AGAIN? George Floyd e la lezione di Martin Luther King

AGAIN? George Floyd e la lezione di Martin Luther King

La storia della morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dagli agenti di polizia di Minneapolis, ha mostrato come negli Usa la polizia non ha fatto tesoro delle lezioni di Martin Luther King. Accade da così tanti anni che c’è chi si è abituato e ancora qualcuno che si chiede con tono irritato “ma ancora?!”.

George Floyd, morto dopo essere stato ammanettato e bloccato a terra dal ginocchio di un ufficiale, è solo l’ultimo caso del Minnesota. Non serve ricordare i numeri per ribadire quanti casi come questo si ripetono durante l’anno. L’anno scorso la 28enne Atatiana Jefferson è stata uccisa nella sua abitazione di Fort WorthTexas, mentre giocava col nipotino, raggiunta dai colpi esplosi da un poliziotto verso la finestra solo perché «l’agente ha percepito un pericolo». Un’episodio surreale. L’ennesimo.

Quest’ultimo a discapito di George Floyd ha avuto una risonanza internazionale con i filmati amatoriali dei passanti. “I can’t breathe”. “Non riesco a respirare, per favore, non riesco a respirare” continuava a ripetere, come ha potuto ascoltare chi ha visto sui social o al Tg uno dei tanti video che girano.

I passanti cercano di intercedere in tutti i modi. George chiede aiuto con l’ultimo filo di voce ma i quattro agenti che dovrebbero averlo in custodia semplicemente lo ignorano. Ignorato finché George, ammanettato con la faccia sull’asfalto, si fa silenzioso e immobile. Più tardi arriva un medico dell’ambulanza e, allungando la mano sotto il ginocchio dell’ufficiale, sente un battito sul collo dell’uomo. Il medico si allontana e torna spingendo una barella. George viene quindi messo ammanettato sulla barella, caricato sull’ambulanza e portato via. Per lui non ci sarà più nulla da fare. Il ginocchio gli ha bloccato il respiro fino a soffocarlo.

Se il fatto fosse finito così basterebbe già a farci schifo. Ma non basta. Il giorno dopo la polizia parlerà di “incidente medico” quasi attribuendo ai medici la colpa. Nonostante i quattro agenti siano stati licenziati non sono indagati per alcun reato. Vuol dire che per George Floyd non si farà mai giustizia.

La visione di quel video mi ha sconvolto per la violenza. Mi ha disgustato. George è morto per il colore della sua pelle e la matrice razzista si conferma man mano che si approfondisce il caso. Lo stereotipo secondo cui ogni poliziotto pensa che un nero sia un potenziale pericolo più di ogni altro uomo o donna che incontra si riconferma. Gli agenti di Minneapolis per scagionarsi hanno raccontato di presunte resistenze all’arresto di George o che era sotto l’effetto di droghe. Una macchina del fango che mi ricorda la stessa che in Italia è passata sulla pelle di Stefano Cucchi per 10 anni. Il pregiudizio assassino.

Quando accade nel contesto statunitense mi indigna ancora di più. Avrei voglia di strillare “ma allora la marcia di Martin Luther King e le parole di Malcolm X non hanno cambiato le cose? Nemmeno la cultura, la musica e i film? Neanche la presenza di Obama nell’ufficio più importate del paese? Ancora una volta? Perché?”

Pegasus l’app israeliana che spia giornalisti e dissidenti

Pegasus l’app israeliana che spia giornalisti e dissidenti

L’app Pegasus, creata dal gruppo israeliano NSO, è uno spyware che sfrutta alcune vulnerabilità di Whatsapp per impossessarsi di dati e funzioni degli ignari possessori di smartphone che subiscono l’attacco. Un’indagine durata sei mesi ha portato a galla l’uso improprio dei clienti che hanno utilizzato quest’app che ha messo a rischio le libertà individuali delle persone.

L’indagine di sei mesi effettuata da Whatsapp ha mostrato l’uso improprio dello spyware da parte degli utenti che utilizzavano il prodotto dell’azienda israeliana.

Sono circa 100 giornalisti, tra attivisti per i diritti umani e dissidenti politici, vittime di attacco spyware sui loro smartphone. L’intrusione è avvenuta sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp, il secondo servizio di messaggistica più usato al mondo di proprietà di Facebook.

Le vittime dell’attacco, scoperto dal Financial Times a maggio, sono state contattate da WhatsApp martedì.

L’intrusione nei loro cellulari sarebbe avvenuta attraverso Pegasus, uno spyware progettato dal gruppo NSO, con sede in Israele. Questo software una volta installato sarebbe entrato in azione attivando semplicemente la funzione di chiamata di WhatsApp verso la vittima. Così una volta effettuata la chiamata l’utente di Pegasus avrebbe preso possesso di tutte le funzioni dello smartphone.

Lo spyware si è infiltrato anche se un utente non ha risposto alla chiamata di WhatsApp. Le chiamate perse venivano spesso cancellate dai registri delle chiamate, lasciando gli utenti ignari del fatto che il loro telefono fosse stato contagiato. 

WhatsApp, dopo la rivelazione del Financial Times, ha presentato una denuncia al tribunale degli Stati Uniti al servizio di NSO. “Questa è la prima volta che un provider di messaggistica crittografata intraprende un’azione legale contro un soggetto privato che ha effettuato questo tipo di attacco” hanno dichiarato da WhatsApp.

Tra le vittime spiate c’erano politici, personalità religiose di spicco, avvocati e attivisti che combattono la corruzione e le violazione dei diritti, e persone che hanno subito tentativi di omicidio e minacce violente.

Da WhatsApp dichiarano di aver trascorso sei mesi a indagare su questa violazione, scoprendo che gli aggressori hanno utilizzato quest’app per colpire circa 1.400 telefoni in un periodo di due settimane la scorsa primavera. A maggio ha chiesto ai suoi 1,5 miliardi di utenti di aggiornare le loro app al fine di colmare la lacuna.

NSO afferma che Pegasus è stato venduto solo alle forze dell’ordine e alle agenzie d’intelligence per prevenire criminalità e terrorismo. Ma WhatsApp, in collaborazione del Citizen Lab dell’Università di Toronto ha scoperto che a spiare c’è una parte considerevole della società civile, affermando che c’è un “palese utilizzo abusivo” dello spyware.

“Esiste un selvaggio west legislativo sull’utilizzo di queste tecnologie spyware e antintrusione” secondo John Scott-Railton, ricercatore senior presso Citizen Lab. “Se fornisci ai governi autoritari il potere di curiosare senza in questo modo, è quasi scontato che prima o poi abuseranno di questa tecnologia”.

Martedì le vittime degli attacchi spyware sono state contattate da WhatsApp.

WhatsApp ha collaborato con Citizen Lab contattando alcune potenziali vittime tra attivisti e giornalisti specializzati in diritti umani per comunicare loro che i loro telefoni potrebbero essere stati compromessi dalle persone che utilizzano lo spyware di NSO.

Gli utenti che utilizzano lo spyware Pegasus possono leggere tutti i messaggi e le e-mail memorizzate su un telefono infetto; ascoltare le chiamate in entrata o in uscita; accendere la videocamera e il microfono per registrare le conversazioni. 

L’indagine di WhatsApp è la prima su larga scala di come gli utenti di NSO sono in grado di utilizzare e abusare di questo spyware.

All’inizio dell’anno, la società ha dichiarato ai potenziali investitori di aver venduto Pegasus ad almeno 20 paesi dell’UE e che metà dei suoi ricavi del 2018 di $ 251 milioni provenivano da clienti dal Medio Oriente.

WhatsApp ha chiesto “una rigida supervisione legale e garanzie sulle armi informatiche, affinché non vengano utilizzate per violare i diritti e le libertà individuali di tutte le persone ovunque siano nel mondo”.

NSO ritiene che le accuse di uso improprio dei suoi prodotti siano basate su “informazioni errate” dichiarando inoltre che contesta le accuse e che le combatterà duramente. “La nostra tecnologia non è progettata o concessa in licenza per l’uso contro attivisti e giornalisti per i diritti umani.”

Dopo aver respinto le critiche secondo cui i suoi utenti fanno un uso improprio del software. NSO ha detto che a maggio avrebbe introdotto ulteriori riforme per prevenire gli abusi.

David Kaye, relatore delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, ha scritto a Shalev Hulio, amministratore delegato di NSO, questo mese, affermando che le sue nuove politiche erano inadeguate, soprattutto riguardo alle indagini sulle violazioni dei diritti sollevate dagli informatori.

“Il record di NSO Group è preoccupante”, ha dichiarato Kaye al FT. “A peggiorare le cose, le sue attività sono opache e soggette a vincoli minimi, in alcuni casi si tratta di vincoli governativi. La mia speranza è che accuse come queste incoraggino i governi a intraprendere forti azioni normative per limitarle”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Mehul Srivastava dal Financial Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

America First.. e l’Italia?

America First.. e l’Italia?

Da oggi, 18 ottobre, diventano pienamente operativi i nuovi dazi americani che colpiscono l’import europeo per un valore di 7,5 miliardi di dollari annui. Una manovra che si inserisce nella disputa Airbus-Boeing che, dal 2004, vede contrapposti USA ed UE a causa dell’illegittima corresponsione dei sussidi pubblici al colosso americano Boeing e all’europea Airbus. Contromisure che potrebbero condurre ad una nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, incidendo anche sull’export italiano.   

La black list di prodotti-bersaglio del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) non si limita difatti a colpire i soli Stati Membri parte del consorzio europeo aeronautico Airbus (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna), ma – tra gli altri – anche il Bel Paese.

Il Made in Italy agroalimentare è colpito con tariffe addizionali del 25% a fronte di un danno pari a mezzo miliardo di euro (stima Coldiretti).
Tuttavia, da Oltreoceano non escludono la possibile futura estensione della manovra ad altri prodotti men che meno l’aumento dei dazi. La Federalimentare ha stimato un possibile danno tra i 650 mln (per tariffe al 30%) e gli oltre 2 mld (in caso di dazi al 100%).

All’indomani della decisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il timore di una guerra commerciale si è tradotto in una ricaduta dei mercati, facendo registrare a Piazza Affari un Ftse Mib al ribasso del 2,87%.

Pur circoscrivendosi la manovra ad una categoria di prodotti piuttosto ristretta (lo 0,8% dell’export totale verso gli USA), ad essere maggiormente colpito è il settore lattiero caseario, con in testa: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, provolone e pecorino. Colpiti anche superalcolici, bevande, insaccati, frutta e agrumi. Al momento, rimangono esclusi: conserve di pomodoro, olio d’oliva, pasta e vino.

Infografica export Italia

Se, in una prospettiva più ampia, guardiamo ai nostri competitor francesi e spagnoli direttamente colpiti da dazi addizionali su vino e olio d’oliva, l’export nostrano ne potrebbe uscire favorito. Nel 2018, l’export di questi prodotti ha registrato introiti, rispettivamente, per 1.500 mln e 436 mln di euro. Beh, nulla di personale, cari vicini.. ma sapete come si dice: mors tua, vita mea!

Quali prospettive?

L’export è la vocazione e il motore dell’Italia.

Beniamino Quinteri, Presidente SACE SIMEST

L’export si è dimostrato fattore trainante dell’economia italiana, a conferma dell’eccellenza dell’offerta del made in Italy. L’Italia deve prendere coscienza delle potenzialità del proprio sistema industriale e affrancarsi dai mercati tradizionali per collocarsi più incisivamente su quelli emergenti: dal continente asiatico (non solo la Cina) all’America Latina, passando per l’Africa subsahariana.

Nonostante le tensioni internazionali (sanzioni russe, rischio di una Hard Brexit, trade war USA-Cina e USA-UE), l’agrifood – insieme ai settori farmaceutico e della moda – ha avuto negli ultimi anni un peso non indifferente nell’export complessivo, per il quale si stima nel 2022 una crescita superiore ai 540 mld di euro.

Le imprese italiane dovrebbero diversificare la propria offerta, specie nel settore tecnologico. Il rafforzamento della competitività deve tuttavia passare attraverso programmi di innovazione e di potenziamento delle infrastrutture, nonché mirate politiche di sostegno, nazionali e sovranazionali, con un occhio di riguardo alle imprese del Mezzogiorno e alle PMI.
L’Unione Europea si sta già muovendo stipulando accordi commerciali di libero scambio (si pensi al CETA e all’EPA col Giappone).

O Canada, we stand on guard for thee!
L’export italiano verso il Canada è in crescita. Dopo la straordinaria performance del 2017 (+6,3% con un introito complessivo di 3,9 mld), l’anno 2018 ha registrato un +4,8% permettendo di superare i 4 mld di euro.

CETA, accordo Canada-UE
26 gennaio 2016. Lussemburgo, Camera dei Deputati: Pierre-Marc Johnson, negoziatore canadese per il CETA. Photo Credits: Chambre des Députés/Flickr (CC BY-ND 2.0).

Nuovi mercati da coltivare

Africa subsahariana

L’economia di questa parte del continente africano è in crescita. Lo sviluppo futuro dipenderà dal processo di industrializzazione e, non indifferentemente, dall’African Continental Free Trade Area, un accordo commerciale tra i Paesi dell’Unione Africana diretto all’abbattimento graduale delle barriere tariffarie e non.

Ponderando tutti i rischi connessi, pur con la consapevolezza che in certi casi la percezione del rischio è maggiore rispetto a quello reale, le imprese italiane dovrebbero puntare su tre settori chiave: infrastrutture e costruzioni, macchinari agricoli e per la trasformazione alimentare e digitale business to consumer.

Brasile

In ripresa dopo la recessione del 2015-2016, il Brasile è la prima economia dell’America Latina. Le migliori opportunità sono offerte dai settori delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e dell’agribusiness.

Emirati Arabi Uniti

È l’ottavo Paese al mondo col più alto Pil pro capite medio annuo. Infrastrutture, turismo, energie rinnovabili e servizi finanziari sono i nuovi settori su cui gli Emirati Arabi Uniti stanno puntando per affrancarsi dalla dipendenza dal settore petrolifero.

India

Pur con importanti criticità (deficit fiscale, debito pubblico e basso reddito pro capite), l’India è tra i Paesi del G20 col più alto tasso di crescita. Un risultato favorito da un tessuto produttivo dinamico, da una classe media dotata di un notevole potere di acquisto e una politica governativa improntata alla facilitazione delle attività d’impresa.

L’Italia dovrebbe tuttavia ampliare la propria quota di mercato (che attualmente si attesta sull’1%) puntando specialmente su infrastrutture, farmaceutica e agroalimentare (con una percentuale dell’11%, il Bel Paese è il terzo fornitore di vino).

Barolo, vino rosso italiano tra i più amati e conosciuti al mondo.
Il Barolo è tra i vini rossi italiani più apprezzati e conosciuti al mondo. Credits Photo: Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

Export, l’agroalimentare spinge la crescita, ANSA, 30 maggio 2019.
Belladonna A. & Gili A., Arrivano i dazi americani: ecco gli effetti per l’Italia, ISPI, 03 ottobre 2019.
Cappellini M., A rischio 2 miliardi di export agroalimentare italiano, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
Dazi Usa, colpito 1/2 miliardo di export alimentare, Coldiretti, 03 ottobre 2019.
I dazi affossano il record del Made in Italy in Usa (+8,3%), Coldiretti, 04 ottobre 2019.
Rapporto Export 2019 di Sace, Giansanti (Confagricoltura): “Agrifood traina l’esportazione made in Italy”, Confagricoltura, 31 maggio 2019.
D’Argenio A., 7,5 miliardi – Il Wto dice sì ai dazi Usa contro i prodotti europei per lo scontro Boeing-Airbus, La Repubblica, 03 ottobre 2019.
Di Donfrancesco G., Dalla Wto sì a dazi Usa su merci Ue per 7,5 miliardi, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
AgrOsserva. La congiuntura agroalimentare. II trimestre 2019, ISMEA, settembre 2019.
Dazi, danni fino a 2 miliardi. Federalimentare: ”Con gli USA si trovi un compromesso o via ai controdazi”, Federalimentare, 02 ottobre 2019.
Lops V., Venti di recessione in Europa e Usa. Borse in picchiata, Il Sole 24 Ore, 03 ottobre 2019.
U.S. wins $7.5 billion award in Airbus subsidies case, Office of the United States Trade Representative, 02 ottobre 2019.
Ufficio Studi, Export Karma. Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri, SACE SIMEST, 30 maggio 2019.

Perché Roma è al centro del Russia Gate

Perché Roma è al centro del Russia Gate

Negli ultimi 20 anni, migliaia di studenti italiani si sono iscritti al Link Campus di Roma, l’università privata vicino al Vaticano, per studiare corsi diversi come cinematografia e luxury fashion management.

Nei giorni scorsi però il palazzo che ospita quest’oscura università italiana e la stessa capitale Roma sono finite nell’orbita di una complessa rete di accuse di spionaggio internazionale, intrighi e cospirazioni.

L’indagine di impeachment statunitense sul presidente Donald Trump e le accuse sulle interferenze russe nelle elezioni USA del 2016 hanno riportato i riflettori sulla figura di Joseph Mifsud, il professore maltese scomparso ed ex membro dello staff della Link University.

Joseph Mifsud, sarebbe stato lui ad avvicinare Papadopulos, consigliere dello staff di Trump, offrendogli “migliaia” di email rubate dai russi a Hillary Clinton

Con la visita del segretario di Stato americano Mike Pompeo negli ultimi giorni e una del procuratore generale degli Stati Uniti il ​​mese scorso in cerca di risposte su Mifsud, il ruolo cardine di Roma sia per l’intelligence che per la Link Campus University è oggetto di attenzione.

La Link, istituita nel 1999 come avamposto romano dell’Università di Malta, negli anni ha stretti legami con il mondo dello spionaggio italiano, grazie al suo preside, l’ex ministro degli Esteri italiano Vincenzo Scotti, e un facoltoso percorso di studi in un master in intelligence che ha attirato oratori dei servizi segreti di tutto il mondo.

Ha stretto legami con i membri chiave del partito al governo Movimento Cinque Stelle. L’ex segretaria alla Difesa Elisabetta Trenta ha tenuto una lezione per alcuni corsi di studio.

“So per esperienza che hanno un buon rapporto di lavoro con le agenzie di intelligence italiane”, ha affermato Stephen Marin, ex agente della CIA e direttore del programma di analisi dell’intelligence presso la James Madison University, che ha tenuto conferenze al Link Campus. Circa 2.500 studenti frequentano l’università ogni anno. “Il programma del master è stato istituito nell’ambito di uno sforzo per sviluppare le conoscenze al servizio delle infrastrutture di difesa e di intelligence italiane. La mia impressione è stata che gli studenti siano un mix di persone, alcune senza una conoscenza preliminare dell’area mentre altri sono professionisti che già lavorano”.

Non è molto chiaro come si sia inserito qui l’onorevole Mifsud. È scomparso dal 2017 dopo essere stato accusato di essere l’informatore di George Papadopoulos, consigliere della campagna elettorale di Trump, riguardo la violazione delle e-mail dal server della candidata democratica Hillary Clinton da parte della Russia aveva violato.

Alcuni alleati di Trump hanno a loro volta accusato, senza prove, Mifsud di essere una spia col compito di compromettere la campagna elettorale del presidente. Sostengono altri che sia stato coinvolto in una campagna per infangare Trump per aver cospirato con la Russia direttamente dal “deep state”, lo stato profondo: cioè l’insieme di quegli organismi, legali o meno, che a causa dei loro poteri economici o militari o strategici condizionano l’agenda degli obiettivi pubblici dietro e a prescindere delle strategie politiche di un presidente.

Papadopoulos ha messo in giro un’altra una teoria infondata secondo cui il maltese Mifsud era un agente dell’intelligence occidentale probabilmente della FBI o CIA che i funzionari del “deep state” hanno inviato come trappola di controspionaggio per la campagna di Trump.

James B. Comey, l’ex direttore della FBI ha definito Mifsud un agente russo. Mifsud ha mantenuto i contatti con i soci russi, nonostante la sua smentita, tra cui un ex dipendente dell’Agenzia di ricerca Internet, che ha utilizzato post sui social media per seminare odio nel 2016 come parte del sabotaggio elettorale della Russia.

Il signor Mifsud ha dichiarato a un giornale italiano nel 2017 di non essere un agente segreto. “Non ho mai avuto soldi dai russi”, ha detto. “La mia coscienza è chiara.” William Barr, procuratore generale degli Stati Uniti, ha rivelato la scorsa settimana di aver fatto due visite quest’anno nella capitale italiana.

I giornali hanno riferito che William Barr ha avuto un’incontro con Gennaro Vecchione, direttore generale del dipartimento dell’Intelligence italiana e capo dell’Intelligence all’estero, in funzione dell’indagine sulle origini del caso russo.

Nel corso di una riunione di settembre, sempre Barr è stato accompagnato in Italia dall’avvocato americano John Durham, che sta conducendo le indagini di controspionaggio su una possibile attività di intelligence straniera diretta contro Trump. Il loro obiettivo era Mifsud. Il governo italiano non ha ancora commentato questa visita di Barr in Italia.

Scotti, presidente di Link, ha evitato commenti su Mifsud tramite un portavoce. La Link Campus ha dichiarato che Mifsud non era un docente dell’università e aveva insegnato lì solo nel 2015 e nel 2016. L’università ha anche respinto le accuse di Papadopoulos secondo cui Link aveva cercato di incastrarlo attirandolo nell’università.

Ma perché sono uscite queste teorie sono improbabili? Mifsud non ha lavorato ne per FBI né per CIA, secondo gli ex funzionari americani. Se fosse stato un informatore, i pubblici ministeri avrebbero potuto facilmente trovarlo e interrogarlo. Se avesse lavorato per la CIA, l’agenzia avrebbe avuto l’obbligo di informare la FBI mentre indagava su Papadopoulos.

Credere che un altro governo occidentale abbia impiegato segretamente il Mifsud come parte di un complotto contro Trump è come credere che un’elaborata cospirazione abbia completamente eluso l’ufficio del consulente speciale nella sua indagine esaustiva, che includeva più di 2.800 citazioni in giudizio, quasi 500 mandati di ricerca richieste ai governi stranieri di prove e interviste di circa 500 testimoni.

Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Le strade sono monitorate, i soldati hanno fatto le prove e i droni invisibili sono pronti all’azione. Pechino è pronta a celebrare il 1° ottobre il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. La guerra commerciale sospenderà le ostilità, con gli Stati Uniti che hanno rimandato i nuovi dazi.

Da parte di Hong Kong non ci saranno degli auguri di buon compleanno, infatti le proteste che l’hanno scossa per oltre tre mesi non sono ancora finite. Anzi, questi disordini potrebbero raggiungere la svolta durante la Giornata Nazionale. Il Partito Comunista al potere in Cina assicura tutti che nulla rovinerà la sua grande parata.

Le manifestazioni ad Hong Kong per il controverso disegno di legge hanno provocato una ribellione contro “i padroni politici della città” a Pechino. Il disegno di legge, che avrebbe consentito l’estradizione nella Cina continentale, è stato ritirato all’inizio di settembre, ma i manifestanti hanno poi insistito su altre quattro richieste, inclusa quella per la piena democrazia nelle elezioni.

Le proteste nel fine settimana sono ora una violenta routine, con manifestanti vestiti di nero che lanciano mattoni e molotov, danneggiando stazioni ferroviarie e dando fuoco alle strade. In risposta, la polizia ha iniziato a fare più arresti e il 23 settembre ha minacciato di sparare con munizioni vere.

Si dice che Pechino abbia dato alle autorità di Hong Kong tempo fino al 1° ottobre per reprimere le proteste pro-democrazia, ma nessuno sforzo è riuscito a contenerle. Ne i gas lacrimogeni, ne le aggressioni dei sostenitori di Pechino. Proprio per il delicato anniversario alle porte alcuni manifestanti hanno preso di mira più apertamente i simboli del governo cinese.

Il 21 settembre, i manifestanti hanno dato fuoco alla bandiera cinese. Il giorno successivo ne hanno gettata un’altra nel fiume Shing Mun, a nord del centro città. Ma la data della fondazione della moderna Cina rappresenta l’obiettivo più grande finora per i manifestanti.

A dimostrare quanto siano agitati i funzionari sulle potenziali irruzioni, la presenza del governo di Hong Kong per assistere all’alza bandiera avverrà prima delle 7:15, con un largo anticipo rispetto all’arrivo degli altri ospiti.

Per Pechino, la posta in gioco è alta. “Celebrazioni per il settantesimo anniversario conferiscono certamente legittimità al Partito comunista cinese”, afferma Willy Lam, professore presso il Centro per gli studi cinesi dell’Università di Hong Kong.

“Nella propaganda si afferma che: anche se il Partito Comunista non è legittimato con elezioni, è amato dal popolo cinese ed è sempre più popolare.” Questa pietra miliare è particolarmente significativa, poiché lo Stato comunista cinese ha vissuto 69 anni con un Unione Sovietica, un potere permanente economico e militare.

Per il presidente Xi Jinping, che l’anno scorso ha abolito i limiti di mandato, le celebrazioni offrono un’altra possibilità per legittimarsi come leader del partito a vita. La stravaganza in serbo include il previsto indirizzo di Xi alla nazione, spettacoli culturali in tutto il Paese e fuochi d’artificio.

Al centro di tutto c’è la parata militare. Circa 15.000 membri delle forze armate scenderanno lungo l’Avenue of Eternal Peace di Pechino mentre gli aerei da combattimento voleranno sopra di loro e saranno esposti 580 pezzi di equipaggiamento militare, tra cui missili balistici intercontinentali e il nuovo drone stealth Sharp Sword.

Mentre Xi cerca di proiettare un’immagine di forza e di unità cinese, il malcontento di Hong Kong offre una visione alternativa. “Sotto Xi Jinping, il messaggio della Cina al mondo è che il suo modello è superiore ai valori liberali e al suffragio universale dell’Occidente”, afferma Lam. Ma si fa presto a “smentire guardando Hong Kong, l’unico posto libero in Cina, perché lì il modello cinese viene respinto”.

La situazione a Hong Kong ostacola anche le ambizioni di Xi di riunificare alla sua Cina l’isola autonoma di Taiwan. Pechino sperava che il quadro “un paese, due sistemi” per la semi-autonomia di Hong Kong, ex colonia britannica, potesse essere un modello per riportare Taiwan all’ovile dopo sette decenni di allontanamento.

Ma mentre il quadro a Hong Kong si sgretola, il sostegno popolare alla sovranità tra i cittadini di Taiwan è aumentato ulteriormente. “Non diventeremo un’altra Hong Kong”, ha dichiarato il presidente TsaiIng-wen a luglio. Un impero che inizia a sfilacciarsi ai bordi non è la visione che Xi vuole presentare al mondo il 1° ottobre.

Non è chiaro per quanto tempo ancora, il leader più potente della Cina dai tempi di Mao Zedong, tollererà questa situazione. Pechino non ha continuato le sue minacce in estate preferendo mobilitare le truppe di Hong Kong e gli analisti nel complesso concordano tutti sul fatto che l’ottica di un intervento sanguinoso avrebbe ripercussioni globali, minando in particolare alle ambizioni di Xi all’estero.

Le crescenti tensioni a Hong Kong hanno attirato l’attenzione degli Stati Uniti, come ha chiarito il presidente Donald Trump nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 settembre. “Le azioni che la Cina farà per gestire la situazione [a Hong Kong] ci dirà molto sul suo futuro ruolo nel mondo”.

Pechino spererà che tutti gli occhi si rivolgano alla Cina il 1° ottobre in occasione del suo settantesimo compleanno. Ma i manifestanti di Hong Kong sono consapevoli che il mondo sta guardando anche loro. “Gli Stati Uniti e tutti i Paesi che si basano su valori democratici dovrebbero opporsi per Hong Kong”, afferma Yukki Leung, 30 anni. “Questa è una sfida per la libertà”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da Time.com opinione di Laignee Barron link all’articolo qui]

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