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foto da: outsidersmusica.it

Matt Berninger è uno degli artisti americani più fuori dagli schemi degli ultimi dieci anni. Tutto comincia in Ohio grazie alla testardaggine del frontman, capace di mettere assieme questa band composta da cinque musicisti. In America, i The National sono considerati degli dei. La prova schiacciante è la loro presenza avvertita in film e serie tv americane che hanno utilizzato la loro canzoni recentemente: da Grey’s Anatomy ( in cui troviamo Vanderlyle Baby Cry) a Il trono di spade. Tra i film invece ritroviamo ‘Before We Go‘, film diretto e prodotto da Chris Evans, e la Torcia umana dei Fantastici 4, la cui colonna sonora è England. In Italia li conoscono in pochi: chi ha avuto la fortuna di sperimentali è sicuramente a conoscenza della loro partecipazione al Pistoia Blues Festival, uno dei rari eventi nazionali avvicinabili ad avvenimenti annuali come lo Sziget o il Primavera Sound Festival, ormai frequentatissimi nel panorama musicale europeo.

I National vivono esordio in sordina nel 2001, quando producono Dirty songs for Dirty Lovers, mescolando il country al pop. La critica li acclama con Alligator nel 2007, prima del loro più recente masterpiece nel 2013 dal titolo abbastanza inquietante: “Trouble Will find me.”

Matt, frontman dalla personalità disturbata, che non esime di mostrare nei concerti e nei videoclip, sorprende per personalità e carisma. E ‘disturbate’ sono anche le sue canzoni, flussi di coscienza sotto effetti di stupefacenti, come Abel, nella quale ripete innumerevoli volte “My mind is not right” e si agita col microfono in mano, dimostrando tanta inquietudine da farci sprofondare letterariamente in un libro di David Foster Wallace.

L’ultimo album appunto è una rivelazione: il secondo ed il terzo brano, Demons and Don’t swallow the cup, ci parlano di demoni e ossessioni che tutti (o quasi) tendiamo a nascondere. In Don’t swallow the cup, i demoni hanno la meglio e il cantante invita qualcuno (o forse se stesso) a non mandar giù il liquido di un misterioso bicchiere. Forse una specie di nostrano Breve invito a rinviare il suicidio del maestro Battiato?

Si va giù per le tracce, sospesi, ma anche confusi un po’. Dopotutto i National fanno questo effetto: ti sradicano dalla realtà catapultandoti in pianeti interiori paralleli. Nelle musiche troviamo ritmi diversi ma riconoscibili. Nelle canzoni dei National troviamo marce, ritmi martellanti, ma anche accostamenti di melodie dolci-amare intonate dalla voce oscura di Berninger che può diventare piacevolmente tetra.

It’s a terrible love that I’m walking in
It’s a terrible love
That I’m walking with spiders
It’s a terrible love that I’m walking in
It’s quiet company (da Terrible Love)

In High Violet, acclamato dalla critica in maniera unanime, ci si ritrova di fronte ad un Berninger ancora al cospetto di una vita difficile, travagliata, mentre si fluttua con lui in atmosfere mondane newyorkesi.

Ci sono poi The Virginia EP e The Boxer con copertina facilmente confondibile in modo non casuale. Un unico album per lo stile delle canzoni eseguite. Si passa qui attraverso pezzi come Slow Show alla rivisitazione di Mansion on the Hill, vecchia canzone country, cantata anche da Bruce Springsteen ma riadattata dalla band dell’Ohio magistralmente con l’aggiunta di archi in sottofondo, per arrivare a Mistaken for strangers nonchè a Fake empire.

Ma l’apice è toccato con Sons and daughters of Soho riots: il quartiere è Soho a New York, quartiere degli artisti, scenario di una storia d’amore ormai al termine, in cui la band canta la disillusione dopo le grandi speranze all’inizio di ogni relazione. Nel quartiere di Soho ebbe luogo una rivoluzione culturale in cui alcuni artisti emergenti resero il precedente centro industriale un luogo di ritrovo appunto per gli artisti stessi. Nonostante lo scopo di questi artisti fosse rendere accessibile a tutti questo quartiere, la generazione successiva ha fatto di questa rivolta un simbolo radical chic, trasformando il quartiere popolare in zona residenziale di prima classe, cosa che gli artisti fautori della rivolta avevano previsto. Berninger, con classe, paragona la fine prevedibile di questa relazione al risultato di questo episodio di Storia americana contemporanea. (1)

Ascoltando i The National, insomma, è impossibile rimanere impassibili, incollati alla sedia, mentre è facile ascoltare le vibrazioni che rilasciano. La loro abilità nel descrivere complessi e paranoie comuni attraverso ritmi ossessivi offre una adeguata pennellata di Impressionismo a gran parte dei componimenti. A tre anni di assenza dalla scena musicale internazionale, ci auguriamo che la follia di Bernigner e compagni ci accompagni ancora, e che le loro canzoni continuino a psicanalizzarci sempre. Anche l’Italia li attende al varco, con spasmodica attesa.

NOTE

(1) http://www.slowshow.org/site/index.php/notizie-50/35-traduzioni/canzoni-in-discografia/128-daughters-of-the-soho-riots

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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