[ Foto in copertina da superguidatv.it ]

Lucidi e neri sampietrini, buche e pozzanghere. È questo il leit-motiv della prima serie tv italiana targata Netflix, uscita in Italia il 6 ottobre 2017 e distribuita in 190 Paesi. Suburra – La serie, questo il titolo scelto per il prequel di Suburra, film diretto da Stefano Sollima nel 2015, con cui condivide oneri e onori. In una Roma primaverile del 2008, le strade di tre giovani delinquenti si scontrano al crocicchio delle vie del centro. Aureliano Adami (Alessandro Borghi), figlio di un boss di Ostia, Alberto “Spadino” Anacleti, fratello del boss sinti che controlla Roma Sud, e Lele (Eduardo Valdarnini), piccolo spacciatore e figlio di un poliziotto, decidono di mettersi in società e acquisire un ingente lotto di terreni edificabili al lido di Ostia.

L’affare fa gola a Samurai (Francesco Acquaroli), uno spietato burattinaio a servizio della mafia, e Sara Monaschi (Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. A spadroneggiare sul pasticciaccio, la corruzione e la collusione tra Stato e Chiesa, nella persona di un politico solo all’apparenza irreprensibile e di un monsignore tutt’altro che affidabile. La trama va sul sicuro, funziona, non manca nulla, e ammicca ad alcune produzioni compagne come Romanzo Criminale – La serie, in primis, e alla maestria di Gomorra – La Serie. E non è, infatti, casuale che, ad uno sguardo d’insieme, si possa avvertire il desiderio di raggiungere quegli alti livelli di regia. Tuttavia, la delusione è alle porte: i primi due episodi, girati da Michele Placido, non reggono la sfida e risentono di una confusione quasi programmatica. Mostrare subito tutto e tutti comporta una fatica che è palpabile e ne risentono fotografia e sceneggiatura – vedi i dialoghi e i contesti in cui Sara Monaschi si ritrova con la mentore Contessa: sì, anche voi avete ripensato all’F4 di Boris e alle luci smarmellate di Duccio, vero?!

Al di là di ulteriori scivoloni, il format flash-forward funziona moltissimo, soprattutto perché caratterizza ogni singola puntata e incolla lo spettatore allo schermo. Particolarmente apprezzabile, perché sincero e profondo, è il rapporto tra Aureliano e “Spadino”, il primo, bad boy alla Caligari, e il secondo, un pout-pourri di spacconeria, danza e sensibilità che rende il personaggio il favorito dello spettatore. Con il trio Aureliano-“Spadino”-Lele, si assiste al desiderio giovanile di sfondare prepotentemente nel mondo, di superare le frustrazioni e i legami familiari per tentare di edificare, più o meno lecitamente, le fondamenta della propria vita. Tenaci e combattive le figure femminili di Livia Adami (Barbari Chichiarelli) e Isabelle (Lorena Cesarini), rispettivamente sorella e compagna di Aureliano e Angelica (Carlotta Antonelli), moglie di “Spadino”, che paiono essere sempre nel giusto e vincenti, seppur infine inesorabilmente sopraffatte.

Il ritmo di ripresa pone e impone insistenza, preme sulla trama, accelerandola, costringe lo spettatore a piegarsi e alzarsi simultaneamente alle cadute e alle rivincite dei personaggi, come se per risalire la china, fosse necessario immergersi dapprima nella suburra di classicheggianti echi latini.

Forte il pezzo musicale di Piotta ft. Il Muro del Canto, per intero soltanto nell’ultima puntata: Roma è un volto stanco, di Madonna con le lacrime
gelosa, invadente, custode d’anime
curiosa, indolente, infedele, preghiera
Roma mani infami dentro l’acquasantiera.


Agnese Lovecchio

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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