Seleziona una pagina

Era il 10 Novembre 1995: l’attivista e scrittore Ken Saro Wiwa e altri otto uomini, dopo aver trascorso un anno in carcere, venivano processati e uccisi dall’esercito nigeriano. Le accuse mosse riguardavano l’omicidio di altri attivisti. Accuse che ancor’oggi suonano come improbabili, se non addirittura ridicole, considerato il valore morale di questi uomini e le battaglie da loro condotte fino alla morte.

Agli “Ogoni Nine” infatti, e più in particolare a Ken Saro, si deve la battaglia politico-sociale condotta contro il colosso Shell che da anni estraeva, in accordo con il governo allora retto dai militari, il petrolio in Nigeria. La popolazione degli Ogoni, gli abitanti del delta del Niger, stava progressivamente assistendo alla morte della loro attività principale, ossia l’agricoltura, a causa dell’inquinamento prodotto dalle estrazioni petrolifere. Fu allora che Ken Saro, “disgustato” dalle fiammate che il petrolio provocava e dal loro impatto ambientale, come ricorda Noo Saro Wiwa, figlia dell’attivista, decise nel 1990 di fondare il Movimento per la sopravvivenza della popolazione degli Ogoni: il “MOSOP”.

Tre anni dopo, nel 1993, trecentomila ogoni scesero in piazza a manifestare pacificamente per il riconoscimento dei loro diritti. Ecco così attuata la rivoluzione che Wiwa auspicava quando definiva il suo popolo «sonnambuli in marcia verso l’estinzione, verso uno sterminio di natura politica, del tutto inconsapevoli dei danni presenti e futuri del colonialismo interno».

Aveva deciso di “svegliarli dal loro sonno”, per usare le sue parole, e ci era riuscito. Consapevole delle conseguenze che questo avrebbe comportato. Fu arrestato quattro volte in pochi mesi quell’anno, senza alcun diritto di difesa. Ma non gli importava affatto poiché credeva nella sua battaglia. Battaglia combattuta con le bellissime parole. Il suo attivismo infatti non si manifestò solo nelle piazze, nelle lotte contro il governo, tra le mura di una buia prigione. La sua denuncia passò per le righe dei suoi testi e la celebre poesia “La vera prigione” ne è un esempio.

Wiwa sosteneva che vivere la prigionia non significa trascorrere ore vuote in un’umida cella con il tetto che perde, condannati al ronzio perenne delle zanzare. Tutto questo è sopportabile in confronto al compromesso, a colossale svantaggio di rinnegare se stessi. La vera prigione è abbassare silenziosamente la testa, sottostare agli ordini dei potenti e vivere nel timore. È non prendere una posizione, non combattere una battaglia per “la paura dei calzoni inumiditi”. È vivere come vigliacchi con la scusa dell’obbedienza alle leggi dei potenti. La vera prigione è quella della mente. E’ essere schiavi delle ingiustizie e non far nulla per combatterle. E’ accettare passivamente quello che accade.

Egli stesso aveva scelto il proprio destino e lo aveva visto pian piano realizzarsi. Aveva scelto consapevolmente di morire per le sue battaglie, mettendosi contro i signori, contro il potere: il governo e la Shell, alleati contro cui non avrebbe avuto speranza.

La domanda è: ne è valsa la pena? Vale la pena combattere una guerra già in partenza ‘di fatto persa’? Vale la pena mettere in gioco la vita, la carriera o la libertà per i propri ideali? Qual è la vera vittoria?

La vittoria di Ken Saro Wiwa, nonché quella di tutti i grandi uomini che hanno sacrificato la loro vita tra le mura di una cella, lontano dagli affetti, o di tutti coloro che hanno scelto la morte pur di non rinnegare se stessi, risiede in ciò che hanno lasciato al mondo. La grande vittoria di Wiwa sta nell’aver acceso i riflettori sulle contraddizioni presenti in Nigeria tanto che, a partire dalla sua uccisione, numerose sono state le organizzazioni, tra cui Amnesty International, che hanno abbracciato la sua causa ed hanno puntato il dito contro la Shell. Le grandi battaglie si vincono a piccoli passi. Il primo passo per sventolare le vere bandiere della legalità è invocare concretamente le basi della stessa. La Nigeria resta ancora uno dei principali Paesi devastati da corruzione e terrorismo e la storia di Wiwa rappresenta purtroppo solo un limitato numero di grandi tristi esempi di un popolo perennemente alla ricerca di se stesso e di un senso di libertà spesso oppresso e smarrito.

 

N.d.a: (Nel 1996 Jenny Green, avvocato del “Center for constitutional rights” di New York, ha avviato una causa contro la Shell considerandola coinvolta dell’uccisione di Wiwa e dei suoi compagni, causa conclusasi con il pagamento di un risarcimento da parte della Shell. Palesemente tesa ad evitare un processo nel quale non avrebbe trovato la via dell’innocenza).

Author: Francesca Del Vento

Amo viaggiare e ho una valigia sempre pronta per partire.
Mi appassionano le lingue, le culture e l’arte in tutte le sue forme

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!