Nessuna illuminazione in Europa per la tragedia di San Pietroburgo. Un atteggiamento né giusto né intelligente.

Qualsiasi cosa si possa pensare delle illuminazioni sugli edifici pubblici con i colori delle bandiere straniere per mostrare solidarietà dopo un tragico evento, esse sono ormai diventate una consuetudine, per questo l’assenza della bandiera rossa,bianca e blu della Russia di Putin dopo l’attentato terroristico a San Pietroburgo di lunedì 3 aprile non è passata inosservata. Nel contesto è stata persa un’occasione in più per neutralizzare una notizia pericolosa.

Naturalmente, siamo nel bel mezzo di una guerra fredda rinnovata e ci sono tutte le ragioni per cui l’Europa debba sentirsi ostile nei confronti della Russia: dall’annessione della Crimea fino alla sua aggressiva attività d’intelligence. Tuttavia, v’è una vocazione superiore d’umana empatia, la sensazione di essere tutti uniti di fronte alla minaccia inaspettata e indiscriminata del terrorismo. È improbabile che uno qualsiasi dei passeggeri della metropolitana di San Pietroburgo abbia scatenato gli “omini verdi” in Crimea, o architettato misure attive nelle capitali europee. Ci può essere lutto anche al di là della condotta dei governi.

Per coloro che sono meno convinti, ecco la spietata logica pragmatica.

Tutto è simbolico, e non mostrando la solidarietà, l’Europa ha assecondato la retorica del Cremlino basata più e più volte su vaghe motivazioni. Il Cremlino sostiene che l’Occidente, fondamentalmente russofobico, goda nel vedere la Russia impantanata in guai di ogni genere. Sostiene inoltre che l’Occidente voglia diffondere in Russia: confusione e sgomento, sospetto e incertezza. (Ha un non so che di familiare? Sì, è esattamente ciò che Mosca sta facendo con l’Europa).

Il corollario è che quando la Corte europea dei diritti dell’uomo censura Mosca, quando una delegazione dell’Unione Europea chiede una maggiore trasparenza e ogni volta che un osservatore occidentale rileva difetti nei processi elettorali, ogni azione può essere interpretata nel migliore dei casi come “european mischief-making” (perfidia europea), e nel peggiore come proseguimento della “guerra ibrida”.

Si tratta di una deprimente performance di judo retorico che consente di trasformare osservazioni (abbastanza) corrette in terreno fertile per incentivare una massiccia chiusura mentale (n.d.t.) e di respingere gli invasori ideologici. E tristemente, funziona.

Così segue l’alternativa, o meglio il complemento della strategia europea: il proseguimento di una linea dura contro gli abusi e le aggressioni russe; il sostentamento della filosofia NATO con 2% del PIL per la difesa; la costituzione di una contro-intelligence e di una sicurezza finanziaria europea e la battaglia nel contrastare la disinformazione e sovversione politica.

Ma questo non basta. Allo stesso tempo, ogni volta – nel vero senso della frase – che è umanamente possibile, l’Europa dovrebbe cercare di mostrare alla Russia l’affetto che può. Un affetto duro, forse, ma comunque affetto. Condividendo il lutto per le loro perdite, celebrando i loro trionfi culturali, lodando i russi quando fanno qualcosa di giusto (perché accade anche questo, ogni tanto), vietando il denaro sporco dei loro oligarchi e le loro legislazioni paranoico-patriote, ma allo stesso tempo accogliendo i suoi studenti, turisti, artisti e imprenditori.

Prima di tutto, questo modo di fare nega ai propagandisti del Cremlino facili occasioni. Tutto questo per minare attivamente la loro perniciosa narrazione che cerca di forzare i russi a una scelta artificiosa del tipo “o noi o loro”, “o patriota o traditore”.

In secondo luogo, ricordate quegli ideologisti oscuri che vedono la “guerra ibrida” – o forse più correttamente “guerra politica” – dietro ogni cosa? In un certo senso, hanno ragione. Questa è una lotta di memes e valori, di slogan e simboli. Coloro che mirano alla sicurezza dell’Europa a lungo termine in cambio di regime al Cremlino dovrebbero avere la possibilità di mettere in discussione le affermazioni incombenti che i russi sono soli e circondati.

Arrendersi ai meschini individui che in qualche modo pensano che San Pietroburgo non “merita” simpatia a causa di Sebastopoli, che affermano che ogni incidente terribile è una sorta di operazione “false flag”* istigato da Putin per generare una sorta di sentimento “rally-round-the-flag”**, non è solo sbagliato ma anche pericoloso. Sono loro ad essere, ironia della sorte, i suoi migliori alleati.

Alimentate l’affetto verso il Cremlino, alimentatene così tanto da soffocarlo. Fatelo perché lo ritenete giusto o fatelo perché è intelligente, ma fatelo in ogni caso.

Articolo originale qui

*False Flag: Tattica segreta nell’ambito di operazioni militari o attività di spionaggio, condotte per apparire come perseguita da altri enti e organizzazioni, anche attraverso l’infiltrazione o lo spionaggio di questi ultimi. “Bandiera falsa” deriva dall’espressione inglese l’idea è quella di “firmare” una certa operazione “issando” la bandiera di un altro stato o la sigla di un’altra organizzazione.

**Rally around Flag: Maggiore sostegno popolare di breve periodo al Presidente durante i periodi di crisi internazionale o di guerra, riducendo la critica delle politiche governative.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Author: Roberto Del Latte

Sono un blogger e laureando in lettere moderne a Bari. Sono appassionato di politica estera e collaboro con diverse riviste del settore, tra cui theZeppelin e il Caffè Geopolitico, dove tratto le politiche energetiche, la politica degli stati post-sovietici e la geopolitica delle religioni.

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