Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Prima in Parlamento, poi nel partito, infine in tribunale: Boris Johnson sta collezionando sconfitte nella sfida per la Brexit. Cos’altro può fare? Le strade percorribili sono sempre di meno e sono tutte su terreni scivolosi.

Martedì scorso Boris Johnson è andato in una scuola del distretto di Pimlico, a Londra, scontrandosi con gli studenti delle elementari un più presuntuosi. Ha scherzato molto, che è parecchio per i suoi standard, e non ha dato la parola all’insegnante; quando voleva intervenire, alzava il braccio. Per un attimo è sembrato che volesse ricominciare gli studi.

Johnson è in carica da sette settimane. Ma in questo periodo, il Conservatore, con un bel po’ di trambusto, ha messo in secondo piano una serie di fallimenti, mettendo in ombra ognuno dei suoi 76 predecessori. Qualunque bel trucco di prestigio avrebbe voluto fare, nel grande gioco di illusioni chiamato Brexit, è sempre stato un perdente: ha perso sei voti su sei voti in Parlamento.

Dopo aver cacciato 21 colleghi moderati dal partito e mentre un altro traballa, la sua maggioranza di governo non c’è più. Nel tentativo di mettere i conservatori contro le istituzioni democratiche, ha perso il Ministro del Lavoro Amber Rudd e persino suo fratello Jo, che fino ad oggi era sottosegretario di Stato al Ministero della Scienza.

Mercoledì Johnson ha perso in tribunale. L’Alta Corte Civile scozzese presume che Johnson abbia mentito ai deputati britannici e forse anche alla Regina sui veri motivi che hanno portato alla chiusura del Parlamento per cinque settimane. Un’accusa enorme, senza precedenti, che il capo del governo ha respinto come «completamente falsa». Tuttavia, se la Corte Suprema si unisce alla sentenza di martedì, Johnson potrebbe, nel peggiore dei casi, essere costretto a dimettersi.

E poi c’è Johnsons Mantra, che «preferirebbe finire morto in un fosso» piuttosto che chiedere all’Unione Europea un ulteriore proroga della Brexit oltre il 31 ottobre. Il problema è che questa settimana il rinvio è diventato legge. Se Johnson non negoziasse un accordo di uscita con l’UE entro la metà di ottobre, dovrebbe rispettarlo. In caso contrario, gli esperti ritengono che potrebbe addirittura perdere la libertà. Che è troppo per un uomo abituato a vincere.

Con il suo fare, Johnson non ha solo danneggiato casa sua e la sua monarchia, la giustizia, il suo partito e la fiducia nella democrazia britannica. Si è anche cacciato in un angolo disperatamente chiuso e nessuno sa come farà a scoprirlo.

Chi, in questo momento, è in grado di dire con certezza se Johnson ha agito di proposito o si tratta di una svista? Avrà sottovalutato i suoi avversari? O vuole solo farcelo credere? Sette settimane dopo l’arrivo dell’uragano Boris nel Regno Unito, il Paese è così sconvolto che non c’è più nulla di certo. E così a Londra si prendono in considerazione anche gli scenari più stravaganti e vengono discussi come se fossero del tutto plausibili.

Mentre Johnson è sconfitto, il Paese perde le staffe. Qualcosa il capo del governo l’ha ottenuta: la fiducia dei cittadini. Il fatto che molti pensino che la pazzia possa dipendere dal consulente capo di Johnson, Dominic Cummings.

Dominic Cummings consigliere di Boris Johnson. Fonte: Mirror.co.uk

Lo stratega delle pubbliche relazioni, un tempo «psicopatico di carriera» del primo ministro David Cameron, è stato uno dei principali responsabili della riuscita della campagna di Brexit nel 2016.

Inoltre, non si deve mettere in guardia il suo frontman Johnson come il predecessore Cameron, dai «77 milioni di turchi» che potrebbero entrare nel Regno Unito in modo incontrollato se la Turchia entrasse all’Unione europea. Ironia della sorte anche Johnson ha radici turche: suo bisnonno – padre Ali Kemal viene da lì.

Cummings, 47 anni, ammiratore del leggendario cinese Sun Tzu e del suo libro «L’arte della guerra». Nel lavoro di duemila anni e mezzo, il filosofo scrive che ogni mezzo per raggiungere un obiettivo è legittimo. L’oratore ha affermato che l’Europa non è pronta ad affrontare il problema. E:«Se hai in mente qualcosa, fingi di non avere idee».

Una lezione che Cummings e il suo team hanno imparato a Downing Street, quindi cosa sta tramando Johnson? Ha detto che rispetterà la legge e al tempo stesso ha giurato di non chiedere «in nessun caso» una proroga del termine per il Brexit.

Una contraddizione praticamente insolubile, a meno che Johnson non voglia danneggiare ulteriormente i fondamenti della democrazia a rischio di crollo. Ma ogni sua scelta comporta dei rischi, sia per lui che per il suo Paese, o per entrambi.

Uno degli scenari più seriamente discussi è che Johnson potrebbe ignorare la legge che obbliga a chiedere una proroga per la Brexit, per arrivare alla resa dei conti. Se la controversia dovesse protrarsi fino al 31 ottobre, il Regno Unito potrebbe uscire dall’UE. Johnson rischierebbe persino la prigione, ma manterrebbe la sua promessa.

In alternativa, potrebbe inviare a Bruxelles la lettera con la richiesta di proroga che il Parlamento gli ha chiesto, ma poi spedirne un’altra successivamente che annulli la prima. Anche in questo caso, però, il Consiglio si piega.

Gli analisti politici hanno addirittura ipotizzato uno scenario con dimissioni di Johnson in ottobre e la Regina suggerirebbe di nominare Premier il leader del Partito laburista Jeremy Corbyn.

Non appena quest’ultimo avrà richiesto la proroga del termine per la Brexit, i Tories potrebbero tentare di rovesciare Corbyn con un voto di sfiducia, per andare a nuove elezioni con Johnson al vertice. Il problema è che, attualmente per sfondare con la forza bruta di Johnson, ai conservatori della Camera dei Comuni mancano attualmente decine di voti alla maggioranza.

Infatti in questi giorni tutto può succedere, secondo alcuni Johnson potrebbe tentare qualcosa di molto folle tra poche settimane, diversamente dalle promesse: un nuovo accordo con l’Unione Europea. Fino ad ora, la strada sembrava bloccata. Proprio a causa del cosiddetto back-stop, una soluzione d’emergenza per evitare che in futuro si ripetano i controlli alle frontiere tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Mentre l’UE ha giudicato insostenibile un backstop, Johnson lo ha sempre definito «morto».

Tuttavia, in occasione di una visita a Dublino lunedì, sembrava stesse preparando un compromesso: all’improvviso ha affermato che nel back-stop si doveva garantire «una via d’uscita per il suo Paese». In precedenza pensava alla creazione di una zona di commercio alimentare uniforme per l’intera isola irlandese.

I diplomatici UE l’hanno interpretata come una vecchia idea che potrebbe tornare sul tavolo dei negoziati: far restare solo l’Irlanda del Nord nel mercato unico e nell’unione doganale, mentre il resto del Regno sceglie le proprie regole e conclude liberamente accordi commerciali con il resto del mondo. I controlli doganali sarebbero effettuati nei porti di carico del Mare d’Irlanda.

Il predecessore di Johnson, Theresa May, aveva sempre respinto l’idea di Bruxelles: «Nessun Primo Ministro britannico approverebbe mai un accordo che trattasse una parte del Paese in modo diverso dal resto del Paese». May, tuttavia, doveva tener conto del suo partner de facto, il Partito Unionista dell’Irlanda del Nord (DUP). Johnson non ne ha più bisogno, anche con il DUP non ha più la maggioranza.

Il commissario irlandese Phil Hogan non poteva che gioire per questa prospettiva. A Bruxelles si sta pensando di conferire al governo regionale dell’Irlanda del Nord il diritto di parola sulle nuove norme europee che la riguarderebbero.

Poi mercoledì, in occasione di un Question time online con i cittadini, Johnson ha dichiarato che «non avrebbe accettato una soluzione speciale dell’Irlanda del Nord». Anche se così fosse, i Brexit-Hardliner sotto i Tories, che siedono in Parlamento come blocco chiuso, hanno fatto capire che non si oppongono solo al blocco di fondo. Vogliono sbloccare l’intero accordo di uscita negoziato da May e introdurre modifiche.

Ma quello che invece farà lo sa soltanto lui. E se continuerà ad andare male, potrebbe dover richiamare il Parlamento con un’ordinanza giudiziaria. È piuttosto certo che, per lo spirito del Sun Tzu, lui e il suo consulente capo continueranno per il momento a creare confusione. In una recente riunione interna, Dominic Cummings ha affermato che tutto ciò che è stato fatto finora non è niente in confronto a quello che verrà dopo di lui, «Questo è solo l’inizio».


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Jörg Schindler da Der Spiegel dalla numero della rivista Nr. 38 / 14.9.2019 articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Le masse europee potrebbero aver cominciato a fare marcia indietro rispetto alle idee politiche populiste della destra nazionalista.

Sembra un azzardo affermare, proprio nella settimana in cui Alternative für Deutschland (AfD) registra due record nelle elezioni regionali, che il populismo anti-UE potrebbe aver raggiunto il suo picco massimo di consensi in Europa.

Tuttavia, siamo portati a pensarlo analizzando gli eventi e le elezioni in molti Paesi. Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Austria, Slovacchia e Repubblica Ceca segnalano un’inversione di rotta dei cittadini a discapito dei movimenti nazionalisti anti-establishment che hanno sconvolto la politica del continente, lasciando questi barbari soli ad ululare nella loro frustrazione.

Attenzione però a cantar vittoria, perché questo non significa che i disagi sociali ed economici della classe operaia e dei ceti più in difficoltà che erano stufi dei partiti tradizionali, del sistema parlamentare e dell’Unione Europea è svanito.

I populisti sembrano incapaci di ottenere la maggioranza nelle sedi istituzionali a causa del loro radicale antieuropeismo e sembrerebbe che le masse siano stufe del loro nazionalismo inconcludente.

L’esempio più eclatante è l’Italia. L’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che condivideva il governo con il Movimento 5 Stelle nel primo governo populista dell’Europa occidentale, convinto che il paese fosse pronto per una svolta a destra e di poter capitalizzare il successo nei sondaggi ha mollato la coalizione in pieno agosto, chiedendo elezioni anticipate al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Così “Il Capitano” girando le spiagge a petto nudo accompagnato dai sostenitori sognava di prendersi Roma e tenerla tutta per se. Alla fine il suo tentativo di consolidare il potere è crollato.

I suoi ex compagni di coalizione turandosi il naso hanno accettato di formare una maggioranza di governo con il Partito Democratico. L’Italia ha evitato il baratro, almeno per ora, e adesso ci si aspetta di tornare a politiche economiche e migratorie più moderate e favorevoli all’UE.

Il fallimento di Salvini ha leggermente ammaccato la popolarità del partito sollevando i primi dubbi interni sulla sua leadership. Ma la ruota della fortuna italiana gira veloce. L’aspirante uomo forte e padrone dei social media potrebbe tornare presto se l’economia non migliora, e le previsioni non sono rassicuranti, o se la nuova coalizione vacillasse.

L’esempio “B” è la Gran Bretagna. Il tentativo di Boris Johnson di superare i populisti, con gli stessi atteggiamenti, promettendo di condurre il Regno Unito fuori dall’Unione Europea – “do or die” (ora o mai più) – il 31 ottobre, anche a costo di schiantarsi senza un accordo, si è concluso con una spettacolare sconfitta in parlamento.

Il nuovo primo ministro, che aveva promesso di “riprendere il controllo” [della Gran Bretagna n.d.t.] dall’Europa nella campagna per il referendum 2016, ha perso il controllo della Brexit nel suo primo voto alla Camera dei Comuni.

Dato il caos della politica britannica, l’affaticamento civile nelle infinite battaglie sulla Brexit e l’alternativa di sinistra radicale del Partito Laburista di Jeremy Corbyn poco attraente, Johnson potrebbe ancora riuscire a ricollocare il Partito conservatore come unico partito pro-Brexit e vincere le elezioni generali il prossimo mese.

Uno scenario improbabile dopo aver deciso di scommettere sulla sospensione del parlamento per far passare una Brexit senza accordi senza esitazioni.

Nel frattempo Nigel Farage, il cui Brexit-Party ha schiacciato i conservatori e battuto i laburisti alle elezioni europee di maggio, potrebbe ancora una volta affrontare la frustrazione e condizionare l’agenda dei conservatori ma non riuscire a fare il ribaltone nel parlamento del Regno Unito.

Il Presidente francese Emmanuel Macron parla durante la conferenza annuale francese degli ambasciatori all’Eliseo a Parigi il 27 agosto 2019. (Photo by Yoan VALAT / POOL / AFP) (Photo credit should read YOAN VALAT/AFP/Getty Images)

L’esempio “C” è la Francia. Sei mesi fa il presidente Emmanuel Macron sembrava essere nei guai con la base anti-establishment dei Gilets Jaunes (Gilet Gialli) che organizzavano ogni sabato manifestazioni, spesso violente, pompando i consensi del partito di estrema destra di Marine Le Pen.

Ora Macron è tornato in sella, la maggior parte dei gilet gialli sono tornati a casa e almeno per ora Le Pen non è riuscita a vincere la rivoluzionaria partita delle elezioni europee. Con la disoccupazione in calo e l’economia che regge il populismo sembra aver sbattuto contro un tetto di vetro in Francia.

La coalizione austriaca tra conservatori e Partito della Libertà di estrema destra (FPÖ) si è schiantata e bruciata a maggio, quando il leader del movimento anti-immigrazione è finito su video mentre contrattava con una presunta donna d’affari russa in cambio di finanziamenti illeciti al partito.

Espulso dal governo, l’FPÖ ha ancora un consenso del 20% ma sembra improbabile che ritorni al potere dopo le elezioni anticipate di questo mese.

Anche in Spagna, i populisti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra sembrano perdere terreno mentre il governo di minoranza socialista del primo ministro Pedro Sanchez sta guadagnando popolarità.

In Germania, l’ondata di AfD negli Stati di Brandeburgo e Sassonia li ha lasciati ancora in opposizione; tutte le forze politiche principali sembrano determinate ad escluderle dal potere sia livello locale che nazionale.

A dire il vero, i partiti nazionalisti-populisti hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni europee in Polonia e Ungheria e continuano a sfidare l’UE sullo stato di diritto e sui diritti civili.

Ma il leader di fatto della Polonia, Jarosław Kaczyński, potrebbe perdere la sua assoluta maggioranza parlamentare alle elezioni generali di ottobre, nonostante la sua popolare combinazione di welfarismo e conservatorismo sociale nazionalista cattolico.

Andrej Babiš, Primo Ministro della Repubblica Ceca parla ai giornalisti a margine dell’incontro del Consiglio Europeo meeting sulla Brexit. (Photo by Leon Neal/Getty Images)

Nel frattempo, i timori di un’ondata populista illiberale che avrebbe investendo l’intera Europa centrale si sono rivelati esagerati. Un democratico liberale ha vinto le elezioni presidenziali slovacche e il primo ministro ceco miliardario Andrej Babis si trova ad affrontare proteste di massa per i suoi presunti conflitti di interesse.

Tuttavia, i politici tradizionali sbaglierebbero di grosso se considerassero questo affievolirsi dell’ondata populista come una ragione per rilassarsi. Le cause di fondo che scatenano le politiche nazionaliste sono ancora lì.

L’erosione di alcune delle basi della democrazia europea del 20° secolo come i partiti politici, i sindacati, le comunità religiose e i posti di lavoro stabili, hanno reso le società più incerte.

La crescente forbice sociale (differenza tra i redditi), la questione migratoria e la perdita di posti di lavoro degli operai generici a causa della globalizzazione forniscono un terreno costantemente fertile per la politica del rancore, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti.

E i social media offrono uno sbocco immediato per tutte le forme di protesta, amplificate dalle fake news e dalla disinformazione.

C’è anche il fatto che i populisti non hanno bisogno di essere al potere per stabilire l’agenda, in particolare su questioni dolenti come l’immigrazione, dove hanno spostato con successo la discussione da “la miglior ricetta per accogliere e integrare i migranti” a come difendere “i confini europei” e rendere più difficile l’ingresso nel Continente, indipendentemente da quanto siano valide le tue richieste di asilo.

L’ondata potrebbe essersi arrestata ma i problemi sono ancora tutti lì.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di PAUL TAYLOR per POLITICO.eu link qui]

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L’Italia, il peso morto d’Europa.

L’Italia, il peso morto d’Europa.

Giovani sacrificati, impasse di bilancio, debito pubblico esplosivo. L’incapacità del sistema politico di produrre risultati alimenta pericolosamente il pessimismo dei cittadini.

La coalizione tra populisti e sovranisti è crollata questo agosto come il viadotto autostradale di Genova è crollato un anno prima: senza preavviso. Questa tragedia tra le righe lasciava intendere ancora una volta il profondo stato di decadimento del Paese e della sua classe politica.

Uno stato pietoso. Come il contratto di governo che la Lega di Matteo Salvini ha stipulato per governare quattordici mesi con il Movimento 5 Stelle finendo per non ottemperare a nemmeno uno dei problemi reali del nostro Paese.

Peggio ancora, in alcuni casi li ha aggravati distribuendo soldi che non c’erano e che non poteva permettersi in tempo di guerre commerciali. Sia il reddito di cittadinanza che quota 100 hanno preparato le condizioni per un impasse di bilancio così crudele che il prossimo governo deve assolutamente cercare, per cominciare, ben 23,1 miliardi di euro soltanto per evitare l’aumento dell’IVA. C’era da aspettarsi in fondo che le “soluzioni” populiste sono i soliti specchietti per le allodole.

A volte sorge spontaneo chiedersi: ma in questo Paese avranno capito che le soluzioni a breve termine sono un’illusione? E che è importante scegliere bene una classe dirigente saggia che non porti nei periodi più economicamente difficili all’isolamento internazionale?

Certamente, è appurato che abbiamo consolidato da tempo il nostro posto attorno al tavolo delle maggiori potenze industrializzate del G7. Abbiamo ancora aziende di successo, uno standard qualitativo d’insegnamento universitario a livello mondiale, incredibili tesori culturali e turistici, un popolo di ineguagliabile genio creativo. Ma ci siamo mai chiesti se ciò che abbiamo è soltanto l’eredità che ci resta dopo gli splendidi anni dell’epoca passata? E se il Paese è in grado di ricreare gli stessi presupposti di prima?

L’Italia è anche il paese d’Europa che maltratta gran parte dei sui giovani. Quasi il 30% degli italiani della mia generazione, quella tra 20 e 34 anni, secondo Eurostat, non ha né un impiego, né un’istruzione, né una formazione professionale. La mia generazione è fatta da disoccupati, inattivi, indifesi, alla deriva. Non è difficile sentire tra loro il desiderio di fuggire: da casa dei genitori, dal sud, dall’Italia.


Un giovane su sei, il 16.5% della popolazione giovanile né lavora né studiava, sono i cosiddetti Neet . L’Italia ha l’oro su questo triste podio, 28,9%, seguita dalla Grecia che ne ha il 26,8%. Sopra la media europea sono ancora Croazia, Francia, Cipro e Ungheria, mentre i Paesi più virtuosi sono la Svezia con solo l’8% di Neet. Perfino Montenegro e Serbia Paesi extracomunitari superano l’Italia.

Questo malessere italiano si riflette poi: in un tasso di natalità anemico e nella partenza di molti giovani, spesso i più istruiti che scappano in Germania, nel Regno Unito o altrove. Il vero problema dell’Italia, contrariamente a quanto sostengono i populisti, non è l’immigrazione, ma l’emigrazione. Un problema che non si chiude aprendo o chiudendo le frontiere o con un decreto sicurezza.

In un momento in cui le nuvole nere si stanno accumulando sull’economia mondiale, le incertezze italiane rappresentano una minaccia assordante per l’Unione europea. Il debito pubblico, pari a 2,4 trilioni di euro, rappresenta il 132% del PIL del Paese. Se i mercati dovessero perdere la fiducia, l’episodio greco del 2009-2015 potrebbe sembrare a confronto come una cosuccia da niente. Il crollo dell’economia italiana potrebbe far cascare come le tessere di un domino tutto il resto dei Paesi dell’eurozona.

Le opzioni che si sono aperte nell’attuale crisi di governo italiana sono una più brutta dell’altra. Se questa nuova prospettiva di governo, secondo alcuni “il migliore dei governi possibili” con gli attuali seggi, non dovesse prender vita non farebbe altro che prolungare di molti anni questo desolante calvario.

Stando agli ultimi sondaggi nel caso in cui si andasse ad elezioni anticipate, questa offrirebbero un’assist a Salvini e i suoi alleati. L’alternativa giallo-rossa o rosso-gialla preferita dal presidente Sergio Mattarella ancora in trattativa fatica ancora in questa ultime ore nel vedere la luce. Eppure si farà.

Sondaggio politico – Le intenzioni di voto

I 5 stelle, restano il gruppo più numeroso alla Camera nonostante il pessimo risultato delle europee. Sono loro attualmente a fungere da fulcro per formare una maggioranza. Il problema è che rimangono un partito con dei parlamentari che non hanno mai avuto il timore di celare sentimenti complottisti, euroscettici, filo-russi e NO-VAX.

Sta nella loro irrazionale opposizione alla TAV il pretesto su cui Salvini ha pensato di porre fine del governo. E c’è chi addita a questi anche una certa responsabilità nella tragedia di Genova dopo che questi hanno combattuto fortemente contro la costruzione della Gronda, il percorso stradale per evitare il ponte Morandi.

Da quando lo scandalo di corruzione Mani pulite degli anni ’90 ha travolto tutti i partiti politici italiani che si erano consolidati dal dopoguerra, nessuna delle nuove formazioni di governo è riuscita a rimettere il Paese sulla buona strada.

L’instabilità rimane un fatto fondamentale, quasi la normalità agli occhi di chi è nato 20-30 anni fa. Il prossimo governo sarà il 66° in settantacinque anni. L’incapacità del sistema politico di fornire risultati alimenta il pessimismo tra i cittadini. Forse lo stesso “pessimismo cosmico” che percepiva Leopardi.

Per una buona ragione: il reddito reale delle famiglie è rimasto quello di vent’anni fa. La crescita è troppo debole per riportare la speranza tra le nuove generazioni. Quest’anno è prevista solo dello 0,1%, dopo un magro 0,9% nel 2018.

Si sente il disperato bisogno da anni di importanti riforme strutturali. Le stesse che sono state fatte in Germania prima dell’arrivo di Angela Merkel
volute dall’allora cancelliere Gerhard Schroeder a metà del Duemila.

Se mai ci saranno questi passi quale sarà il governo in grado di farli? Fatto sta che questo dramma italiano mette in crisi anche l’Europa.

A quattro anni dall’inizio della questione migratoria, l’UE non è stata ancora in grado di attuare una politica comune a tutti i Paesi in materia di migrazione e asilo.

Si sbagliano gli analisti che guardando alla Lega all’opposizione sono convinti che “il potere logora chi non lo ha”, perché seppur è abbastanza probabile aspettarsi un iniziale ridimensionamento del bacino elettorale nell’arco dei prossimi mesi, Matteo Salvini ritornerà o continuerà, a prosperare proprio sugli stessi temi: immigrazione e altri disagi che colpiscono i ceti più sensibili.

Se un giorno il leader leghista diventaiesse Presidente del Consiglio, l’Europa occidentale e la stessa UE si ritroverebbe di nuovo con leader di destra radicale come fino al dopoguerra. Una sfida storica non solo italiana, ma che deve essere raccolta anche dai nostri stessi vicini.

É probabile che il Regno Unito lascerà a breve l’UE e se i nostri vicini desiderano davvero un’Europa forte, indipendente e prosperosa che non sia solo gigante economico preda di Russia e Cina devono necessariamente lavorare al fianco dell’Italia per renderla più forte e prosperosa.

Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Al volgere al termine di quella che alcuni commentatori hanno efficacemente definito come la “sua” estate, Matteo Salvini si trincera all’interno del Palazzo della Prefettura di Milano. Ad attenderlo, al suo interno, un ospite non poi così inatteso, nonostante il vespaio di polemiche suscitato dal summit: Viktor Orbàn, granitico primo ministro dell’Ungheria (e non “Repubblica d’Ungheria”: può essere salutare ricordare come sia stata proprio la riforma costituzionale voluta da Orbàn, nel 2012, ad eliminare tale dizione dal nome ufficiale dello Stato) dal 2010, noto ai più per le sue posizioni apertamente nazionaliste, xenofobe ed euroscettiche.

Che tra i due ci fosse una certa intesa era fatto notorio: il Ministro dell’Interno italiano ha, infatti, indicato a più riprese nel premier ungherese un modello da imitare, il capofila di una linea dura nei confronti dei “tecnocrati di Bruxelles” che il leader leghista ha sperticatamente lodato per anni, non nascondendo la propria ammirazione per il disegno neonazionalista abbozzato in terra magiara. Che si giunga ad un incontro faccia a faccia, nel periodo presente e nel corrente contesto politico, ha, però, tutt’altro significato, e può rappresentare uno spartiacque epocale negli spazi politici, europeo e italiano. E che il fiume così spartito esondi, travolgendo le componenti democratiche e internazionaliste di ciascuno di essi, è un rischio tutt’altro che remoto.

UNITI NELLA DIVERSITÀ

Il motto dell’Unione Europea può paradossalmente esprimere meglio di ogni altro la vicenda politica di Fidesz, il partito ungherese di cui Orbàn è espressione, in rapporto ai propri partner politici europei. Sin dal 2004 (anno di adesione del Paese all’Unione, concomitante con le elezioni del Parlamento Europeo), esso è stato saldamente radicato nel Partito Popolare Europeo (PPE), il raggruppamento politico di centro-destra fondato dalla Democrazia Cristiana, che ad oggi coagula attorno a sé i principali partiti centristi europei, quali Forza Italia, la CDU di Angela Merkel e il suo quasi-omologo (difficile individuare una perdurante comunione d’intenti al netto del recente spostamento a destra, incarnato dalla linea politica del ministro Seehofer) baverese CSU e i repubblicani francesi. Il gruppo, il principale nel contesto europeo insieme ai socialdemocratici, coi quali si è spesso ingaggiato in una große Koalition di cui l’attuale Commissione europea è, a sua volta, espressione, è però assestato su posizioni politiche e culturali apparentemente antitetiche rispetto a quelle di Orbàn. Se gli uni sono europeisti e federalisti, l’altro è euroscettico e nazionalista; mentre i primi sono la più pregnante espressione dell’establishment europeo, avendo occupato ininterrottamente, ancorché in posizioni variabili, i posti di potere dell’UE sin dalla sua istituzione, il secondo deve la propria fortuna politica all’implacabile critica di quello stesso establishment, accusato di centralismo e lontananza dal popolo; dove il manifesto dei popolari, nella parte dedicata ai «valori», risulta imbevuto di liberalismo, il leader ungherese rivendica orgogliosamente di aver dato il via ad una «democrazia illiberale».

La politica, però (si sa), è fatta di compromessi – risponderebbero, probabilmente, dalle parti del PPE, interrogati su come sia possibile un simile sodalizio e non desiderosi di rispolverare una polemica mia del tutto sopita. La politica (si sa) è fatta di opportunismo – risponderebbero, probabilmente, da entrambe le parti, se ciascuna di esse avesse onestà intellettuale e non avesse potenti disincentivi a negare un’irrecomponibilità di fondo coi propri, formali alleati. Come messo, infatti, in luce da più parti, la membership nel PPE ha sinora messo Orbàn al riparo dalla pericolosa procedura ex art. 7 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), a mente della quale uno Stato membro che ponga in essere una “violazione grave e persistente” dei valori fondamentali dell’Unione («dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze […], pluralismo, non discriminazione, tolleranza, giustizia, solidarietà e parità tra donne e uomini», recita l’art. 2 del medesimo Trattato) può giungere a vedersi sospendere i diritti derivanti dalla partecipazione all’Unione (con particolare rilevanza del diritto di voto in seno al Consiglio), senza che contestualmente perdano efficacia gli obblighi ad essa connessi. In un meccanismo di approvazione che prevede il voto unanime del Consiglio Europeo, il Collegio di quei capi di Stato e di Governo che in più di un caso sono espressione dei partiti popolari, e l’approvazione del Parlamento Europeo, dove questi detengono la maggioranza relativa, Fidesz ha, non dando sèguito al vistoso spostamento a destra intrapreso dalla leadership di Orbàn, restando legato ai popolari e non ricollocandosi nel più congeniale gruppo dell’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF, coacervo di partiti di destra ed euroscettici capitanato dalla Lega e dal Rassemblement National, nuovo nome del Front National di Marine Le Pen), di fatto impedito qualsiasi iniziativa nel senso di attivare la norma in questione.

Le vantaggiose conseguenze del collocamento politico prescelto dal partito ungherese sono sommamente evidenti se si effettua un paragone col caso polacco. A séguito di una controversa serie di riforme del sistema giudiziario varate dal partito di governo Diritto e Giustizia (in polacco, Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato in PiS), parte rilevante della quale è costituita da misure accusate di sottoporre, di fatto, la Corte Suprema al controllo del governo (in perfetto parallelismo con quanto avvenuto in Ungheria in rapporto alla Corte Costituzionale), la Commissione ha deciso di attivare l’art. 7 contro l’altro leone rampante del gruppo di Visegrád. Tali misure hanno esasperato i toni della tensione montata negli ultimi anni fra gli occupanti dei palazzi del potere di Varsavia e gli omologhi di Bruxelles, a causa delle politiche di concentramento del potere e di riduzione dei checks and balances portate avanti dalla Polonia, in modo (ancora) del tutto analogo all’Ungheria. Per quanto le probabilità che il meccanismo sanzionatorio giunga ad efficacia siano prossime allo zero (come detto, il Consiglio Europeo deve esprimersi all’unanimità, e la Polonia può contare sull’appoggio -non sorprendente- di Orbàn), il valore simbolico della prima apertura della procedura nella storia dell’Unione è dirompente, e si pone a formalizzazione della crescente spaccatura fra i Paesi dell’Europa occidentale, che formano il nucleo storico del progetto eurounitario, e quelli dell’Europa orientale, assestati su posizioni euroscettiche e sovraniste pressoché dai primi giorni dell’allargamento ad Est del 2004-2007.

Come spiegare la differenza dei trattamenti rispettivamente riservati a Polonia e Ungheria, a fronte di tante similarità? Per banale e maliziosa che possa sembrare, la risposta data pressoché unanimemente è molto semplice: a differenza di Fidesz, PiS è federato, al livello europeo, al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), largamente minoritario a tutti i livelli istituzionali. Il premier magiaro, dunque, ha storicamente avuto tutto l’interesse a restare accasato alla famiglia dei popolari europei, che pur di evitare imbarazzanti prese di posizione contro il graduale percorso verso l’autocrazia di Orbàn (come giustificare ai propri elettori una presa di posizione trasversale come l’accusa di violare i princìpi base della convivenza europea contro un proprio alleato?) si è dimostrata largamente indulgente verso i movimenti tellurici in corso ad Est. In cambio della tolleranza del centro-destra europeo, Fidesz ha portato in dote, nella legislatura 2014-2019, ben 12 dei 22 seggi spettanti all’Ungheria nel Parlamento Europeo, grazie al proprio incomparabile peso nel panorama politico domestico – una boccata di ossigeno per i popolari, che anche grazie al contributo magiaro riescono a detenere una risicata maggioranza relativa, con 219 seggi a fronte dei 189 dei socialisti.

Le cose, però, potrebbero ben presto cambiare, e l’incontro milanese del 28 agosto è lì per testimoniarlo. La crescente arroganza di Orbàn, divenuta pressoché incontenibile a fronte della schiacciante maggioranza parlamentare ottenuta alle elezioni nazionali dell’8 aprile 2018, ha recentemente portato la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo a chiedere alla plenaria di esprimersi su un’apertura del procedimento ex art. 7, con votazione che si terrà a settembre. In questo contesto, 8 dei 19 membri della Commissione in quota PPE hanno votato a favore della mozione – a testimonianza dell’emersione di un fronte di dissenso interno ai popolari, di un’insofferenza montante che potrebbe portare i moderati europei a revocare in dubbio la propria storica remissività nei confronti dell’alleato.

Alleato, sì: ma per quanto? Il disegno di Salvini, apertamente desideroso di dare vita ad una “Internazionale nera” per trasformare “l’Europa delle banche” in “un’Europa dei popoli” federando i partiti di destra, estrema e/o populista, così da bloccare ogni tentativo di ulteriore integrazione e far passare a tutti i livelli la linea “dura” anti-immigrazione, è ora ben lungi dal risultare irrealizzabile. Se, da un lato, il PPE si mostra sempre meno disposto a chiudere un occhio sui colpi di mano magiari, dall’altro, per quanto le letture in questo senso non siano unanimi, Orbàn sembra avere sempre meno incentivi, alla luce del quadro politico che si profila all’orizzonte delle elezioni europee del maggio 2019, a restare imbrigliato nell’ingombrante famiglia del moderatismo eurounitario. Con i repubblicani francesi virtualmente scomparsi dallo spettro politico transalpino e una Forza Italia agonizzante, il Partito Popolare spagnolo logorato dall’estenuante governo Rajoy e i cristiano-democratici tedeschi indeboliti dalle recenti vicende interne, è pressoché inevitabile che il PPE subisca un forte ridimensionamento nella ventura tornata elettorale, anche alla luce delle indiscrezioni che vorrebbero un Macron più interessato a creare un gruppo autonomo, che a convergere in famiglie politiche esistenti (posto che i popolari sarebbero, insieme all’ALDE, nel quadro dei grandi raggruppamenti, il gruppo probabilmente più congeniale all’istrionico presidente francese). D’altro canto, l’ENF di Salvini e Le Pen guadagna sempre più appeal: con una Lega ai massimi storici, partiti di destra ed euroscettici sempre più radicati in Germania, Austria e Olanda e il Rassemblement National sempre più vicino a completare la propria riconversione da partito dei nostalgici di Vichy a raggruppamento dei populisti di destra d’Oltralpe, non sembra azzardato ritenere che le destre saranno, perlomeno ed ottimisticamente, la terza famiglia più numerosa d’Europa. Se, infine, si aggiungono le indiscrezioni sulle volontà del PiS polacco di abbandonare i Conservatori a fronte del drammatico ridimensionamento che questi stessi subiranno, perdendo i tories inglesi in conseguenza della Brexit, e che per ragioni del tutto speculari a quelle esposte per Fidesz non sembrano sussistere grandi incentivi ad unirsi al PPE, i tempi sembrano maturi perché i due partiti leader del gruppo di Visegrád si apparentino alle destre dell’Europa occidentale, consolidando anche nelle sedi istituzionali il blocco sovranista ed euroscettico.

Il meeting di Salvini e Orbán rema precisamente in questa direzione. Il leader leghista, a margine dell’incontro, ha dichiarato: «Stiamo lavorando per un’alleanza che escluda le sinistre e riporti al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia. Possiamo unire energie diverse con un obiettivo comune». Per quanto Orbàn abbia usato termini meno netti, esprimendo un generico apprezzamento per il leader lombardo, il processo di avvicinamento in atto è innegabile – e non è da escludere che, superato lo scoglio del dibattito parlamentare sull’attivazione dell’art. 7 sopra riferito, le carte dell’ultradestra vengano scoperte, gli alleati del premier ungherese a Strasburgo vengano scaricati e il gruppo di Visegrád allargato prenda, finalmente, forma: quali le ripercussioni, per l’Europa, della formazione di un compatto gruppo di estrema destra nel Parlamento chiamato, fra l’altro, ad approvare l’insediamento della prossima Commissione e il piano finanziario pluriennale dell’UE per il periodo post-2020, e a legiferare in materia migratoria, pare sufficientemente autoevidente.

L’incontro del 28 agosto apre, così, ufficialmente la campagna elettorale del fronte neonazionalista  europeo. Un fronte che, a differenza dei propri concorrenti, sembra avere le idee drammaticamente chiare sulle direzioni da imprimere all’Europa. Poco importa, poi, agli occhi dei suoi elettori, che in termini di concrete scelte politiche i suoi componenti si trovino a pugnalarsi alle spalle, con un governo italiano impegnato sul fronte della redistribuzione infraeuropea dei migranti ed un governo ungherese (così come quello polacco, quello slovacco e quello ceco) che respinge la riforma del regolamento di Dublino e si rifiuta categoricamente di accogliere persone anche sul piano diplomatico ed extra-giuridico. Nel lungo termine, i leader di estrema destra convergono sull’irrealizzabile, disumano e contrario ai basilari princìpi del diritto, internazionale come europeo, disegno di bloccare i flussi migratori alla partenza. Tanto basta per mobilitare folle di elettori, ormai prigionieri della mistificatoria e tossica narrazione del populismo pseudo-identitario.

AHI, SERVA ITALIA

Per quanto le conseguenze principali, e più gravi, dell’avvicinamento italo-ungherese riguardino, come discusso, lo spazio politico europeo, i riposizionamenti che esso sembra implicare non paiono privi di conseguenze anche per lo scenario italiano.

I malumori dei 5 Stelle rispetto all’incontro milanese, frettolosamente connotato come politico, non condiviso e non istituzionale, a voler rimarcare la propria ostilità alla refrattarietà di Orbàn alle politiche di redistribuzione dei migranti, segnano l’ennesimo episodio della latente conflittualità fra le due componenti del governo “giallo-verde”. L’alleato ungherese non piace agli adepti di Di Maio, e il gioco delle parti nel quale i pentastellati tentano di irretire le anime di sinistra dell’elettorato italiano trova un’importante mossa in questa univoca dissociazione dalle amicizie che aleggiano negli ambienti governativi. Una dissociazione che, però, non piace agli esponenti leghisti, che invece tengono a sottolineare come il ruolo istituzionale di Salvini giochi un ruolo importante nel colloquio, anticipatorio di una comunione d’intenti anche a livello intergovernativo: che ciò avvenga surrettiziamente, come nell’intervista a Libero in cui Salvini mette in luce come Orbàn sia “un capo di Stato come un altro”, o esplicitamente, con Fontana e Bianchi che rivendicano l’importanza del ruolo governativo del leader leghista, appare chiaro come il Carroccio guardi con favore alle implicazioni istituzionali del nuovo asse.

Con ogni probabilità, e come già nel 2014, 5 Stelle e Lega correranno, dunque, con differenti prospettive di alleanze post-elettorali alle prossime consultazioni europee – e anche questo andrà spiegato all’opinione pubblica, non trattandosi esattamente di un segno di buoni rapporti fra gli alleati di governo. Al contempo, è difficile immaginare che Forza Italia voglia rompere con i partner popolari, mentre è plausibile che Fratelli d’Italia voglia seguire Salvini nella sua avventura in fondo a destra. Che ciò risulti, o meno, in una formale frattura all’interno del centrodestra, che non farebbe che complicare il quadro politico italiano, il rischio che si prospetta come più evidente è, però, quello che le elezioni europee fungano da pretesto per la definitiva spaccatura della coalizione giallo-verde: scenario al quale Salvini sarebbe decisamente interessato, per mettere definitivamente a frutto l’erosione dei consensi ai danni del partner di governo attuata in questi mesi e tornare alle urne. Se, peraltro, la Lega dovesse effettivamente ottenere risultati esaltanti in sede europea, non le risulterebbe affatto difficile confondere drammaticamente i piani (in ciò confortata dal triste precedente di «#enricostaisereno»), ed agitare il feticcio della legittimazione democratica ottenuta a Strasburgo per rinsaldare ulteriormente la propria egemonia nella politica nazionale, assestandola ulteriormente su lidi destrorsi.

Insomma, quest’ultimo scorcio d’estate rischia di avere ripercussioni drammatiche sul futuro della politica, nazionale ed europea. Gli orizzonti di entrambe si tingono di nero, e le cupe ombre del più becero nazionalismo si stagliano sul prossimo, decisivo quinquennio. L’unica speranza per i democratici e cosmopoliti, del vecchio Continente, ma non solo, sembra essere quella di una nuova stagione di civismo e partecipazione, una raccolta dei sempre più pressanti, ma (purtroppo) sempre più minoritari, appelli a «restare umani». Contro ogni retorica dell’ineluttabilità della catastrofe che si profila, vale oggi più che mai, con gli occhi rivolti non solo (come nella prospettiva dell’Autore) alla teoria politica generale, ma anche alla concreta prassi quotidiana, l’efficace formula di Giorgio Gaber: «Libertà è partecipazione».

Paolo Mazzotti


 

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