60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

60 anni dell’Europa: quali bilanci e prospettive per il futuro?

Sessant’anni dai trattati di Roma sono un compleanno importante per la civiltà europea, ma come ogni compleanno è tempo di bilanci e di buoni propositi per il futuro. Un futuro da Stato nazione o come Unione di Stati? Una o due velocità?

L’Europa, che per secoli è stata mera espressione geografica, è il continente che ha visto nella sua storia più sangue versato fino alla carneficina delle due guerre mondiali. Proprio da parte italiana ricorderanno tutti come nel ‘900 l’esercito si fosse scontrato, in molti casi avendo la peggio, con gli eserciti delle altre nazioni del continente.

Il progetto di un unione federale fra stati europei fu in un certo senso un’invenzione italiana, se pensiamo al Manifesto di Ventotene (1941-44) di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi. Quel documento ha rappresentato il seme per un’Europa libera e unita”. Questo progetto iniziò a concretizzarsi però grazie all’intesa tra i politici francesi e tedeschi. Uno sforzo non semplice, visto che i loro genitori e nonni sono stati nemici durante le guerre.

Sessant’anni dopo i trattati di Roma questa comunità di Paesi non appare omogenea ma più un lago a diverse profondità (metafora presa in prestito dai tabloid inglesi). Come tutti sapranno non tutti i paesi che fanno parte dell’Unione Europea attualmente adottano l’euro, e questo li esclude dalle riunioni dell’euro-gruppo, oppure non sono iscritti all’area di libera circolazione Schengen( è il territorio europeo dove viene garantito il libero spostamento di persone). Nemmeno il Regno Unito. Quest’ultimo è sempre stato il membro più capriccioso perché si è sempre posto ai margini di questo sistema non accettando la moneta unica e esonerandosi dalla maggior parte delle politiche europee.

Italian navy rescue asylum seekers

Immagine più significativa della crisi dei migranti. Immagine scattata nel Canale di Sicilia

Oltretutto gli stati del continente si ritrovano trasversalmente a fronteggiare le questioni interne come: la crisi migratoria per gli stati a nord del mediterraneo; la deflazione della moneta unica per i paesi sud dell’euro-zona (meno preoccupante dopo i primi successi del Quantitative Easing di Mario Draghi), la minaccia dei partiti anti-establishment nei paesi prossimi alle elezioni e il persistente pericolo degli attacchi terroristi.

Altre minacce arrivano come, sottolineava il commissario per gli affari economici Pierre Moscovici, dall’esterno: “Siamo in mondo pericoloso, ci sono forze che vorrebbero smantellarci, penso alle politiche americane e alla politica russa” -aggiungendo che – “Se così tanti vogliono dividerla forse è perché l’Unione è forte e disturba. Serve un sussulto politico per lottare per una Ue più democratica e più efficace anche a livello economico”. In effetti basta guardare alla posizione tedesca e degli altri paesi UE al di là dei limes europei per comprendere la radice delle tensioni con la Russia (vedi Ucraina).

Alcune nuove tensioni dall’esterno insieme alle incomprensioni fra stati membri sono dovute anche alla precedente e rapida integrazione europea di quasi tutti i paesi dell’ex-area sovietica dal 1995 al 2001. Questo processo non proseguì di pari passo alle riforme e oggi si assiste ad una vera e propria differenza tra Stati occidentali e orientali. Su questo argomento sono spuntati molti dibattiti sulla probabilità di far “viaggiare” il continente a due velocità.

Europa: Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un'Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Rajoy (Spagna), Merkel (Germania), Holland (Francia) e Gentiloni (Italia), a Versailles. Le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente fanno appello a un’Europa a due velocità. Immagine da Twitter

Questa Unione secondo Romano Prodi, ultimo presidente italiano della Commissione europea, così com’è non sembra nè cotta nè cruda. Insieme a lui diversi esponenti politici hanno preso una posizione favorevole a una doppia velocità. La retorica sarebbe quella che attualmente esistono già due tipi di Europa. La prima fatta da 28 stati con un’area di libero scambio troppo burocratica, e la seconda formata dalla zona euro che punterebbe all’integrazione non solo economica con l’ambizione di diventare una potenza globale in grado di sostenere la concorrenza della prima e della seconda potenza mondiale: Usa e Cina. Non in quanto nemici ma in qualità di competitors.

Al vertice di Versailles tra Germania, Francia, Italia e Spagna è arrivata una spinta per le due velocità. I primi due paesi sono mossi dalla volontà di cooperare sulla difesa e sicurezza (comprensibile), i secondi sono interessati alla crescita economica, alla lotta contro la disoccupazione e alla crisi migratoria. Ad opporsi a questa proposta ci sono in primis i paesi dell’Europa orientale (baltici e balcani) che vorrebbero non solo evitare un’integrazione di “serie A e una di serie B” ma soprattutto vivono con tensione la loro posizione geografica al confine con la Russia.

Questa comunità in crisi d’identità è una realtà sbocciata da progetti e visioni utopiche. Ed è proprio dall’utopia stessa, intesa filosoficamente come “propensione verso una società perfetta”, che deve ripartire.

Abbandonare i deboli non salverà i più forti.

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Da De Amicis all’Unione Europea: il sentimento di unità-CFC

Quando i giovani europei non si sentono tali. Quando i “non posso” e i “non ho tempo” diventano barriere più efficaci di quelle di mattoni e filo spinato.

 

Poco più di un secolo fa, si spegneva il giornalista, scrittore e poeta Edmondo De Amicis, autore del celeberrimo romanzo “Cuore”.
L’opera è resa particolare e innovativa per via della scelta di inserire in un unico contesto (quello della classe scolastica) personaggi appartenenti a regioni diverse; decisione che, nel trentennio immediatamente successivo ai moti risorgimentali e all’Unione di Italia, rappresentava l’espressione del suo desiderio di poter finalmente vivere una nazione unita non solo dal punto di vista geo-politico, ma a tutti gli effetti, il sentire propria un’identità comune a tutti, nel nome della libertà e della fratellanza.
Il suo anelito era forse pura utopia: l’orgoglio del cittadino medio (il patriottismo verso la propria regione e la convinzione della superiorità di quest’ultima sulle altre) insieme alle ovvie differenze linguistiche, rappresentate dalle differenze dialettali, sembravano tarpare le ali di ogni idealista.

Più di cento anni dopo la pubblicazione di quel libro, scritto in un tempo che ci sembra ormai così lontano, viene firmato il Trattato di Maastricht, che istituisce, col nome che essa mantiene ancora oggi, l’Unione Europea. All’inizio della seconda metà del Novecento probabilmente ben pochi avrebbero potuto pensare possibile un evento di tale portata. Nel 2004 si ebbe l’adozione della Costituzione europea con i Trattati di Roma. L’ idea fu ostacolata e successivamente in parte abbandonata, ma trovò compimento ben più che parziale nella Carta di Nizza e nel Trattato di Lisbona. Tutti progressi che in precedenza sarebbero potuti essere interpretati come illusioni frutto di menti che vivevano tra le nuvole.

Ed ecco che giungiamo ai giorni nostri. Giorni in cui anche noi ci troviamo di fronte ad una potenziale futura nazione che cerca, certo con i suoi ovvi compromessi e con le sue inevitabili e innegabili contraddizioni, di tenersi salda: quella degli Stati Uniti di Europa. Paese le cui ipotetiche regioni sarebbero quelle che sono oggi realtà nazionali, ad esempio la stessa Italia. Nazioni-regioni, dunque. Esse trovano difficile integrarsi proprio per il cittadino medio, preso dal nazionalismo e che non intende “sottomettersi” a una realtà politica ancora più in alto; e, ancora una volta, per le differenze linguistiche, che sarebbero certo superabili con un corretto uso dell’inglese da parte dei cittadini (certo, ora che il Regno Unito si è chiamato fuori questo potrebbe apparire come un paradosso), alla cui maggior parte tuttavia sembra strano dover apprendere qualcos’altro oltre al proprio “dialetto” (ovvero la lingua del proprio Stato-regione).
Qualcuno, come l’Ungheria, ha già rivendicato la propria autonomia e il desiderio di ritenersi immacolata innalzando barriere ai confini che non permettano l’accesso a migranti.
Mi è capitato di parlare con un ragazzo ungherese che si trovava a dover passare un periodo da studente Erasmus a Bari. Egli riteneva che la disposizione della sua nazione fosse giusta dato che bisogna ribellarsi alle imposizioni di mamma Europa, poiché l’immigrazione porta delinquenza e guai; giudizio curioso da parte sua, dato che stava vivendo un’opportunità concessagli proprio da quella madre di cui egli negava di essere figlio.

E allora viene da domandarsi: come percepire questa generazione Erasmus, i futuri cittadini europei di cui ha scritto Umberto Eco? Come vivere questa entità di nome UE, che sembra apparire così distante?
Molti ragazzi paiono essere a conoscenza solamente del fatto che adesso possono viaggiare all’interno di determinati confini muniti solo della propria carta d’identità e della moneta Euro,quest’ultima tanto demonizzata da un numero non insignificante di economisti o presunti tale e di politici o presunti tale.
E, se le innumerevoli targhe con su scritto “questa struttura è stata realizzata grazie ai fondi dell’Unione Europea” possono apparire invisibili, se il sempre più crescente numero di figli nati da coppie di diverse nazioni-regioni europee può passare inosservato, se il vantaggio di non dover cambiare moneta ogni volta che si viaggia può non intaccarci; esiste invece un fenomeno nei giovani odierni difficile da non notare: molti, presi dai loro studi universitari e da altre beghe del vivere quotidiano, sembrano non avere mai volontà, tempo e/o possibilità per affacciarsi al mondo là fuori. Eppure al giorno d’oggi con tantissime organizzazioni è possibile partire per progetti europei Erasmus+ non-universitari che durano solo una settimana o poco più in cui le spese di viaggio, vitto e alloggio sono a carico dell’Unione Europea. A volte purtroppo semplicemente l’interesse non è abbastanza, inoltre le nostre istituzioni alimentano tutto ciò non informando sufficientemente i cittadini di queste opportunità, a volte con il silenzio totale. Ed è per questa disinformazione che inevitabile è stato il crearsi di sfiducia da parte dei cittadini, soprattutto giovani, sia verso questa oscura Unione che verso la grandissima varietà di possibilità che da essa ci vengono offerte.

Tutto ciò è importante soprattutto in tempi come questi dove, in opposizione agli Stati Uniti di Trump, è fondamentale creare un modello di coesione, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. 

Proprio nel mese di marzo del 1908 moriva Edmondo De Amicis. Ma le sue idee, e di quelli come lui, NO.

 


Autore: Adriano Boezio

 

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Perché le conseguenze delle elezioni presidenziali in Francia supereranno i suoi confini

Sono passati molti anni da quando in Francia c’è stata l’ultima rivoluzione, o comunque sia l’ultimo tentativo di riforma seria. Un ristagno, politico ed economico, è stato il marchio di garanzia di un paese che è cambiato poco nei decenni, il cui potere si alternava perennemente fra gli stabili partiti di destra e sinistra.

Tutto questo fino ad oggi: le elezioni presidenziali di quest’anno sono le più emozionanti a memoria d’uomo e sembrano promettere un sollevamento. I partiti socialisti e repubblicani, che hanno mantenuto il potere dalla Fondazione della Quinta Repubblica nel 1958, potrebbero essere eliminati al primo turno di un ballottaggio presidenziale il 23 aprile. Gli elettori francesi potranno scegliere fra due candidati: Marine Le Pen, il carismatico capo del Front National e Emmanuel Macron, capo del movimento liberale, “en Marche!”, fondato l’anno scorso.

Sono l’esempio lampante della “tendenza globale”: il vecchio pensiero bipolare fra Destra e Sinistra, sta diventando sempre meno importante rispetto a questa nuova era che divide i favorevoli e i contrari all’integrazione. Il nuovo assetto sconfinerà ben oltre i confini francesi e potrebbe dare nuova vita all’Unione Europea oppure distruggerla.

Les misérables 

La prossima causa della rivoluzione potrebbe essere la furia degli elettori per l’inutilità della loro classe dirigente, ed il modo che hanno di confrontarsi solo fra di loro. Il presidente socialista, François Hollande, è così poco popolare da astenersi alla corsa per farsi rieleggere. L’opposizione, il partito repubblicano di centro-destra ha visto affondare le sue opportunità il 1° marzo quando il capo del movimento, François Fillon, ha rivelato di essere indagato per aver stipendiato la moglie ed i figli, con quasi 1 milione di euro con denaro pubblico, per presunti falsi posti di lavoro. Il sig. Fillon non si è ritirato dalla corsa, malgrado l’aver promesso di farlo. E così le sue probabilità di conquista si sono indebolite drammaticamente.

Ciò che alimenta ulteriormente la rabbia degli elettori è l’angoscia che provano verso il loro stato. Secondo un recente sondaggio i francesi sono il popolo più pessimista del pianeta, infatti l’81% di essi borbotta che il mondo sta peggiorando e soltanto il 3% afferma di vedere miglioramenti. La maggiore causa di questo malcontento è di natura economica: l’economia francese è cresciuta fiacca e lentamente; il suo vasto stato, che contiene un PIL al 57%, ha indebolito la vitalità del paese. Un quarto della gioventù francese è disoccupata e di quelli che hanno un lavoro, solo in minima parte trova la certezza di un lavoro stabile e duraturo, come quello che hanno avuto i loro genitori. Di fronte alle imposte elevate ed alle regolamentazioni pesanti, i lavoratori con spirito imprenditoriale si sono spostati all’estero, per lo più a Londra.

Ma il malessere va ben oltre gli stagnanti standard di vita. I continui attacchi terroristici hanno scosso i nervi, e forzato i cittadini a vivere in un perenne stato d’emergenza; ha esposto il paese con la più ampia comunità musulmana d’Europa ad una grave crepa culturale. Molti di questi problemi si sono accumulati nel corso dei decenni ma né la sinistra né la destra son stati capaci di affrontarli.

L’ultimo serio tentativo di riforma economica ambiziosa, quella sulle pensioni e sulla sicurezza sociale francese, è stato a metà degli anni ’90, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Riforma crollata dopo una serie di scioperi di massa. Da allora, pochi ci hanno riprovato. Nicolas Sarkozy parlava di grandi progetti, ma il suo programma di riforme è stato abbattuto dalla crisi finanziaria del 2007-08. Hollande ha avuto un inizio disastroso, incrementando l’aliquota fiscale del 75% ed è stato subito fortemente impopolare per poter fare qualcosa.

Sia Macron che Le Pen attingono da questa frustrazione generale, ma offrono due diagnosi differenti di ciò che affligge la Francia, e due rimedi radicalmente differenti. Le Pen incolpa forze esterne alla nazione e promette di proteggere gli elettori con una combinazione di più barriere e maggiore benessere sociale; ha efficacemente preso le distanze dal passato antisemita del suo partito (sfrattando persino suo padre dal partito che egli stesso ha fondato), e fa appello soprattutto alle persone che vogliono chiudersi dal resto del mondo. Denigra la globalizzazione, vedendola come una minaccia all’occupazione francese, e reputa gli islamiti fomentatori di terrore che rendono pericoloso anche indossare una minigonna in pubblico. L’Unione Europea è un “mostro anti-democratico”. Promette di chiudere le Moschee fondamentaliste, di ridurre il flusso degli immigranti a qualche goccia, ostacolare il commercio estero, scambiare l’Euro per il Franco francese e chiedere un referendum per uscire dall’UE.

L’istinto di Macron è l’opposto: egli pensa che un’apertura maggiore renda più forte la Francia. È fermamente favorevole al commercio estero, alla concorrenza, agli immigrati ed all’Unione Europea. Abbraccia il cambiamento culturale, e la disgregazione tecnologica. Pensa che il modo migliore per far sì che più francesi lavorino sia ridurre le gravose protezioni del lavoro, non aggiungerle. Macron sta lanciando sé stesso come un rivoluzionario pro-globalizzazione.

Marine Le Pen ha passato la sua vita in politica. Il suo maggior successo l’ha ottenuto rendendo socialmente accettabile un partito estremista. Emmanuel Macron è stato ministro dell’economia durante il mandato di Hollande. Il suo programma di liberalizzazione sarà probabilmente meno audace di quello dell’assediato Fillon, che ha promesso di sistemare le retribuzioni statali dei 500.000 lavoratori, e di tagliare il codice del lavoro. Entrambi i rivoluzionari troveranno difficoltà nel promulgare i propri programmi. Anche se dovesse prevalere, il partito di Marine Le Pen non otterrebbe comunque la maggioranza nell’assemblea generale, e Macron ha a malapena un partito.

Una Francia aperta o chiusa come una fortezza?

Tuttavia, essi rappresentano un ripudio dello status quo. Una vittoria per Macron sarebbe la prova che il liberalismo fa ancora appello agli europei. Una vittoria per Le Pen renderebbe la Francia più povera, più ristretta e più cattiva. Se dovesse portare la Francia fuori dell’euro, provocherebbe una crisi finanziaria e condannerebbe un’unione che, nonostante tutti i suoi difetti, ha promosso pace e  prosperità in Europa per sei decadi. Vladimir Putin non potrebbe che ammirare la situazione. Non è forse un caso che il partito di Marine Le Pen ha ricevuto un pesante prestito da una banca russa e l’organizzazione di Macron ha subito più di 4.000 attacchi di pirateria informatica.

A soli pochi giorni dalle elezioni, sembra improbabile che Le Pen possa arrivare alla presidenza. I sondaggi mostrano la sua possibile vittoria al primo turno, ma una probabile sconfitta al ballottaggio. Ma in questa elezione straordinaria può accadere qualsiasi cosa. La Francia ha scosso il mondo già una volta. Potrebbe farlo ancora.

Questo articolo è stato pubblicato nella versione cartacea di “Leaders section of the Economist” sotto il titolo di “France’s next revolution”

Articolo originale qui

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

In copertina: il quesito del Referendum. Fonte ilpost

L’altro giorno assistevo in differita al secondo appuntamento su La7 targato Enrico Mentana, nel quale vengono approfonditi i temi e le ragioni del Sì e del No in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. A confronto, il presidente del Consiglio Matteo Renzi e uno degli storici leader Dc, Ciriaco De Mita. La domanda che a tutti sorge spontanea, anche forse e soprattutto da parte degli stessi sostenitori del No è la seguente: perché le ragioni addotte dagli stessi debbono essere sostenute ‘televisivamente’ da quella politica vecchia incarnata più che mai da uno come Ciriaco De Mita? Quali sono le ragioni di questo vuoto a perdere, dopo la deludente ‘esibizione’ del costituzionalista Zagrebelsky?

 

E la storia è sempre la stessa: limitarsi al compitino, difendere lo status quo. Ignorando che la faccenda del bicameralismo perfetto/paritario desueta nemmeno lo è attualmente: lo è sempre stata, sin dagli albori dell’Assemblea Costituente. Perché, per quanto la nostra Costituzione possa essere la più bella al mondo, è altrettanto vero ed innegabile che quell’atto politico fondamentale fu un compromesso dettato da paure del passato più che giustificate. Un compromesso che coinvolse soprattutto la struttura istituzionale e la seconda parte della Costituzione: la contrapposizione tra bicameralismo e monocameralismo professato da socialisti e comunisti è storia nota ma spesso oscurata e dimenticata.

 

L’appuntamento del 4 dicembre è fondamentale se si guarda a quelli che sono i profili di merito: ed invece la personalizzazione continua a farla da padrone, con i professoroni ed i politici del No chiusi in una scatola di vetro ed incartati nella iniziale trappola renziana. Un gioco di gambe ed un doppio passo di classe, che il No non è mai stato in grado di reggere e contrastare. Urlando alla caduta del premier anziché addurre le ragioni della contrarietà alla riforma, che possono peraltro essere molteplici ed innumerevoli, considerata la possibile modifica di oltre 40 articoli del dettato costituzionale.

 

Avvento del nuovo bicameralismo imperfetto, ridefinizione competenze Stato-Regioni, funzionalità e funzionamento del nuovo Senato, sparizione ( o meglio, non menzione) delle Province, nuova elezione del Presidente della Repubblica. Vien da chiedersi come mai quei No, che contestando anche uno solo di questi profili potrebbero vincere a mani basse, si limitino ad andare in Tv adducendo «che è meglio lasciare le cose così come stanno».

 

A preoccupare è la drammatica assenza contenutistica della (anti)politica: è del resto difficilmente appetibile sposare una battaglia da tutti contro uno, soprattutto se quei tutti si chiamano Berlusconi, Brunetta, De Mita, Di Maio, Salvini, Grillo, D’Alema. Ed è meglio fermarsi qui. Se poi, tale battaglia diviene strumentale ed avara di contenuti,  la frittata è fatta ed il disastro si rivelerà a breve in tutta la sua evidenza. Piccolo inciso a riguardo: pare che Berlusconi sia andato da Mattarella ed abbia offerto la propria disponibilità ad (appoggiare?) un nuovo governo in caso di dimissioni di Renzi. E niente, fa già ridere così.

 

Se volessimo peggiorare il quadro, potremmo addirittura sindacare sulla necessità di un referendum costituzionale. La fine del bicameralismo perfetto segnerà davvero la risoluzione delle complicazioni istituzionali del Paese dei 63 governi in 70 anni? L’eliminazione del principio di competenza concorrente Stato-Regioni, nella ridefinizione del tanto discusso art.117 (già revisionato nel 2001 con la riforma del titolo V), allevierà l’illimitato numero di ricorsi presentati in questi anni alla Corte Costituzionale? Il Senato dei 100 rispecchierà canoni di efficienza e funzionalità, o si attesterà semplicemente nella comoda categoria legata alla voce ‘taglio degli sprechi’, lasciando la tazza bollente a Sindaci e Consiglieri? Ed ancora: il nuovo art. 70 è abbastanza chiaro da definire la possibile futura diversità tra Camera e Senato? La riduzione dei senatori, la sparizione delle Province, l’elezione indiretta del Senato, l’abolizione del Cnel. Basterà tutto questo a limitare le spese di un Parlamento tra i più costosi e numerosi in Europa e nel mondo?

 

Come si mette dunque in difficoltà Renzi, considerata la notevole abilità dialettica, fondata su canoni di semplificazione e rottamazione? Lo avrete capito: portando le ragioni della contrarietà alla riforma. Non abbiamo assistito (ancora) a nulla di tutto questo. Quel che invece sappiamo (..) è la presenza di una modifica costituzionale piuttosto sostanziale, che potrà essere votata o meno esprimendo un semplice Sì o No. Un fatto a mio avviso paradossale: si sarebbe ad esempio potuto lottare, di più e meglio, per uno ‘spacchettamento’ dei quesiti, evitando una concentrazione così radicale di un unico quesito tutt’altro che omogeneo.

 

E veniamo così all’errore personalizzazione: gravissimo, inadeguato e strumentale. Strumentale, poiché la maggior parte di quei No continua a premere sulle responsabilità dell’attuale governo, dimenticandosi del passato e riversando tutte le grane nazionali addosso ad un esecutivo insediatosi due anni e mezzo fa. Gravissimo ed inadeguato, perché tale ristretta concezione dimentica e tradisce il problema dei problemi: tutti questi politici, costituzionalisti, giornalisti e tuttologi ignorano forse l’introduzione del pareggio di bilancio (Cost, art.81 + art.97,117,119) in vigore dal 2014 (Legge Cost. 1/2012). Non mi pare dunque che il problema sia Renzi: il problema è chi fa il suo gioco. Il bicameralismo perfetto non ha deciso nulla in termini di stabilità ed efficienza della macchina istituzionale, considerato che quella stessa stabilità dipende principalmente dalla salute e dalla coesione dei partiti politici (o quanto meno così era, prima che venissero firmati trattati molto discutibili).

 

Con il pareggio di bilancio, invece, non abbiamo più sovranità ‘sostanziale’ e non possiamo fare debito per rilanciare la crescita. Di più: non lo abbiamo scelto né votato ed è stato così facile farlo passare. Attraverso il bicameralismo paritario. Nel frattempo cercavamo di capire cosa fosse lo spread ed esultavamo per la fine dell’era Berlusconi voluta dallo sfrenato liberismo europeo, nel quale gli Stati diventano macchine telecomandate più che entità sovrane, costrette a piegarsi in nome della attuale ed inconcludente supremazia europea. Come dire: lottare politicamente è senza dubbio forma d’arte nobile, a patto che forse ci si concentri sulle reali priorità dei cittadini, italiani ed europei.

Insomma, Sì o No e tanti saluti. Ma è davvero così utile tutto questo?

 

“Il principio del pareggio di bilancio rappresenta ormai all’interno del nostro ordinamento costituzionale un principio superiore a cui tutti gli altri diritti devono piegarsi. E’ solo apparentemente una norma costituzionale come le altre. In realtà è lo strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e sociale che è destinata a mutare definitivamente e drammaticamente il volto del Paese, come questi anni di crisi dovrebbero aver dimostrato a tutti”.

(Alessandro Mangia, costituzionalista italiano, ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Milano)

Cosa mi hanno insegnato in Lituania

Cosa mi hanno insegnato in Lituania

In copertina: Logo ufficiale dell’Erasmus. Originale qui 

Qualche giorno fa ho vissuto l’esperienza dell’Erasmus Plus. Lituania, Riterio Krantas, poche miglia dalla città di Trakai, non distante dalla capitale Vilnius. Il progetto, denominato Kick-Off for Social Inclusion, ha visto coinvolte sei diverse nazioni (Italia, Spagna, Polonia, Macedonia, Estonia, Lituania) per un totale di oltre quaranta ragazzi e ha interessato principalmente i temi dello sport e dell’inclusione/esclusione sociale, investendo nella discussione dei principali problemi europei, spesso fautori di emarginazione ed isolamento.

Come confermatomi durante un pranzo da uno dei due facilitators del progetto (i facilitators sono coloro che conducono le attività dell’organizzazione – nda) il limite principale di Erasmus Plus è nella concezione piuttosto deleteria di una parte dei partecipanti del vivere questa esperienza come vacanza piuttosto che come esperienza formativa. Una fattispecie che grazie alla bontà dei partecipanti non si è verificata regalando così al progetto una valenza straordinaria.

Vien da chiedersi: cosa ti hanno insegnato? Ritengo che descrivere una esperienza di tale calibro possa rivelarsi molto complicata e temo che difficilmente riuscirò a raccontare i fatti di una settimana. Tuttavia, è possibile riassumerne alcuni punti focali, suscettibili di riflessioni tutt’altro che scontate e lontane dal mondo reale. Le attività svoltesi si sono concentrate su un tema comune: l’inclusione sociale, appunto. Lo scopo del progetto è stato dunque sostanzialmente quello di educare alla diversità e al rispetto di chi ci sta accanto. Senza distinzioni del caso: politiche, religiose, sessuali ed etniche. Ma sono le modalità di insegnamento ad aver impressionato tutto il nostro gruppo italiano. Quella ‘No-Formal Education’ non pervenuta nel nostro Paese arretrato e lontano dagli sviluppi comunitari.

Ci hanno insegnato innanzitutto a concepire adeguatamente l’importanza del tempo: tutto è stato organizzato all’insegna della precisione e della gestione dello stesso. Dalle 9 alle 19, pause escluse, abbiamo lavorato sulle attitudini legate all’accettazione della diversità e al rispetto verso il prossimo. In veste di una corretta integrazione, che è termine fondamentale se non fondato sulle chiacchiere dei giorni nostri. Abbiamo eseguito ‘workshops’, sperimentato culture altrui, messo in atto la nostra creatività e discusso assieme della necessità di cambiare passo in termini culturali rispetto alle difficoltà che ci circondano.

Si noti che Erasmus Plus è progetto finanziato dall’Unione Europea, nella quale è possibile partecipare semplicemente mettendo in gioco se stessi, con costi nulli persino per famiglie in difficoltà economico-finanziarie. Ma in Italia, una settimana di assenza a scuola a causa di Erasmus Plus, è spesso e volentieri causa di emarginazione ed isolamento, ad opera di chi dovrebbe insegnarci a diventare gli uomini e le donne del futuro, favorendo lo sviluppo delle future generazioni e della nostra malata società.

Valgano due esempi per far capire la nostra esperienza, quella di 43 ragazzi diventati una famiglia e tutt’ora in lacrime per essere tornati ad una quotidianità ipocrita e crudele. Il primo: in una delle attività preparate dal progetto, i facilitators hanno diviso i ragazzi in gruppi (si badi, con una divisione che prescindeva dalle nazionalità presenti) portandoci ad una discussione di trenta minuti sul tema dei rifugiati. Ci hanno chiesto di fornire, dal nostro punto di vista, un pensiero su quali avrebbero potuto essere le soluzioni.

Ne è nato un dibattito straordinario: per la prima volta nella mia vita ho visto coetanei ragionare senza preconcetti e nel rispetto della differenza di pensiero. Tutti hanno dato prova di una maturità forse sconosciuta in primis alla nostra Italia (ripensando al banale dibattito sul referendum costituzionale delle ragioni del Sì o del No) e poi (ma non meno rilevante) alla nostra Ue, spesso incapace di risolvere i problemi odierni proprio perché vittima di un pensiero generalizzante che è spesso causa di emarginazione rispetto alla diversità.

Ho sorriso e ho pianto. Ho accarezzato tra foreste, laghi e sentimenti l’Europa che volevo, quella che cerco attualmente. Una Europa con simili progetti, con ragazzi straordinari che per il momento ho dovuto lasciare ma che non dimenticherò e ritroverò. Certo, non esiste un pensiero comune: proprio sul tema migranti si è riscontrata la maggiore diversità. Ma in Lituania ci hanno insegnato che il mondo non funziona e non funzionerà a suon di stereotipi, emarginazioni ed isolamenti sociali legati a preconcetti di stampo spesso occidentale.

Il secondo esempio è stato ‘mediaticamente’ il più devastante: un esperimento sociale, con due gruppi divisi tra attori e spettatori. Gli attori hanno messo in scena un rituale piuttosto controverso (ma come dirò solo apparentemente e ingannevolmente) nel quale gli uomini intimavano alle donne di chinare la propria testa attraverso le mani. Ovviamente abbiamo pensato al peggio. In realtà, altro non era che l’opposto, ovvero un rituale nel quale gli uomini cercavano di raggiungere la superiorità della donna.

Ci hanno insegnato tutto quello che serve a vivere in armonia: la vittoria dell’uomo sul tempo, il rispetto delle diversità, il tentativo di vivere i problemi come fonte di soluzioni improntate su una vastità culturale che non può fermarsi al contesto nel quale siamo nati o abbiamo vissuto. Ci hanno insegnato ad amare, a guardare oltre.

Questo secondo ed ultimo esperimento mi ha ricordato parecchio il saggio della mia professoressa di Sociologia del Diritto, Letizia Mancini, intitolato ‘Burqa, Niqab e diritti della donna’. Nel saggio si discute dell’approccio europeo con la cultura islamica ed i problemi che ne sono conseguiti, del tutto attuali. La soluzione della docente è altamente simile a ciò che questo progetto ha cercato di inculcare:

«Come dare torto a Mufuliat Fijabi, giornalista nigeriana impegnata nella difesa delle donne, quando sostiene che il burqa è innanzitutto un capo di abbigliamento e come tale non deve essere soggetto, in linea generale, ad alcuna regolamentazione o divieto? Chi può decidere che tipo di abbigliamento è accettabile o meno per la donna e in base a quali standard si fonda questa decisione? L’emancipazione della donna musulmana, sostiene l’antropologa Fadwa El Guindi, può avvenire mediante l’uso del velo, o mediante il suo rifiuto. Il velo può avere un significato personale secolare o religioso, può rappresentare tanto la tradizione, quanto l’emancipazione e la lotta. Liberando la questione dell’eguaglianza e della dignità di genere da considerazioni paternalistiche e strumentali, ciò che dobbiamo auspicare da parte delle istituzioni europee è che guardino alle donne oltre il burqa, garantendo loro il godimento e la tutela dei diritti, del diritto di partecipare, di essere ascoltate e di tutti i diritti economici e sociali senza i quali la libertà, l’autonomia, la dignità e l’integrazione non sono altro che concetti sui quali possiamo continuare a discutere, ma che, nella realtà, non hanno alcuna consistenza».

Da queste parole straordinarie e dalla mia esperienza, l’auspicio è che si possa cambiare marcia attraverso il guardare oltre. Oltre le distanze, oltre la diversità, oltre la stupidità di chi vuole un pensiero comune, prevalente solo perché frutto di società più evolute, con il disastroso risultato di ottenere effetti devastanti e contrari. Il potere è nella differenza e nell’accettazione della stessa.

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