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«È donando che riceviamo»

A soli 3 giorni dal terremoto che ha colpito il Centro Italia, Gianni Scamuffa, responsabile del campo di Pescara del Tronto, ha dichiarato “abbiamo problemi di stoccaggio”. I container sono pieni, hanno cibo a sufficienza, non necessitano di coperte, in quanto le tende sono riscaldate. Emerge un dato: chiunque sia partito alla volta dei paesi colpiti dal sisma, intento a far del bene, si è scontrato con cumuli di scatoloni presenti nel campo.  Esattamente come è successo già dal primo giorno con le donazioni del sangue. Citando Michele Bocci: “la zona del terremoto rischia di essere sopraffatta dallo slancio di chi vuole donare, magari seguendo il tam tam dei social network“.
Il 17 Gennaio 1975, Everett Sandeson saltò sulle rotaie e si precipitò verso i fari della metropolitana in arrivo per salvare Michelle De Jesus, una bambina di 4 anni caduta dalla piattaforma.
I giorni successivi all’11 Settembre si scatenarono innumerevoli atti di bontà. Moltitudini di persone si offrirono per portare aiuti di ogni genere, dal vestiario, al cibo, alle donazioni di sangue. Alcuni furono così altruisti da sacrificarsi, nei momenti successivi all’attentato, per salvare altre persone.

Soprattutto in questi giorni ci rendiamo conto di quanto, accanto ad atti eroici, siamo circondati da persone che mettono in atto gesti meno drammatici, ma sicuramente molto importanti, di cura e di conforto. Il fattore comune a tutto ciò è la volontarietà: senza che si chieda nulla in cambio, doniamo denaro, sangue, aiuti, tempo.

Perché lo facciamo? Quando le persone decidono di aiutare? Cosa si può fare per diminuire l’indifferenza? Cercherò di rispondere a queste domande. Ma prima è bene tener presente che

L’altruismo è l’egoismo al contrario. Una persona altruista si preoccupa e aiuta anche quando non ci sono benefici e non si aspetta niente in cambio. 1

Come sosteneva Skinner già nel 1971, tendiamo ad attribuire un valore positivo a coloro che compiono buone azioni solo quando non riusciamo a spiegarcene. L’altruismo, quindi, è quella motivazione che porta ad incrementare il benessere altrui senza alcuna aspettativa conscia di vantaggio personale. L’egoismo, al contrario, è quella motivazione che porta ad incrementare il proprio benessere.

Sono numerose le teorie sull’aiuto che concordano nell’affermare che un comportamento finalizzato ad aiutare gli altri è vantaggioso, a lungo termine, per entrambe le parti: coloro che offrono e coloro che ricevono. Possiamo spiegare questo fenomeno col concetto di “Economia Sociale”: gli individui tendono a scambiare non solo beni materiali, ma anche beni sociali, come amore, aiuti, informazioni, status 2. Agendo in questo modo tendiamo a ridurre al minimo i costi, massimizzando le gratificazioni. Ovviamente costi e vantaggi non sono da noi monitorati consapevolmente.

Nella squadra dei vantaggi ritroviamo le ricompense, che possono essere esterne o interne. Una ricompensa è esterna quando si dà per ricevere, oppure quando siamo più desiderosi di aiutare qualcuno in quanto ci piace o da cui ne desideriamo ricevere l’approvazione. Al contrario, è interna quando, ad esempio, giova alla nostra autostima, consentendoci di compiere atti prosociali verso persone sconosciute che non vedremo mai. «Donare il sangue ti fa sentire bene con te stesso e ti regala una sensazione di autosoddisfazione» 3.

L’effetto positivo che se ne ricava sull’autostima spiega perché ci sentiamo bene dopo aver fatto del bene.

I vantaggi dell’aiutare includono quindi una serie di autogratificazioni interiori: vicino a qualcuno che soffre possiamo provare pena e sofferenza. Ma non solo… Nella storia dell’umanità il senso di colpa è sempre stato uno stato emotivo  doloroso, tanto da portarci a mettere in atto delle azioni per evitare di esserne sopraffatti. Un’altra motivazione che ci spinge all’altruismo è il voler recuperare un’immagine pubblica positiva. Ovviamente però non tutte le sfumature del “sentirsi male” portano ad azioni positive: ne sono esempio la rabbia e il dolore profondo. Un dato curioso è che in genere le persone con un’attenzione particolare verso gli altri si sentono più gratificate da opere altruistiche, quindi sono maggiormente spinte a metterne in atto. Un’altra curiosità è che più le persone sono felici, più sono propense e pronte a prestare aiuto, indipendentemente dalla natura del buonumore.

Spesso, invece, aiutiamo gli altri non perché abbiamo calcolato che questo comportamento produce in noi del benessere, ma in virtù di una forma molto sottile di interesse personale: qualcosa dice che si dovrebbe farlo. Così stabilisce la norma di reciprocità «Dobbiamo restituire l’aiuto e non danneggiare coloro che ci aiutano» 4, come anche sulla stessa linea è la norma di responsabilità sociale  «Dobbiamo aiutare coloro che ne hanno bisogno, senza aspettarci di essere contraccambiati in futuro» 5.

Un’altra spiegazione dei comportamenti d’aiuto ci viene data dalla psicologia evoluzionistica, che sostiene che il nostro patrimonio genetico ci guida verso la sopravvivenza genetica. Aiutiamo gli altri per far perpetuare la specie.

Come incrementare l’altruismo? In breve, tutto ciò che personalizza l’esperienza degli spettatori – una richiesta personale, il contatto visivo, la dichiarazione del proprio nome – aumenta la volontà altrui di prestare aiuto. E’ anche importante insegnare la prosocialità e l’altruismo.

Concludendo, possiamo ad oggi affermare che come l’osservazione di modelli aggressivi incrementa l’aggressività, così i modelli prosociali promuovono l’altruismo: l’evidenza ormai è lampante!

E tu, che altruista sei?


1 David G. Myers
2 Foa, U.G., & Foa, E.B. (1975). Resource theory of social exchange. Morristown, N.J.: General Learning Press.
3 Sono le maggiori risposte ottenute in una indagine condotta da Jane Piliavin (2003)
4 Alvin Gouldner (1960)
5 Berkowitz (1972)

Author: Dott.ssa Francesca Caporale

Di formazione primariamente classica, mi presento oggi come Dott.ssa in Psicologia Clinica.
Attualmente tirocinante Psicologa in ambito oncologico, coltivo da sempre la mia passione per i libri.
Mi definiscono anacronistica, ed è così che mi piace essere.

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