Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Giunti al sesto anno della feroce guerra in Siria, appare più chiara la piega che tale crisi prenderà nel futuro. Dopo l’intervento russo e il passo di lato degli Stati Uniti, il baricentro della crisi siriana si è spostato totalmente ad Oriente. Appaiono più chiare anche le forze in gioco, gli schieramenti e le loro intenzioni, in un contesto che volge verso un punto di svolta. Oggi i protagonisti rimangono la Siria, supportata da Russia ed Iran, mentre dall’altra parte, ufficialmente, c’è solo la Turchia. I gruppi ribelli non paiono avere nessuna reale prospettiva di un ruolo politico nel futuro assetto della Siria, apparendo come meri strumenti delle ambizioni di Paesi stranieri, come molti hanno sempre sostenuto. Qual è, quindi, la situazione oggi in Siria e cosa ci si può aspettare dal futuro?

Che ruolo hanno gli USA ?

Gli Stati Uniti, in piena e radicale transizione politica, hanno assunto un ruolo sempre più marginale nel conflitto. Cosa avevano gli USA da guadagnare in Siria? L’estensione della loro influenza, per mezzo del rovesciamento di Assad e l’instaurazione di un governo Sunnita più vicino ai suoi alleati regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Gli USA speravano che tale transizione potesse avvenire a favore di ribelli moderati (come l’ESL), ma i Sauditi e i Qatarioti hanno preferito i gruppi radicali (ISIS, Jabaht al-Nusra, Jaysh al-Islam, Faylaq al-Islam, ecc.), fornendo loro aiuto militare e finanziario. Per far cambiare idea ai propri alleati, gli americani hanno cercato di usare i Curdi e l’ESL contro l’ISIS, per imporre la linea moderata ai Paesi del golfo. Senza però riuscirci.
Ad Aprile 2016 gli USA utilizzano Muhamad al-Ghabi (membro dell’ESL con strette relazioni con l’intelligence USA), mettendolo a capo di un programma atto a convincere militanti dell’ISIS a disertare, pagandoli e convincendoli a combattere per gruppi moderati o tornare a casa. Tale atteggiamento è confermato dai Leak delle mail di Hilary Clinton, in cui scrive: “Mentre questa operazione militare/para-militare continua [usare curdi ed ESL contro l’ISIS , ndr], dobbiamo usare le nostre risorse di intelligence per fare pressione su Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo clandestinamente aiuto logistico e finanziario all’ISIS“.

La Russia, la vittoria di Aleppo e il Ruolo di Ankara

L’intervento russo, partito nell’autunno 2015, ha risollevato le sorti di Bashar al-Assad. Mentre nel 2015 gli islamisti occupavano il 75% della Siria, oggi i gruppi armati sono in seria difficoltà. L’ultima e più importante sconfitta è quella di Aleppo, a fine 2016, dove i terroristi, asserragliati nei quartieri che occupavano da ormai 4 anni, erano certi di poter vincere. Quando l’assedio di russi, siriani, lealisti iraniani ed Hezbollah è iniziato, le cose si sono messe male per i ribelli, che hanno implorato l’aiuto alla Turchia. Nello specifico hanno chiesto di mediare politicamente la loro resa, e così è stato.

Evacuazione di Aleppo in Pullman – Fonte: lifegate.it

La Turchia, da sempre vicina ai ribelli, si è accordata con Russia e Siria, facendo da garante, per la resa di Dicembre e l’evaquazione dei miliziani islamisti rimasti intrappolati ad Aleppo verso la provincia di Idlib. L’aiuto turco nella liberazione di Aleppo sarà sicuramente il pretesto per una pretesa territoriale turca nei confronti della Siria. La caduta di Aleppo si traduce in una possibilità di dialogo tra le parti in gioco, costringendo la Turchia e i gruppi ribelli che a lei fanno riferimento a sedersi al tavolo delle trattative, cioè quello dei colloqui di Astana.

I colloqui di pace di Astana

L’ultima evoluzione della situazione siriana sono proprio i colloqui di pace di Astana, in Kazakhstan, svoltisi il 23 e 24 Gennaio 2017. La location indica come la soluzione al conflitto siriano sia una cosa “tutta orientale”, da cui sia USA che Europa sono completamente estromessi e senza voce in capitolo. Dimostrazione dell’ irrilevanza occidentale è la completa autonomia con cui Russia, Iran, Siria e Turchia hanno organizzato il vertice, senza alcun supporto dell’ONU.
Astana ha l’aria di essere un vertice decisivo, dove la situazione è sicuramente cambiata: la Russia si è innalzata a “guida” politica e strategica, capace di far dialogare Turchia e Siria, cosa non facile dal momento che quest’ultima non ha alcuna fiducia nella Turchia e nelle sue intenzioni. La Turchia ha accettato che Assad rimanga al potere,

La zona “cuscinetto” che oggi si estende ad al-Bab

cosa che solo un anno fa sembrava impensabile; in cambio chiede il controllo turco sulla “zona cuscinetto”, così da poter spezzare a metà i territori del Rojava, distruggendo il sogno Curdo e la possibilità di un accordo Assad-curdi per una regione federale curdo-siriana.
A conferma di questo, le dichiarazioni del vice primo ministro turco, Numan Kurtulmus: “Se qualcuno pensa che dopo aver liberato la città di Al-Bab [città nella zona cuscinetto, ndr] la consegneremo nelle mani di Assad, si sbaglia“. Proprio al-Bab pare essere al centro della nuova strategia russa: consegnare l’area alla Turchia ed assicurarsi la sua uscita di scena dal conflitto.
Anche la sorte di Bashar al-Assad è al centro dei negoziati: rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni per poi cedere il posto al nuovo presidente.
I progressi ottenuti negli ultimi mesi, e più recentemente con i colloqui di Astana, appaiono sulla strada di una soluzione al conflitto. Sarà però il vertice di Ginevra dell’8 Febbraio a dimostrare la solidità degli accordi fin’ora presi.

 

 

Samy Dawud


 

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

immagine da: quotidiano.net

Sulla strage di Berlino al mercatino di Natale e sulla morte dell’ambasciatore russo ad Ankara, non è ancora dato formulare con certezza la completezza degli eventi. Per dovere di cronaca, mi limiterò così ad analizzare tutto quello che al momento è espresso dalla stampa italiana ed estera.

 

Per Berlino l’ipotesi è l’attentato di matrice islamista, considerata anche la rivendicazione di Isis, il sedicente Stato islamico. Il bilancio è di 9 morti e 50 feriti, le cui vite saranno per sempre compromesse (eventuali sopravvissuti inclusi) nella tragica notte di Charlottenburg, nel pieno centro berlinese e nei pressi della Chiesa del Ricordo. Vite devastate dalle inadeguatezze colossali dei governi occidentali e dall’incapacità europea di gestire l’apparato sicurezza, come ampiamente designato dalle precedenti stragi che hanno colpito in particolar modo la Francia ed il Belgio.

 

Altro non è dato aggiungere: l’Europa si conferma bersaglio facile degli attacchi terroristici per la sua inconcludenza ed ipocrisia nella risoluzione delle principali crisi mondiali. Se infatti l’attentato di Berlino non trova ancora riscontri negli attacchi di matrice islamica, l’episodio di Ankara legato all’uccisione dell’ambasciatore russo delinea un chiaro segnale composto di rabbia e frustrazione. Non è trascurabile pertanto il profilo dell’attentatore in terra turca: un poliziotto di 22 anni che uccide in nome di Aleppo, interminabile scenario di un disastro nel territorio siriano tutt’altro che concluso e risolto.

 

Uno scenario che ormai prosegue dal 2011, protagonista della devastazione di civili innocenti privati delle loro regolari vite e della loro regolare quotidianità. Non si dimentichino le recenti parole della giornalista arabo-israeliana, Lucy Aharish:

 

«Proprio adesso, in Aleppo, Siria, è in corso un genocidio. Ma fatemi essere più precisa: è un Olocausto. Magari non vogliamo sentircelo dire, non vogliamo occuparcene, ma sta accadendo. Ad Aleppo è in corso un Olocausto e il mondo se ne sta a guardare senza fare nulla».

 

E sono ancor più dure le parole successive:

 

«Nel ventunesimo secolo, in un mondo dove l’informazione può stare sul palmo della vostra mano, in un mondo in cui potete sentire le vittime e le loro storie dell’orrore in tempo reale, noi ce ne stiamo immobili. Mentre i nostri bambini vengono massacrati in ogni singola ora».

 

La situazione di Aleppo e della Siria in generale non può dunque essere trascurata dai paesi occidentali, né dalle principali potenze mondiali in campo. Nell’articolo de “Il Post” del 18 dicembre, intitolato ‘L’evacuazione di Aleppo è di nuovo bloccata’ si legge:

 

«Nonostante gli appelli umanitari degli ultimi giorni per Aleppo, non sembra ci siano paesi occidentali disposti ad intervenire più massicciamente in quella parte di guerra siriana in cui non è coinvolto lo Stato islamico, cioè quella che vede contrapporsi i ribelli con le forze alleate ad Assad».

 

Cosa vuol dire tutto questo? Il mondo è forse legittimato a dimenticare e porre in seconda fascia morti dimenticati poiché lontani territorialmente e probabilmente ideologicamente? Questo è il quesito di fondo, del quale purtroppo oramai conosciamo la risposta. L’importante non attacchino noi: eccola la vittoria dell’individualismo moderno, incapace di riflettere sulle questioni umanitarie del nostro tempo se ad essere colpite non sono Bruxelles, Parigi, Berlino o i nostri cari. Un menefreghismo e pressappochismo politico, pagato da civili e concittadini europei banalmente ricordati con un Safe Check o una ridicola immagine da social network, mentre all’improvviso esplode quell’innato senso politico di manifestazione delle proprie conoscenze della politica estera, naturalmente non pervenute in assenza di stragi.

 

Qui si torna all’individualismo moderno, che affonda le proprie radici nella parte più idolatrata del liberalismo ottocentesco: esporre a tutti i costi la propria idea, pur nei casi di una evidente e totale assenza di contenuti capaci di formulare un pensiero critico, tuttavia indispensabile alla creazione di un pensiero comune in grado di analizzare le dinamiche della società odierna.

 

La manifestazione di quella idea, sacrosanta nei limiti previsti dalle costituzioni moderne, non può tuttavia trascurare le idee dell’altro, del diverso. E’ così che infatti il processo di integrazione rischia di fallire: distruggendo imprescindibili basi legate all’ascolto di culture aprioristicamente rifiutate in nome della supremazia occidentale, alle quali non resta che adattarsi in cambio di una ospitalità quasi forzata (la spaccatura europea sul tema migranti ne è emblematica).

 

Una società sempre più povera moralmente ed indifesa personalmente, le cui responsabilità sono da additare al mondo dei politicanti e che proprio per questo non possono più limitarsi a deleghe e tifi calcistici. La politica è campo di confronto, a prescindere dalle singolari prese di posizione. E’ terreno di scelte, già peraltro compromesse dal terribile avvento di una finanza che ha surclassato l’avvento novecentesco dei partiti di massa e dell’ormai defunto Stato sociale.

 

E’ 20 dicembre ed un altro infausto anno volge al termine. C’è un tempo per il silenzio ed un altro per le soluzioni. La politica rifletta e le ricerchi senza prese in giro, delle quali il mondo civile è profondamente rassegnato e rammaricato. I cittadini smettano invece di smanettare senza cognizione di causa. In un mondo così ci sarà davvero bisogno di tutti.

Vi sorprende che i rifugiati siriani abbiano degli smartphone? Mi spiace dirvelo così ma siete degli idioti

Vi sorprende che i rifugiati siriani abbiano degli smartphone? Mi spiace dirvelo così ma siete degli idioti

In copertina: Un giovane profugo scatta un selfie con il suo smartphone. Originale qui

Articolo originale: Surprised that Sytian refugees have smartphones? Well sorry to break this to you but you’re an idiot (Independent, James O’Malley, Monday 7 September 2015) 

Traduzione a cura di Antonella Leone e Serena La Spada

Non bisogna necessariamente essere degli occidentali per possedere un pezzo di tecnologia alquanto economico

“Ehi! Queste persone in fuga dalla guerra in Siria non sono del tutto povere, ognuno di loro ha uno smartphone!” è una delle noiose denunce che sempre più spesso ritroviamo sui social network. A quanto pare, è inammissibile possedere un telefono cellulare se cerchi di salvare te stesso e la tua famiglia da morte certa scappando da una guerra.

 

All’apparenza sembrerebbe che la xenofobia cerchi d’aggrapparsi a qualsiasi cosa possa servire a mutare l’opinione pubblica nei confronti dei rifugiati provenienti dal Medio Oriente. Ma è davvero una posizione piuttosto progressista.

 

Poche settimane fa, la Brigata Anti-immigrazione si lamentava del fatto che gli immigrati sono poco qualificati e vogliono solo i nostri benefici. Ora invece sostengono che i rifugiati che accogliamo sono troppo ricchi, tacitamente affermano che dovremmo priorizzare gli aiuti ai poveri. Ma in ogni caso, viene sollevata un’interessante domanda: per quale motivo dovremmo essere sorpresi del fatto che delle persone provenienti dalla siria possiedono uno smartphone?

 

La Siria non è una nazione ricca, ma neppure povera: secondo la Banca Mondiale rientra negli stati a reddito medio-basso. Nel 2007 la Siria aveva un reddito nazionale lordo (RNL) pro capite di 1850 dollari, più alto del reddito dell’Egitto, che all’epoca era 1620 dollari. La diffusione di smartphone in Siria è ampia quanto quella egizia.

 

Secondo il CIA World Factbook, nel 2014 in Siria 84 persone su 100 possiedono telefoni cellulari, rispetto ai 110 su 100 presenti in Egitto (Nel Regno Unito la statistica di 123 su 100). Nel 2001 abbiamo visto egiziani scendere in piazza ed utilizzare la potenza dei loro cellulari per mobilitare i supporti attraverso applicazioni e media. Questo solleva un’altro quesito: perchè possiamo accettare che l’Egitto abbia abbastanza telefoni da creare una rivoluzione, ma ci stupiamo se un paese più ricco non molto lontano dalla loro situazione faccia altrettanto?

Dunque, sappiamo che la Siria non è uno stato schifosamente povero, e sappiamo che ci sono molti telefoni cellulari, ma.. perchè smartphone? Beh, perchè no?

In Occidente molte persone possiedono computer, portatili e smartphone. Ma se vi chiedessero di rinunciare a molti dei vostri beni materiali e vivere con 1850 dollari all’anno, oltre vestiti e cibo, cosa scegliereste di comprare? E’ difficile pensare a qualcosa di più utile di uno smartphone, specie se si sta scappando dal proprio paese.

Anche quando l’utilità non è presa in considerazione, la ragione per cui i Siriani usano smartphone e non vecchi cellulari come Nokia3210 è la stessa per cui coloro che ne reclamano i benefici hanno televisori a schermo piatto. Avete provato ad acquistare un modello qualsiasi ultimamente?

Gli smartphone con sistema Android possono essere acquistati a meno di 100€, e sono dotati di telecamere, schermi di grandi dimensioni e tutto ciò che ci si aspetta da un telefono moderno.

Poiché si è diffusa l’abitudine di sostituire i propri telefoni con nuovi modelli circa ogni anno o due,  il prezzo dei telefoni leggermente più vecchi diminuisce significativamente.

E’ anche possibile ritirare iPhone di seconda generazione–come l’iPhone 3G – a circa 25 £, e nonostante essi siano vecchi di alcuni anni sono ancora perfettamente funzionanti/utilizzabili.

Nel mondo ci sono più cellulari che persone, quindi è probabile che chiunque possa permettersene uno (come milioni di siriani), lo possieda già .

Quindi, la risposta a quanto sorpresi dovremmo essere di fronte al fatto che molti dei rifugiati siriani abbiano uno smartphone, è un sonoro “non molto”.

Il mondo non è una netta divisione tra “ricchi” e “poveri”, e noi dovremmo regolare di conseguenza le nostre considerazioni sui paesi del Medioriente.

Traduzione a cura di:

Antonella Leone

Serena La Spada

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Breve storia del tessuto Damasco

Breve storia del tessuto Damasco

Sarà sicuramente capitato a chi è legato in particolar modo alle stoffe di sentir parlare per esempio del tovagliato in “damasco o damascato”. Dalle sale ricevimento fino alle attività che si occupano di arredamento interno è sempre forte il richiamo alla capitale siriana. E dalla particolarità della manifattura e dal suo nome ne ho fatto il movente di questa ricerca sulle origini.

Esempio di armatura damasco con ordito nero e trama bianca

Fig 1. Esempio di armatura damasco con ordito nero e trama bianca

Il damasco è un tessuto lavorato con ordito e trama (Fig 1) originariamente in tinta unita, in cui il contrasto di lucentezza e opacità ne fanno emergere il disegno. Il telaio Jacquard è la macchina che permette a fili dello stesso colore, con differente finezza e torsione, di “stilizzarsi” in motivi solitamente floreali. Oggi si utilizzano anche filati di colore diverso per ottenere contrasti alternativi. Può essere realizzato con la seta di buona qualità oppure con il cotone misto seta o altre fibre artificiali. Il prodotto finale è incantevole perché la stoffa diventa a due dritti cioè senza il lato rovescio.

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