Seleziona una pagina

[In copertina: Elisabeth Moss nei panni di June, protagonista della serie. Foto da arstechnica.com]

Adattamento cinematografico del best seller internazionale Il racconto dell’ancella, scritto nel 1985 da Margaret Antwood, The Handmaid’s Tale è una storia ambientato nel distretto di Gilead, un neo Stato a regime totalitario situato indicativamente nella zona orientale degli Stati Uniti. La dimensione spazio-temporale, la medesima in cui il mondo occidentale si definisce libero e si proclama autosufficiente, viene stravolta da un manipolo di fondamentalisti armati, che si dichiara in linea con il ritorno agli antichi valori biblici, imponendo il rispetto delle regole con le armi.  

The Handmaid’s tale, vincitore di ben otto Emmy awards nell’agosto 2017, accompagna per mano lo spettatore in una realtà distopica, popolata da un fantasma in carne ed ossa: il Regime. 
Abbattutosi come un violento tornado su una società occidentale open mindedesso impone alle poche donne rimaste indenni dalla piaga dell’infertilità di mettere al mondo creature senza il loro consenso, allontanandole dal contesto famigliare e addestrandole ad un fuorviante training educativo. Perversa e anacronistica è la giustificazione fornita dalla dura lex: come nell’Antico Testamento Giacobbe si unì a Bila, schiava fertile di sua moglie Rachele, perché gli desse un figlio, così le ancelle si trovano in stato di completo asservimento, premio di un capriccio bestiale. Sed lex 

La serie tv dà voce alla storia di June, divenuta Of-Fred (Elisabeth Moss), una giovane donna, privata del suo nome e asservita ad ancella di Fred Waterford (Joseph Fiennes), un facoltoso Comandante di Gilead. In questa terrificante società, le ancelle e le mogli dei ricchi dirigenti di partito sono definitivamente private di qualsiasi tipo di libertà: non possono leggere, non possiedono denaro, non vestono che una divisa, spersonalizzante e anonima, non prendono decisioni e non sono libere di uscire di casa se non sotto scorta.  

Non esattamente adatta ai deboli di cuore, la regia di Reed Morano sferza un pugno direttamente nello stomaco, non si serve di mezzi termini e inquadra in lunghi campi le impiccagioni e in primissimi piani le espressioni di terrore. Sistematicamente, all’apice della tensione e della suspance, decide di realizzare ciò che lo spettatore più teme. E lo fa magistralmente ingrigendo e addensando i toni della fotografia che si mostra, invece, più soffice e luminosa quando la protagonista si esercita costantemente al ricordo dei suoi affetti più cari, strappatigli su una strada fredda e pericolosa di Maccarthiana memoria. La cura estetica e il contouring cromatico, che ne derivano, rispecchiano pure la consuetudine del sistema propagandistico del Regime: la purezza e la semplicità esteriori intendono seppellire le brutalità nascoste tra maniere candide e diabolicamente gentili.  

The Handmaid’s Tale è, tra gli altri, un capolavoro di sceneggiatura: parallelamente allo straniamento di ambienti, alla circuizione di circostanze e alle manifestazioni di violenze la cui visione dello spettatore è sottoposta, c’è il coraggio di June. L’ancella non si piega alle lusinghe della stupidità. Si stupisce delle indicibili angherie a cui le compagne sono sottoposte, concede che le sia fatta violenza, ingoia l’amarezza delle ingiustizie, ma mai dispera. È, infatti, la sua voce fuoricampo che consola lo spettatore e lo guida fino all’ultima puntata della stagione che, con un finale aperto e volutamente sospeso, preconizza una rivincita e un “ritorno all’ordine” nel futuro.   


Agnese Lovecchio

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!