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Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

 

“L’identità è un costrutto, è un’invenzione. Ognuno di noi è un essere contraddittorio molto più profondo di quel che emerge in superficie. Di me stesso e degli esseri umani m’interessa il fatto che siamo molteplici. Siamo una moltitudine di pulsioni e di elementi contraddittori. Ascolta il disco: io sono tutto questo messo insieme. Io sono più persone.” (Cosmo)

 

C’è una fauna che in Italia popola un genere chiamato pop, che è fatta perlopiù da dinosauri. E’ la roba che ascoltano le vostre mamme, quasi tutte, indistintamente. C’è qualcos’altro che la gente chiama indie con pochissima cognizione di causa, in quanto è vero, è partita da spazi indipendenti ma ha conquistato sempre più spazio grazie ad una certa pervasività sia nell’attività live ma soprattutto sui social.

Non tutto è da buttare, anzi.

In realtà il termine indie è quanto di più errato per gente che, di fatto, ultimamente sta popolando sempre di più le vostre radio.
Tommaso Paradiso e i TheGiornalisti, Calcutta, gente che sta proponendosi di ridefinire un certo contesto musicale nel panorama italiano, con esiti a volte riusciti, a volte no.

(Ecco, ovviamente questo non si può dire riuscitissimo)

In mezzo a tutta questa galassia di autori relativamente giovani, troviamo una scheggia impazzita di nome Cosmo.

Classe ’82, di Ivrea, laureato in filosofia. Marco Jacopo Bianchi, questo il suo vero nome, prima della carriera solista, è stato il frontman dei Drink to me, un gruppo italiano post-punk famoso nella scena indipendente italiana, ma ha anche fatto il professore di storia in alcuni istituti superiori. E’ già padre di due figli, in questo senso il suo identikit non è quello di una persona comune.

In Cosmo convivono molte anime, e la sua nuova creatura, Cosmotronic è l’esempio lampante. Già con il precedente album, L’ultima festa, Cosmo si è immerso in una ricerca musicale che ha virato verso l’elettronica fino a sconfinare nel clubbing puro, da cassa dritta, mentre in altri momenti ha voluto mantenere una certa purezza negli arrangiamenti, soluzione che permetteva ai testi più affascinanti di emergere.
Non parliamo di testi che affrontano tematiche complesse, le parole si uniscono e spesso partono da una radice autobiografica, presentando immagini che nella loro semplicità, costruiscono un universo quotidiano e affascinante per quanto è possibile sentirlo vicino e rassicurante. Un senso poetico unito a cose e immagini reali è ciò in cui risiede la forza e una certa bellezza dei testi di questo artista.

(Una gita sul lago/ pedalò e vino bianco/a mille all’ora col Suv in un sentiero di fango/ e dopo l’ora del tè corriamo all’autolavaggio/  […]Il nostro amore ci aspetta/ non c’è fretta/ niente canzoni tristi, è un lunedì di festa)

Dopo un album indovinatissimo, Cosmo avrebbe potuto seguire l’onda, proseguire con una formula che funzionava, risultando oltretutto originale per sound. Ma probabilmente avrebbe snaturato la sua natura. 

In un percorso pop, spesso è consigliata una certa prudenza editoriale. Ti dicono che sarebbe meglio fare un disco da 10, 12 tracce. Cosmotronic è un album doppio. La forma delle canzoni pop si ricava perlopiù dall’alternanza tra strofa e ritornello, mentre Cosmo già ne L’Ultima festa usa strofe libere. Inoltre nel secondo album che compone Cosmotronic trovano spazio anche brani strumentali, che magari vedono come testo solo due frasi e si sviluppano formando un campionamento che viene “suonato” e si ripete all’interno del brano stesso.

“Non c’è contraddizione, perché l’identità è un’invenzione sociale.”

 

La prima parte è quella dove troviamo il Cosmo che prova a rubare dal cantautorato di Battisti e Panella. Che in Bentornato, sembra quasi volerci dare il suo manifesto e svelare contemporaneamente tutte le sue insicurezze artistiche (Vorrei cantare bene al primo colpo/vorrei scrivere una canzone in un minuto/fare tutto in un unico concerto). 

Con Turbo e Sei la mia città, si esplorano due lati totalmente diversi.

Turbo, che appare scanzonata, lo è solo in apparenza. La melodia parte da alcuni campionamenti di musica siriana e in generale la canzone mantiene un’atmosfera molto tribale. A Radio Deejay, lo stesso Cosmo ha dichiarato:”Tutto è partito da un campionamento di musica siriana. Mi sono lasciato guidare da quella suggestione, sia per la musica che per il testo. Non mi va di spiegare troppo, ma la realtà che bussa oggi alla porta non è qualcosa di piacevole e per questo viene seppellita da una risata, dalla distrazione, dalla scarsa consapevolezza della responsabilità verso il resto del mondo “.

Quando Cosmo invece canta “Sei la mia città”, lo canta riferendosi a Ivrea. Ma lo canta anche riferendosi alla sua donna, usando una metafora anche piuttosto abusata. Ma canta le stesse parole riferendosi allo spazio fisico di casa sua. L’ispirazione per il sound malinconico è presa da “I am Sky”, un pezzo di Laraaji, a cui Cosmo ha unito, attraverso il testo, tutte le sensazioni che provava durante il tour.

Così, pur con un sound fresco, coinvolgente, Cosmo si è preso uno spazio che in Italia non era occupato da nessuno. Ha colmato un vuoto di elettronica puntando però ad usarla in direzione di ritmi ballabili. Ed è questo che Cosmo ha voluto cercare con Cosmotronic: un ritorno alla musica come “viaggio”, parola che ricorre sempre di più nelle sue interviste. Essendo un adolescente negli anni ’90, è perfettamente logico l’amore che il Bianchi nutre per il clubbing e lui stesso ha notato come nel tour de L’ultima festa, alcuni brani scatenassero “dei picchi di delirio in pista”, per questo ha voluto inseguire questa direzione consapevolmente, curandone tutti gli aspetti, dalla produzione al mixing.

E’ da questa considerazione che nasce la seconda anima di Cosmotronic. Tutti i pezzi del secondo disco nascono per essere mixati durante dj-set, motivo per cui anche i live di Cosmo cambieranno: come spiegato a Giovanni Ansaldo per Internazionale, il live è solo una parte del concerto. Prima e dopo, ci saranno dei dj set che a volte si trascineranno fino a mattina, come se fosse una vera serata.

Ed è qui che prendono forma e acquistano ancora più senso pezzi come Ivrea-Bangkok, un pezzo totalmente strumentale a cassa dritta, che nel corso del suo sviluppo Cosmo ha suonato più volte durante le serate di Ivreatronic, una rassegna di musica elettronica che lui stesso ha ideato con un gruppo di amici e produttori/dj di Ivrea, non è altro che una manifestazione per restituire alla città qualcosa di interessante e stimolante dal punto di vista musicale e sociale.

L’idea di mettere in piedi il progetto mi è venuta un giorno insieme ai miei amici. Ci siamo detti: “Facciamo qualcosa a Ivrea, tanto da qua mica ce ne andiamo”.

Parte quasi sempre tutto da dei campionamenti, in Ivrea Bangkok a essere campionato è un disco appartenente a un catalogo tailandese. In Barbara invece, è la voce della mamma di Marco ad essere campionata, e per questo la canzone porta il suo nome nel titolo, mentre dice alcune brevi frasi. In questo Cosmo si è ispirato, rivalutandone le qualità, a ciò che facevano i vocalist, in quanto secondo lui nel momento in cui viene fatta con gusto, rivela potenzialità espressive infinite.

(Cosmo, via Instagram)

 

E’ possibile prendere Barbara come una riflessione sulla vita ma anche su questo flusso di coscienza che si chiama Cosmotronic. Le parole che Barbara pronuncia sono una riflessione su quanto le forze ci muovono e dobbiamo ricercare un nostro equilibrio.

Come un acrobata
Camminando su un filo sottile
Cercando di non cadere

 

E’ possibile trovare delle analogie tra la descrizione della vita che Barbara fa, da mamma a figlio, con quello che Cosmo ha voluto fare con questo album.Tirato per la manica del braccio sinistro dai cantautori e per il braccio destro da Gigi D’Agostino,Cosmo ha cercato senza voler essere ipocrita, di presentarsi nelle sue contraddizioni.

Separandole, ha mostrato come due anime diversissime possono convivere.

Ed è davvero un Cosmo all’apice della sua forza e della sua consapevolezza artistica, quello che ne è uscito fuori.

 

Allarmanti connessioni

Allarmanti connessioni

Soltanto qualche giorno fa il Wall Street Journal ha condiviso con i propri lettori una notizia che coinvolge il magnate dell’industria di telefonia e computer Apple. Jana Partners LLC e Calstrs, due dei più importanti fondi azionistici dell’azienda, hanno scritto alla compagnia di Cupertino, rivelando le loro preoccupazioni sull’utilizzo dello smartphone da parte di bambini ed adolescenti: l’abuso del mezzo creerebbe una dipendenza tale da minacciare la sanità mentale dei soggetti interessati. L’accusa non si scatena però come fulmine a ciel sereno.

Nel corso dello scorso anno, i due fondi pensionistici hanno infatti collaborato agli studi di Jean Twenge, studiosa ricercatrice dell’Università di San Diego, California. Twenge sostiene, testimoniandolo, il rovesciamento di abitudini, relazioni, contatti, rapporti che i nati tra il 1995 e il 2012 sviluppano rispetto a coloro che li precedono. Sempre più spesso accasciati sugli schermi dello smartphone e rapiti dai videogiochi sul tablet, i bambini e gli adolescenti che popolano le città occidentali preferiscono stare sui social o guardare la tv o giocare ai videogiochi che passare una serata con i coetanei.

Negli Stati Uniti, il fenomeno da dipendenza smartphone (utilizzo medio calcolato su cinque ore al giorno) colpisce il 56% del bacino analizzato ed è così cogente da allarmare i colossi dell’industria tecnologica. Gli studi della Twenge mostrano chiaramente la correlazione tra abuso delle tecnologie e aumento di depressione infantile, spesse volte causa di suicidio («The more time teens spend looking at screens, the more likely they are to report symptoms of depression»).

Siti di social network, come Facebook, promettono la connessione con i propri amici. Tuttavia, gli adolescenti che controllano costantemente l’attività dei loro contatti sul web, meno spesso vedono quelli di persona e aderiscono ad uno stato di solitudine che li priva di interazioni sociali. In questo modo, sono più esposti alla commiserazione e alla depressione. Lo sostiene anche Roger McNamee a seguito dell’aggiornamento dell’algoritmo di Facebook annunciato dal fondatore pochi giorni fa, con lo scopo di aumentare le interazioni virtuali con amici e parenti.

Non c’è una correlazione scientificamente diretta o una dichiarazione comprovata sulla pericolosità dello strumento cellulare/tablet, ma sembra che la nascita dello smartphone sia parallela ad una serie di fenomeni in decrescita. Dal 2007, calano drasticamente le uscite con gli amici, la volontà di acquisire la patente di guida (e quindi l’indipendenza dai genitori), si contano meno appuntamenti e una diminuzione dei rapporti sessuali tra gli adolescenti.

Il report di Twenge e la lettera d’appello ad Apple sembrano davvero non lasciare scampo a dubbi. I telefoni sono veicolo di dipendenza e forniscono tipologie di dipendenza variabile: basti pensare che esistono app per tutti, app che soddisfano il desiderio di ognuno, app che creano un desiderio e sviluppano un’induzione al bisogno di cui non eravamo coscienti.

La soluzione?

Alcuni parlano di umanizzare la tecnologia, evidenziando il rischio dell’esclusione dei mezzi di comunicazione nel percorso educativo degli adolescenti. Spegnere tutto non è la scelta migliore. E chiedere ad Apple di produrre soluzioni software che diminuiscano l’impatto negativo sul sistema nervoso dei bambini e degli adolescenti non fa altro che deresponsabilizzare il ruolo degli educatori. Aiutare i giovani a vivere una vita online “sostenibile” potrebbe allora creare un rapporto proficuo con il mezzo di comunicazione: i comportamenti dell’online e dell’offline dovrebbero essere regolati, educati, determinati da un bisogno di rinnovata cultura. Laddove si riscontrano problemi sulle nuove tecnologie, esse si legano effettivamente a patologie comunicative con genitori e purtroppo anche con i coetanei. Evidentemente il problema è urgente e si nutre di una fragilità generazionale che incolpa i genitori, figli di altrettante tecnologie.

Come rivela Twenge, il fenomeno non è nuovo e i social network sono soltanto l’ultima appendice di un percorso narcisistico cominciato alla fine degli anni ’70 in USA: un desiderio incommensurabile di mostrarsi e di ricercare attenzioni e consensi, con conseguente perdita delle relazioni autentiche e senza secondi fini.

Dopo un periodo di indigestione, segue sempre un periodo detox. Come suggerisce la filosofa Franca d’Agostini in un recente intervento a Tutta la città ne parla, dovremmo impartire un’educazione alla verità: la nostra tradizione europeista ci dà insegnamenti; eppure bisogna persuadersi che questo è davvero un problema. Segnalare che la verità è una funzione concettuale, scettica, critica, aiuterebbe ad aderire alla scelta del dubbio. Il rischio è quello di concentrarsi sulla tecnologia e non di ragionare sulla sfida che le nuove tecnologie mettono in atto. Il nostro tempo va conosciuto, non combattuto.

Agnese Lovecchio 

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

(In copertina: alcuni dei protagonisti del 2017 musicale. Foto da NME)

 

Dicembre è sempre il mese in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a riflettere e cercare di raggiungere delle conclusioni su tutto ciò che è appena trascorso, per affacciarci con lucidità e prontezza a ciò che dovremo affrontare.

E, per quanto riguarda la musica, l’anno è stato piuttosto pieno.

Gorillaz, Kendrick Lamar, The National,Brunori Sas, Fabri Fibra, King Krule, Roger Waters, N.E.R.D., ci sono state uscite e grandissimi album, opere prime (o quasi) e graditi ritorni. In generale, quest’anno ci ha regalato molte opere da ricordare per un motivo o per un altro e non solo per le preferenze soggettive dovute all’ascolto personale.

Ormai la velocità di consumo impone a chiunque di creare una fan base affezionata e da curare come se il consumatore fosse parte di una famiglia, di conseguenza il marketing si evolve insieme alla musica, fino a volte a superarla. Pensiamo al concetto dell’assenza di identità che ha fatto la fortuna del progetto di Liberato, tra i più originali nell’ultimo periodo in Italia.

Per questo, ho scelto di parlare con i Superga, una band originaria dell’entroterra pugliese, e che condivide proprio con questo blog la sua provenienza e appartenenza geografica.

(I Superga, da sinistra: Michele Di Muro, Matteo Conte, Andrea Messina. Hanno lanciato una campagna attraverso MusicRaiser per pubblicare il loro primo ep, Panorama. Foto via Facebook)

 

CRONACHE: Se doveste tracciare un bilancio di quest’anno, a livello italiano, come giudicate il 2017? È stata un’annata positiva?

Superga: Sono successe un sacco di cose, alcuni esperimenti nella scena pop interessanti, molta roba innovativa nella trap, il fenomeno Liberato. Nel momento in cui si stabilisce una evoluzione della lingua e di come viene utilizzata nel modo di cantare e di fare musica crediamo abbia un peso rilevante a prescindere dal fatto che possa piacere o meno. Tuttavia a nostro parere, i dischi che ci hanno più entusiasmato in tutti gli aspetti sono usciti all’estero, più che altro perché nella loro forma possiamo trovare punti di riferimento o stimoli per crescere come arrangiatori e musicisti.

CRONACHE: E’ giusto dire che a livello testuale, il rock a parte qualche eccezione, sta smettendo di inseguire originalità? Ormai l’urban e il rap stanno spingendo verso nuove vette la composizione dei testi, a livello lirico e metrico, in questo pensiamo a Kendrick Lamar per fare un esempio che gode di notorietà.

Superga: Da una parte può essere la ciclicità delle cose, i contenuti vengono trasportati dove un genere riesce a parlare meglio dei tempi, può anche essere solo una questione di suono. Dall’altra però è anche vero che se si parla di rock in italia, testi e innovazione sono rari da pescare. Ecco Motta, secondo noi è uno di quelli che è riuscito a coniugare bene tutti gli aspetti di questa formula, usandoli tutti in un mix intelligente. Molte delle altre cose, invece, a livello musicale in Italia sono ferme agli anni ’90. In questo senso la musica pop invece si è presa tutta l’attenzione testuale, ha avuto più capacità di matchare suono ed immaginario.

CRONACHE: Ci sono alcuni album che secondo voi non hanno avuto l’attenzione che avrebbero meritato o sono stati sottovalutati dalla critica?

Superga: Non è facile capire come si muove la critica, quindi non sappiamo se siano stati sottovalutati o meno, ma secondo noi tre grandi titoli di quest’anno che non vanno persi e, se non li conoscete vanno assolutamente recuperati, sono Crack Up, dei Fleet Foxes. Uno di quelli che ha fatto le cose in grande, anche dal punto di vista dei testi è stato Father John Misty, con Pure Comedy. E anche i Grizzly Bear hanno tirato fuori un album fantastico, intitolato Painted Ruins

CRONACHE: Come pensate sia possibile riuscire a coniugare la qualità con la fruizione liquida? Pensarci, sembra assurdo. Il consumo si è velocizzato tantissimo, negli ultimi anni. Eppure Drake fa uscire un album all’anno, facendo incetta di premi e di critiche positive. Leonard Cohen, che di certo non era un autore giovane, è stato molto produttivo nell’ultima parte della sua vita e carriera, facendo uscire tre album di inediti dal 2012 al 2016.

Superga:  In realtà sarebbe come scoprire un nuovo teorema matematico. Non è difficile però, molte cose come quelle elencate precedentemente mischiano una grande qualità e anche una buona dose di successo. Ci sono milioni di variabili, che intercorrono principalmente con il metodo di lavoro di ogni artista, con quante persone sono coinvolte nei loro progetti musicali e di certo intercedono negli stessi. Tutto dipende principalmente da ciò che uno vuole fare, cosa vuole comunicare e lo scopo per cui fa musica.

CRONACHE: Chi pensate stia portando avanti un discorso musicale originale in Italia?

Superga: Escludendo Motta di cui abbiamo già parlato, Giorgio Poi è un artista che sicuramente ci sentiamo di nominare come “esempio” positivo. La cosa che ci ha incuriosito molto è stato il modo in cui è riuscito a combinare un sound esterofilo con un cantato che è italiano e segue la musica in maniera particolare e affascinante.

Il miglior modo con cui abbiamo pensato di salutare l’anno uscente per il classico cambio con il successivo è stato raccogliere tutto il 2017 musicale in una playlist, da ascoltare e riascoltare, grazie ai Superga.

Buon anno ragazzi, tenete gli occhi, la mente e soprattutto le orecchie aperte e vigili.

Ci vediamo nel 2018.

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

Sleep Well, Beast: famiglia, politica ed altri demoni dei National

Sleep Well, Beast: famiglia, politica ed altri demoni dei National

Fragilità, il tuo nome è matrimonio.

(James Joyce)

Sleep Well, Beast non è un disco semplice, nè luminoso.  E’ uno stillicidio lucido, non è qualcosa che si può ascoltare in ogni momento. Quando ascolto un album dei National mai come in altri casi fuoriescono delle difficoltà emotive che i loro testi mettono in luce, spesso in modo molto sinistro, ma con una facilità disarmante. L’universo della scrittura di Berninger (cantante e principale autore dei testi, nda) non è rose e fiori, non vede felicità, se non in modo molto pragmatico, e qualora ci sia, è una felicità che prima o poi lascia posto alla distruzione.

Sleep Well, Beast avrebbe dovuto tracciare nuovi percorsi nelle formule dei National e la cosa è effettivamente successa: la band ha dato più spazio alle tastiere (ascoltare Nobody else will be there per intenderci) e meno alle chitarre che fuoriescono solo nei brani più movimentati (Day I Die, Turtleneck), ma la cosa che più impressiona a livello musicale sono i ritmi della batteria di Bryan Devendorf, mai banali o forzati, che seguono e costruiscono le atmosfere dei brani e il ritmo del cantato di Matt Berninger. I National sono una band totalmente atipica, formata da amici e fratelli, Scott e Bryan Devendorf , che si occupano della sezione ritmica della band, rispettivamente basso e batteria, condividevano un appartamento con Matt Berninger, mentre i gemelli Dessner collaborano con lui da quando avevano 15 anni. Matt e gli altri hanno lasciato i loro lavori per dedicarsi alla band, tutte carriere relativamente redditizie e di successo e vent’anni dopo è arrivato Sleep Well Beast. Da queste cose si può capire quanto i National amino poco i compromessi e non sono di facile ascolto proprio per questo motivo. A Rolling Stone, Berninger ha raccontato che l’album nasce da riflessioni sul matrimonio, da vicende personali di matrimoni falliti che hanno coinvolto la band e la cosa non è casuale perchè lo spirito famiiare ha rivestito una parte importante nel lavoro dietro il disco ed è al contempo esplorato al suo interno (all’interno dei ringraziamenti ci sono tutti i nomi dei figli e delle mogli di ogni componente della band).

 

(Foto di Graham MacIndoe. I National, dall’alto: Scott e Bryce Dessner, Bryan Devendorf. In basso, seduti: Scott Devendorf e Matt Berninger)

Ciò che mi piace molto di come le loro opere sono fatte è il contrasto. Percepibile già solo dal titolo,i brani dei National hanno questa forza evocativa e musicale che si muove tra scenari dolci, a tratti surreali, per abbandonarsi poi nella canzone dopo alla rabbia, all’uptempo, ai ritmi forsennati e ossessivi. C’è una melancolia molto forte che nasce da un forte disagio, dal non sentirsi a posto nonostante una vita agiata, un buon matrimonio, una famiglia. Ed è di questo che il disco parla, già a partire dal modo in cui nasce la scrittura dei testi: da sempre a carico del cantante, Berninger ha raccontato infatti come i testi di quest’album siano nati grazie all’aiuto di sua moglie Carin Bessner, in un processo simile quasi a una seduta dallo psicologo che aiuta, esorcizzandone le difficoltà, il matrimonio.

Il primo singolo, The system only dreams in total darkness, ha quasi tracciato una linea di demarcazione, non somigliava a niente che provenisse dai National. E’ evidente che il singolo abbia evidenti connotazioni politiche e quindi si ponga contro l’America del qui ed ora (la band ha supportato sia la campagna di Obama che quella della Clinton) anche se è solo una delle interpretazioni che può essere data alla canzone, ed è indicativo che i National parlino dall’interno del sistema, come a voler dire che il clima politico, anche su latitudini diverse influenza tutti, soprattutto nei momenti più difficili; l’idealismo che spinge a migliorare nella canzone è rappresentato metaforicamente dalla preghiera verso Dio. C’è addirittura un assolo di chitarra che spezza la canzone in due, cosa molto inusuale per una canzone del gruppo: come Aaron Dessner ha spiegato a Pitchfork, nei precedenti album la band aveva cercato di evitare in maniera molto forte alcune soluzioni troppo autoreferenziali mentre lo studio costruito a Long Pond, proprio per la registrazione dell’album (la copertina ne mostra l’interno) ha liberato la band facendo si che ognuno incoraggiasse l’altro a trovare soluzioni musicali nuove.  In un’altra intervista sempre Aaron ha evidenziato come i precedenti quattro album avessero una continuità a livello musicale che voleva spezzare, cercando di essere più sperimentale.

Ed è proprio dall’elettronica che arrivano i pezzi più interessanti dell’album: Empire Line, Guilty Party, I’ll still destroy you, che con la title track costituiscono il nucleo tematico dell’album: il matrimonio diventa in realtà un motivo per esplorare le relazioni intese come fenomeno umano, quindi qualcosa che ha una fine e porta ad una separazione laddove prima c’era unione.

Empire Line parte da una metafora che va spiegata: la Empire Line è una linea ferroviaria che unisce New York ad Albany, la distanza è di circa 450 miglia e, tema ricorrente nella scrittura di Berninger, lo spazio e il tempo si collegano in modo da usare la distanza come metafora per le relazioni di lungo corso (There’s a line that goes all the way from my childhood to you). La separazione sembra avvolgere costantemente, senza riparo, i protagonisti (I’ve been trying to see where you’re going, but you’re so hard to follow/[..]You just keep saying so many things that I wish you won’t).

Non solo a livello tematico ma anche a livello musicale, le tracce sono collegate da questa specie di “schizzi” elettronici, che poi diventano i temi musicali che sostengono i brani e riemergono costantemente al loro interno. Guilty Party è stato il secondo singolo tratto dall’album e nasce da una riflessione che evoca un finto divorzio tra Matt Berninger e la moglie, co-autrice del testo: molte delle cose che Berninger scrive sono degli scenari paralleli che lo vedono perdere ciò a cui tiene. In questo modo le sue canzoni diventano come delle confessioni, emotive fino al midollo. Un altro esempio proveniente da uno degli album precedenti, High Violet, è Afraid of everyone, una canzone in cui spiega come la paura derivante dalla paternità e dai cambiamenti a cui questo avvenimento importantissimo nella sua vita lo aveva esposto, avrebbe cambiato il modo in cui gli altri si sarebbero interfacciati a lui.

Questi scenari che evocano un muro tra due persone in tantissime canzoni dei National rimangono senza soluzione e tutto scivola senza che ci sia una possibilità di catarsi. Pensiamo ad About Today e al suo ritornello che recita: “You just walked away/And I just watched you/What could I say?”. In Guilty Party il protagonista recita finalmente un ruolo attivo: “I say your name/ I say I’m sorry/ I know it’s not working” ma l’effetto è sempre uguale, vedere chi ha di fronte lentamente scivolare via.

In I’ll still destroy you invece le parole si rivolgono a come spesso cambiamo i nostri stati mentali, magari aiutati dal’alcol oppure dai cannabinoidi, cosa sicuramente autobiografica, visto lo spostamento di Berninger da New York a Los Angeles (l’uso di erba è legale in California e per Matt funziona un po’ da catalizzatore creativo, come lui stesso ha spiegato). Il modo in cui ci lasciamo andare esponendo le nostre emozioni è una delle cose che vengono più analizzate nei suoi testi. La paternità riemerge anche qui: “Put your heels against the wall/I swear you got a little bit taller since I saw you/I’ll still destroy you”,  in quanto l’uso di queste sostanze ti espone alle tue vulnerabilità. Scrivendo soprattutto nei periodi lontani dalla famiglia, Matt qui si lascia andare a tutto ciò che sente di perdere, guardando al modo in cui anche durante periodi brevi di tempo nota gli impercettibili segnali di crescita della figlia, ma soprattutto a come i comportamenti negativi influenzano in qualche modo chi ci sta costantemente vicino, nonostante cerchiamo di nasconderli sotto il tappeto.

Ciò che si insinua nei testi è confermato dagli altri membri, Bryce Dessner a Rolling Stone ha infatti dichiarato che diventando padre da pochi mesi si è riconosciuto nei testi di Matt più di quanto abbia fatto finora. Più uno va avanti con la propria vita, più si suppone debba acquisirne in saggezza, si invecchia e si abbandonano i propri demoni, ma ci vuole un atto di sincerità violentissimo per ammettere che, per quanto siano buone le nostre intenzioni, nonostante le nostri mogli o i nostri figli, saremo sempre capaci di distruggere tutto e fare cose orribili.

Prova magistrale di come invecchiare non significa perdere il tocco, ma soltanto permettere alla propria sensibilità di evolversi, i National si sono resi protagonisti di un lavoro notevole che va oltre qualsiasi tentativo di essere delle rockstar. Essere rockstar è semplice. Essere umani è di gran lunga peggiore e più faticoso perchè significa abbassare la guardia, significa soffrire e forse è per questo che questo album continua a farci stupire della bravura di questa band.

Perchè è l’umanità che permette all’ascoltatore di relazionarsi più facilmente, la vita della band diventa un po’ la nostra. Il succo di questo album sta quindi nella sua brutale onestà. Nel fatto che accettare sè stessi significa prima di tutto essere sinceri. Scoprite anche voi quali sono le vostre paure e se ne avete il coraggio andateci a vivere, avendo cura di scriverne.

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Cigarettes after Sex: quando la sensualità incontra il romanticismo

Foto: copertina dell’album Cigarettes after Sex di Cigarettes after Sex

No, cosa sono adesso non lo so.
Sono come un uomo in cerca di sè stesso.
No, cosa sono adesso non lo so.
Sono solo, solo il suono del mio passo…
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già:
il giorno come sempre sarà. (da Impressioni di settembre, PFM)

Impressioni di Settembre cantava la PFM,  in questo mese forse un po’ malinconico, che rappresenta un po’ la terra di mezzo fra l’estate e l’inverno. Un mese misterioso, fatto di piogge insistenti e principi di venti freddi, come se fossero un arrivederci sussurrato all’ennesima estate che ormai ci siamo lasciati alle spalle. Ma la musica  non si ferma, non lo ha fatto nemmeno in questa estate. Tanti sono stati gli album pubblicati, da quello degli Arcade Fire a quello dei National recentemente, per arrivare alla band di cui parliamo oggi, anche noi di ritorno dalla pausa estiva.

I Cigarettes After Sex, band di El Paso, Texas, che da un paio di anni ci tengono sulle spine, rilasciando singoli a singhiozzo, finalmente a giugno sono usciti allo scoperto con un nuovo album dal titolo omonimo. I Cigarettes After Sex, con questo loro “carisma e sintomatico mistero” hanno avuto la capacità di portarci con una curiosità a dir poco atavica a scandagliare il fondale del nostro intimo, in quella zona recondita fra il cuore e lo stomaco.

Il primo EP, I, contiene quattro tracce, e, paradossalmente, il cantante ha dichiarato che questo album è stato quasi un errore, ma come la Storia insegna, le scoperte avvenute per errore o per caso sono sempre le migliori, Cristoforo Colombo docet. Alla prima traccia, qualsiasi essa sia, si reagisce con un’esplosione di meraviglia e stupore perché la tonalità vocale di Gonzales, al limite fra il maschile e il femminile, ci conduce a fare esperienza di atmosfere ovattate, quasi una carezza sottopelle, producendo pezzi che hanno in sé, azzarderemmo, anche qualcosa di erotico, laddove dionisiaco e romantico si fondono in una combinazione che è stata sinora vincente per la band.

I contiene Nothing’s gonna Hurt you baby: gli accordi di basso, che fanno molto Joy Division in pezzi come Disorder o Transmission, cadenzati da percussioni, sono gli ingredienti di questa ricetta musicale che ci aveva forse già convinto. Il romanticismo è il lietmotiv di ogni singolo pezzo, e non a caso la band dichiara di ispirarsi ad altri gruppi come i Cocteau Twins e ai Mazzy Star, quelli della bellissima Fade into You.

A questa prima traccia ne seguono altre tre melanconiche, che pur conservano la stessa forza evocativa. Le sigarette che portano nel nome sono un po’ il tratto distintivo di questo gruppo, se pensiamo a questo cantare con pacatezza, che riesce a trasportarci in ambienti un po’ fumosi, locali esclusivi, forse francesi, in cui la puntina sul giradischi si ferma grattando un po’ sul vinile e riparte sorprendendoci con questa voce eterea, ineffabile e inafferrabile. Il brivido lungo la schiena all’ascolto crediamo sia un must.

Dreaming of you, poi, è la storia di un sogno incentrato, come è prevedibile, sulla donna amata, cosa che lei non verrà mai a sapere, a descrivere la bellezza di non avere il controllo della propria mente nel sonno e la libertà del sognato di girovagare per i sogni altrui. K. è l’album successivo del 2014, sta per Katherine; la donna è la protagonista di questo ricordo di un momento passato con chi narra, in un ristorante. Flashback di momenti passati insieme, dalla cena al ballo lento, il Texas forse il luogo migliore in cui immaginare lo svolgimento di questa storia d’amore a puntate o se vogliamo anche un po’ una storia che potrebbe svolgersi in una tavola calda, di quelle con le insegne con le luci al neon, lungo una highway americana.

Apocalypse, la quarta traccia del nuovo album, è come dice il titolo Apocalisse, ma anche estasi più pura.

Your lips, my lips, apocalypse.

Your lips, my lips, apocalypse.

Go and sneak us through the rivers, flood is rising up on your knees, oh please,

come on and haunt me, I know you want me. (da Apocalypse)

In questa sinergia di labbra sofferta, passionale e famelica ritroviamo la voce suadente di Gonzales e, non a caso, è un po’ la fine del mondo. Il bacio, si scopre dal testo, è apocalittico perché è il culmine di un’altra storia d’amore chiusasi sulle note di  questa melodia ridondante e bellissima.

Prima di Apocalypse, in ordine forse voluto, c’è Sunsetz: ci piace immaginare una trama in questo romanzo texano disconnesso, ci piace forse forzare la mano e trovare un senso a questo amore disperato, sexy e paradisiaco.

And when you go away,

I still see you.

The sunlight on your face in the rearview. (da Sunsetz)

 I Cigarettes After Sex hanno la capacità di mettere insieme una serie di polaroid di momenti vissuti, attraverso i testi, le musiche invece sono i negativi, quelli che si guardavano, stringendo gli occhi, dopo tanto tempo, giacché con la stessa nostalgia si ascoltano le loro canzoni.

Con il singolo Sweet  siamo all’apice di questa climax di sensualità e romanticismo. Gonzales comincia a cantare dal primo secondo della traccia, dichiarando apertamente di essere fortemente ossessionato dal corpo della musa ispiratrice della canzone. il testo è mellifluo al punto giusto e non poteva essere altrimenti per una canzone che si intitola Sweet.

Preferiamo, a questo punto, non andare oltre e lasciare all’ascoltatore il piacere della scoperta delle altre tracce dell’album, un po’ sullo stile dello stesso gruppo, crogiolandoci insieme in questa atmosfera di indefinito e di non finito. E intanto brindiamo, metafisicamente al successo dei Cigarettes After Sex, con l’augurio che non ci lascino sulle spine ancora per molto.

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