America First.. e l’Italia?

America First.. e l’Italia?

Da oggi, 18 ottobre, diventano pienamente operativi i nuovi dazi americani che colpiscono l’import europeo per un valore di 7,5 miliardi di dollari annui. Una manovra che si inserisce nella disputa Airbus-Boeing che, dal 2004, vede contrapposti USA ed UE a causa dell’illegittima corresponsione dei sussidi pubblici al colosso americano Boeing e all’europea Airbus. Contromisure che potrebbero condurre ad una nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, incidendo anche sull’export italiano.   

La black list di prodotti-bersaglio del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) non si limita difatti a colpire i soli Stati Membri parte del consorzio europeo aeronautico Airbus (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna), ma – tra gli altri – anche il Bel Paese.

Il Made in Italy agroalimentare è colpito con tariffe addizionali del 25% a fronte di un danno pari a mezzo miliardo di euro (stima Coldiretti).
Tuttavia, da Oltreoceano non escludono la possibile futura estensione della manovra ad altri prodotti men che meno l’aumento dei dazi. La Federalimentare ha stimato un possibile danno tra i 650 mln (per tariffe al 30%) e gli oltre 2 mld (in caso di dazi al 100%).

All’indomani della decisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il timore di una guerra commerciale si è tradotto in una ricaduta dei mercati, facendo registrare a Piazza Affari un Ftse Mib al ribasso del 2,87%.

Pur circoscrivendosi la manovra ad una categoria di prodotti piuttosto ristretta (lo 0,8% dell’export totale verso gli USA), ad essere maggiormente colpito è il settore lattiero caseario, con in testa: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, provolone e pecorino. Colpiti anche superalcolici, bevande, insaccati, frutta e agrumi. Al momento, rimangono esclusi: conserve di pomodoro, olio d’oliva, pasta e vino.

Infografica export Italia

Se, in una prospettiva più ampia, guardiamo ai nostri competitor francesi e spagnoli direttamente colpiti da dazi addizionali su vino e olio d’oliva, l’export nostrano ne potrebbe uscire favorito. Nel 2018, l’export di questi prodotti ha registrato introiti, rispettivamente, per 1.500 mln e 436 mln di euro. Beh, nulla di personale, cari vicini.. ma sapete come si dice: mors tua, vita mea!

Quali prospettive?

L’export è la vocazione e il motore dell’Italia.

Beniamino Quinteri, Presidente SACE SIMEST

L’export si è dimostrato fattore trainante dell’economia italiana, a conferma dell’eccellenza dell’offerta del made in Italy. L’Italia deve prendere coscienza delle potenzialità del proprio sistema industriale e affrancarsi dai mercati tradizionali per collocarsi più incisivamente su quelli emergenti: dal continente asiatico (non solo la Cina) all’America Latina, passando per l’Africa subsahariana.

Nonostante le tensioni internazionali (sanzioni russe, rischio di una Hard Brexit, trade war USA-Cina e USA-UE), l’agrifood – insieme ai settori farmaceutico e della moda – ha avuto negli ultimi anni un peso non indifferente nell’export complessivo, per il quale si stima nel 2022 una crescita superiore ai 540 mld di euro.

Le imprese italiane dovrebbero diversificare la propria offerta, specie nel settore tecnologico. Il rafforzamento della competitività deve tuttavia passare attraverso programmi di innovazione e di potenziamento delle infrastrutture, nonché mirate politiche di sostegno, nazionali e sovranazionali, con un occhio di riguardo alle imprese del Mezzogiorno e alle PMI.
L’Unione Europea si sta già muovendo stipulando accordi commerciali di libero scambio (si pensi al CETA e all’EPA col Giappone).

O Canada, we stand on guard for thee!
L’export italiano verso il Canada è in crescita. Dopo la straordinaria performance del 2017 (+6,3% con un introito complessivo di 3,9 mld), l’anno 2018 ha registrato un +4,8% permettendo di superare i 4 mld di euro.

CETA, accordo Canada-UE
26 gennaio 2016. Lussemburgo, Camera dei Deputati: Pierre-Marc Johnson, negoziatore canadese per il CETA. Photo Credits: Chambre des Députés/Flickr (CC BY-ND 2.0).

Nuovi mercati da coltivare

Africa subsahariana

L’economia di questa parte del continente africano è in crescita. Lo sviluppo futuro dipenderà dal processo di industrializzazione e, non indifferentemente, dall’African Continental Free Trade Area, un accordo commerciale tra i Paesi dell’Unione Africana diretto all’abbattimento graduale delle barriere tariffarie e non.

Ponderando tutti i rischi connessi, pur con la consapevolezza che in certi casi la percezione del rischio è maggiore rispetto a quello reale, le imprese italiane dovrebbero puntare su tre settori chiave: infrastrutture e costruzioni, macchinari agricoli e per la trasformazione alimentare e digitale business to consumer.

Brasile

In ripresa dopo la recessione del 2015-2016, il Brasile è la prima economia dell’America Latina. Le migliori opportunità sono offerte dai settori delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e dell’agribusiness.

Emirati Arabi Uniti

È l’ottavo Paese al mondo col più alto Pil pro capite medio annuo. Infrastrutture, turismo, energie rinnovabili e servizi finanziari sono i nuovi settori su cui gli Emirati Arabi Uniti stanno puntando per affrancarsi dalla dipendenza dal settore petrolifero.

India

Pur con importanti criticità (deficit fiscale, debito pubblico e basso reddito pro capite), l’India è tra i Paesi del G20 col più alto tasso di crescita. Un risultato favorito da un tessuto produttivo dinamico, da una classe media dotata di un notevole potere di acquisto e una politica governativa improntata alla facilitazione delle attività d’impresa.

L’Italia dovrebbe tuttavia ampliare la propria quota di mercato (che attualmente si attesta sull’1%) puntando specialmente su infrastrutture, farmaceutica e agroalimentare (con una percentuale dell’11%, il Bel Paese è il terzo fornitore di vino).

Barolo, vino rosso italiano tra i più amati e conosciuti al mondo.
Il Barolo è tra i vini rossi italiani più apprezzati e conosciuti al mondo. Credits Photo: Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

Export, l’agroalimentare spinge la crescita, ANSA, 30 maggio 2019.
Belladonna A. & Gili A., Arrivano i dazi americani: ecco gli effetti per l’Italia, ISPI, 03 ottobre 2019.
Cappellini M., A rischio 2 miliardi di export agroalimentare italiano, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
Dazi Usa, colpito 1/2 miliardo di export alimentare, Coldiretti, 03 ottobre 2019.
I dazi affossano il record del Made in Italy in Usa (+8,3%), Coldiretti, 04 ottobre 2019.
Rapporto Export 2019 di Sace, Giansanti (Confagricoltura): “Agrifood traina l’esportazione made in Italy”, Confagricoltura, 31 maggio 2019.
D’Argenio A., 7,5 miliardi – Il Wto dice sì ai dazi Usa contro i prodotti europei per lo scontro Boeing-Airbus, La Repubblica, 03 ottobre 2019.
Di Donfrancesco G., Dalla Wto sì a dazi Usa su merci Ue per 7,5 miliardi, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
AgrOsserva. La congiuntura agroalimentare. II trimestre 2019, ISMEA, settembre 2019.
Dazi, danni fino a 2 miliardi. Federalimentare: ”Con gli USA si trovi un compromesso o via ai controdazi”, Federalimentare, 02 ottobre 2019.
Lops V., Venti di recessione in Europa e Usa. Borse in picchiata, Il Sole 24 Ore, 03 ottobre 2019.
U.S. wins $7.5 billion award in Airbus subsidies case, Office of the United States Trade Representative, 02 ottobre 2019.
Ufficio Studi, Export Karma. Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri, SACE SIMEST, 30 maggio 2019.

La Germania sta divorando l’Unione Europea

La Germania sta divorando l’Unione Europea

L’Europa oggi e il ruolo della Germania

Se c’è una cosa ben chiara a tutti nell’attuale quadro europeo, è che qualcosa non va.

Il progetto di unione politica e monetaria aveva l’obiettivo di mettere fine agli antichi rancori tra Stati, vecchi di secoli e causa di infinite guerre, ma aveva anche il fine di riunire i popoli in una nuova unione continentale, che fosse in grado di competere con i giganti dell’economia e della politica odierna. Di chi parliamo? Di Usa, Russia e Cina.

E’ chiaro che in una prospettiva di competizione tra giganti di tali dimensioni, piccoli Paesi come il Portogallo, l’Austria, l’Italia non ce l’avrebbero mai fatta autonomamente, in un mondo che corre ad alta velocità. Ma con l’ Unione europea sì: anche l’Irlanda, l’Italia o la Francia avrebbero avuto il modo di competere con le grandi sfide globali attraverso il progetto comunitario (stando almeno alle intenzioni di base).

Qualcosa però si è incrinato, e oggi rischia davvero di spezzarsi. Nello scenario attuale, l’Europa non è una forza diplomatica ed economica unitaria, ma una unione frammentata in cui la Germania definisce le regole dell’economia e della politica. Chiunque neghi questo, negherebbe di fatto l’evidenza.

La perdita di potere dell’UE a vantaggio della Germania è sicuramente imputabile alla incapacità degli altri Stati membri, ma non esclusivamente. Oltre a tale incapacità di concepirsi come entità unitaria e di andare oltre gli interessi nazionali, vi è stata la consapevolezza tedesca di beneficiare di un sistema economico favorevole solo a sé, ma, nel complesso, estremamente dannoso per l’Europa.

Il ruolo della Germania è senza dubbio quello di Leader, seppure nel progetto di Unione Europea non sia stata così “Europeista” come tutti credono. Ciò è evidente e qui proviamo a spiegarlo.

Economia: la Germania predica male e razzola bene

La Germania ha avuto un ruolo guida soprattutto nell’economia. Quella tedesca cresce più di quella dei partners europei, e tutti voglio scoprire il segreto. Le ricette economiche che la Germania consiglia sono quelle che conosciamo: austerità, risanamento dei conti pubblici, meno spesa. E sono le stesse che da anni vengono applicate ai Paesi europei in crisi, Italia compresa. I risultati? Deflazione (diminuzione dei prezzi e dei salari), debito pubblico in aumento, produzione industriale stagnante. Risanare i conti pubblici in una congiuntura già esasperata dalla crisi economica (partita negli USA nel 2008) è stato completamente disastroso, fallimentare. E ciò, più di ogni altra cosa, ha portato alla sfiducia nell’Europa tutta e nelle sue istituzioni e dato nuova vita ai populismi. Chiunque avrebbe cambiato strategia: d’altronde c’è il futuro dell’Europa tutta in gioco. Chiunque, tranne la Germania. Per anni Berlino ha difeso questa linea, anche quando tutti i leader europei chiedevano un cambio di rotta. Ma per quale motivo, se si è visto che non funzionano? I risultati parlano chiaro.

fonte: Wikipedia

Viene allora da chiedersi, quali solo le modalità di successo del governo tedesco? E’ presto detto: mentre la Germania ha detto per anni che la spesa pubblica e il debito sono il male assoluto, la locomotiva tedesca era alimentata proprio dalla spesa pubblica. Attraverso il KfW, la Germania ”canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti”. Esatto, la Germania ha trovato il modo per non far rientrare la spesa pubblica nel debito pubblico. Mentre il resto d’Europa soffre la fame a causa dei vincoli di Maastricht e del fiscal compact, la Germania fa spesa pubblica per miliardi di euro.

L’iniquità di una tale atteggiamento è sotto gli occhi di tutti e rivela il ruolo demolitore che interpreta la Germania in Europa. E pensare che in italia continuano a dirci che la spesa pubblica è il male!

Politica: che fine ha fatto Bruxelles?

Nella politica, gli Stati, affannati dai problemi economici hanno “colpevolmente spostato il potere dalla commissione europea al consiglio europeo” 1, cioè da un “organo di Individui” (i commissari nazionali) ad un “organo di Stati” (riunione dei capi di governo). L’operazione ha totalmente sbilanciato il peso delle decisioni europee, consegnando di fatto il potere a Berlino, con la Merkel a rappresentare la figura politica più abile presente al momento. Gli esempi di questa situazione sono numerosi:

Proteste dei profughi sulla rotta balcanica

Accordo con Turchia sui profughi. L’ondata di profughi diretti verso l’EU arriva da due versanti, quello libico e quello turco, cioè rotta del Mediterraneo e rotta dei Balcani. La Germania ha abilmente condotto un accordo con il governo turco per fermare l’arrivo di profughi dalla rotta balcanica, fornendo mezzi e fondi alla Turchia. Per alcuni l’accordo è stato uno scandalo, per altri un esempio di pragmaticità politica. In effetti oggi la rotta balcanica è chiusa, mentre quella del mediterraneo è totalmente incontrollata.

Ancora una volta, la Germania agisce come Stato “unico”, curando i propri interessi nazionali e commerciali, senza spingere verso l’unificazione politica europea, ma scavalcandola e ponendosi come unico interlocutore. A dimostrazione di questo le dichiarazioni della Casa Bianca, secondo cui, da ora in poi, le comunicazioni tra USA-UE non avverranno più tra Washington-Bruxelles, ma tra Washington-Berlino, come detto recentemente da Steve Bannon. La cosa curiosa è che dichiarazioni simili sono state fatte anche dal governo canadese guidato da Justin Trudeau, a dimostrazione che non si tratti solo di un colpo di testa del governo Trump, ma di una presa d’atto delle forze in gioco in Europa.

Sanzioni alla Russia e accordi Russia-Germania. La vicenda delle sanzioni europee alla Russia è piuttosto esplicativa del modo di muoversi della Germania in ambito internazionale. Berlino, si è a lungo fatta fatta promotrice e guida delle sanzioni economiche alla Russia come reazione europea alla crisi ucraina. Non tutti in Europa hanno gradito, per via delle conseguenze economiche. Solo all’Italia, le sanzioni sono costate una perdita di export di 3,6 miliardi di euro tra il 2014 al 2016.

fonte: fort-russ.com

Al di là del giudizio di valore riguardo le cause e le conseguenze di questa crisi, c’è un dato importante da notare. I russi hanno definitivamente deciso di spostare la rotta dei gasdotti, fermando le forniture che passano dall’Ucraina, di cui Mosca non si fida più. Quelle forniture arrivavano in Europa per alimentare Italia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca.

Qui entra in gioco la Germania. Dopo essersi fatta portabandiera delle sanzioni alla Russia, i tedeschi entrano in trattativa con la russa Gazprom riguardo la questione gasdotti. La proposta è di aggirare il problema Ucraino, costruendo un gasdotto che non passi più da Kiev, ma che attraversi tutto il Mar Baltico e giunga in Germania. Si tratta del North Stream 2. Si, 2. Perché c’è già un gasdotto che percorre il Baltico, e questo sarebbe il secondo. In questo modo, tutto il gas proveniente dalla Russia passerebbe per la Germania, rendendoci di fatto dipendenti da Berlino.

L’incoerenza tedesca non è passata inosservata, e persino l’ex premier Renzi ha accusato la Germania di fare il doppio gioco, sanzionando Mosca e allo stesso tempo facendoci affari.

Trump, la Nato e la bomba atomica tedesca

Nel 2015, in piena crisi ucraina, i Paesi Nato hanno concordato l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL dei Paesi sotto quella soglia. Se la Francia si trovava appena sotto quella soglia, la Germania si assestava al 1,3 % del Pil e l’aumento consisteva circa in 35 miliardi. A inizio 2016 Berlino però rincara la dose, la ministra della difesa Ursula von der Leyen dichiara di voler aumentare la spesa militare di 130 miliardi entro il 2030.

In assenza di un esercito europeo unitario, o quantomeno coordinato, e alla luce della crisi economica, la difesa dei membri europei è affidata sostanzialmente a loro stessi e alle loro capacità di spendere e innovare. Con una Nato sempre più distaccata, tutto ciò potrebbe essere un problema: gli Stati europei non possono spendere autonomamente per il proprio esercito, e con vincoli di spesa così bassi finiranno per non avere mai i mezzi finanziari necessari per far fronte alle recenti

Bandiera della NATO (fonte: huffingtonpost.com)

richieste di Trump di aumentare prima possibile i contributi alla Nato. La forza della Germania non solo affossa le economie, ma mette in difficoltà gli stati, i loro conti e la loro capacità di spesa militare.

Nel frattempo nel Paese si è riaperto un dibattito a lungo rimasto tabù, alla luce del passato bellico della Germania: la bomba nucleare. Da qui nasce un interrogativo molto cupo, ma che purtroppo diventa necessario alla luce delle dinamiche europee. Le difficoltà finanziarie dei Paesi europei e la politica isolazionistica di Trump, lasceranno che la Germania sfrutti i suoi vantaggi per diventare il primo esercito europeo?

In conclusione, quindi, perché dovremmo ispirarci ad un modello tedesco che continua a imporre regole che non rispetta, affossando le economie e le capacità di Stati e disgregando di fatto il progetto europeo? Non eravamo fieri, all’inizio, di essere parte dell’Unione Europea, fondatori e protagonisti di questo progetto? Si tratta di un controsenso pazzesco. Oggi, essere europeisti significa ancora una volta arginare il ruolo tedesco, ridimensionare la Germania a membro dell’Unione. Perché neppure la Germania potrà mai davvero giocare un ruolo globale tra i giganti.


 1. (Prodi 3/03/2017)

Siate felici (anche il lunedì)

Siate felici (anche il lunedì)

Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Traduzione da Independent.co.uk a cura di Silvia Fortunato. Fonte qui

Starbucks sostiene che assumerà 10,000 rifugiati nei prossimi cinque anni, in risposta alla sospensione a tempo indeterminato dell’accoglienza dei rifugiati siriani e al blocco temporaneo delle immigrazioni di Donald Trump, applicato ad altre sei nazioni a maggioranza Musulmana.

Howard Schultz, presidente e amministratore delegato dell’azienda, ha detto in una lettera ai dipendenti che le assunzioni si rivolgeranno ai punti vendita di tutto il mondo e che la manovra comincerebbe a partire dagli Stati Uniti dove il focus principale saranno le assunzioni degli immigrati che “hanno servito l’esercito degli Stati Uniti come interpreti e personale ausiliario”.

Schultz, sostenitore di Hillary Clinton durante la corsa alle presidenziali, ha preso di mira altri punti “dell’agenda” di Trump focalizzati sull’immigrazione, sull’abrogazione della legge Health Care (riforma sanitaria, ndt) dell’ex presidente Barack Obama, e sulla ridefinizione dei rapporti commerciali con il Messico. La lettera diceva che Starbucks sosterrà i coltivatori di caffè in Messico, provvederà all’assicurazione sanitaria per i lavoratori idonei, nel caso in cui la riforma sanitaria sarà abrogata, e sosterrà un programma di immigrazione in linea con quello di Obama, che conceda ai giovani immigrati introdotti da bambini nel Paese una proroga di due anni per l’espatrio e un permesso di lavoro.

La mossa riflette la crescente complessità che incontrano gli affari quando si tratta di confrontarsi con l’amministrazione Trump. Trump ha incontrato gli amministratori delegati di Ford, General Motors e Boeing, chiedendogli di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, e nel mentre acclamava ogni annuncio di incremento di impiego nelle aziende come un successo, sebbene quegli incrementi fossero stati programmati ben prima della sua vittoria presidenziale.

Ma non tutti i leaders delle aziende si sono avvicinati a Trump. Schultz ha aggiunto che Starbucks cercherà di comunicare più frequentemente con i lavoratori, dicendo “Anche io sento la preoccupazione che tutti voi state provando: la civiltà e i diritti umani che noi tutti abbiamo dato per scontati così a lungo sono sotto attacco”.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’ascesa e il declino dell’impero americano

L’ascesa e il declino dell’impero americano

Le elezioni americane e la campagna elettorale appena conclusasi hanno fatto molto discutere su come uno o l’altro candidato potrebbe gestire il Paese in caso di grave crisi o peggio di guerra atomica e mondiale. Un Paese diviso, tra chi affermava che la Clinton fosse più guerrafondaia, chi invece ammirava Trump per la volontà di distensione con la Russia. La verità è che gli Stati Uniti sono un Paese  in guerra fin dalla nascita, a prescindere dal candidato. E’ l’anima del Paese e del suo popolo che modellerà il futuro di se stesso, non il presidente. Non sono solo un Paese ma un vero e proprio Impero: un impero che sta crollando. Non è un mistero come gli USA abbiano da sempre  voluto dichiararsi Paese virtuoso e destinato alla supremazia.  (altro…)

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