Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Al volgere al termine di quella che alcuni commentatori hanno efficacemente definito come la “sua” estate, Matteo Salvini si trincera all’interno del Palazzo della Prefettura di Milano. Ad attenderlo, al suo interno, un ospite non poi così inatteso, nonostante il vespaio di polemiche suscitato dal summit: Viktor Orbàn, granitico primo ministro dell’Ungheria (e non “Repubblica d’Ungheria”: può essere salutare ricordare come sia stata proprio la riforma costituzionale voluta da Orbàn, nel 2012, ad eliminare tale dizione dal nome ufficiale dello Stato) dal 2010, noto ai più per le sue posizioni apertamente nazionaliste, xenofobe ed euroscettiche.

Che tra i due ci fosse una certa intesa era fatto notorio: il Ministro dell’Interno italiano ha, infatti, indicato a più riprese nel premier ungherese un modello da imitare, il capofila di una linea dura nei confronti dei “tecnocrati di Bruxelles” che il leader leghista ha sperticatamente lodato per anni, non nascondendo la propria ammirazione per il disegno neonazionalista abbozzato in terra magiara. Che si giunga ad un incontro faccia a faccia, nel periodo presente e nel corrente contesto politico, ha, però, tutt’altro significato, e può rappresentare uno spartiacque epocale negli spazi politici, europeo e italiano. E che il fiume così spartito esondi, travolgendo le componenti democratiche e internazionaliste di ciascuno di essi, è un rischio tutt’altro che remoto.

UNITI NELLA DIVERSITÀ

Il motto dell’Unione Europea può paradossalmente esprimere meglio di ogni altro la vicenda politica di Fidesz, il partito ungherese di cui Orbàn è espressione, in rapporto ai propri partner politici europei. Sin dal 2004 (anno di adesione del Paese all’Unione, concomitante con le elezioni del Parlamento Europeo), esso è stato saldamente radicato nel Partito Popolare Europeo (PPE), il raggruppamento politico di centro-destra fondato dalla Democrazia Cristiana, che ad oggi coagula attorno a sé i principali partiti centristi europei, quali Forza Italia, la CDU di Angela Merkel e il suo quasi-omologo (difficile individuare una perdurante comunione d’intenti al netto del recente spostamento a destra, incarnato dalla linea politica del ministro Seehofer) baverese CSU e i repubblicani francesi. Il gruppo, il principale nel contesto europeo insieme ai socialdemocratici, coi quali si è spesso ingaggiato in una große Koalition di cui l’attuale Commissione europea è, a sua volta, espressione, è però assestato su posizioni politiche e culturali apparentemente antitetiche rispetto a quelle di Orbàn. Se gli uni sono europeisti e federalisti, l’altro è euroscettico e nazionalista; mentre i primi sono la più pregnante espressione dell’establishment europeo, avendo occupato ininterrottamente, ancorché in posizioni variabili, i posti di potere dell’UE sin dalla sua istituzione, il secondo deve la propria fortuna politica all’implacabile critica di quello stesso establishment, accusato di centralismo e lontananza dal popolo; dove il manifesto dei popolari, nella parte dedicata ai «valori», risulta imbevuto di liberalismo, il leader ungherese rivendica orgogliosamente di aver dato il via ad una «democrazia illiberale».

La politica, però (si sa), è fatta di compromessi – risponderebbero, probabilmente, dalle parti del PPE, interrogati su come sia possibile un simile sodalizio e non desiderosi di rispolverare una polemica mia del tutto sopita. La politica (si sa) è fatta di opportunismo – risponderebbero, probabilmente, da entrambe le parti, se ciascuna di esse avesse onestà intellettuale e non avesse potenti disincentivi a negare un’irrecomponibilità di fondo coi propri, formali alleati. Come messo, infatti, in luce da più parti, la membership nel PPE ha sinora messo Orbàn al riparo dalla pericolosa procedura ex art. 7 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), a mente della quale uno Stato membro che ponga in essere una “violazione grave e persistente” dei valori fondamentali dell’Unione («dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze […], pluralismo, non discriminazione, tolleranza, giustizia, solidarietà e parità tra donne e uomini», recita l’art. 2 del medesimo Trattato) può giungere a vedersi sospendere i diritti derivanti dalla partecipazione all’Unione (con particolare rilevanza del diritto di voto in seno al Consiglio), senza che contestualmente perdano efficacia gli obblighi ad essa connessi. In un meccanismo di approvazione che prevede il voto unanime del Consiglio Europeo, il Collegio di quei capi di Stato e di Governo che in più di un caso sono espressione dei partiti popolari, e l’approvazione del Parlamento Europeo, dove questi detengono la maggioranza relativa, Fidesz ha, non dando sèguito al vistoso spostamento a destra intrapreso dalla leadership di Orbàn, restando legato ai popolari e non ricollocandosi nel più congeniale gruppo dell’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF, coacervo di partiti di destra ed euroscettici capitanato dalla Lega e dal Rassemblement National, nuovo nome del Front National di Marine Le Pen), di fatto impedito qualsiasi iniziativa nel senso di attivare la norma in questione.

Le vantaggiose conseguenze del collocamento politico prescelto dal partito ungherese sono sommamente evidenti se si effettua un paragone col caso polacco. A séguito di una controversa serie di riforme del sistema giudiziario varate dal partito di governo Diritto e Giustizia (in polacco, Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato in PiS), parte rilevante della quale è costituita da misure accusate di sottoporre, di fatto, la Corte Suprema al controllo del governo (in perfetto parallelismo con quanto avvenuto in Ungheria in rapporto alla Corte Costituzionale), la Commissione ha deciso di attivare l’art. 7 contro l’altro leone rampante del gruppo di Visegrád. Tali misure hanno esasperato i toni della tensione montata negli ultimi anni fra gli occupanti dei palazzi del potere di Varsavia e gli omologhi di Bruxelles, a causa delle politiche di concentramento del potere e di riduzione dei checks and balances portate avanti dalla Polonia, in modo (ancora) del tutto analogo all’Ungheria. Per quanto le probabilità che il meccanismo sanzionatorio giunga ad efficacia siano prossime allo zero (come detto, il Consiglio Europeo deve esprimersi all’unanimità, e la Polonia può contare sull’appoggio -non sorprendente- di Orbàn), il valore simbolico della prima apertura della procedura nella storia dell’Unione è dirompente, e si pone a formalizzazione della crescente spaccatura fra i Paesi dell’Europa occidentale, che formano il nucleo storico del progetto eurounitario, e quelli dell’Europa orientale, assestati su posizioni euroscettiche e sovraniste pressoché dai primi giorni dell’allargamento ad Est del 2004-2007.

Come spiegare la differenza dei trattamenti rispettivamente riservati a Polonia e Ungheria, a fronte di tante similarità? Per banale e maliziosa che possa sembrare, la risposta data pressoché unanimemente è molto semplice: a differenza di Fidesz, PiS è federato, al livello europeo, al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), largamente minoritario a tutti i livelli istituzionali. Il premier magiaro, dunque, ha storicamente avuto tutto l’interesse a restare accasato alla famiglia dei popolari europei, che pur di evitare imbarazzanti prese di posizione contro il graduale percorso verso l’autocrazia di Orbàn (come giustificare ai propri elettori una presa di posizione trasversale come l’accusa di violare i princìpi base della convivenza europea contro un proprio alleato?) si è dimostrata largamente indulgente verso i movimenti tellurici in corso ad Est. In cambio della tolleranza del centro-destra europeo, Fidesz ha portato in dote, nella legislatura 2014-2019, ben 12 dei 22 seggi spettanti all’Ungheria nel Parlamento Europeo, grazie al proprio incomparabile peso nel panorama politico domestico – una boccata di ossigeno per i popolari, che anche grazie al contributo magiaro riescono a detenere una risicata maggioranza relativa, con 219 seggi a fronte dei 189 dei socialisti.

Le cose, però, potrebbero ben presto cambiare, e l’incontro milanese del 28 agosto è lì per testimoniarlo. La crescente arroganza di Orbàn, divenuta pressoché incontenibile a fronte della schiacciante maggioranza parlamentare ottenuta alle elezioni nazionali dell’8 aprile 2018, ha recentemente portato la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo a chiedere alla plenaria di esprimersi su un’apertura del procedimento ex art. 7, con votazione che si terrà a settembre. In questo contesto, 8 dei 19 membri della Commissione in quota PPE hanno votato a favore della mozione – a testimonianza dell’emersione di un fronte di dissenso interno ai popolari, di un’insofferenza montante che potrebbe portare i moderati europei a revocare in dubbio la propria storica remissività nei confronti dell’alleato.

Alleato, sì: ma per quanto? Il disegno di Salvini, apertamente desideroso di dare vita ad una “Internazionale nera” per trasformare “l’Europa delle banche” in “un’Europa dei popoli” federando i partiti di destra, estrema e/o populista, così da bloccare ogni tentativo di ulteriore integrazione e far passare a tutti i livelli la linea “dura” anti-immigrazione, è ora ben lungi dal risultare irrealizzabile. Se, da un lato, il PPE si mostra sempre meno disposto a chiudere un occhio sui colpi di mano magiari, dall’altro, per quanto le letture in questo senso non siano unanimi, Orbàn sembra avere sempre meno incentivi, alla luce del quadro politico che si profila all’orizzonte delle elezioni europee del maggio 2019, a restare imbrigliato nell’ingombrante famiglia del moderatismo eurounitario. Con i repubblicani francesi virtualmente scomparsi dallo spettro politico transalpino e una Forza Italia agonizzante, il Partito Popolare spagnolo logorato dall’estenuante governo Rajoy e i cristiano-democratici tedeschi indeboliti dalle recenti vicende interne, è pressoché inevitabile che il PPE subisca un forte ridimensionamento nella ventura tornata elettorale, anche alla luce delle indiscrezioni che vorrebbero un Macron più interessato a creare un gruppo autonomo, che a convergere in famiglie politiche esistenti (posto che i popolari sarebbero, insieme all’ALDE, nel quadro dei grandi raggruppamenti, il gruppo probabilmente più congeniale all’istrionico presidente francese). D’altro canto, l’ENF di Salvini e Le Pen guadagna sempre più appeal: con una Lega ai massimi storici, partiti di destra ed euroscettici sempre più radicati in Germania, Austria e Olanda e il Rassemblement National sempre più vicino a completare la propria riconversione da partito dei nostalgici di Vichy a raggruppamento dei populisti di destra d’Oltralpe, non sembra azzardato ritenere che le destre saranno, perlomeno ed ottimisticamente, la terza famiglia più numerosa d’Europa. Se, infine, si aggiungono le indiscrezioni sulle volontà del PiS polacco di abbandonare i Conservatori a fronte del drammatico ridimensionamento che questi stessi subiranno, perdendo i tories inglesi in conseguenza della Brexit, e che per ragioni del tutto speculari a quelle esposte per Fidesz non sembrano sussistere grandi incentivi ad unirsi al PPE, i tempi sembrano maturi perché i due partiti leader del gruppo di Visegrád si apparentino alle destre dell’Europa occidentale, consolidando anche nelle sedi istituzionali il blocco sovranista ed euroscettico.

Il meeting di Salvini e Orbán rema precisamente in questa direzione. Il leader leghista, a margine dell’incontro, ha dichiarato: «Stiamo lavorando per un’alleanza che escluda le sinistre e riporti al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia. Possiamo unire energie diverse con un obiettivo comune». Per quanto Orbàn abbia usato termini meno netti, esprimendo un generico apprezzamento per il leader lombardo, il processo di avvicinamento in atto è innegabile – e non è da escludere che, superato lo scoglio del dibattito parlamentare sull’attivazione dell’art. 7 sopra riferito, le carte dell’ultradestra vengano scoperte, gli alleati del premier ungherese a Strasburgo vengano scaricati e il gruppo di Visegrád allargato prenda, finalmente, forma: quali le ripercussioni, per l’Europa, della formazione di un compatto gruppo di estrema destra nel Parlamento chiamato, fra l’altro, ad approvare l’insediamento della prossima Commissione e il piano finanziario pluriennale dell’UE per il periodo post-2020, e a legiferare in materia migratoria, pare sufficientemente autoevidente.

L’incontro del 28 agosto apre, così, ufficialmente la campagna elettorale del fronte neonazionalista  europeo. Un fronte che, a differenza dei propri concorrenti, sembra avere le idee drammaticamente chiare sulle direzioni da imprimere all’Europa. Poco importa, poi, agli occhi dei suoi elettori, che in termini di concrete scelte politiche i suoi componenti si trovino a pugnalarsi alle spalle, con un governo italiano impegnato sul fronte della redistribuzione infraeuropea dei migranti ed un governo ungherese (così come quello polacco, quello slovacco e quello ceco) che respinge la riforma del regolamento di Dublino e si rifiuta categoricamente di accogliere persone anche sul piano diplomatico ed extra-giuridico. Nel lungo termine, i leader di estrema destra convergono sull’irrealizzabile, disumano e contrario ai basilari princìpi del diritto, internazionale come europeo, disegno di bloccare i flussi migratori alla partenza. Tanto basta per mobilitare folle di elettori, ormai prigionieri della mistificatoria e tossica narrazione del populismo pseudo-identitario.

AHI, SERVA ITALIA

Per quanto le conseguenze principali, e più gravi, dell’avvicinamento italo-ungherese riguardino, come discusso, lo spazio politico europeo, i riposizionamenti che esso sembra implicare non paiono privi di conseguenze anche per lo scenario italiano.

I malumori dei 5 Stelle rispetto all’incontro milanese, frettolosamente connotato come politico, non condiviso e non istituzionale, a voler rimarcare la propria ostilità alla refrattarietà di Orbàn alle politiche di redistribuzione dei migranti, segnano l’ennesimo episodio della latente conflittualità fra le due componenti del governo “giallo-verde”. L’alleato ungherese non piace agli adepti di Di Maio, e il gioco delle parti nel quale i pentastellati tentano di irretire le anime di sinistra dell’elettorato italiano trova un’importante mossa in questa univoca dissociazione dalle amicizie che aleggiano negli ambienti governativi. Una dissociazione che, però, non piace agli esponenti leghisti, che invece tengono a sottolineare come il ruolo istituzionale di Salvini giochi un ruolo importante nel colloquio, anticipatorio di una comunione d’intenti anche a livello intergovernativo: che ciò avvenga surrettiziamente, come nell’intervista a Libero in cui Salvini mette in luce come Orbàn sia “un capo di Stato come un altro”, o esplicitamente, con Fontana e Bianchi che rivendicano l’importanza del ruolo governativo del leader leghista, appare chiaro come il Carroccio guardi con favore alle implicazioni istituzionali del nuovo asse.

Con ogni probabilità, e come già nel 2014, 5 Stelle e Lega correranno, dunque, con differenti prospettive di alleanze post-elettorali alle prossime consultazioni europee – e anche questo andrà spiegato all’opinione pubblica, non trattandosi esattamente di un segno di buoni rapporti fra gli alleati di governo. Al contempo, è difficile immaginare che Forza Italia voglia rompere con i partner popolari, mentre è plausibile che Fratelli d’Italia voglia seguire Salvini nella sua avventura in fondo a destra. Che ciò risulti, o meno, in una formale frattura all’interno del centrodestra, che non farebbe che complicare il quadro politico italiano, il rischio che si prospetta come più evidente è, però, quello che le elezioni europee fungano da pretesto per la definitiva spaccatura della coalizione giallo-verde: scenario al quale Salvini sarebbe decisamente interessato, per mettere definitivamente a frutto l’erosione dei consensi ai danni del partner di governo attuata in questi mesi e tornare alle urne. Se, peraltro, la Lega dovesse effettivamente ottenere risultati esaltanti in sede europea, non le risulterebbe affatto difficile confondere drammaticamente i piani (in ciò confortata dal triste precedente di «#enricostaisereno»), ed agitare il feticcio della legittimazione democratica ottenuta a Strasburgo per rinsaldare ulteriormente la propria egemonia nella politica nazionale, assestandola ulteriormente su lidi destrorsi.

Insomma, quest’ultimo scorcio d’estate rischia di avere ripercussioni drammatiche sul futuro della politica, nazionale ed europea. Gli orizzonti di entrambe si tingono di nero, e le cupe ombre del più becero nazionalismo si stagliano sul prossimo, decisivo quinquennio. L’unica speranza per i democratici e cosmopoliti, del vecchio Continente, ma non solo, sembra essere quella di una nuova stagione di civismo e partecipazione, una raccolta dei sempre più pressanti, ma (purtroppo) sempre più minoritari, appelli a «restare umani». Contro ogni retorica dell’ineluttabilità della catastrofe che si profila, vale oggi più che mai, con gli occhi rivolti non solo (come nella prospettiva dell’Autore) alla teoria politica generale, ma anche alla concreta prassi quotidiana, l’efficace formula di Giorgio Gaber: «Libertà è partecipazione».

Paolo Mazzotti


 

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

Le elezioni presidenziali francesi dell’Aprile-Maggio 2017 sono state (correttamente) viste dalla maggior parte degli interpreti come una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’Unione Europea:

si è, cioè, tentato di leggere nelle scelte dell’elettorato francese, sin dalle primissime fasi dell’acceso dibattito politico attraverso cui esse si sono snodate,  il grado di legittimazione popolare goduto dall’Unione, difesa dai candidati dei partiti tradizionali e dall’outsider Emmanuel Macron, e, di converso, il peso politico posseduto dalle posizioni “populiste” ed antieuropeiste, incarnate da Marine Le Pen e dal suo rinnovato Front National, al lordo della loro avanzata su scala globale rappresentata dalla vittoria del “Leave” nel referendum su Brexit prima, e dall’elezione di Donald Trump poi.

Ad un osservatore smaliziato, però, l’intera vicenda, e soprattutto la narrazione che ne è stata effettuata a livello mediatico, può apparire paradigmatica anche del concreto e desolante atteggiarsi del dibattito quotidiano sui temi dell’Europa, propiziato dalla cultura politica, condivisa da una parte sin troppo estesa dell’élite che quella stessa Europa è chiamata a governare, ormai divenuta maggioritaria al riguardo. Pressoché tutti i discorsi che vengono articolati nelle sedi mainstream sull’argomento, infatti, sono caratterizzati da un vero e proprio occultamento dei reali temi del contendere, funzionale, in modo più o meno consapevole a seconda dei casi, a prevenire una reale dialettica tra posizioni critiche. Più in particolare, si assiste ad una sconcertante divisione manichea tra “europeisti” e “populisti”: l’atteggiamento complessivo assunto dagli attori politici sull’UE, rispettivamente di adesione o di contestazione, è la prima informazione trasmessa su di essi da giornali, televisioni ed opinionisti, quasi che la “precisa” catalogazione nell’un campo o nell’altro fosse condizione essenziale e pregiudiziale per permettere all’opinione pubblica di valutare correttamente il partito o movimento in questione, il più delle volte conformemente agli oscillanti umori di volta in volta propiziati da quegli stessi media che rilanciano, rinsaldandolo, tale tertium non datur fatto sempre più proprio dagli stessi esponenti delle istituzioni europee. Come ogni discorso improntato ad una logica binaria, le effettive posizioni politiche e i sistemi valoriali ad essi soggiacenti finiscono per perdere qualsivoglia ruolo autonomo, divenendo vittime di un tritacarne ideologico il cui unico fine pare essere la semplificazione ad ogni costo, raggiunta attraverso la forzosa sussunzione entro dette categorie, che pretendono di esaurire le possibilità offerte dallo spettro politico, di soggettività che, ad uno sguardo più attento, non hanno nulla a che spartire l’una con l’altra.

EGALITÈ, LIBERTÈ, FRATERNITÈ

A fare le spese della perversa logica politico-culturale per cui ad una critica del sistema europeista corrisponde una pressoché automatica etichettatura come «populista», a prescindere dalle concrete modalità di svolgimento della critica stessa, sono stati, nella vicenda francese, Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento La France Insoumise. Ambedue estremamente critici nei confronti dell’UE e della sua ideologia liberista, ambedue per ciò solo etichettati pressoché unanimemente come «populisti di sinistra», il neonato partito e il suo istrionico leader sono comunque riusciti ad ottenere risultati notevoli, rispettivamente alle elezioni legislative del Giugno 2017 e (soprattutto) al primo turno delle elezioni presidenziali in parola, dove Mélenchon ha conquistato la fiducia del 19,6% dei votanti sfiorando il ballottaggio.

La poderosità del conformismo mediatico nel senso dell’appiattimento sull’equazione tra critica dell’UE e populismo si è dispiegata appieno appunto a sèguito dell’arrestarsi del filosofo francese al primo turno. Per quanto l’opinabile equiparazione tra Le Pen e Mélenchon (portata avanti anche da buona parte dei media italiani, con un’impressionante coincidenza tra opposti quali Il Sole 24 Ore e Il Fatto Quotidiano), nel segno di una presunta comunanza d’intenti nell’uscita dall’UE e dalla NATO e nel recupero della sovranità nazionale, fosse iniziata già durante l’incerta e mozzafiato campagna per il primo turno, l’esclusione del secondo dal ballottaggio e la sua conseguente necessità di prendere una posizione hanno aperto il vaso di Pandora dei commentatori, interessati e non, che rispettivamente auspicavano e vaticinavano un endorsement del “populista di sinistra” alla “populista” tout court. Che in Italia il più illustre esponente dei primi sia stato  Matteo Salvini (allineatosi alla strategia di Le Pen stessa), secondo il quale gli elettori di Mélenchon avrebbero dovuto votare Le Pen perché «(…) il punto non è più destra o sinistra, ma l’essere alle dipendenze di Bruxelles o non esserlo», non dovrebbe sorprendere più di tanto: “il popolo” contro “le élites” non è, d’altro canto, che l’ultima versione, una volta rivelatasi impraticabile la vecchia dicotomia “nazione”– “non nazione”, della consueta strategia della destra reazionaria di negare la complessità del reale astraendolo in categorie vuote, ma tali da creare un senso di appartenenza e promuovere lo scontro manicheo tra “noi” e “loro”.

Meno scontato è che posizioni nella sostanza analoghe siano state e siano assunte da commentatori dotatisi di analisi ben più profonde e di segno ben più progressista. In un precedente articolo ho tentato di ricondurre l’ascesa del “populismo di destra” (specificazione che non ritengo debba, in realtà, essere effettuata) all’effettiva estromissione delle istanze di sinistra dallo spettro politico di gran parte delle democrazie liberali, ormai ridotto ad autorappresentarsi (in maniera, purtroppo, tendenzialmente fedele alla realtà della sua prassi quotidiana) come imperniato sulla dialettica tra “moderati”, sparpagliatisi tra due “poli” sempre più ideologicamente simili l’uno all’altro, e “populisti”. L’equiparazione di La France Insoumise e Front National non è altro che il frutto avvelenato di questa stessa logica, legato al fatto che, in Europa, le sorti dei “moderati” e dell’europeismo siano, storicamente, state inscindibilmente connesse: sinistra e destra istituzionali (o, se si preferisce, centrosinistra e centrodestra) sono, infatti, ormai da almeno un trentennio unite, tra l’altro, dal comune favore per l’Europa unita, e da tutto ciò che ne consegue. Qualunque soggettività politica si ponga al di fuori dell’insieme di assunzioni assiomatiche che fondano l’ideologia “moderata”, e in particolare la celebrazione acritica dell’UE, sia essa l’erede ritoccato dei nostalgici di Vichy o una forza di sinistra ambientalista, ispirata alla logica della partecipazione dal basso, è egualmente peccatrice – dell’irredimibile peccato di “populismo”.

Si tratta, però, di un’equiparazione assolutamente mistificatoria, che pur di autoperpetuarsi giunge a fare a pugni con la realtà dei fatti. Se, infatti, è già sufficientemente sorprendente che, nonostante Mélenchon abbia ripetutamente fatto presente di non avere intenzione di uscire dall’UE, ma “semplicemente” di correggerne il tiro in direzione sociale-redistributiva ,abbandonandone l’esasperato liberismo, i media mainstream abbiano ossessivamente ripetuto il mantra dell’esito fatale per l’Europa unita, in ogni caso, di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon; pressoché incomprensibili, e tanto più tali quanto meno partigiani, risultano gli incoraggiamenti/pronostici di una convergenza degli elettori di La France Insoumise su Le Pen al ballottaggio, a fronte del format scelto da Mélenchon per lanciare la consultazione con la propria base sulla questione – oggettivamente spinosa – della posizione da assumere al secondo turno:

«Visto il profondo attaccamento di La France Insoumise ai valori d’egalité, liberté e fraternité, il voto per il Front National non costituisce un’opzione per la consultazione.»

La formula è significativa nel suo esprimere l’incolmabile abisso che separa due forze che soltanto ad una superficiale osservazione possono apparire, ed anche in tal caso solo sommariamente, assimilabili. Se da un lato Le Pen agita il feticcio di una sovranità statuale colpita a morte dall’integrazione europea concependola come un fine in se stessa, in quanti realizzazione dell’autodeterminazione nazionale, dall’altro Mélenchon propone una rinnovata valorizzazione di quella stessa sovranità, oltre che come misura sussidiaria, solamente quale mezzo per realizzare quei fini di eguaglianza, libertà e solidarietà che i rigurgiti nazionalisti si prefiggono invece di negare esplicitamente, attraverso quei diritti sociali (alla salute, all’istruzione, al lavoro) che lo Stato sociale europeo ha saputo garantire nell’Hobsbawmiana «età dell’oro» e che la globalizzazione economica liberista, alle cui ideologia e prassi l’UE aderisce (pur temperandole, in certi casi anche significativamente), sta ora mettendo in crisi.

In ciò risiede la legittimità dello Stato agli occhi di una sinistra nel cui patrimonio valoriale è ben presente la nozione della strumentalità delle organizzazioni politiche rispetto alla vita delle persone (e non viceversa), e in ciò si esaurisce la proposta di un suo recupero contro la globalizzazione. L’orizzonte culturale, prima ancora che politico, in cui si muovono quelle che qualche osservatore ha più propriamente descritto come destra e sinistra “sovraniste”, registrando un trend non certo limitato alla sola Francia, è dunque incommensurabile, e prenderne atto si fa ogni giorno più necessario.

IDEOLOGIA

Ciò che ha reso possibile trattare allo stesso modo Front National e La France Insoumise va, insomma, ricercato al di fuori dei rispettivi obiettivi politici. Nelle opere del giovane Karl Marx acquista centrale importanza la nozione di “ideologia”, intesa, nel suo nucleo più essenziale, come sistema teoretico astratto dalla realtà materiale e sociale, teso a giustificarla tendenziosamente e ad occultarne gli squilibri nei rapporti di forza economici. Qualcosa di simile è accaduto nel contesto dell’Europa unita: il suo sistema istituzionale e l’intricato sistema di norme giuridiche da esso prodotto hanno saputo guadagnare legittimità agli occhi di un’opinione pubblica tendenzialmente orientata in senso democratico-sociale aderendo alla sua stessa retorica, per quanto la loro concreta prassi si sia orientata in senso esplicitamente contrario e finalizzato alla realizzazione mercato unico. La volontà di superare il paradigma sovranistico e nazionale, propiziata dagli orrori della Seconda guerra mondiale che ne costituivano il logico sviluppo, è così diventata (a buon diritto!) parte integrante della mentalità collettiva; ne sono, però, discesi, soprattutto negli anni passati, una retorica europeista pervasiva ed un aprioristico favore per l’integrazione sovranazionale (che oggi ha ironicamente ceduto  il passo ad un altrettanto aprioristico antieuropeismo) noncurante dell’oggettivo contrasto esistente tra i valori fondamentali della grande unità antifascista, che davano lo slancio alla ricostruzione europea degli anni ’50-’60, e quelli della Comunità Economica Europea prima, e della Comunità Europea e dell’Unione Europea poi.

Gli esempi dell’irrisolta tensione tra i princìpi costituzionali, egualitari e redistributivi, degli Stati membri e quelli ispiratori del sogno europeista, liberisti e orientati al mercato, al di là della convergenza su specifiche questioni (anche numerose, se si pensa all’apporto oggettivamente progressista recato alla politica internazionale dall’UE su una pluralità di temi, quali la tutela dell’ambiente), si sprecano. Come acutamente notato, tra gli altri, da Cesare Salvi nel suo «Capitalismo e diritto civile» (Il Mulino, 2015), anche un semplice raffronto fra il testo della Costituzione italiana del 1948 e quello della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 permette di cogliere significative differenze negli orizzonti valoriali di riferimento.

Laddove la prima recita, all’art. 41:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»,

la secondasullo stesso tema, prevede scarnamente, all’art.16:

«È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.»

Bandito ogni riferimento espresso ai fini sociali promossi dalla regolamentazione legislativa ed ai limiti intangibili della sicurezza, della libertà e della dignità umana, il documento simbolo di un’Unione Europea che si vuole paladina dei diritti fondamentali rinvia, in primis, al «diritto comunitario» latamente inteso (essendo le «legislazioni e prassi nazionali» obbligate ad essere a questo conformi), per la definizione dei limiti entro i quali la libertà d’impresa possa esplicarsi.

Come sottolineato da Salvi, già il semplice fatto di connotare la libertà d’impresa (così, come, d’altro canto, il diritto di proprietà – art. 17) come «diritto fondamentale», equiparato al diritto alla vita, alla libertà di espressione e al diritto di sciopero, risulta estraneo alla mentalità degli ordinamenti costituzionali novecenteschi, che – come testimoniato dalla Costituzione italiana – hanno sottoposto tale libertà a severe limitazioni, assegnandole un ruolo subordinato nel proprio quadro valoriale complessivo. Ciò che Salvi caratterizza come ritorno al paradigma individualistico ottocentesco è, però, ancora più evidente nello “zoccolo duro” di quello stesso diritto comunitario che dovrebbe delimitare l’operatività della libertà in questione, rappresentato da quelle che l’UE qualifica come «libertà fondamentali» (la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali fra gli Stati membri), la garanzia delle quali è stata storicamente – ed è ancora, in una misura solo parzialmente temperata dai sempre più osteggiati propositi di integrazione politica – la finalità primaria dell’Europa unita. Tali libertà, funzionali a creare un mercato unico e fondato sul libero scambio fra i Paesi aderenti all’UE, comportano, tra l’altro, l’obbligo per tali Stati di eliminare tanto qualsiasi forma di imposizione doganale o restrizione quantitativa allo scambio delle merci che, imponendo costi non sostenuti dagli agenti economici nazionali, rendano maggiormente difficile per gli omologhi esteri la penetrazione nel mercato interno, quanto qualsiasi «misura ad effetto equivalente» alle prime: concetto estremamente ampio, tale da ricomprendere qualsiasi tassa, norma o provvedimento (compresi controlli sanitari sui prodotti d’importazione addebitati all’importatore) che abbia l’effetto di comportare, anche indirettamente o soltanto potenzialmente, costi per l’impresa esportatrice che non sarebbero sostenuti se la stessa provenisse dallo Stato interessato, secondo uno schema applicato, nelle sue linee guida, anche a servizi, persone e capitali.

Un esempio particolarmente evidente di come il primato assegnato a tali libertà dall’ordinamento europeo sia difficilmente conciliabile con i princìpi sociali è offerto dalla celeberrima e contestata sentenza «Laval», resa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2007. La Laval, impresa edile lettone, si era vista aggiudicare un appalto per la costruzione di una scuola in Svezia, ed aveva iniziato i lavori attraverso una società locale da essa controllata, distaccando, però, lavoratori lettoni. I sindacati svedesi di settore avevano dato luogo ad un intenso ciclo di lotte, conformemente al diritto nazionale, finalizzate ad imporre alla Laval l’adesione al contratto collettivo svedese in materia, stabilente una serie di condizioni lavorative (quali la sicurezza del luogo di lavoro e il periodo massimo di lavoro) maggiormente favorevoli rispetto a quelle che l’impresa intendeva applicare ai propri dipendenti, stabilite dal contratto collettivo cui essa aveva aderito in Lettonia. La preoccupazione di fondo era quella di prevenire la formazione di un pericoloso precedente, idoneo a dare luogo a pratiche di social dumping (l’abbassamento degli standard di tutela del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori provenienti da aree dotate di minori garanzie, così da obbligare i dipendenti maggiormente protetti ad accettare condizioni sfavorevoli, pur di non vedersi sostituire dai primi). A sèguito del fallimento della società controllata, la Laval aveva agìto in giudizio, chiedendo che i sindacati fossero obbligati a risarcire il danno provocato dalle azioni collettive, in quanto queste sarebbero state contrastanti con la libertà di prestazione dei servizi, imponendo all’impresa difficoltà che non avrebbe incontrato se fosse stata svedese, rendendole impossibile conoscere prima di investire nella prestazione le condizioni contrattuali cui sarebbe stata costretta ad aderire (a causa dell’affidamento da essa fatto sulla possibilità di continuare a praticare i contratti stipulati in Lettonia). Investita della questione, la Corte di Giustizia ritenne fondate le pretese dell’impresa lettone, stabilendo che le lotte sindacali svedesi avessero ristretto ingiustificatamente (il che sarebbe potuto legittimamente accadere, ad altre condizioni) la libertà di prestazione dei servizi, essendo già operativo un “nucleo di norme imperative di protezione minima” in materia, fissato da una direttiva dell’UE. Poiché le rivendicazioni si collocavano al di sopra di tale standard minimo, le difficoltà causate alla Laval nell’esercizio della propria libertà fondamentale non potevano dirsi inquadrabili nel necessario (stante l’oggettivo contrasto esistente tra di essi) bilanciamento tra questa e il diritto, parimenti fondamentale, allo sciopero, funzionale ad ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative.

La pronuncia è significativa nel segnare il distacco esistente tra il quadro dello Stato democratico-sociale e quello dell’ordinamento europeo, tanto nell’equiparazione, ad un livello astratto, tra i diritti sociali dei lavoratori e la libertà economica della prestazione di servizi (la quale, sola, rende necessario il bilanciamento reciproco), quanto nel concreto risultato applicativo raggiunto, che non può dirsi in linea con ciò che le Costituzioni moderne, recettive delle istanze democratico-progressiste, avrebbero probabilmente richiesto in un caso analogo. La Corte ha, in effetti (in ciò suscitando un vespaio di critiche ancora non sopite), legittimato quel social dumping che quasi unanimemente è indicato come uno dei più gravi problemi sollevati dalla globalizzazione economica.

Gli esempi ora citati si inseriscono in un quadro complesso, caratterizzato da innumerevoli sfumature di cui è qui impossibile rendere conto, ma che indubbiamente presenta un’inquietante ambiguità degli obiettivi fondamentali perseguiti dall’integrazione europea, che nonostante le proclamate mire di realizzazione di una «economia sociale di mercato» sembra pericolosamente oscillante verso una valorizzazione dell’elemento liberista a scapito di quello sociale. Se così è, mal si comprende come la critica delle politiche europee sembri appannaggio esclusivo delle destre, sempre più scopertamente neo-nazionaliste, di ispirazione Lepenista, e a sinistra si assista ad un’assunzione pressoché assiomatica della retorica europeista, ed alla rinuncia a denunciare con la decisione che appare necessaria il duplice (e strettamente interconnesso nei suoi due aspetti) problema del persistente deficit democratico e dell’altrettanto persistente mancanza di un orizzonte sociale nel contesto europeo.

Per quanto probabilmente non condivisibile negli esiti (per le ragioni indicate poco oltre), la battaglia di Mélenchon ha l’indiscutibile merito di aver spezzato un tabù che ormai da troppo tempo legava le mani della sinistra europea, invischiatasi in un europeismo acritico e in un rifiuto di denunciare le storture dell’UE anche quando la totale estraneità ai propri valori fondanti era maggiormente evidente (peraltro, dopo una fase di iniziale – e giustificata, stante la pesantissima assenza nel Trattato di Roma degli elementi più progressisti di cui l’architettura comunitaria si è arricchita nel corso degli anni -, durissima contrarietà alle istituzioni europee, globalmente considerate). Tale apriorismo, che, cavalcando le ambizioni del secondo ‘900, è diventato un vero e proprio fenomeno di massa e non certo limitato ai soli partiti di sinistra, sta in questa fase storica facendo il gioco dei populismi più beceri; laddove la serena constatazione della legittimità di sottoporre a critica, per quanto dura, qualsiasi tipo di istituzione politica (comprese quelle UE, terribile a dirsi!) non fosse sufficiente a persuadere dell’opportunità di prendere atto di alcune innegabili criticità, la preoccupante forza delle destre euroscettiche dovrebbe comunque portare più di un osservatore ad interrogarsi seriamente su dove l’Unione Europea stia andando e – soprattutto – voglia andare.

DIALETTICA DEL SOLIDARISMO

La strada de La France Insoumise, intrapresa nel nostro Paese anche da Sinistra Italiana (il cui leader, Stefano Fassina, non a caso ha scritto alcune delle parole più lucide che siano state spese sulle vicende elettorali francesi), non è, però, l’unica alternativa teorica elaborata dalle forze della sinistra sul tema dei complessi rapporti tra Stato ed UE, come declinazione particolare della grande, generale sfida della globalizzazione.

In «Impero» (Harvard University Press, 2000; Rizzoli, 2002), summa di pensiero postmoderno e libro-manifesto dell’enorme bolla di sapone che a posteriori si è rivelato essere il movimento No Global dei primi anni 2000, Toni Negri e Michael Hardt elaborano un affresco tanto spesso non in grado di convincere fino in fondo quanto raramente privo di forza suggestiva. Prendendo le mosse dalla presa d’atto dell’irreversibile declino del paradigma nazionale e statuale e delle sue varie declinazioni (dalla storia delle idee al diritto internazionale), causato dalla globalizzazione economica, gli Autori criticano serratamente la sinistra statalista e localista di stampo Mélenchoniano, che si ripropone di combattere gli effetti distorsivi della globalizzazione economica tornando a valorizzare la sovranità tradizionalmente intesa e i sistemi produttivi territoriali, plaudendo invece al tramonto dello Stato, caratterizzato come intrinsecamente repressivo anche nelle sue declinazioni più progressiste e assistenzialistiche, e alle possibilità di emancipazione che la mobilità di beni e persone offrono ad un’umanità ormai libera dalle anguste barriere territoriali e culturali che hanno caratterizzato l’età moderna. La globalizzazione andrebbe, dunque, “semplicemente” reindirizzata in senso sociale, e non contrastata; avversata nei suoi profili di diseguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non rigettata in quanto tale.

Depurando l’analisi di Negri e Hardt dai suoi elementi troppo rigidamente marxisti, ed applicandola allo specifico problema dell’Unione Europea, è possibile trarre utili indicazioni circa le contraddizioni della sinistra “sovranista”, l’impraticabilità delle sue proposte e la non desiderabilità della riproposizione di un modello, quello statuale, che ha certamente prodotto alcuni tra gli più stupefacenti progressi registrati nella storia dell’umanità, ma ha anche segnato con la propria impronta alcune delle pagine più buie della stessa. Riproporre un apparato fondato sul legame fra popolazione e territorio, quando l’indissolubilità, un tempo data per scontata, di questo rapporto è ogni giorno messa più in crisi dai fenomeni migratori, sempre più strutturalmente propri della nostra epoca, diventa ogni giorno più difficile; l’idea di una sovranità esercitata su, e grazie a, questo binomio è sempre meno attuale, tanto più la questione ambientale e i colpi di testa al riguardo di un Presidente eletto nell’esercizio della sovranità stessa mettono in luce la necessità di sue limitazioni.

Da quest’angolo visuale, l’Unione Europea sarebbe, nello spirito dei suoi padri fondatori (quelli ideali: non certo quelli che hanno concretizzato il sogno proto-federale nel Trattato di Roma del ’57, che, come poc’anzi accennato, disegnava anzi un quadro ancor più liberista ed antidemocratico di quello attuale), il mezzo per superare il mito della sovranità moderna incondizionata, ed affrontare con cognizione di causa le sfide del mondo attuale: superamento che, però, non può, da un lato, prescindere da un effettivo riconoscimento dei diritti umani a prescindere da appartenenze territoriali e nazionali, senza il quale l’Unione non rappresenterebbe altro che una trasposizione in scala maggiore dello Stato nazionale; e, dall’altro, non può declinarsi nel cieco liberismo cui l’UE continua ad ispirarsi, pena il divenire il miglior vassallo di quella globalizzazione (solo) economica che sta mettendo in crisi la democrazia in tutto il mondo.

Un radicale ripensamento dell’architettura europea e dei suoi fini, in direzione davvero democratica e sociale sarebbe, insomma, probabilmente più coerente con i princìpi della sinistra storica di quanto non lo siano le resistenze sovraniste di Mélenchon. Precondizione per questo è, però, che sia possibile criticare da sinistra l’UE: che le forze di sinistra rinuncino al proprio europeismo retorico e riconoscano l’esistenza di gravi problematiche nello stato attuale dell’Unione, e che a livello mediatico si smetta di associare automaticamente la critica delle politiche europee al populismo e – di conseguenza – alle destre. L’alternativa sono l’attuale stagnazione del processo di integrazione e, in ultima analisi, l’autodistruzione dell’Unione.

Se si crede, come chi scrive, che il progetto unitario (idealmente) meriti supporto, si devono fare i conti con i problemi che esso sta (materialmente) incontrando, e prendere in considerazione senza orrore né sgomento anche l’ipotesi che esso si arresti, laddove in ultima istanza si rivelasse non meritevole d’essere perseguito (per quanto, è importante ribadirlo, quest’ipotesi al momento non sembri prospettarsi). Il ‘900 ci ha mostrato, con Auschwitz e l’arcipelago GULag, i risultati del considerare lo Stato un fine in se stesso. Perché con un’organizzazione internazionale le cose dovrebbero essere diverse?

Esiste una soluzione per la Macedonia?

Esiste una soluzione per la Macedonia?

[In copertina: manifestazione in Macedonia. Fonte: realclearworld.com ]

Appena entrati nella FYROM, l’interclusa Repubblica dei Balcani compie uno sforzo di non poco conto nel ricordare che la Macedonia è esattamente lì dove ti trovi. Tutte le svariate asserzioni sull’identità macedone risulteranno gradevoli come la sua bandiera, un esuberante sole a raggiera dicromo meglio noto come il Sole della Libertà.

Le medesime possono presentarsi sgargianti come la lascivia ristrutturazione in stile Las Vegas del centro storico di Skopje, o possono addirittura prendere una forma piumosa, come il pavone lasciato libero di vagare alla frontiera con la Grecia. Il pennuto incede impettito in quell’idillio, tra gli indistinti monti dei laghi di Ocrida e Prespa in lontananza, e lo stretto fossato dove gli ufficiali frontalieri si infilano per ispezionare i veicoli in transito. (Il pavone è un simbolo nazionale, o qualcosa di simile).

Quando gli orpelli di una statualità indipendente risultano particolarmente fragili, spesso i simboli della nazionalità emanano più luce. È la lezione dei Balcani, e in particolar modo della Macedonia – un granello di Stato i cui territori sono stati da sempre contestati. Con la sfaldatura di secoli di controllo imperiale Ottomano cominciata nel XIX secolo, la “Questione Macedone” divenne tra le controversie più sanguinose e difficili da gestire, con in campo battaglie etniche in ultima analisi intraprese per manipolazioni di potenze straniere, come Gran Bretagna e Germania. Attualmente, a creare tensioni che potrebbero minare il controllo territoriale di Skopje è l’Albania; in passato è stata la Grecia ad opporsi attivamente al nome stesso del paese, portando alla bizzarra denominazione ufficiale di “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”; mentre, negli anni ‘90, le proteste scoppiate ad Atene costrinsero Skopje a cambiare la propria bandiera. Troppo da gestire, per un paese di 2,1 milioni di abitanti. La storia della FYROM rimane oltremodo confusa, e risulta perciò facile per un viaggiatore comprendere il motivo per cui gli sfoggi di una capitale come Skopje tendono all’esuberante. Si tratta in un certo senso della celebrazione di ciò che il paese agogna a diventare: uno stato-nazione stabile al pari dei suoi consimili europei.

E a tale scopo, la Macedonia sa di aver bisogno di un aiuto dall’esterno. Ma le dispute regionali l’hanno frenata, colpendo proprio al cuore dell’identità nazionale: la Grecia, contrariata per il nome del paese, ha chiuso le porte della NATO proprio quando un invito alle procedure di ingresso sembrava prossimo, e insieme alla Bulgaria ha messo i freni anche all’ingresso nell’Unione Europea. Dieci anni dopo, tutti i paesi limitrofi risultano virtualmente molto più prossimi all’obiettivo NATO o a quello europeo (o a entrambi), in un’area dove una sorta di integrazione euro-atlantica è ritenuta vitale al consolidamento
nazionale.

Successivamente, la Macedonia ha cominciato a frenarsi da sola. In carica da circa dieci anni (a partire dal 2006), il governo dell’ex Primo Ministro Nikola Gruevski ha portato al degrado le istituzioni del paese, chiudendosi nei propri palazzi e mettendo sotto assedio la libertà di stampa, mentre rigonfiava l’apparato burocratico nazionale in modo da ottenere maggiore fedeltà al partito, il VMRO-DPMNE (Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Ad ogni modo, in seguito ad uno smaccato cambio di politica verso un nuovo governo, avvenuto questa estate, d’improvviso la Macedonia è apparsa molto meglio preparata a portare avanti il processo di integrazione europea. L’Occidente ritiene oggi che è nel suo stesso interesse avere buoni rapporti con Skopje.

Un cammino tortuoso

Il nuovo governo macedone, guidato dal devoto filo-occidentale Zoran Zaev (Unione Socialdemocratica di Macedonia – partito di centro-destra), ha davanti a sé un cammino alquanto tortuoso per reggere un potere piuttosto fragile.

Appena un decennio fa, la Macedonia si prestava benissimo ad un ruolo che simboleggiava progresso nei Balcani, tuttavia è stata rifiutata. Scampata appena alle guerre civili che hanno coinvolto i suoi vicini con la caduta della Jugoslavia, i macedoni elessero il governo di Gruevski sulla base di un cammino di riforme proiettato verso l’accesso all’Unione Europea
e alla NATO. Da ex ministro delle finanze con fare da tecnocrate, Gruevski era diventato un modello di potere politico altamente partitico e alimentato dal clientelismo, condito di fervore nazionalista. Gli analisti che ho avuto modo di incontrare a Skopje hanno descritto una situazione in cui l’impresa privata è tutta nelle mani delle élite – un destino toccato pure ai
più popolari canali di informazione, una situazione che ha costretto la maggior parte del giornalismo indipendente ad affidarsi a sostegni esterni. Il debito è salito alle stelle: la dimostrazione più evidente delle spese scellerate del VMRO è il tempio della pacchianeria del XXI secolo in Piazza Macedonia a Skopje, dove i moderni palazzoni sono stati ricoperti da bizzarre facciate neoclassiche dai costi esorbitanti.

Il precedente governo avrebbe potuto continuare il proprio percorso senza ostacolo alcuno, se non fosse per uno scandalo saltato fuori secondo cui, a quanto si dice, agenti dei servizi segreti avrebbero passato delle registrazioni ai socialdemocratici, allora all’opposizione. Tra le tante accuse, ve ne è una legata al coinvolgimento in brogli elettorali. Le indiscrezioni portarono a massicce proteste nel 2015, la nomina di un procuratore speciale, nuove elezioni, per arrivare infine alla formazione di un nuovo governo, guidato dai socialdemocratici con il supporto della coalizione dei partiti della minoranza etnica albanese.
In seguito al clamoroso attacco al Parlamento per mano dei sostenitori del VMRO, lo scorso maggio il vacillante presidente della Macedonia, Georgi Ivanov, ha approvato il mandato per un nuovo gabinetto. Zaev ha portato i socialdemocratici al potere, mentre Gruevski si ritrova adesso a respingere accuse che potrebbero portarlo a scontare ben 27 anni di carcere.

Nuovi scenari pericolosi

Nessuna delle considerazioni precedenti è intesa a prendere una posizione nelle politiche interne della Macedonia – piuttosto, le medesime dimostrano quanto velocemente le cose possano peggiorare. Skopje ha evitato per un pelo una guerra civile tra le fazioni etniche albanesi e macedoni, quando ha preso parte alla stesura dell’Accordo di Ocrida nel 2001 insieme a partner esterni. I principali partiti del paese si sarebbero volentieri scambiati il potere subito dopo le elezioni. L’intrinseco interesse macedone di ottenere il consenso occidentale nasce dalla necessità di solidificare le proprie istituzioni e di ammodernare la
propria economia. Le istituzioni occidentali sembrano garantire una via d’uscita alle fasi di transizione di Stati come quelli balcanici.

Quando le ambizioni NATO e UE della Macedonia giunsero allo stallo, l’Europa era in una fase diversa – un periodo in cui i pacifici confini della democrazia parevano protesi al solo progresso. Era la stessa fase in cui gli sforzi della Turchia di entrare nell’Unione venivano trattati con derisione e quando a paesi come Ucraina e Georgia veniva offerta la remota possibilità di entrare a far parte della NATO (facendo arrabbiare la Russia) ma senza fornire un chiaro piano di adesione. Come ha sottolineato Michael O’Hanlon, ciò ha reso i due paesi doppiamente vulnerabili. In effetti, con un minimo di premura in più, numerosi errori erano evitabili.

Attualmente i Balcani Occidentali sono tornati sulla scena e rappresentano la nuova sfida per i leader occidentali; per la Macedonia, in condizioni peggiori rispetto a dieci anni fa, sono state ipotizzate delle pessime soluzioni. La Questione Macedone è tornata alla ribalta negli ultimi anni, spogliata di qualsiasi contesto storico e conseguenza geografica, come si evince dalle parole del repubblicano Dana Rohrabacher (R-Calif.), il quale lo scorso febbraio ha dichiarato, ai microfoni di una rete televisiva albanese, che la Macedonia non è una nazione e che dovrebbe concedere il proprio territorio ai paesi limitrofi seguendo le linee etniche territoriali. Iterazioni in campo accademico di questa errata argomentazione sono state riciclate più volte negli ultimi mesi.

Il modo in cui l’etnicità ammanta l’intera mappa dei Balcani non è affatto semplice, da un punto di vista topografico o politico, ma la sua manifestazione risulta ancor più irruente quanto più il suo potere è messo in discussione. Il profondo rosso del drappo albanese tappezza le strade e i villaggi di tutto il nord-ovest della Macedonia, laddove la popolazione albanese risiede in maggioranza – molto più “rosso” e “profondo” di quanto se ne possa vedere nella stessa Albania. Esattamente come nella Repubblica Serba in Bosnia, dove il vessillo di tale entità costituzionale dominata dai serbi addobba le strade che perimetrano Sarajevo, capitale della Bosnia. Così si presentano le micro-realtà sulle linee di confine della civilizzazione.

E risulterebbe particolarmente facile giungere ad erronee conclusioni partendo da tali presupposti. La partizione etnica possiede una sorta di attrazione “ctonia”, che riemerge continuamente dalle profondità per offrire una nuova epifania, come se l’identità fosse scolpita nella roccia o come se le linee etniche fossero tracciate nitide e nette sulla mappa. L’ultima cosa di cui ha bisogno l’intera regione è una nuova revisione dei confini.

Di certo, in Macedonia ci sono ragioni a sufficienza da lasciar comprendere che la minoranza albanese ambirebbe ad una maggiore partecipazione all’interno dello Stato esistente, piuttosto che forgiare un’alleanza alternativa con l’Albania. Vorrebbe vedersi garantiti i propri diritti all’interno dello stato, il che spiega pure il motivo per cui nel 2001 l’Accordo di Ocrida ha fermato un conflitto crescente. Analogamente in Montenegro, il governo ha alla fine riconosciuto l’indipendenza del Kosovo nonostante una dura opposizione iniziale, ammettendo in questo modo di aver agito per i propri interessi. Al di là della retorica nazionalista, è probabile che la Serbia vorrebbe fare lo stesso.

Le aspirazioni etniche all’interno di un paese necessitano di un determinato contesto politico per potersi affermare, a meno che non siano tese a scatenare un conflitto. La Macedonia ha vissuto un prolungato periodo di transizione dal comunismo, in cui le élite economiche hanno instaurato una cleptocrazia, mentre le masse sono rimaste irreparabilmente povere, e in cui le deboli istituzioni hanno limitato l’ambito della democrazia a favore di una feroce competizione tra partiti politici per accaparrarsi il potere assoluto. Il fallimento dei processi di ingresso nella NATO e nell’Unione Europea rischia di provocare sfiducia e disillusione crescenti che potrebbero peggiorare ulteriormente le cose.

Nessuna soluzione semplice

L’Unione Europea non si trova oggi nella posizione di poter pensare ad una sua espansione, presa com’è dai suoi problemi interni, e di certo dovrebbe presentarsi come modello più solido prima di provare ad attrarre nuovi paesi nella propria orbita. I problemi che intercorrono tra l’UE e l’Est Europa delucidano al meglio la situazione: l’ultima cosa che Bruxelles si auspica in questo momento è di portare tra i propri membri paesi che traghetterebbero al Consiglio un nuovo Orban, un nuovo Szydlo, o un futuro Gruevski. E così rimarrà, tanto a lungo finché l’Unione Europea continuerà a considerarsi come un progetto civilizzazionale omnicomprensivo. Allo stesso modo in cui Bruxelles si scontra con Budapest sull’immigrazione, molti dei principi normativi che l’Unione esige dai suoi membri falliscono miseramente in condizioni come quelle in cui vessa Skopje. In ultima analisi, anche se il processo di adesione UE risulta lento, la tutela a lungo termine che garantisce è piuttosto considerevole.

La NATO avrebbe maggiore rapidità d’azione, nonostante il supporto ai propri membri risulti pressoché limitato. Un piano di adesione per la Macedonia era operativo qualche anno fa, e le forze armate macedoni erano considerate altamente competenti — probabilmente molto più di quelle montenegrine, che hanno aderito alla NATO di recente. Come ha fatto notare
O’Hanlon, la NATO è passata da un precedente ruolo di pura autodifesa, a una funzione attraverso la quale tenderebbe ad aprire un varco per tutta una serie di Stati, affinché questi possano migliorare i propri governi e portare a termine le proprie transazioni da politiche post-comuniste.

Non v’è nessun traguardo prossimo o alla portata. Ma un’opportunità per entrare in Occidente è stata offerta alla Macedonia, un paese che è interno all’Europa, a circa 1.000 km da Vienna. Se l’Europa non definisce appieno le proprie azioni nei Balcani, vi sono in verità già numerosi attori esterni pronti a farlo al posto suo.


[Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto. Analisi di Joel Weickgenant su RealClearWorld. Originale in inglese (13/08/2017) qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

La risorsa strategica del TAP

La risorsa strategica del TAP

Il Trans-Adriatic Pipeline, conosciuto come TAP, è la parte finale del progetto del Corridoio Meridionale del Gas che perforerà le coste salentine. Questo progetto è oggi al centro di contestazioni e accuse di sindrome di NIMBY (not in my backyards – non nel mio cortile) a causa dell’inevitabile espiantamento temporaneo degli ulivi secolari in Salento necessario per l’approdo e la connessione con l’Hub brindisino della rete nazionale, un tema delicato per la società civile se si pensa al problema xylella che ha colpito la regione.

Mappa Tap

Il progetto fa parte del Corridoio Meridionale del Gas che farà approdare 10 miliardi di metri cubi annui circa da fine 2020; il gas dal giacimento azero Shah Deniz 2 consta di tre gasdotti:

  • SCPX, che dall’Azerbaigian attraversa il Caucaso Meridionale fino all’ingresso georgiano in Turchia;
  • TANAP, che attraversa l’Anatolia turca fino al confine greco;

TAP, che dalla Grecia percorrerà 211 km dell’Albania meridionale fino a tuffarsi nell’Adriatico e raggiungere l’Italia. Dal terminale di ricezione (PRT) tra i comuni di Vernole e Melendugno si allaccerà alla rete nazionale di Snam rete Gas a Mesagne (Brindisi).

tap

Per l’UE è considerato uno dei progetti di iinteresse comunitario (PIC) incluso nel Terzo Pacchetto Energia per tre precise ragioni:

  • per diversificare le fonti di approvvigionamento;
  • per una maggiore indipendenza dalla Russia, a cui l’UE è strutturalmente legata per 1/3 delle importazioni (secondo la rivista dell’azienda russa Gazprom “Blue Fuel”);
  • per creare un sistema energetico continentale aspirando a migliorare la sicurezza energetica e la connessione tra i mercati dove l’energia possa viaggiare liberamente tra i confini a prezzi competitivi.

Tap

Per comprendere l’importanza geostrategica della struttura e l’evidente funzione anti-russa nel risiko del gas è bene avere sottomano una cartina geografica dell’area.

Secondo l’analisi di Limes un corridoio dal sud è stato sostenuto da USA e UE fin dagli anni Novanta. L’intenzione era di liberare le risorse caspiche dalla dipendenza infrastrutturale post-sovietica per ridurre l’influenza russa nell’area e la dipendenza europea dal gas di Mosca.

Negli anni successivi le ambizioni di indipendenza volevano concretizzarsi nei concorrenti progetti Nabucco (che avrebbe traghettato le risorse caspiche verso l’Austria) e TAP. Solo il secondo è risultato più economico e meno ambizioso. Oggi l’obiettivo di sottrarre alla Russia la possibilità di creare un legame stabile e duraturo con le politiche energetiche girerebbe intorno all’intenzione di iimpedire alla potenza eurasiatica un eccessivo rafforzamento della sua presenza in Medio Oriente (Iran, Iraq e Siria compresi) e quindi sul Mediterraneo.

Ma se consideriamo che le riserve di idrocarburi dell’area del Caspio sono comunque minori di quelle dei giacimenti del territorio russo, il Corridoio Sud perde comunque parte della sua rilevanza geopolitica, proprio perchè i 10 miliardi di metri cubi che entrerebbero in Europa rappresentano solo il 2,4% del consumo continentale di gas.

Il TAP servirà più a coprire il gap di produzione europeo che a contendere quote di mercato con quelle degli altri esportatori.

 

Questo progetto è importante per l’Italia? Si tratta comunque di “un progetto rivoluzionario perché consentirà di sfruttare delle risorse che oggi potrebbero essere accessibili solo attraverso la rete di Gazprom”, come ha spiegato a La Repubblica Giampaolo Russo, Country Manager di TAP Italia fino al 12 giugno 2015.

L’Italia è collegata a sei fonti di gas ed è tra i Paesi più interconnessi del mondo. Secondo gli stress test sul gas della Commissione Ue, l’Italia sarebbe al primo posto perché è collegata con Algeria, Libia, Russia, Norvegia, Olanda. “Libia e Algeria – secondo il ministro Calenda – sono altri fornitori importanti e grandi. ma instabili, e i contratti per la fornitura di 35 miliardi di metri cubi di gas naturale scadranno nel 2020”.

Il TAP nel sistema energetico italiano si iinserisce in un piano di sviluppo di un hub mediterraneo del gas delineato dalla Strategia Energetica Nazionale del 2013, che mira alla rilevanza geopolitica del Paese per i partner europei. Attraverso pipeline multiple e rigassificatori e di ri-esportazione verso l’Europa e i recenti investimenti in reverse flow nei gasdotti che attraversano le Alpi, il nostro Paese godrebbe di un’ottima centralità.

Fra le maggiori incognite per la futura espansione del TAP rimangono le possibilità (molto incerte) che le grandi risorse di Iran e/o Turkmenistan possano confluire nel Corridoio del Sud; se il progetto russo Turkish Stream dovesse svilupparsi con una capacità superiore a quella necessaria per servire il mercato turco, il TAP potrebbe in futuro addirittura trasportare anche il gas russo. Infatti, una volta scaduto il regime di eccezione che garantisce al gas azero l’uso esclusivo del gasdotto per 25 anni, la capacità di questo sarà liberamente contendibile sul mercato in base alle regole stabilite nel terzo pacchetto energia approvato da Bruxelles nel 2009.

La Germania sta divorando l’Unione Europea

La Germania sta divorando l’Unione Europea

L’Europa oggi e il ruolo della Germania

Se c’è una cosa ben chiara a tutti nell’attuale quadro europeo, è che qualcosa non va.

Il progetto di unione politica e monetaria aveva l’obiettivo di mettere fine agli antichi rancori tra Stati, vecchi di secoli e causa di infinite guerre, ma aveva anche il fine di riunire i popoli in una nuova unione continentale, che fosse in grado di competere con i giganti dell’economia e della politica odierna. Di chi parliamo? Di Usa, Russia e Cina.

E’ chiaro che in una prospettiva di competizione tra giganti di tali dimensioni, piccoli Paesi come il Portogallo, l’Austria, l’Italia non ce l’avrebbero mai fatta autonomamente, in un mondo che corre ad alta velocità. Ma con l’ Unione europea sì: anche l’Irlanda, l’Italia o la Francia avrebbero avuto il modo di competere con le grandi sfide globali attraverso il progetto comunitario (stando almeno alle intenzioni di base).

Qualcosa però si è incrinato, e oggi rischia davvero di spezzarsi. Nello scenario attuale, l’Europa non è una forza diplomatica ed economica unitaria, ma una unione frammentata in cui la Germania definisce le regole dell’economia e della politica. Chiunque neghi questo, negherebbe di fatto l’evidenza.

La perdita di potere dell’UE a vantaggio della Germania è sicuramente imputabile alla incapacità degli altri Stati membri, ma non esclusivamente. Oltre a tale incapacità di concepirsi come entità unitaria e di andare oltre gli interessi nazionali, vi è stata la consapevolezza tedesca di beneficiare di un sistema economico favorevole solo a sé, ma, nel complesso, estremamente dannoso per l’Europa.

Il ruolo della Germania è senza dubbio quello di Leader, seppure nel progetto di Unione Europea non sia stata così “Europeista” come tutti credono. Ciò è evidente e qui proviamo a spiegarlo.

Economia: la Germania predica male e razzola bene

La Germania ha avuto un ruolo guida soprattutto nell’economia. Quella tedesca cresce più di quella dei partners europei, e tutti voglio scoprire il segreto. Le ricette economiche che la Germania consiglia sono quelle che conosciamo: austerità, risanamento dei conti pubblici, meno spesa. E sono le stesse che da anni vengono applicate ai Paesi europei in crisi, Italia compresa. I risultati? Deflazione (diminuzione dei prezzi e dei salari), debito pubblico in aumento, produzione industriale stagnante. Risanare i conti pubblici in una congiuntura già esasperata dalla crisi economica (partita negli USA nel 2008) è stato completamente disastroso, fallimentare. E ciò, più di ogni altra cosa, ha portato alla sfiducia nell’Europa tutta e nelle sue istituzioni e dato nuova vita ai populismi. Chiunque avrebbe cambiato strategia: d’altronde c’è il futuro dell’Europa tutta in gioco. Chiunque, tranne la Germania. Per anni Berlino ha difeso questa linea, anche quando tutti i leader europei chiedevano un cambio di rotta. Ma per quale motivo, se si è visto che non funzionano? I risultati parlano chiaro.

fonte: Wikipedia

Viene allora da chiedersi, quali solo le modalità di successo del governo tedesco? E’ presto detto: mentre la Germania ha detto per anni che la spesa pubblica e il debito sono il male assoluto, la locomotiva tedesca era alimentata proprio dalla spesa pubblica. Attraverso il KfW, la Germania ”canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti”. Esatto, la Germania ha trovato il modo per non far rientrare la spesa pubblica nel debito pubblico. Mentre il resto d’Europa soffre la fame a causa dei vincoli di Maastricht e del fiscal compact, la Germania fa spesa pubblica per miliardi di euro.

L’iniquità di una tale atteggiamento è sotto gli occhi di tutti e rivela il ruolo demolitore che interpreta la Germania in Europa. E pensare che in italia continuano a dirci che la spesa pubblica è il male!

Politica: che fine ha fatto Bruxelles?

Nella politica, gli Stati, affannati dai problemi economici hanno “colpevolmente spostato il potere dalla commissione europea al consiglio europeo” 1, cioè da un “organo di Individui” (i commissari nazionali) ad un “organo di Stati” (riunione dei capi di governo). L’operazione ha totalmente sbilanciato il peso delle decisioni europee, consegnando di fatto il potere a Berlino, con la Merkel a rappresentare la figura politica più abile presente al momento. Gli esempi di questa situazione sono numerosi:

Proteste dei profughi sulla rotta balcanica

Accordo con Turchia sui profughi. L’ondata di profughi diretti verso l’EU arriva da due versanti, quello libico e quello turco, cioè rotta del Mediterraneo e rotta dei Balcani. La Germania ha abilmente condotto un accordo con il governo turco per fermare l’arrivo di profughi dalla rotta balcanica, fornendo mezzi e fondi alla Turchia. Per alcuni l’accordo è stato uno scandalo, per altri un esempio di pragmaticità politica. In effetti oggi la rotta balcanica è chiusa, mentre quella del mediterraneo è totalmente incontrollata.

Ancora una volta, la Germania agisce come Stato “unico”, curando i propri interessi nazionali e commerciali, senza spingere verso l’unificazione politica europea, ma scavalcandola e ponendosi come unico interlocutore. A dimostrazione di questo le dichiarazioni della Casa Bianca, secondo cui, da ora in poi, le comunicazioni tra USA-UE non avverranno più tra Washington-Bruxelles, ma tra Washington-Berlino, come detto recentemente da Steve Bannon. La cosa curiosa è che dichiarazioni simili sono state fatte anche dal governo canadese guidato da Justin Trudeau, a dimostrazione che non si tratti solo di un colpo di testa del governo Trump, ma di una presa d’atto delle forze in gioco in Europa.

Sanzioni alla Russia e accordi Russia-Germania. La vicenda delle sanzioni europee alla Russia è piuttosto esplicativa del modo di muoversi della Germania in ambito internazionale. Berlino, si è a lungo fatta fatta promotrice e guida delle sanzioni economiche alla Russia come reazione europea alla crisi ucraina. Non tutti in Europa hanno gradito, per via delle conseguenze economiche. Solo all’Italia, le sanzioni sono costate una perdita di export di 3,6 miliardi di euro tra il 2014 al 2016.

fonte: fort-russ.com

Al di là del giudizio di valore riguardo le cause e le conseguenze di questa crisi, c’è un dato importante da notare. I russi hanno definitivamente deciso di spostare la rotta dei gasdotti, fermando le forniture che passano dall’Ucraina, di cui Mosca non si fida più. Quelle forniture arrivavano in Europa per alimentare Italia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca.

Qui entra in gioco la Germania. Dopo essersi fatta portabandiera delle sanzioni alla Russia, i tedeschi entrano in trattativa con la russa Gazprom riguardo la questione gasdotti. La proposta è di aggirare il problema Ucraino, costruendo un gasdotto che non passi più da Kiev, ma che attraversi tutto il Mar Baltico e giunga in Germania. Si tratta del North Stream 2. Si, 2. Perché c’è già un gasdotto che percorre il Baltico, e questo sarebbe il secondo. In questo modo, tutto il gas proveniente dalla Russia passerebbe per la Germania, rendendoci di fatto dipendenti da Berlino.

L’incoerenza tedesca non è passata inosservata, e persino l’ex premier Renzi ha accusato la Germania di fare il doppio gioco, sanzionando Mosca e allo stesso tempo facendoci affari.

Trump, la Nato e la bomba atomica tedesca

Nel 2015, in piena crisi ucraina, i Paesi Nato hanno concordato l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL dei Paesi sotto quella soglia. Se la Francia si trovava appena sotto quella soglia, la Germania si assestava al 1,3 % del Pil e l’aumento consisteva circa in 35 miliardi. A inizio 2016 Berlino però rincara la dose, la ministra della difesa Ursula von der Leyen dichiara di voler aumentare la spesa militare di 130 miliardi entro il 2030.

In assenza di un esercito europeo unitario, o quantomeno coordinato, e alla luce della crisi economica, la difesa dei membri europei è affidata sostanzialmente a loro stessi e alle loro capacità di spendere e innovare. Con una Nato sempre più distaccata, tutto ciò potrebbe essere un problema: gli Stati europei non possono spendere autonomamente per il proprio esercito, e con vincoli di spesa così bassi finiranno per non avere mai i mezzi finanziari necessari per far fronte alle recenti

Bandiera della NATO (fonte: huffingtonpost.com)

richieste di Trump di aumentare prima possibile i contributi alla Nato. La forza della Germania non solo affossa le economie, ma mette in difficoltà gli stati, i loro conti e la loro capacità di spesa militare.

Nel frattempo nel Paese si è riaperto un dibattito a lungo rimasto tabù, alla luce del passato bellico della Germania: la bomba nucleare. Da qui nasce un interrogativo molto cupo, ma che purtroppo diventa necessario alla luce delle dinamiche europee. Le difficoltà finanziarie dei Paesi europei e la politica isolazionistica di Trump, lasceranno che la Germania sfrutti i suoi vantaggi per diventare il primo esercito europeo?

In conclusione, quindi, perché dovremmo ispirarci ad un modello tedesco che continua a imporre regole che non rispetta, affossando le economie e le capacità di Stati e disgregando di fatto il progetto europeo? Non eravamo fieri, all’inizio, di essere parte dell’Unione Europea, fondatori e protagonisti di questo progetto? Si tratta di un controsenso pazzesco. Oggi, essere europeisti significa ancora una volta arginare il ruolo tedesco, ridimensionare la Germania a membro dell’Unione. Perché neppure la Germania potrà mai davvero giocare un ruolo globale tra i giganti.


 1. (Prodi 3/03/2017)

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