l’aspetto razziale del Brasile. Afuror di statistica, nel 1872, l’anno del primo censimento nazionale in Brasile, i bianchi costituivano il 38,1% della popolazione, mentre neri, mulatti e indiani rappresentavano il restante 61,9%. La predominanza permaneva anche nel secondo censimento del 1890, dove i bianchi avevano raggiunto il 44%, rappresentando ancora la minoranza. Decisivo, da un punto di vista storico, fu l’abolizione della schiavitù a partiredal 1850, un processo che in Brasile venne parecchio rallentato proprio dai proprietari terrieri, che dovettero trovare una rapida alternativa al rimpiazzo di una manodopera a basso costo. Le conseguenze di tre secoli di schiavitù, inoltre, avevano sollevato un nuovo dilemma legato alla commistione di razze e ad una sommaria dicotomia bianchi/neri: gli africani e i loro discendenti erano ritenuti i responsabili dell’arretratezza del Brasile, e urgeva porre rimedio “sbiancando” la razza brasiliana. A tal fine, un ruolo fondamentale fu giocato dalle teorie eugenetiche di Lamarck (secondo cui i tratti, e di conseguenza la cultura, venivano assimilati attraverso i locali e gli ambienti climatici), e le teorie dell’anatomista tedesco Blumenbach, (che proponeva una “scala razziale” dove primeggiava la razza caucasica, spingendo africani e asiatici in fondo alla lista in quanto a costituzione fisica e intelligenza), fornendo di fatto un conveniente patibolo per le élite brasiliane, a supporto di politiche che promuovevano l’entrata di immigrati “desiderabili”.

Le politiche sull’immigrazione favorirono inizialmente l’ingresso di persone provenienti dall’Europa centrale, in particolare di tedeschi, portoghesi, spagnoli e italiani, tutti pronti ad essere trasformati in braços para a lavoura, e visti dai brasiliani come coloro che “avrebbero ricreato il Vecchio Continente nel Nuovo”, a “estinguere i nativi e la popolazione africana con la loro superiorità”. Ma gli europei ben presto non si mostrarono né a basso costo né servili socialmente, e anzi in breve tempo cominciarono a reclamare aumenti salariali e diritti sindacali, tanto che il dibattito pubblico in Brasile si spostò repentino alla considerazione anche di gruppi non-europei.

C’è da sottolineare, inoltre, che un’identità nazionale singola e statica in Brasile non è mai esistita, l’etnicità poteva essere intesa come un concetto “situazionale”, e il termine “raça” aveva assunto un significato piuttosto vago, con una particolare difficoltà a definire “l’altro”.

Fallito il tentativo europeo, le classi dirigenti brasiliane scoprirono nuovi gruppi di immigrati, abitanti di terre lontane in cui nessuno aveva mai messo piede ma che tutti conoscevano.

 

Porte aperte a cinesi e mediorientali

Una attrazione indiretta del Brasile nei confronti della Cina risale al 1511, quando il Portogallo divenne la prima potenza marittima europea a stabilire dirette relazioni con l’impero cinese. La stessa parola “mandarino” viene dal verbo “mandar” (inviare), e veniva utilizzata dai lusitani per appellare i membri delle élite cinesi. La considerazione che portoghesi e brasiliani avevano degli asiatici seguiva però tendenzialmente le teorie di Blumenbach e la sua “scala razziale”: i cinesi avevano un appeal esotico, e differivano dagli africani per la loro posizione superiore nella gerarchia razziale. A seguito del fallimento con gli europei, i cinesi sembrarono la soluzione ottimale al duplice problema di de-africanizzare il paese e garantire forza lavoro, questa volta con una popolazione maggiormente servile seppure non schiavizzata.

Il dibattito pubblico, però, divampava in una feroce tempesta, tra chi era a favore dell’ingresso del nuovo gruppo etnico e chi temeva che il Brasile venisse trasformato da paese “europeo” ad “asiatico”, chi indicava il modello di crescita dei Caraibi inglesi grazie alla “sobrietà e perseveranza dei cinesi” e chi riteneva che “i cinesi non lavorassero sodo perché non erano cristiani”. In linea di massima, il pericolo avvertito dalle figure più influenti delle élite brasiliane giaceva nella “degenerazione che avrebbe portato la cultura cinese sul Brasile, che aveva già sofferto la deformità degli africani”, o dal “rischio mongolizzazione delle inevitabili relazioni sessuali interraziali”. Nel miasma teorico, fu alla fine la Cina a rifiutarsi di concedere i contratti di lavoro nel settembre del 1880, avendo compreso che i proprietari terrieri vedevano gli asiatici e gli africani come “macchine o come forza lavoro a basso costo” piuttosto che coloni; i cinesi che riuscirono a stabilirsi in Brasile risultarono davvero pochi.

Il medesimo “colpo di fulmine”, questa volta tra brasiliani e mediorientali, ebbe pressappoco vita breve: i rapporti tra arabi e lusitani avevano radici parecchio profonde, risalivano alla conquista della penisola iberica da parte dei Mori, un episodio storico che poneva il Medio Oriente in una posizione speciale, sia amico che nemico, esoticamente differente ma familiare, che in qualche modo testimoniava che i portoghesi del Brasile erano già stati arabizzati. A differenza degli asiatici, i mediorientali godevano della componente “aspetto fisico”: i tratti somatici di siriani, turchi e libanesi non differivano poi di molto da quelli dei brasiliani, al punto che per parecchi di loro giunti dal Mashrek fu sufficiente cambiare nome e vedersi riconosciuta una linda nazionalità brasiliana. Fu così che Taufik divenne Teòfilo, Fauzi divenne Fausto, Mohamad divenne Manuel. (Un caso curioso fu quello di un dentista di Goiás, che cambiò il suo nome, “Abdulmajid Dàu”, in “Hermenegildo da Luz”, perché “Hermenegildo suona come Abdulmajid, e Dàu significa ‘luce’ [Luz]”).

Ma le bieche diatribe intellettuali non risparmiarono di certo i nuovi arrivati: il Brasile si avviava verso la dittatura, e la burocrazia politica sentiva la necessità di esprimere apertamente i propri pregiudizi. Fu difatti decretato che “una delle cause della disoccupazione era il libero ingresso di stranieri, [i quali] favorivano di frequente l’aumento del disordine economico e dell’insicurezza sociale”, mentre i giornali impazzavano contro i mediorientali, portatori di una mentalità “sinuosa e sinistra, forse l’Oriente pittoresco ma ad ogni modo pericoloso […] L’Oriente che tutte le popolazioni civilizzate sperano di evitare”.

Nessuno, insomma, ebbe vita facile in Brasile. Le resistenze xenofobe riuscivano in un modo o nell’altro ad avere sempre la meglio, nonostante i disperati tentativi dell’uno o dell’altro gruppo di ricreare una nuova identità razziale, nel rispetto della propria cultura e di quella che l’aveva accolta. Sirio-libanesi, sino-brasiliani, arabo-carioca, hanno nelle decadi affollato la lunga lista dei falliti neologismi “a trattino”, che hanno tentato di dare un’etichetta ai nuovi fenomeni di commistione razziale, laboratori culturali senza precedenti. L’unica realtà che ha saputo imporsi in maniera costruttiva, nella definizione di un vero e proprio spazio etnico, che ha saputo più di tutte ammaliare le paranoiche élite brasiliane, al punto da rappresentare un “pericolo di superiorità”, aveva compiuto un viaggio parecchio lungo, attraverso l’Oceano Indiano e quello Atlantico, riformulando l’inedito binomio dei nippo-brasiliani.

Brasile e Giappone, 120 anni di identità “a trattino”

I primi contatti tra giapponesi e lusitani risalgono al lontano 1543, quando missionari gesuiti dal Portogallo intrapresero una missione evangelica nel remoto impero insulare orientale. È il tema trattato anche nell’ultimo lavoro di Martin Scorsese “Silence, ispirato all’omonimo romanzo storico di Shūsaku Endō. Le interazioni tra le due culture durarono poco più di mezzo secolo, e a oggi rimangono cristallizzate nel lessico giapponese, parole come “carta”, “copo” o “tabaco”. La stessa“tempura”, oggi considerato uno dei piatti nipponici più conosciuti al mondo, deriva dal portoghese “tempero” (condimento), e nasce proprio da quei primi contatti, quando i portoghesi si astenevano dal cibarsi di carne rossa per tre giorni a ogni inizio di stagione, per celebrare il rito cattolico delle quattro tempora, e solevano preparare un piatto fritto leggero a base di pesce e verdure. I giapponesi, da sempre amanti del pesce, appresero questa tecnica di frittura leggera e ne divennero dei veri e propri maestri. Tutto il resto è storia nota.

Un nuovo contatto luso-giapponese ebbe luogo circa 400 anni dopo, questa volta sulle coste brasiliane: il diplomatico Sho Nemoto, inviato speciale per l’immigrazione, attraccò al porto di Santos nel settembre del 1894, a bordo della leggendaria Kasato-Maru. L’incontro segna un passo fondamentale per l’immigrazione giapponese in Brasile, l’inizio di relazioni bilaterali a tutt’oggi in vigore, con la sola pausa della Seconda Guerra Mondiale.

Nemoto si ritrovò a confrontarsi con un Brasile sia avido di, che spaventato dagli immigrati. Di certo i brasiliani rimasero stupefatti dall’ordine e dalla pulizia con cui si presentò la Kasato-Maru, non disdegnando nemmeno l’abbigliamento “all’occidentale” dello stesso Nemoto; ciò fu sufficiente a che i giapponesi venissero considerati come la soluzione perfetta alle loro ataviche esigenze di forza lavoro a basso costo, e un “Trattato di Amicizia, Commercio e Navigazione” fu siglato tra i due paesi. Dal canto suo, il Giappone pure aveva crucci da risolvere, che dall’inizio della Restaurazione Meiji in poi aveva cominciato a fare i conti con aspre tensioni sociali dovute all’aumento demografico della popolazione.

Nemoto presentò i propri connazionali come i “bianchi” dell’Asia, e li “vendette” come tutto ciò che gli europei non erano: tranquilli, lavoratori, e desiderosi di diventare brasiliani. La sostanziale differenza tra i giapponesi e gli altri gruppi etnici in Brasile stava nel fatto che i primi furono da subito accolti come coloni, e il loro ingresso era supportato politicamente ed economicamente dall’amministrazione di Tokyo. Presto l’emigrazione divenne una politica prioritaria per il Giappone, con maggiore enfasi proprio verso il Brasile: si moltiplicavano i fondi a favore e le campagne di promozione. Un poster di propaganda usato dal governo giapponese ritraeva un giovane muscoloso che punta il dito sul Brasile; nell’altra mano una zappa, e la sua famiglia siede sul suo braccio piegato, e la scritta: “Andiamo! Porta la tua famiglia in Sudamerica!”:

Le aziende giapponesi cominciarono a comprare ampi territori specie nell’area di Registro, a 185 km a sud di San Paolo, dove una colonia omonima fu fondata nel 1913, completamente gestita da immigrati giapponesi il cui stile di vita li scoraggiava a lasciare il Brasile, e anzi incoraggiava altri giapponesi a partire. Le abilità dei nuovi residenti ebbero effetti pressoché immediati: la produzione di riso, per fare un esempio, nel 1908 non era sufficiente per il consumo nazionale, mentre divenne oggetto di esportazione appena 15 anni dopo.

Tra le élite brasiliane serpeggiavano comunque le consuete resistenze razziali, ma ai giapponesi era andata un po’ meglio: nell’immaginario collettivo, tutti i giapponesi indossavano “abiti puliti” e avevano “corpi puliti, avevano con sé persino un kit con spazzolini, spazzole e rasoi. I nuovi arrivati adorano il nostro cibo, e sembrano persino in ansia di imparare il portoghese. La razza è molto diversa, ma non inferiore”. Più in generale, si era diffuso un certo sentimento positivo nei confronti del nuovo gruppo etnico, se ne apprezzava la capacità organizzativa delle colonie e si ammirava un paese come il Giappone che aveva saputo “spogliarsi del kimono e indossare la cravatta”, che sotto i Meiji aveva fornito un modello di crescita interna e come potenza internazionale, economicamente e tecnologicamente avanzato. Il Giappone brillava di modernità, e quindi di Occidente, al punto che era nel Giappone che giaceva la speranza per un futuro del Brasile.

Negli anni a seguire, ci fu un numero altissimo di ingressi di giapponesi in territorio brasiliano: nel 1923 essi rappresentavano il 2,3% degli immigrati a San Paolo, ma raggiunsero repentinamente quota 11,6% appena cinque anni dopo. I giapponesi erano secondi – in quanto a residenti stranieri – solo ai portoghesi, ma rappresentavano il doppio di italiani,spagnoli e tedeschi.

Il forte aumento di giapponesi favorì anche un’inversione di tendenza: nella stessa decade – che precedeva l’istaurazione del regime di Vargas – andò sviluppandosi una forte Campanha anti-niponica all’interno del dibattito pubblico brasiliano. Il timore degli “anti-” veniva percepito in un “rischio invasione” incontrollata, puntando l’indice su presunte “mire imperialistiche” del Giappone, l’intenzione di creare uno “Shin Nihon” (Nuovo Giappone) all’interno del Brasile, che prima o poi avrebbe distrutto la razza brasiliana. La paranoia raggiunse l’apice quando venne diffusa la voce di un presunto piano militare dell’esercito giapponese di trasformare l’Amazzonia in base navale nipponica. Il nazionalismo di Vargas si scatenò anche nella campagna ad ampio raggio per la diffusione della brasilidade, un programma di omogeneizzazione dell’identità nazionale che andò a distruggere tutti i fenomeni di integrazione interraziale faticosamente costruiti in Brasile, dalle scuole gestite da immigrati (furono chiusi circa 600 istituti, la maggior parte gestiti da giapponesi) alla messa al bando dei giornali in lingua straniera.

In politica estera, e con le tensioni di un’incombente coflitto mondiale, Vargas si schierò fermamente dalla parte degli Alleati, a seguito dell’attacco a Pearl Harbor nel dicembre del 1941. Di conseguenza si scatenò una vera e propria caccia alle streghe, con arresti e allontanamenti forzati di cittadini giapponesi. Furono gli anni più bui per la comunità giapponese in Brasile, attaccati ad ogni occasione, accusati di rappresentare il cosiddetto “pericolo giallo”.

La Campanha scatenò una profonda reazione ultranazionalista nella comunità giapponese, al punto da portare i membri più anziani a costituire delle società segrete dove si venerava l’Imperatore e le ancestrali tradizioni nipponiche come forma di difesa della propria identità. Questo fu l’atteggiamento della generazione precedente, mentre i figli della medesima, i cosiddetti nikkei, sprofondavano in un limbo di indeterminatezza, nella strenua lotta di trovare il proprio posto nella società: in Brasile si sentivano brasiliani per il semplice fatto di essere nati in quella nazione, ma continuavano ad essere visti come giapponesi; chi lasciò il Brasile per il Giappone si ritrovò presto a sentirsi uno straniero in una “patria” che in realtà non era propriamente sua. Altri ancora, nel tentativo di diventare brasiliani “a tutti gli effetti”, si sottoposero a interventi di chirurgia plastica agli occhi. I risultati a tutt’oggi rimangono piuttosto confusi, nonostante i giapponesi, a differenza degli altri gruppi etnici, siano stati capaci di insinuarsi con rapidità nelle classi medio-alte della società brasiliana. Oggi i nippo-brasiliani ricoprono cariche pubbliche e posti di rilievo, ma pare che le spinose questioni identitarie rimangono attuali come lo erano negli anni ’20 e ’30.

Il sushi brasiliano: dal quartiere Libertade di San Paolo a futura tendenza culinaria

Modellato sulla Little Tokyo di Los Angeles, il quartiere di Libertade fu costruito con l’idea di renderlo un’attrattiva turistica per la città di San Paolo, condito di lampioni a mughetti e un ampio numero di torii rossi. Libertade è rimasta nel tempo una piccola “colonia asiatica”, oggi assaltata anche da cinesi e coreani, ed è qui che negli anni ’20 nacque il primo germe della cucina sushi-samba. L’esigenza venne fuori dalla rigorosa tradizione giapponese, che si ritrovò adover utilizzare gli ingredienti che aveva a disposizione. Generazione dopo generazione, i piatti giapponesi si arricchirono dei colori brasiliani; il simbolo della fusione è il caratteristico cono d’alga ripieno di riso e pesce (temaki), arricchito con papaya, avocado e salse brasiliane, mentre il saké aveva trovato nella cachaca e nella frutta tropicale un abbinamento del tutto innovativo.

Le temakerie hanno impiegato circa un secolo prima di imporsi sul mercato internazionale, in particolare il loro boom lo si è avuto negli anni ’90, quando questo particolare esempio di sushi-fusion godette di una diffusione capillare in tutta Europa. In Italia la tendenza è arrivata con un leggero ritardo, è partita da Milano e ora è alla conquista della capitale, con i vari Temakinho, Manioka, Sao, e il già citato Sambamaki.

L’incontro tra due culture, in territorio culinario, ha sempre portato ad una trasformazione delle ricette d’origine in un’offerta che sappia sposare i gusti dei palati d’arrivo. Di esempi ne abbiamo a bizzeffe, dalla famigerata “pizza all’ananas” al California e l’Alaska-maki, in un processo perenne di creolizzazione del cibo. Ciò che stupisce del sushi brasiliano è la sua predisposizione ad offrirsi quasi come un totale sostituto al sushi tradizionale. Ne è convinto lo stesso Ricardo: «in futuro sentiremo parlare solamente di sushi fusion, sarà l’unico sushi disponibile. È una questione di tendenza, di evoluzione. E di tempo».

Author: Dino Buonaiuto

Laureato in Lingue e Culture Comparate, lavoro per la Netflix come traduttore e controllo qualità audio / sottotitoli. Docente di lingua italiana in Turchia per tre anni, ho seguito in prima persona le vicende di Gezi Park.

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