Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Terrorismo in Regno Unito: Lupo solitario o macchinazione complessa? Analisi sull’attentato di Manchester

Editoriale de The Economist (11/05/2017) originale qui. Traduzione e sintesi di Francesca Del Vento.

I dettagli degli attacchi alla Manchester Arena stanno lentamente emergendo. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco. La polizia ha confermato che l’atto omicida è stato effettuato da un solo attentatore, che ha fatto esplodere l’ordigno imballato improvvisamente nella confusione del concerto. L’uomo è stato identificato come Salman Abedi, un ventiduenne di Manchester con origini libiche. È stato arrestato anche un 23enne in un sobborgo di Manchester connesso con il reato. Le immagini strazianti delle giovani vittime e degli spettatori dispersi sono state pubblicate on-line.

Il resto, fino ad ora, è solo supposizione. La scelta di destinare l’attacco durante un concerto pop ricorda la strage avvenuta al Bataclan di Parigi del novembre 2015. È diventata prassi operativa sia per lo Stato Islamico che per i terroristi ispirati ad Al-Qaeda che cercare di colpire i grandi ambienti ospitanti eventi che simboleggiano ciò che essi considerano la decadenza della cultura occidentale. Il fatto che molte delle vittime dell’attacco erano adolescenti non ha fatto che incoraggiare il gesto del carnefice, perché accresce notevolmente la sensazione di orrore.

L’unica nota positiva per le autorità britanniche è stata la mancanza di uomini muniti di armi automatiche, al contrario di quanto avvenne a Parigi nel cui caso si mirò anche a coloro che fuggivano dal primo attacco. Questo grazie agli stretti regolamenti britannici sulle armi da fuoco e alla mancanza di una complessa organizzazione.

Tuttavia questo non significa che l’attentatore fosse sconosciuto alle forze antiterrorismo britanniche o che egli abbia agito in solitudine. Il MI5, il servizio britannico d’intelligence interna, ha individuato circa 3.000 persone che si potrebbero considerare estremisti religiosi, ma ha le risorse per il monitoraggio costante di solo 40 di loro. La sorveglianza di un singolo sospetto per 24 ore impegna 18 ufficiali. Ci sono inoltre regole severe che determinano la longevità massima della sorveglianza intensiva.

Dati sulla convivenza del terrorismo nell'Europa Occidentale

Dati sulla presenza del terrorismo nell’Europa Occidentale

Di conseguenza, anche coloro che risultano essere altamente pericolosi possono facilmente scivolare fuori dal radar di servizi di sicurezza relativamente dotati come quello della Gran Bretagna. L’intensità della minaccia da gestire e affrontare è scoraggiante. Nei 18 mesi precedenti a marzo di quest’anno almeno 12 complotti terroristici sono stati sventati, secondo Dominic Grieve, presidente della Commissione Parlamentare Intelligence e Sicurezza.

Recentemente è stato fatto molto dai cosiddetti “lone wolf” (lupi solitari): individui che agiscono più o meno da soli utilizzando qualsiasi arma che possa successivamente incriminarli. Il 22 marzo Khalid Masood, un cinquantaduenne britannico convertito all’Islam, uccise cinque persone nel centro di Londra con una macchina a noleggio e un coltello da cucina. Il fatto che l’attacco di Manchester sia stato un bombardamento rende molto più probabile che l’autore sia stato aiutato. Anche se esistono numerosi siti web jihadisti con le istruzioni utili su come assemblare una bomba improvvisata, abbastanza piccola da poter essere nascosta nella cintura o nel gilet di un suicida e facilmente da disattivare in un momento di difficoltà.

Se l’attentatore di Manchester non faceva parte di una cellula terroristica che opera in Gran Bretagna, potrebbe aver acquisito altrove le competenze necessarie per compiere l’attacco. Circa 800 persone hanno viaggiato dalla Gran Bretagna con differenti motivazioni per combattere in Siria, e più di 400 di loro potrebbero essere ritornati. Alcune di queste potrebbero essere state addestrate per compiere attacchi di massa nei paesi di provenienza. Se questa descrizione riguardasse l’attentatore di Manchester significherebbe veder materializzato il peggior incubo dei servizi di sicurezza.

Si rifletterà inoltre sui tempi dell’attacco. Alcuni hanno notato che ha avuto luogo in occasione dell’anniversario dell’omicidio di un soldato britannico, Lee Rigby, avvenuto quattro anni fa in una strada nel sud-est di Londra. E ‘inoltre possibile che l’attacco mirasse a distogliere l’attenzione dalle elezioni generali dell’8 giugno, anche se in Gran Bretagna non c’è un partito di estrema destra che potrebbe trarre beneficio.

Questo non vuol dire che questo attacco non avrà alcun impatto sulle elezioni nonostante la sospensione temporanea della campagna elettorale. Le carenze di Theresa May, qualunque esse siano, dopo sei anni al Ministero degli Interni, possono plausibilmente presentarsi come quelle di un “primo ministro della sicurezza”. Al contrario, il leader del partito laburista all’opposizione, Jeremy Corbyn, ha un record come un simpatizzante del Esercito Repubblicano Irlandese e ha descritto i membri di Hamas e Hezbollah, nonostante siano considerati gruppi terroristici da UE e USA, come “amici”. I sondaggi hanno recentemente mostrato che la leadership della signora May sul signor Corbyn si restringe, a seguito del lancio della settimana scorsa di un manifesto conservatore impopolare. Con il terrorismo che torna a far notizia, cosa dovremo aspettarci?

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Terrore in Russia e l’Occidente: la necessità di essere solidali

Terrore in Russia e l’Occidente: la necessità di essere solidali

Nessuna illuminazione in Europa per la tragedia di San Pietroburgo. Un atteggiamento né giusto né intelligente.

Qualsiasi cosa si possa pensare delle illuminazioni sugli edifici pubblici con i colori delle bandiere straniere per mostrare solidarietà dopo un tragico evento, esse sono ormai diventate una consuetudine, per questo l’assenza della bandiera rossa,bianca e blu della Russia di Putin dopo l’attentato terroristico a San Pietroburgo di lunedì 3 aprile non è passata inosservata. Nel contesto è stata persa un’occasione in più per neutralizzare una notizia pericolosa.

Naturalmente, siamo nel bel mezzo di una guerra fredda rinnovata e ci sono tutte le ragioni per cui l’Europa debba sentirsi ostile nei confronti della Russia: dall’annessione della Crimea fino alla sua aggressiva attività d’intelligence. Tuttavia, v’è una vocazione superiore d’umana empatia, la sensazione di essere tutti uniti di fronte alla minaccia inaspettata e indiscriminata del terrorismo. È improbabile che uno qualsiasi dei passeggeri della metropolitana di San Pietroburgo abbia scatenato gli “omini verdi” in Crimea, o architettato misure attive nelle capitali europee. Ci può essere lutto anche al di là della condotta dei governi.

Per coloro che sono meno convinti, ecco la spietata logica pragmatica.

Tutto è simbolico, e non mostrando la solidarietà, l’Europa ha assecondato la retorica del Cremlino basata più e più volte su vaghe motivazioni. Il Cremlino sostiene che l’Occidente, fondamentalmente russofobico, goda nel vedere la Russia impantanata in guai di ogni genere. Sostiene inoltre che l’Occidente voglia diffondere in Russia: confusione e sgomento, sospetto e incertezza. (Ha un non so che di familiare? Sì, è esattamente ciò che Mosca sta facendo con l’Europa).

Il corollario è che quando la Corte europea dei diritti dell’uomo censura Mosca, quando una delegazione dell’Unione Europea chiede una maggiore trasparenza e ogni volta che un osservatore occidentale rileva difetti nei processi elettorali, ogni azione può essere interpretata nel migliore dei casi come “european mischief-making” (perfidia europea), e nel peggiore come proseguimento della “guerra ibrida”.

Si tratta di una deprimente performance di judo retorico che consente di trasformare osservazioni (abbastanza) corrette in terreno fertile per incentivare una massiccia chiusura mentale (n.d.t.) e di respingere gli invasori ideologici. E tristemente, funziona.

Così segue l’alternativa, o meglio il complemento della strategia europea: il proseguimento di una linea dura contro gli abusi e le aggressioni russe; il sostentamento della filosofia NATO con 2% del PIL per la difesa; la costituzione di una contro-intelligence e di una sicurezza finanziaria europea e la battaglia nel contrastare la disinformazione e sovversione politica.

Ma questo non basta. Allo stesso tempo, ogni volta – nel vero senso della frase – che è umanamente possibile, l’Europa dovrebbe cercare di mostrare alla Russia l’affetto che può. Un affetto duro, forse, ma comunque affetto. Condividendo il lutto per le loro perdite, celebrando i loro trionfi culturali, lodando i russi quando fanno qualcosa di giusto (perché accade anche questo, ogni tanto), vietando il denaro sporco dei loro oligarchi e le loro legislazioni paranoico-patriote, ma allo stesso tempo accogliendo i suoi studenti, turisti, artisti e imprenditori.

Prima di tutto, questo modo di fare nega ai propagandisti del Cremlino facili occasioni. Tutto questo per minare attivamente la loro perniciosa narrazione che cerca di forzare i russi a una scelta artificiosa del tipo “o noi o loro”, “o patriota o traditore”.

In secondo luogo, ricordate quegli ideologisti oscuri che vedono la “guerra ibrida” – o forse più correttamente “guerra politica” – dietro ogni cosa? In un certo senso, hanno ragione. Questa è una lotta di memes e valori, di slogan e simboli. Coloro che mirano alla sicurezza dell’Europa a lungo termine in cambio di regime al Cremlino dovrebbero avere la possibilità di mettere in discussione le affermazioni incombenti che i russi sono soli e circondati.

Arrendersi ai meschini individui che in qualche modo pensano che San Pietroburgo non “merita” simpatia a causa di Sebastopoli, che affermano che ogni incidente terribile è una sorta di operazione “false flag”* istigato da Putin per generare una sorta di sentimento “rally-round-the-flag”**, non è solo sbagliato ma anche pericoloso. Sono loro ad essere, ironia della sorte, i suoi migliori alleati.

Alimentate l’affetto verso il Cremlino, alimentatene così tanto da soffocarlo. Fatelo perché lo ritenete giusto o fatelo perché è intelligente, ma fatelo in ogni caso.

Articolo originale qui

*False Flag: Tattica segreta nell’ambito di operazioni militari o attività di spionaggio, condotte per apparire come perseguita da altri enti e organizzazioni, anche attraverso l’infiltrazione o lo spionaggio di questi ultimi. “Bandiera falsa” deriva dall’espressione inglese l’idea è quella di “firmare” una certa operazione “issando” la bandiera di un altro stato o la sigla di un’altra organizzazione.

**Rally around Flag: Maggiore sostegno popolare di breve periodo al Presidente durante i periodi di crisi internazionale o di guerra, riducendo la critica delle politiche governative.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

«Mio figlio ha visto i video dell’attentato: e ora?»

«Mio figlio ha visto i video dell’attentato: e ora?»

Come e perché spiegare il terrorismo ai bambini

In un’epoca in cui le nuove generazioni sono native digitali, in cui i bambini sono liberi di guardare la tv in autonomia, in cui utilizzano gli smartphone come – e meglio – di noi, tenergli “nascosti” gli eventi violenti diventa impossibile. E spesso anche uno sforzo non sempre ripagato.

Alla luce dei recenti accadimenti – attentati a Parigi, Garissa, Bruxelles, Nizza etc. – e del conseguente bombardamento mediatico, ci si chiede come sia possibile proteggere i più piccoli da tutte le immagini violente che vedono. È più corretto fare finta di niente? O raccontare loro cosa sta succedendo? A che età è più giusto cominciare a parlarne? Come comportarsi rispetto al loro silenzio? Sono alcuni dei quesiti che ci ritroviamo a porci quando a parlare è la violenza.

(altro…)

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