L’occidente vuole una Cina democratica?

L’occidente vuole una Cina democratica?

Sia chiaro questo. La Repubblica Popolare presieduta da Xi Jinping “a suo modo” si considera una democrazia. Ma a differenza della caratteristica divisione dei poteri legislativo, giudiziario e esecutivo delle democrazie occidentali in quella cinese a bilanciare il potere statale c’è il partito unico. La divisione dei poteri però c’è nell’altra Cina, Taiwan.

Mi è capitato di chiedere, con insolente curiosità, di Taiwan ad alcuni conoscenti cinesi. La risposta è sempre la stessa: “loro sono nostri fratelli cinesi come lo siamo noi”.

Se la stessa domanda fosse posta a un ambasciatore o qualsiasi altra autorità della Repubblica Popolare ci direbbe che Taiwan è una “provincia ribelle”. Questo perché, come alcuni già sapranno, sull’isola che i portoghesi chiamarono Formosa (la Bella) la sovranità appartiene alla Repubblica di Cina e non alla Repubblica Popolare Cinese.

Nonostante siano collegate da infrastrutture e storia non si riconoscono reciprocamente e de facto abbiamo due Cine, una democratica e una comunista. Uno status derivato dall’incompiuta guerra civile che nel 1949 portò al potere il Partito comunista in Cina di Mao e che costrinse il governo nazionalista deposto del Kuomintang (KMT) a fuggire. Il KMT ha continuato a sostenere l’esistenza della Repubblica di Cina dall’isola di Formosa rifiutando di riconoscere quella continentale guidata dai comunisti.

A Taiwan fino agli anni ’90 c’è stata una dittatura nazionalista. Quando la democrazia progressivamente ha preso piede è cresciuto il consenso dei politici indipendentisti, quelli che vedevano l’isola come un paese a sé stante, senza pretese territoriali verso la terraferma. Nel 2000 uno di questi partiti, il Partito Democratico Progressista (DPP), vinse per la prima volta le elezioni presidenziali. L’affermazione del DPP ha fatto crescere tra i cittadini idee sull’indipendenza di Taiwan facendo sempre infuriare la Cina.

Ma se la Cina comunista gode di un ampio riconoscimento internazionale, quella democratica è riconosciuta soltanto da 15 stati di bassa caratura internazionale, compreso il Vaticano che però sta ricucendo lentamente i rapporti con “l’Impero di mezzo”. Questo perché negli ultimi anni Pechino ha persuaso molti paesi a chiudere le proprie ambasciate sull’isola per aprirle nella Repubblica Popolare. Nella diplomazia internazionale chi la riconosce e chi no, nel tentativo di non offendere nessuna delle parti, finisce per fare delle gaffe internazionali.

Di questa democratica ribelle si torna a parlare spesso. Negli ultimi mesi per l’esemplare gestione dell’emergenza Covid-19, frutto della precedente epidemia di SARS del 2003. La presidentessa Cai Yingwen non ha imposto alcun lockdown preferendo intensificare controlli sul traffico aereo e sfruttando banche dati.

Il successo taiwanese ha suscitato tante simpatie in Occidente al punto che Germania e Usa in primis vorrebbero questa come membro osservatore dell’OMS. Uno status che ha già avuto tra il 2009 e il 2016 quando sulla poltrona più importante di Taipei c’era un governo che strizzava l’occhio a Pechino. Dopodiché le è stato impedito di partecipare, per volere della Cina.

Taiwan non pressa per partecipare alle riunioni dell’OMS ma continuerà a donare forniture mediche all’estero e a protestare contro il “comportamento a due facce” della Cina che lo esclude da tali forum, come ha affermato il ministro degli Esteri dell’isola.

Una riunificazione cinese pare assai improbabile al momento. Per i taiwanesi significa sottomettersi al Partito Comunista Cinese con la possibilità di ridursi come la scontenta Hong Kong o Macao abbracciando il principio “un paese, due sistemi”. Inoltre, Taipei gode del sostegno mediatico, diplomatico e militare degli Usa che impedisce alla Repubblica Popolare di invadere indisturbatamente Taiwan. Washington non intende lasciare a Pechino il controllo dell’isola per impedirle l’accesso all’Oceano Pacifico.

Geopoliticamente Taiwan è diventata l’argomento spinoso con cui Donald Trump punzecchia l’avversario cinese. Ci ha provato fin dall’inizio del suo mandato presidenziale quando il 2 dicembre 2016 per la prima volta dal 1979 un presidente USA aveva parlato direttamente con Taiwan. Nella chiamata, Tsai si congratulò per la vittoria alle elezioni presidenziali.

Con il Covid-19 la globalizzazione si è congelata. Con il disgelo l’occidente potrà disimpegnarsi sempre più dalla dipendenza cinese e molto più facilmente dato che i consumi devono ripartire quasi da zero. Fare a meno del mercato cinese sembra complicato, nonostante sia questa la direzione degli Usa. Anche se le amministrazioni non lasciano intravedere nulla sembra che il sogno nel cassetto sia quello di vedere una costituzione democratica come nel paese rosso. Non tanto per un principio di libertà dei popoli ma per indebolire e ridimensionare Pechino e salvaguardare la sua supremazia.

La Germania sta divorando l’Unione Europea

La Germania sta divorando l’Unione Europea

L’Europa oggi e il ruolo della Germania

Se c’è una cosa ben chiara a tutti nell’attuale quadro europeo, è che qualcosa non va.

Il progetto di unione politica e monetaria aveva l’obiettivo di mettere fine agli antichi rancori tra Stati, vecchi di secoli e causa di infinite guerre, ma aveva anche il fine di riunire i popoli in una nuova unione continentale, che fosse in grado di competere con i giganti dell’economia e della politica odierna. Di chi parliamo? Di Usa, Russia e Cina.

E’ chiaro che in una prospettiva di competizione tra giganti di tali dimensioni, piccoli Paesi come il Portogallo, l’Austria, l’Italia non ce l’avrebbero mai fatta autonomamente, in un mondo che corre ad alta velocità. Ma con l’ Unione europea sì: anche l’Irlanda, l’Italia o la Francia avrebbero avuto il modo di competere con le grandi sfide globali attraverso il progetto comunitario (stando almeno alle intenzioni di base).

Qualcosa però si è incrinato, e oggi rischia davvero di spezzarsi. Nello scenario attuale, l’Europa non è una forza diplomatica ed economica unitaria, ma una unione frammentata in cui la Germania definisce le regole dell’economia e della politica. Chiunque neghi questo, negherebbe di fatto l’evidenza.

La perdita di potere dell’UE a vantaggio della Germania è sicuramente imputabile alla incapacità degli altri Stati membri, ma non esclusivamente. Oltre a tale incapacità di concepirsi come entità unitaria e di andare oltre gli interessi nazionali, vi è stata la consapevolezza tedesca di beneficiare di un sistema economico favorevole solo a sé, ma, nel complesso, estremamente dannoso per l’Europa.

Il ruolo della Germania è senza dubbio quello di Leader, seppure nel progetto di Unione Europea non sia stata così “Europeista” come tutti credono. Ciò è evidente e qui proviamo a spiegarlo.

Economia: la Germania predica male e razzola bene

La Germania ha avuto un ruolo guida soprattutto nell’economia. Quella tedesca cresce più di quella dei partners europei, e tutti voglio scoprire il segreto. Le ricette economiche che la Germania consiglia sono quelle che conosciamo: austerità, risanamento dei conti pubblici, meno spesa. E sono le stesse che da anni vengono applicate ai Paesi europei in crisi, Italia compresa. I risultati? Deflazione (diminuzione dei prezzi e dei salari), debito pubblico in aumento, produzione industriale stagnante. Risanare i conti pubblici in una congiuntura già esasperata dalla crisi economica (partita negli USA nel 2008) è stato completamente disastroso, fallimentare. E ciò, più di ogni altra cosa, ha portato alla sfiducia nell’Europa tutta e nelle sue istituzioni e dato nuova vita ai populismi. Chiunque avrebbe cambiato strategia: d’altronde c’è il futuro dell’Europa tutta in gioco. Chiunque, tranne la Germania. Per anni Berlino ha difeso questa linea, anche quando tutti i leader europei chiedevano un cambio di rotta. Ma per quale motivo, se si è visto che non funzionano? I risultati parlano chiaro.

fonte: Wikipedia

Viene allora da chiedersi, quali solo le modalità di successo del governo tedesco? E’ presto detto: mentre la Germania ha detto per anni che la spesa pubblica e il debito sono il male assoluto, la locomotiva tedesca era alimentata proprio dalla spesa pubblica. Attraverso il KfW, la Germania ”canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti”. Esatto, la Germania ha trovato il modo per non far rientrare la spesa pubblica nel debito pubblico. Mentre il resto d’Europa soffre la fame a causa dei vincoli di Maastricht e del fiscal compact, la Germania fa spesa pubblica per miliardi di euro.

L’iniquità di una tale atteggiamento è sotto gli occhi di tutti e rivela il ruolo demolitore che interpreta la Germania in Europa. E pensare che in italia continuano a dirci che la spesa pubblica è il male!

Politica: che fine ha fatto Bruxelles?

Nella politica, gli Stati, affannati dai problemi economici hanno “colpevolmente spostato il potere dalla commissione europea al consiglio europeo” 1, cioè da un “organo di Individui” (i commissari nazionali) ad un “organo di Stati” (riunione dei capi di governo). L’operazione ha totalmente sbilanciato il peso delle decisioni europee, consegnando di fatto il potere a Berlino, con la Merkel a rappresentare la figura politica più abile presente al momento. Gli esempi di questa situazione sono numerosi:

Proteste dei profughi sulla rotta balcanica

Accordo con Turchia sui profughi. L’ondata di profughi diretti verso l’EU arriva da due versanti, quello libico e quello turco, cioè rotta del Mediterraneo e rotta dei Balcani. La Germania ha abilmente condotto un accordo con il governo turco per fermare l’arrivo di profughi dalla rotta balcanica, fornendo mezzi e fondi alla Turchia. Per alcuni l’accordo è stato uno scandalo, per altri un esempio di pragmaticità politica. In effetti oggi la rotta balcanica è chiusa, mentre quella del mediterraneo è totalmente incontrollata.

Ancora una volta, la Germania agisce come Stato “unico”, curando i propri interessi nazionali e commerciali, senza spingere verso l’unificazione politica europea, ma scavalcandola e ponendosi come unico interlocutore. A dimostrazione di questo le dichiarazioni della Casa Bianca, secondo cui, da ora in poi, le comunicazioni tra USA-UE non avverranno più tra Washington-Bruxelles, ma tra Washington-Berlino, come detto recentemente da Steve Bannon. La cosa curiosa è che dichiarazioni simili sono state fatte anche dal governo canadese guidato da Justin Trudeau, a dimostrazione che non si tratti solo di un colpo di testa del governo Trump, ma di una presa d’atto delle forze in gioco in Europa.

Sanzioni alla Russia e accordi Russia-Germania. La vicenda delle sanzioni europee alla Russia è piuttosto esplicativa del modo di muoversi della Germania in ambito internazionale. Berlino, si è a lungo fatta fatta promotrice e guida delle sanzioni economiche alla Russia come reazione europea alla crisi ucraina. Non tutti in Europa hanno gradito, per via delle conseguenze economiche. Solo all’Italia, le sanzioni sono costate una perdita di export di 3,6 miliardi di euro tra il 2014 al 2016.

fonte: fort-russ.com

Al di là del giudizio di valore riguardo le cause e le conseguenze di questa crisi, c’è un dato importante da notare. I russi hanno definitivamente deciso di spostare la rotta dei gasdotti, fermando le forniture che passano dall’Ucraina, di cui Mosca non si fida più. Quelle forniture arrivavano in Europa per alimentare Italia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca.

Qui entra in gioco la Germania. Dopo essersi fatta portabandiera delle sanzioni alla Russia, i tedeschi entrano in trattativa con la russa Gazprom riguardo la questione gasdotti. La proposta è di aggirare il problema Ucraino, costruendo un gasdotto che non passi più da Kiev, ma che attraversi tutto il Mar Baltico e giunga in Germania. Si tratta del North Stream 2. Si, 2. Perché c’è già un gasdotto che percorre il Baltico, e questo sarebbe il secondo. In questo modo, tutto il gas proveniente dalla Russia passerebbe per la Germania, rendendoci di fatto dipendenti da Berlino.

L’incoerenza tedesca non è passata inosservata, e persino l’ex premier Renzi ha accusato la Germania di fare il doppio gioco, sanzionando Mosca e allo stesso tempo facendoci affari.

Trump, la Nato e la bomba atomica tedesca

Nel 2015, in piena crisi ucraina, i Paesi Nato hanno concordato l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL dei Paesi sotto quella soglia. Se la Francia si trovava appena sotto quella soglia, la Germania si assestava al 1,3 % del Pil e l’aumento consisteva circa in 35 miliardi. A inizio 2016 Berlino però rincara la dose, la ministra della difesa Ursula von der Leyen dichiara di voler aumentare la spesa militare di 130 miliardi entro il 2030.

In assenza di un esercito europeo unitario, o quantomeno coordinato, e alla luce della crisi economica, la difesa dei membri europei è affidata sostanzialmente a loro stessi e alle loro capacità di spendere e innovare. Con una Nato sempre più distaccata, tutto ciò potrebbe essere un problema: gli Stati europei non possono spendere autonomamente per il proprio esercito, e con vincoli di spesa così bassi finiranno per non avere mai i mezzi finanziari necessari per far fronte alle recenti

Bandiera della NATO (fonte: huffingtonpost.com)

richieste di Trump di aumentare prima possibile i contributi alla Nato. La forza della Germania non solo affossa le economie, ma mette in difficoltà gli stati, i loro conti e la loro capacità di spesa militare.

Nel frattempo nel Paese si è riaperto un dibattito a lungo rimasto tabù, alla luce del passato bellico della Germania: la bomba nucleare. Da qui nasce un interrogativo molto cupo, ma che purtroppo diventa necessario alla luce delle dinamiche europee. Le difficoltà finanziarie dei Paesi europei e la politica isolazionistica di Trump, lasceranno che la Germania sfrutti i suoi vantaggi per diventare il primo esercito europeo?

In conclusione, quindi, perché dovremmo ispirarci ad un modello tedesco che continua a imporre regole che non rispetta, affossando le economie e le capacità di Stati e disgregando di fatto il progetto europeo? Non eravamo fieri, all’inizio, di essere parte dell’Unione Europea, fondatori e protagonisti di questo progetto? Si tratta di un controsenso pazzesco. Oggi, essere europeisti significa ancora una volta arginare il ruolo tedesco, ridimensionare la Germania a membro dell’Unione. Perché neppure la Germania potrà mai davvero giocare un ruolo globale tra i giganti.


 1. (Prodi 3/03/2017)

Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Come le rifugiate siriane usano il cibo per la lotta contro Trump

Traduzione dal TIME: http://time.com/4663317/syrian-refugee-women-cook-food-restaurant/?xid=homepage

Le storie

Dyana Aljizawi ha passato tre giorni cucinando più di due dozzine di piatti tradizionali siriani– riso pilaf, hummus, insalata, baba gaboush, cosce di pollo arrosto e altro- ed era esausta. E’ stata una notte impegnativa per la ventenne rifugiata siriana al Syria Supper Club, gruppo dedicato all’accoglienza dei rifugiati attraverso la condivisione di pasti.

Aljizawi è una delle molte donne rifugiate che sono riuscite a entrare in sintonia con le loro nuove case e a guadagnare cucinando e condividendo piatti tradizionali con i vicini degli Stati Uniti e del Canada. Grazie al Syria Supper Club, queste donne ricavano profitti dall’organizzazione di cene a buffet con l’intento di respingere l’islamofobia e la xenofobia che, a detta loro, è stata esacerbata dall’elezione del Presidente Donald Trump. “Sono spaventata all’idea di uscire perchè, con il corrente clima politico e Trump, ho paura che possiamo essere rispedite a casa, in una zona di guerra”, ha detto Aljizawi, che ora vive nel New Jersey con suo marito. “L’America è piacevole, bellissima, ma abbiamo dovuto affrontare moltissimo dolore qui”.

La guerra civile siriana ha creato circa 11 milioni di emigranti, mandandone più di 10,000 in America e 40,000 in Canada. Prima di arrivare negli USA, Aljizawi ha vissuto in Egitto per alcuni anni. Sebbene non abbia fornito molti dettagli circa la sua precedente vita in Siria, Aljizawi ha detto di aver imparato la cucina tradizionale siriana da sua madre all’incirca a 17 anni, mentre viveva in Egitto. Durante la serata, gli invitati alla cena hanno fatto i complimenti allo chef, meravigliati dalla varietà delle sue abilità culinarie ad una così giovane età. A differenza del cibo americano, la cucina siriana, ricca di verdure e carne “halal”, include miriadi di piatti. I 20 piatti e più di quella sera non erano niente, ha detto Aljizawi.

“Dovreste vedere com’è durante il Ramadan”, ha detto, mentre descriveva l’infinita quantità di cibo che lei e la sua famiglia avrebbero mangiato alla fine del mese santo di digiuno Islamico. Un po’ timida all’inizio, Aljizawi si è aperta con il proseguire della cena, aiutata dal suo traduttore Asma Alqudah, studente alla Montclair State University. Alla fine del pasto delle risatine riempivano l’angolo della sala occupato dalle donne più giovani che parlavano animatamente in Arabo e si facevano alcuni selfies. Alijzawi ha detto che il suo più grande obiettivo è cucinare per la sua famiglia ed occuparsi della sua casa, una volta stabilitasi perfettamente nella sua nuova dimora.

La cucina come forma di integrazione

Oltre al rischio di islamofobia, altre sfide hanno reso la vita in America difficile per Aljizawi. Casa sua è troppo piccola e in pessime condizioni, l’affitto è troppo caro e lei e suo marito non hanno agevolazioni adeguate, ha detto. I soldi che guadagna grazie alle cene sono d’aiuto mentre cerca lavoro. Gli ospiti acquistano i biglietti a 50 dollari l’uno, per poter partecipare alla cena, e il ricavato va alle donne siriane per acquistare gli ingredienti necessari. Iniziato da Kate McCaffrey e Melina Macall, il Syria Supper Club offre opportunità ai rifugiati e cerca di opporsi a Trump. Le donne, che sono state coinvolte nel progetto dalla sinagoga di Montclair, Bnai Keshet, hanno organizzato circa 30 cene, di cui 15 solo a Gennaio, tanto  la popolarità del club cresce. Circa 30 rifugiate hanno cucinato, e ci sono stati vari ospiti che si sono proposti per organizzare eventi successivi.

Trump ha attraversato le menti di tutti gli ospiti durante la cena del 5 Febbraio, tenutasi nei giorni seguenti all’emanazione da parte di un giudice federale di una conferma circa il suo ordine esecutivo sull’immigrazione, che bandiva i provenienti da sette nazioni a maggioranza musulmana, incluso un bando a tempo indeterminato per i rifugiati siriani. Molte persone vedono il bando come anti-Musulmano e condividere i beni con i rifugiati già presenti negli USA è diventato l’unico modo per gli americani di ribellarsi contro l’ordine, che è stato subito ostacolato da un appello alla corte federale in California.

Il desiderio di familiarizzare con i nuovi vicini ed aiutarli ad avere una vita piena ha spinto gli americani e i canadesi ad avviare in entrambi i Paesi pop-up restaurants e servizi di catering che assumono le donne per condividere quelle ricette della tradizione orale che potrebbero dissolversi a causa della dispersione nelle varie parti del mondo. A Toronto, in Canada, Newcomer Kitchen invita le donne siriane rifugiate a preparare pasti settimanali che vengono venduti online per 20$. Il menù varia da settimana a settimana e può includere torte salate di carne, Tabbouleh, hummus, pollo, verdure e sempre un dolce tipico siriano.

“Vogliamo celebrare il fatto che conservino una delle più antiche tradizioni culinarie al mondo”  afferma la co-fondatrice Cara Benjamin-Pace. “Il nostro obiettivo non è formare queste donne affinché si inseriscano nel settore culinario. Vogliamo riunirle e accoglierle come donne e come parte della comunità.”

Sembra abbia funzionato per tre donne che cucinano ogni settimana per Newcomer Kitchen. Le tre vivevano a Toronto da circa un anno e hanno raccontato al TIME, attraverso un traduttore, di quanto si sentissero frustrate prima di essere coinvolte nel progetto,  e di come il loro umore sia migliorato ora che sono parte di una comunità affiatata. Una cuoca, Amina Alshaar, ci ha raccontato di aver esitato prima di unirsi al progetto perché non aveva mai fatto “questo tipo di esperienze”. Come casalinga, cucinare per la sua famiglia poteva risultarle stressante ma, alla Newcomer Kitchen, sente di avere una nuova energia. “Sono qui per sette ore e sono davvero felice. Per niente stanca” dice Alshaar.

Cucinare per non sentirsi sole

Khadija Alibrahim, un’altra cuoca, ci racconta di come  la sua famiglia ha reagito alla notizia di voler lavorare ora che vive in Canada. Hanno cambiato idea quando hanno visto quanto lei fosse soddisfatta. “Mi ha resa davvero felice l’idea di riunirmi con altre donne” dice. “Se non mi fossi unita a questo tipo di progetto, non avrei avuto la possibilità di familiarizzare con gli eventi sociali che la cucina racchiude.”

Ghada Neemat racconta invece della necessità di cucinare per evitare di sentirsi sola. Neemat, 32 anni, ci ha detto di aver perso suo padre, suo fratello e tre cugini a causa della guerra. “La possibilità di incontrare Cara e far parte di questo progetto è stata davvero d’aiuto” racconta Neemat che ora è incinta. “Prima ero totalmente depressa, ora mi sento molto meglio”

La politica di accoglienza canadese nei confronti dei rifugiati ha sorpreso totalmente le donne, molte delle quali al proprio arrivo sono state accolte dal primo ministro Justin Trudeau in persona. Alshaar dice che le ci vorrebbero circa dieci giorni per esprimere a pieno la sua opinione nei confronti di Trump e della sua politica isolazionista. “Non ce lo si aspetta da un presidente degli Stati Uniti” dice riferendosi all’ordine esecutivo di Trump, il quale ha causato la detenzione negli aeroporti di milioni di persone il giorno dopo averlo sottoscritto. “Come hanno fatto ad eleggerlo?”

Benjamin-Pace dice che la Newcomer Kitchen è riuscita a raggiungere le donne proprio perché tendono ad essere messe in secondo piano quando la propria famiglia arriva nella nuova casa. Mentre gli uomini trovano un lavoro e i figli vanno a scuola, loro restano a casa e si isolano. “E’ quasi come se le loro vite non avessero l’opportunità di ripartire. Se dai nuova energia alle donne, lo sviluppo complessivo della famiglia è parecchio superiore.” sostiene Benjamin-Pace. “Le donne in Siria hanno un grande potere. Non stiamo cercando di cambiarle. Vogliamo solo valorizzarle per ciò che sono.”

Traduzione di Silvia Fortunato e Francesca Del Vento

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Traduzione da Independent.co.uk a cura di Silvia Fortunato. Fonte qui

Starbucks sostiene che assumerà 10,000 rifugiati nei prossimi cinque anni, in risposta alla sospensione a tempo indeterminato dell’accoglienza dei rifugiati siriani e al blocco temporaneo delle immigrazioni di Donald Trump, applicato ad altre sei nazioni a maggioranza Musulmana.

Howard Schultz, presidente e amministratore delegato dell’azienda, ha detto in una lettera ai dipendenti che le assunzioni si rivolgeranno ai punti vendita di tutto il mondo e che la manovra comincerebbe a partire dagli Stati Uniti dove il focus principale saranno le assunzioni degli immigrati che “hanno servito l’esercito degli Stati Uniti come interpreti e personale ausiliario”.

Schultz, sostenitore di Hillary Clinton durante la corsa alle presidenziali, ha preso di mira altri punti “dell’agenda” di Trump focalizzati sull’immigrazione, sull’abrogazione della legge Health Care (riforma sanitaria, ndt) dell’ex presidente Barack Obama, e sulla ridefinizione dei rapporti commerciali con il Messico. La lettera diceva che Starbucks sosterrà i coltivatori di caffè in Messico, provvederà all’assicurazione sanitaria per i lavoratori idonei, nel caso in cui la riforma sanitaria sarà abrogata, e sosterrà un programma di immigrazione in linea con quello di Obama, che conceda ai giovani immigrati introdotti da bambini nel Paese una proroga di due anni per l’espatrio e un permesso di lavoro.

La mossa riflette la crescente complessità che incontrano gli affari quando si tratta di confrontarsi con l’amministrazione Trump. Trump ha incontrato gli amministratori delegati di Ford, General Motors e Boeing, chiedendogli di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, e nel mentre acclamava ogni annuncio di incremento di impiego nelle aziende come un successo, sebbene quegli incrementi fossero stati programmati ben prima della sua vittoria presidenziale.

Ma non tutti i leaders delle aziende si sono avvicinati a Trump. Schultz ha aggiunto che Starbucks cercherà di comunicare più frequentemente con i lavoratori, dicendo “Anche io sento la preoccupazione che tutti voi state provando: la civiltà e i diritti umani che noi tutti abbiamo dato per scontati così a lungo sono sotto attacco”.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati