L’11 Giugno 1963, un gruppo di monaci buddhisti attraversò le strade di Saigon (capitale dell’allora Vietnam del Sud), diretto verso l’ambasciata cambogiana. Giunti a destinazione, i religiosi si disposero circolarmente per assistere al traumatico spettacolo passato alla storia come “Immolazione di Thich Quàng Duc”:  dopo essere stato cosparso di benzina, Lâm Văn Tức (questo il nome da laico dell’immolato) si diede fuoco e si lasciò, imperterrito, divorare dalle fiamme, circondato dagli sbigottiti confratelli. L’episodio ebbe risonanza mondiale grazie alla ad una celeberrima foto scattata dal fotografo statunitense Malcolm Browne, e giocò un ruolo determinante nella caduta dell’autoritario regime di Ngo Dinh Diem, a causa delle pressioni dell’alleato statunitense (che di lì a poco avrebbe intrapreso il tristemente noto intervento militare nella guerra che vedeva contrapposto il Paese al Vietnam del Nord, comunista) generate dal discredito internazionale seguìto all’immolazione. Thich aveva, infatti, aperto una serie di roghi volontari e di violente proteste della maggioranza buddhista della popolazione sudvietnamita, duramente colpita dalle politiche governative che miravano ad imporre la religione cattolica.

Circa trent’anni dopo, lo scatto di Malcolm Browne divenne la copertina di un disco destinato ad entrare nella storia della musica leggera e ad influenzare un’intera generazione di musicisti, dotato della stessa carica contestatrice del tragico  gesto del monaco vietnamita e in grado di dare vita all’ultima, grande band del panorama del rock mondiale: “Rage Against The Machine”, pubblicato nel 1992 dalla band omonima.

SUCCESSO

Il gruppo nacque in California nel 1991, dall’incontro delle brillanti menti del chitarrista Tom Morello e del cantante Zack De La Rocha. La formazione sarebbe stata a breve completata con l’ingresso del batterista Brad Wilk e del bassista Tim Commerford, legati da precedenti rapporti (musicali e personali), rispettivamente, a Morello e De La Rocha. La line-up, ormai completa, iniziò a scrivere un gran numero di pezzi, attirando in breve tempo l’attenzione di numerose case discografiche statunitensi: la scelta ricadde sulla Epic Records (acquisita nel 1987 dalla Sony, il che porterà, per le ragioni che verranno a breve esposte, a numerose critiche nei riguardi del gruppo), che nel 1992 pubblicò l’album d’esordio del gruppo (appunto, “Rage Against the Machine”).

Il disco, che grazie all’appoggio della Epic raggiunse presto un successo planetario, si compone di 10 tracce di media durata (dai 4:05 minuti di Bombtrack ai 6:07 di Wake Up), ciascuna delle quali destinata ad entrare nella storia della musica leggera: i Rage Against The Machine (nel prosieguo: RATM), infatti, rivoluzionarono totalmente l’ormai declinante panorama del metal statunitense, che dopo l’età aurea degli anni ’80 stava venendo forzatamente estromesso dal panorama mediatico mainstream, infondendovi nuova linfa vitale grazie all’innesto, su strutture compositive, ritmiche ed armoniche proprie soprattutto della sua prima fase, di poderosi influssi provenienti dai generi più disparati.

In primis, per quanto riguarda la voce: De La Rocha, figlio di immigrati messicani socialmente emarginati, aveva nel decennio precedente esplorato le potenzialità dei generi maggiormente politicizzati della scena musicale americana per esprimere il proprio disagio, e dopo una “gavetta” nella scena hardcore punk aveva sviluppato una forte passione per l’hip hop che, in quel periodo, vedeva i propri canoni stilistici assumere la propria forma più compiuta ed elaborata. Al suo ingresso nei RATM portò dunque un dote un cantato ascrivibile appunto alla tradizione hip hop statunitense (allora in via di consolidamento) dotato di una vena di aggressività e di occasionali escursioni in vere e proprie urla che tradivano la sua formazione più propriamente punk, che meglio di qualunque altro potesse esprimere il radicale messaggio portato avanti nei veementi testi, da lui stesso composti in via esclusiva.

INNOVAZIONE

A farla da padrone in tutto l’album è, però, il rivoluzionario e poliedrico lavoro chitarristico di Morello. Rivoluzionario, sì, ma non certo dal punto di vista armonico, se è vero (come è vero) che raramente il Nostro esula da riff costruiti su quelle scale pentatoniche che avevano fatto la fortuna della prima fase del metal e, soprattutto, delle sue espressioni ancora maggiormente legate agli stilemi hard rock portati alla ribalta, a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70, dai Led Zeppelin (cui Morello si ispirò dichiaratamente per gran parte della propria militanza nei RATM). Il geniale apporto del chitarrista italo-irlandese-keniota-americano (questo l’articolato pedigree del musicista!) consiste, piuttosto, nell’affiancamento ad un riffing squisitamente settantiano (che in alcuni casi sorregge, con poche divagazioni, l’intero pezzo, come ad esempio in Know Your Enemy) di una strabiliante serie di effetti chitarristici innovativi ed ottenuti in maniera assolutamente eterodossa – tanto che gli album dei RATM divennero celebri per il loro recare, all’interno del proprio booklet, la frase «Nessun campionamento, nessun sintetizzatore e nessuna tastiera sono stati utilizzati nella produzione di quest’album», per prevenire il formarsi, nell’ascoltatore, del ragionevole dubbio che gli inusitati suoni rinvenibili nella produzione fossero stati ottenuti in uno dei modi succitati. Basti ascoltare pezzi come Bullet In The Head e Township Rebellion: ad un ritornello di stampo indubbiamente convenzionale (la chitarra distorta che suona power chords, sorretta dal basso che ne ripete le note fondamentali) fanno da contraltare strofe in cui questo stilema è totalmente destrutturato, per lasciare posto, in entrambi i casi, ad un lavoro ritmico esclusivamente bassistico cui si sovrappongono assurdi effetti di chitarra (ottenuti, rispettivamente, sfregando il plettro sulle corde e pizzicando le corde stesse sulla paletta invece che sulla tastiera).

L’intero lavoro di Morello si regge, insomma, su questa dicotomia tra tradizione ed innovazione: dicotomia che talvolta si esplica, come nei due pezzi appena ricordati, all’interno della canzone stessa, contrapponendo ritornelli assimilabili alla prima a strofe assimilabili alla seconda (secondo un modello che sarà poi portato alle estreme conseguenze in “The Battle of Los Angeles”, del 1999; sempre eccellente, ma privo della freschezza della release del ’92 e, alla lunga, ripetitivo, proprio per il suo insistere su questo schema) e talaltra nell’alternarsi di pezzi pressoché totalmente “canonici” (per quanto questo termine possa avere senso se riferito ai RATM; si pensi alla celeberrima Killing In The Name) e composizioni integralmente rivoluzionarie (Fistful Of Steel). In entrambi i casi, il chitarrista è in grado di lasciare la propria inconfondibile impronta: anche quando, nell’intro di Wake Up, opera un dichiarato tributo alla storica Kashmir dei Led Zeppelin, lo fa raggiungendo il medesimo risultato che si otterrebbe con la convenzionale tecnica chitarristica attraverso un continuo scordare e riaccordare la corda della chitarra durante l’esecuzione stessa, dimostrando così di saper aggiungere il proprio tocco personale anche quando la continuità con il passato è il fine esplicitamente perseguito. Morello si staglia così come un gigante nel panorama dei chitarristi di musica leggera del  XX secolo, dotato tanto di padronanza del linguaggio espressivo più classico, quanto di visionario ed incontenibile estro innovativo, tali da permettergli di sviluppare uno stile totalmente inimitabile – ed inimitato, quasi come se tutti i chitarristi giunti alla ribalta dopo di lui si fossero resi conto dell’irripetibilità di un’esperienza così genuinamente unica nella sua tensione interna tra i due poli.

MILITANZA

I RATM sono, però, più, molto più che una semplice band metal – sempre che il risultato finale del loro mix stilistico-espressivo possa ancora essere definito tale (tanto che, usualmente, viene indicato come alternative metal; etichetta, come si capisce, quanto mai vaga e priva di reale contenuto). Il gruppo ha, infatti, fin dei propri esordi, affiancato alla dimensione strettamente musicale un costante impegno di natura politica che forse, per certi versi, è anzi la vera ragion d’essere della formazione. L’attenzione per temi come il consumismo, la globalizzazione, le battaglie delle minoranze etniche e la causa libertaria, affrontati da una prospettiva marcatamente di sinistra, è frutto essenzialmente dell’apporto di De La Rocha, che, come sopra accennato, vi era stato sospinto dal clima di forte disagio sociale entro cui era cresciuto, e di Morello, il cui avvicinamento al mondo della politica era stato propiziato dall’attivismo della famiglia (il padre, diplomatico kenyota, era a sua volta nipote di Jomo Kenyatta, primo presidente eletto del Kenya postcoloniale). Com’è logico, la forte politicizzazione del gruppo traspare in primo luogo dagli infuocati testi di De La Rocha: dalla traccia di apertura, Bombtrack (vero e proprio flusso di «thoughts from a militant mind», a metà tra un concitato j’accuse nei confronti del capitalismo e del vuoto patriottismo statunitense ed un’ardente professione di fede rivoluzionaria), a quella di chiusura, Freedom (dedicata all’attivista politico Leonard Peltier, condannato all’ergastolo per l’omicidio di due agenti dell’FBI a sèguito di una controversa vicenda processuale), «Rage Against the Machine» si dipana attraverso una serie di canzoni che nulla concedono a temi estranei alla sfera pubblica, i quali vengono, invece, sempre trattati con sferzante schiettezza. Se Killing in the Name, dedicata allo spinoso (e tragicamente attuale) tema del razzismo delle forze dell’ordine statunitensi, e Wake Up, vero e proprio compendio di storia dei movimenti contro la segregazione razziale e della lacerazione da essi prodotta nella società americana (giunte fino a vere e proprie forme di repressione da parte dello Stato), tradiscono l’ispirazione nascente dalle vicende personali di De La Rocha, altri pezzi, come Take The Power Back e Bullet In The Head, affrontano temi più generali propri alle concettualizzazioni della nuova sinistra del secondo ‘900, come l’omnipervasività del consumismo (leitmotiv marcusiano del ‘68) e il carattere repressivo del sistema educativo occidentale. La scelta dell’immolazione Thich come immagine-simbolo dell’album appare, così, pienamente giustificata: idealmente, De La Rocha e compagni si pongono infatti il fine di denunciare, con la medesima intransigenza del monaco vietnamita, le storture del mondo loro contemporaneo, riuscendo peraltro ad incanalare il proprio, radicale messaggio nella forma estetica a ciò più adeguata.

Ciò non esaurisce, però, l’attivismo del gruppo. Per tutto il corso degli anni ’90, i RATM  sfruttano l’enorme notorietà acquisita grazie alla propria musica per compiere gesti eclatanti di sensibilizzazione rispetto alle tematiche trattate nei tre album di inediti di cui si compone la loro succinta discografia. Tra gli episodi più noti, l’annullamento di un concerto nel 1993 per protestare contro la censura nei confronti delle opere musicali (i musicisti si presentarono sul palco nudi, senza strumenti, con le bocche tappate da strisce di scotch e la sigla PMRC – associazione di genitori statunitensi, particolarmente attiva verso la fine degli anni ’80 per prevenire la diffusione di messaggi “diseducativi” – dipinta sul petto) e la partecipazione, nel 2000, alla manifestazione della sinistra no global contro la convention nazionale del Partito Democratico statunitense; ma innumerevoli sono gli episodi di radicale contestazione attribuibili al gruppo nel corso degli anni, come la sistematica prassi di bruciare bandiere statunitensi al termine dei propri concerti. Menzione a parte merita la realizzazione, nel 2000, del videoclip della canzone Sleep Now In The Fire, affidata al celebre regista Michael Moore: il gruppo si fece riprendere mentre suonava, senza autorizzazione, davanti all’ingresso della borsa di Wall Street (peraltro con notevole coinvolgimento dei dipendenti della stessa), causandone la mancata apertura per l’intera giornata.

Era inevitabile che il gruppo attirasse una fiumana di critiche nei propri confronti: come ricordato in apertura, infatti, per tutta la sua esistenza esso fu prodotto e distribuito da una sussidiaria della Sony, multinazionale della tecnologia quotata su quel mercato azionario globale che la sconcertante occupazione di Wall Street (ante litteram) mirava a danneggiare. Dell’ineliminabile tensione che da ciò discendeva era peraltro ben conscio lo stesso Morello, che in una celebre dichiarazione affermò, rivendicando la dignità della propria condotta ed, anzi, la sua perfetta coerenza con le finalità che il gruppo si proponeva, nella misura in cui la dimensione transnazionale della Sony favoriva la diffusione di idee contestatrici:

«Non ci importa predicare per chi si è convertito. È bello occupare illegalmente case abbandonate guidate da anarchici, ma è bello anche saper raggiungere la gente con un messaggio rivoluzionario.»

È però innegabile come il vero perno della portata contestatrice del gruppo non fosse Morello, ma De La Rocha. A sèguito (e, almeno parzialmente, a causa) della vittoria delle elezioni presidenziali americane del 2000 da parte del repubblicano G. W. Bush, infatti, l’istrionico cantante lasciò i RATM, decretandone, di fatto, lo scioglimento.  La scelta venne giustificata con il seguente comunicato:

«Sento di dover lasciare adesso i Rage, perché il nostro processo nel prendere le decisioni è completamente fallito. Non incontra più le aspirazioni di noi quattro collettivamente come band, e, dalla mia prospettiva, ha minato i nostri ideali artistici e politici. Sono estremamente orgoglioso del nostro lavoro, sia come attivisti che come musicisti, così come sono riconoscente e grato a tutte le persone che hanno espresso solidarietà e condiviso questa incredibile esperienza con noi

Come peraltro traspare dalla stessa dichiarazione di De La Rocha, il gruppo era allora minato da dilanianti tensioni interne, principalmente legate al difficile rapporto tra le ingombranti personalità di De La Rocha stesso e Morello, ed è pertanto difficile ritenere pienamente sincera la preponderanza della motivazione politica nella decisione del rapper. È, però, un dato di fatto che, a sèguito della sua dipartita, questi abbia continuato, con il suo progetto solista, la strada dell’attivismo (peraltro non sempre raggiungendo, dal punto di vista estetico, risultati esaltanti), anche a costo di relegarsi volontariamente nel più puro underground; i rimanenti membri, invece, diedero vita al progetto Audioslave, affidando la voce a Chris Cornell, cantante dei Soungarden. Il gruppo, pur caratterizzato dal consueto ed inconfondibile tocco morelliano, si orientò su stilemi completamente differenti da quelli che avevano reso celebri i RATM (componendo comunque pezzi di eccellente qualità e che, peraltro, raggiunsero un notevole successo radiofonico), e bandì pressoché totalmente dal proprio orizzonte le tematiche politiche che avevano caratterizzato, e contribuito a rendere grande, l’irripetibile esperienza precedente.

L’integrità di De La Rocha non sembra, dunque, suscettibile di essere messa in discussione (e probabilmente per tenervi fede il cantante ha deciso di non partecipare alla semi-reunion dell’anno scorso, che prende il nome di Propehts of Rage e lambirà anche le terre italiane il prossimo 25 Giugno). Anzi, l’esperienza successiva permette forse, caso mai ve ne fosse stato bisogno, di non dubitare della genuinità, tra l’altro, della fiducia nella fine delle discriminazioni su base etnica con cui, ormai venticinque anni fa, le laceranti e indimenticabili grida, destinate a concorrere nel cambiare la storia della musica leggera, venivano riversate nel microfono, folgorando milioni di ascoltatori di tutto il mondo, in chiusura a Wake Up:

«How long?

Not long!

‘Cause what you rip is what you sow!»

(«Per quanto ancora? Non per molto, perché si raccoglie ciò che si è seminato!»)

Author: Paolo Mazzotti

Studente di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Trento. Tra i suoi principali interessi rientrano la politica, la letteratura e la musica (in particolare, il metal nelle sue varie sfaccettature).

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