C’era una volta in Siria

C’era una volta in Siria

Tra i banchi di scuola, da bambini, ci hanno insegnato che il Medioriente è stato la culla della civiltà. Ci hanno parlato di una terra a forma di mezzaluna, tra i fiumi Tigri ed Eufrate, abitata dai Sumeri prima e poi dagli Accadi, dagli Assiri e dai Babilonesi. Quella terra era la Mesopotamia ed è lì che gli uomini hanno smesso di cacciare ed essere nomadi e hanno iniziato a coltivare, a stanziarsi, a costruire le prime città, i primi palazzi. Hanno iniziato a scrivere e a sviluppare la cultura. In quella terra è nato l’alfabeto, la ruota, l’agricoltura e i sistemi di irrigazione, la ceramica, l’algebra. In quella terra gli uomini hanno iniziato a misurare il tempo e a studiare le stelle. In quella terra siamo nati anche un po’ noi.
Oggi quella terra, culla della civiltà, ne è diventata la sua tomba. Da sei anni il conflitto siriano ha ucciso più di 200.000 persone e sta spazzando via quel che resta di una millenaria e affascinante cultura. Ma prima che la barbarie umana si esprimesse in tutta la sua violenza, prima che le armi chimiche soffocassero bambini innocenti, prima che il sangue tingesse di rosso le sue strade, esisteva un’altra Siria.

Terra di fiorenti scambi commerciali sin dai tempi di Greci e Romani, la Siria è stata per lungo tempo crocevia di culture e simbolo di tolleranza religiosa. Quando nel 1517, l’impero ottomano sconfisse l’esercito musulmano dei Mamelucchi, trovò a convivere insieme Cristiani, Musulmani ed Ebrei.
La pacifica convivenza delle tre grandi religioni monoteiste è dimostrata dalla presenza di quartieri e chiese cristiane, che a dispetto di pregiudizi radicati, se ne stanno lì da secoli accanto a quartieri ebrei, armeni e musulmani.
A Damasco e nel territorio circostante hanno lasciato le loro tracce gli antichi Romani, i Bizantini, gli Omayyadi, i Crociati cristiani e le più alte espressioni della civiltà araba sunnita, e i loro resti rischiano di essere sepolti per sempre nella sabbia.

Damasco, la “rivale del paradiso”, era una capitale profumata, immersa in giardini ricchi di melograni ed olivi, tra palmeti e aranceti. Vi si respiravano atmosfere da mille e una notte, nei suq, antichi mercati, i colori di stoffe e mercanzie si univano agli odori delle spezie ad allietare i sensi. La città vecchia, patrimonio Unesco, ospitava il festival del jazz e l’opera. Si organizzavano concerti anche con ospiti di fama internazionale. Per decenni,in passato, cristiani e musulmani hanno pregato assieme nella famosa moschea degli Omayyadi.
“A Damasco lo straniero dorme in piedi sulla sua ombra come un minareto nel letto dell’eternità. Non ha nostalgia né di un paese, né di una persona” recita il verso di Mamhoud Darwish, poeta palestinese.

Oggi questa Damasco esiste solo in parte. La città è divisa tra zone contese tra governo e ribelli, e quartieri dove la gente continua a vivere come se nulla fosse, provando ad ignorare il fragore di una bomba caduta qualche kilometro più in là.

Peggiore è la situazione ad Aleppo, una delle città più antiche del mondo, con una storia ininterrotta di 5000 anni che rischia di essere spazzata via per sempre. Molti dei luoghi simbolo della città Patrimonio Unesco, sono stati ridotti in rovine dai bombardamenti. La moschea degli Omayyadi e il suo minareto sono semidistrutti. E distrutti sono anche la Cittadella, il souk risalente al periodo bizantino, la città vecchia.

Ma a crollare non sono solo splendidi edifici, testimonianze di un passato ricco di storia. A crollare sono i luoghi in cui uomini e donne, per secoli, hanno vissuto la loro quotidianità. Sui muri di Aleppo, mani anonime scrivono versi di poesie e pensieri prima di abbandonare la città:
“Amami…lontano dalla terra della repressione, lontano dalla nostra città sazia di morte”


Quando gli occhi si abituano a vedere la distruzione,  si dimentica che c’era la vita prima della morte. Si pensa che così è sempre stato e così sempre sarà. Ma c’era una volta una Siria che rideva, che amava, che giocava tra le strade. C’era una Siria che andava a scuola, che passeggiava tra le bancarelle dei suq, che coltivava rose. C’era una Siria che si rilassava negli hammam, che andava al cinema e al teatro. C’era la Siria dei poeti:

“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volino.”
Nizar Qabbani

Guerra in Siria: gli Usa rispondono con un lancio missilistico all’ “attacco chimico”

Guerra in Siria: gli Usa rispondono con un lancio missilistico all’ “attacco chimico”

Gli Usa hanno effettuato un attacco missilistico contro le basi aeree siriane sospettate di aver attaccato, con armi chimiche, una città in mano ai ribelli.

Cinquantanove missili da crociera Tomahawk sono stati sparati da due navi della marina militare situate nel Mediterraneo. Almeno sei persone sono state uccise.È la prima azione militare compiuta dagli Stati Uniti contro le forze comandate dal presidente siriano. Il Cremlino, che sostiene Bashar al-Assad, ha condannato l’attacco. Questo succede pochi giorni dopo che dozzine di civili, tra cui molti bambini, hanno perso la vita in un attacco, molto probabilmente a base di gas nervino, nella citta di Khan Sheikhoun nella provincia di Idlib.

Che provvedimenti hanno preso gli USA?
Per ordine del presidente Donald Trump, dai cacciatorpedinieri della Marina USS e USS Ros, sono stati sparati decine di missili da crociera sul campo d’aviazione di Shayrat, nella provincia di Homs alle 04:40 ora locale (01:40 GTM)
In base a ciò che riporta il Pentagono, hanno colpito aerei, rifugi, aree di stoccaggio, bunker di alimentazione, munizioni e sistemi di difesa aerea controllati dal governo siriano.

Immagine del missile

Inoltre il dipartimento di difesa degli Stati Uniti afferma che nella base distrutta erano state usate armi chimiche e che si sarebbe dovuta prendere “qualsiasi precauzione” per evitare disgrazie.
Parlando dalla sua tenuta Mar-a-Lago in Florida, Trump ha detto di aver agito secondo “gli interessi vitali di sicurezza nazionale”. Ha anche definito il presidente Assad come “un dittatore che ha lanciato un orribile attacco di armi chimiche su civili innocenti” e ha fatto un appello dicendo “stasera mi appello a tutte le nazioni civili di unirsi a noi nel cercare di porre fine a questo massacro e spargimento di sangue in Siria, e anche per porre fine al terrorismo di qualunque forma e tipo“.

Cosa c’è di diverso in questo attacco?
Gli Stati Uniti hanno formato una coalizione per condurre attacchi aerei contro dei gruppi jihadisti in Siria già dal 2014, ma questa è la prima volta che vengono prese di mira le forze governative.
Trump ha già precedentemente parlato a sfavore dei coinvolgimenti militari americani in Siria chiedendo una maggiore attenzione per gli interessi nazionali.
Solo la settimana scorsa l’ambasciatore degli USA, Nikki Haley, ha detto alle Nazioni Unite che Washington non aveva come priorità spodestare il presidente siriano.
Il presidente Trump ha dichiarato : “dovrebbe succedere qualcosa alla leadership siriana dopo le morti avvenute martedì a Khan Sheikhoun“, senza però entrare nei dettagli.

Il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, invece ha affermato che Bashar al-Assad, in Siria, non dovrebbe avere nessun ruolo in futuro.

Come ha reagito la Russia?
Il governo russo è uno dei principali alleati di Assad e il suo esercito punta a sconfiggere tutti i gruppi ribelli in Siria, tra cui jihadisti del cosiddetto Stato Islamico, ma anche forze di opposizione più moderate sostenute dagli USA e altre da nazioni occidentali.
Il Pentagono ha asserito che l’esercito russo era stato informato in anticipo dell’azione militare americana, ma il Cremlino ha reagito con rabbia a quest’attacco dopo aver appreso la mole di danni subita dall’esercito siriano.

Dimitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha definito la reazione americana “un atto di aggressione contro una nazione sovrana“.
Nel frattempo il ministero degli esteri russo ha affermato che stava sospendendo un accordo, con gli Stati Uniti, progettato per prevenire scontri nei cieli siriani dato che i due paesi prendevano parte a due campagne militari diverse.
Le autorità siriane hanno accusato gli Stati Uniti di appoggiare il terrorismo attentando alle operazioni di regime.

Che impatto avrà l’azione degli Stati Uniti?                                                  

Ecco la spiegazione secondo l’analisi di Jon Sopel, editore BBC dell’America del Nord.

È raro che una politica riesca a cambiare così velocemente e ad avere reazioni così veloci.
Quando il presidente Trump è entrato in carica il leader siriano è stato considerato un utile alleato nella lotta contro il cosiddetto Stato Islamico.
Ma l’attacco di armi chimiche ha cambiato tutto. Nel giro di due giorni gli USA hanno rivalutato la loro opinione su Assad: individuato l’obbiettivo e colpito.
Quello che non sappiamo è se questo è un comportamento una tantum oppure l’inizio di qualcosa di prolungato nel tempo contro il governo siriano.

Cosa sappiamo degli “attacchi chiminci”?

Almeno 80 persone sono morte nell’assalto alla città, in mano ai ribelli, di Khan Sheikhoun nel nord-ovest della Siria. Centinaia di persone hanno sofferto dei sintomi compatibili all’esposizione ad un agente nervino.
Un portavoce della Casa Bianca ha detto che l’amministrazione di Trump ha creduto “con un alto grado di fiducia” che l’attacco era stato lanciato dal campo di aviazione Shayrat, da aerei militari posti sotto il comando del presidente siriano.
Egli ha anche detto che la Casa Bianca credeva che la sostanza utilizzata è il Sarin, un gas nervino, considerato 20 volte piu’ mortale del cianuro.

Che risposta c’è stata all’attacco americano?

L’azione militare americana è stata apprezzata dal gruppo di opposizione siriano chiamato Coalizione Nazionale Siriana.
Speriamo in ulteriori attacchi…e che siano solo l’inizio” ha detto il portavoce Ahmad Ramadan all’agenzia di stampa francese AFP.
Nel frattempo il governo inglese ha definito l’attacco missilistico americano come “una risposta inappropriata al barbaro attacco di armi chimiche“. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite terrà ulteriori incontri in quanto cerca di arrivare ad una soluzione nonché ad un’indagine sulle morti di Khan Sheikhoun.
La Russia ha già respinto un progetto sostenuto dal mondo occidentale. Mosca ha bloccato il suo veto sette volte per bloccare le risoluzioni delle Nazioni Unite contro il suo alleato, la Siria.

Articolo originale qui

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

L’attentato a Londra non nasconde i fallimenti di Daesh

I fatti di ieri di Londra destano sicuramente molta preoccupazione alla luce dell’ennesimo attacco subito dall’Europa, dopo i dolorosi strascichi di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino. Ed il tutto durante le commemorazioni dell’attentato in Belgio, avvenuto esattamente a distanza di un anno.

E’ pur vero che le notizie nel corso della serata si sono rivelate piuttosto frammentate, soprattutto in merito alla presunta identità del terrorista, che avrebbe agito da solo nei pressi di Westminster, cuore delle istituzioni inglesi. Ma se quella identità, riferita a Trevor Books alias Abu Izardeen fosse confermata, è chiaro che Scotland Yard e i sistemi di intelligence britannica rischierebbero di uscire dalla vicenda in maniera mesta e piuttosto singolare. Perché si sarebbe potuto evitare il disastro, dal momento che l’attentatore risultava noto agli inquirenti già a partire dal 2006, poiché coinvolto nel cosiddetto nocciolo duro resosi protagonista degli attacchi del 2005 alla metropolitana di Londra. La tesi è stata tuttavia poi smentita, lasciando così in campo le incertezze sull’identità dell’assalitore.

La dinamica e la tempistica dell’attentato lascerebbero pensare ad una ritorsione dello Stato Islamico contro la stretta antiterrorismo della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, con una norma che vieta l’utilizzo di computer e tablet nelle cabine degli aerei provenienti da otto Paesi (Giordania, Egitto, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar,Emirati Arabi e Marocco). Non è chiara la motivazione di questa nuova misura di sicurezza, ma alcuni ufficiali americani dell’antiterrorismo, rimasti anonimi, hanno riferito al New York Times che ci sarebbero informazioni di intelligence riguardo la possibilità di bombe nascoste nelle batterie dei computer portatili o in altri dispositivi elettronici. L’attentato di Londra avviene all’indomani del provvedimento con modalità tutt’altro che elaborate: un’auto investe dei pedoni e un poliziotto viene accoltellato. Ciò fa pensare ad una organizzazione frettolosa e semplice, pensata all’ultimo solo per dare un segnale di non gradimento al governo britannico.

Secondo il Site si tratterebbe infatti di un attacco tipico dei metodi di Daesh, in riferimento alle modalità adottate in Europa negli ultimi anni, ma che tuttavia continuerebbe a rivelare più le difficoltà del terrorismo islamico che una sua possibile espansione. Ed il copione di ieri ci ricorda come gli attacchi terroristici avvengano solitamente in relazione alle difficoltà sul campo riscontrate (meno) in Siria e (maggiormente) in Iraq.

L’autoproclamato Stato Islamico si insediava infatti a Mosul il 29 giugno 2014. Ma da allora la situazione è profondamente cambiata, dato che proprio a Mosul si starebbe consumando il lento declino degli uomini di Al-Baghdadi, probabilmente in fuga dopo il suo presunto ferimento in battaglia. E’ così che Isis, nato a Mosul, rischia di morire a Mosul, liberata per ormai oltre un terzo dall’esercito iracheno e dalle forze speciali della Golden Division.

Ma l’aumento delle difficoltà dello Stato Islamico non coincide e non coinciderà, come erroneamente da più parti si ritiene, con la definitiva conclusione del terrorismo islamico. L’unico aspetto positivo sarebbe costituito dalla necessità per i superstiti di Daesh di doversi nuovamente riorganizzare dopo l’eventuale fallimento. Un fallimento che non può inoltre essere confermato, poiché non ancora pervenuto e tutt’altro che definitivo.

Nella notte tra il 6 e il 7 marzo, le forze armate irachene hanno ripreso il controllo degli edifici governativi nella zona occidentale di Mosul, riconquistando anche il consolato della Turchia dove Daesh prese in ostaggio 49 persone. Altra vicenda cardine è il ‘taglio’ tra la città di Raqqa, altra nota roccaforte, e quella di Deir er Zor. Un colpo piuttosto duro, considerato che secondo fonti Reuters «tagliando la via tra le due città in pratica si certifica che l’accerchiamento della capitale di Daesh è completo». E cosa dire del 23 febbraio, quando il generale Abbas al Juburi ha confermato «la piena liberazione dell’aeroporto» di Mosul.

C’è poi un problema foreign fighters, i combattenti stranieri che tanto avevano sostenuto l’avanzata nei territori oggetto di conquista Isis. Ciò che aveva dunque rappresentato un punto di forza (oltre che necessario, considerata la imprescindibilità di una presenza numerica ormai limitata) si sta rivelando come un dramma in casa Daesh, poiché lo scollamento tra i foreign e i combattenti locali richiama di fatto il fallimento dei terroristi a Ovest di Mosul.

Ma la crisi del Califfato è anche (e soprattutto) finanziaria. Combattere una guerra presuppone una forte disponibilità economica, che al momento starebbe venendo meno. Isis ha provato a debellare tale problema con il taglio dei salari nei confronti dei funzionari pubblici o con il dimezzamento degli stipendi dei miliziani. Ma ciò non sembra bastare, poiché meno territori si controlla minori saranno le entrate in questione.

I dati sono inequivocabili: secondo “Il Sole 24 Ore” Isis avrebbe perso rispetto al 2014 il 30% del territorio siriano e il 62% di quello iracheno, anche se si precisa come possa essere effettivamente difficile rivelare con precisione le difficoltà economiche del sedicente Stato Islamico, quanto meno sotto l’aspetto quantitativo. Ma è certo come la perdita dei territori abbia apportato un duro colpo a quelle casse che si accingono a divenire sempre più vuote, comportando una forte riduzione delle spese militari e di reclutamento dei combattenti.

Vi è dunque correlazione tra l’attentato di Londra (e più in generale quelli ‘europei’) e le difficoltà di Daesh sul terreno di battaglia? L’impressione è che oggi più che mai tale correlazione paia difficile, come del resto risulta addirittura improbabile ritenere il sedicente Stato Islamico in grado di mettere in pratica attacchi sotto la propria organizzazione direttamente in Europa, date le modalità già giornalisticamente ribattezzate “fai da te”. Ciò è quanto emerso dal fenomeno terroristico nel nostro continente. Questo non vuol dire tuttavia abbassare la guardia, e nemmeno ignorare le possibili responsabilità del sistema di sicurezza britannico, che nulla avrebbero invece a che vedere con le difficoltà belliche di Daesh in Siria ed Iraq.

Di Cosimo Cataleta e Samy Dawud

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Siamo vicini ad una soluzione in Siria?

Giunti al sesto anno della feroce guerra in Siria, appare più chiara la piega che tale crisi prenderà nel futuro. Dopo l’intervento russo e il passo di lato degli Stati Uniti, il baricentro della crisi siriana si è spostato totalmente ad Oriente. Appaiono più chiare anche le forze in gioco, gli schieramenti e le loro intenzioni, in un contesto che volge verso un punto di svolta. Oggi i protagonisti rimangono la Siria, supportata da Russia ed Iran, mentre dall’altra parte, ufficialmente, c’è solo la Turchia. I gruppi ribelli non paiono avere nessuna reale prospettiva di un ruolo politico nel futuro assetto della Siria, apparendo come meri strumenti delle ambizioni di Paesi stranieri, come molti hanno sempre sostenuto. Qual è, quindi, la situazione oggi in Siria e cosa ci si può aspettare dal futuro?

Che ruolo hanno gli USA ?

Gli Stati Uniti, in piena e radicale transizione politica, hanno assunto un ruolo sempre più marginale nel conflitto. Cosa avevano gli USA da guadagnare in Siria? L’estensione della loro influenza, per mezzo del rovesciamento di Assad e l’instaurazione di un governo Sunnita più vicino ai suoi alleati regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Gli USA speravano che tale transizione potesse avvenire a favore di ribelli moderati (come l’ESL), ma i Sauditi e i Qatarioti hanno preferito i gruppi radicali (ISIS, Jabaht al-Nusra, Jaysh al-Islam, Faylaq al-Islam, ecc.), fornendo loro aiuto militare e finanziario. Per far cambiare idea ai propri alleati, gli americani hanno cercato di usare i Curdi e l’ESL contro l’ISIS, per imporre la linea moderata ai Paesi del golfo. Senza però riuscirci.
Ad Aprile 2016 gli USA utilizzano Muhamad al-Ghabi (membro dell’ESL con strette relazioni con l’intelligence USA), mettendolo a capo di un programma atto a convincere militanti dell’ISIS a disertare, pagandoli e convincendoli a combattere per gruppi moderati o tornare a casa. Tale atteggiamento è confermato dai Leak delle mail di Hilary Clinton, in cui scrive: “Mentre questa operazione militare/para-militare continua [usare curdi ed ESL contro l’ISIS , ndr], dobbiamo usare le nostre risorse di intelligence per fare pressione su Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo clandestinamente aiuto logistico e finanziario all’ISIS“.

La Russia, la vittoria di Aleppo e il Ruolo di Ankara

L’intervento russo, partito nell’autunno 2015, ha risollevato le sorti di Bashar al-Assad. Mentre nel 2015 gli islamisti occupavano il 75% della Siria, oggi i gruppi armati sono in seria difficoltà. L’ultima e più importante sconfitta è quella di Aleppo, a fine 2016, dove i terroristi, asserragliati nei quartieri che occupavano da ormai 4 anni, erano certi di poter vincere. Quando l’assedio di russi, siriani, lealisti iraniani ed Hezbollah è iniziato, le cose si sono messe male per i ribelli, che hanno implorato l’aiuto alla Turchia. Nello specifico hanno chiesto di mediare politicamente la loro resa, e così è stato.

Evacuazione di Aleppo in Pullman – Fonte: lifegate.it

La Turchia, da sempre vicina ai ribelli, si è accordata con Russia e Siria, facendo da garante, per la resa di Dicembre e l’evaquazione dei miliziani islamisti rimasti intrappolati ad Aleppo verso la provincia di Idlib. L’aiuto turco nella liberazione di Aleppo sarà sicuramente il pretesto per una pretesa territoriale turca nei confronti della Siria. La caduta di Aleppo si traduce in una possibilità di dialogo tra le parti in gioco, costringendo la Turchia e i gruppi ribelli che a lei fanno riferimento a sedersi al tavolo delle trattative, cioè quello dei colloqui di Astana.

I colloqui di pace di Astana

L’ultima evoluzione della situazione siriana sono proprio i colloqui di pace di Astana, in Kazakhstan, svoltisi il 23 e 24 Gennaio 2017. La location indica come la soluzione al conflitto siriano sia una cosa “tutta orientale”, da cui sia USA che Europa sono completamente estromessi e senza voce in capitolo. Dimostrazione dell’ irrilevanza occidentale è la completa autonomia con cui Russia, Iran, Siria e Turchia hanno organizzato il vertice, senza alcun supporto dell’ONU.
Astana ha l’aria di essere un vertice decisivo, dove la situazione è sicuramente cambiata: la Russia si è innalzata a “guida” politica e strategica, capace di far dialogare Turchia e Siria, cosa non facile dal momento che quest’ultima non ha alcuna fiducia nella Turchia e nelle sue intenzioni. La Turchia ha accettato che Assad rimanga al potere,

La zona “cuscinetto” che oggi si estende ad al-Bab

cosa che solo un anno fa sembrava impensabile; in cambio chiede il controllo turco sulla “zona cuscinetto”, così da poter spezzare a metà i territori del Rojava, distruggendo il sogno Curdo e la possibilità di un accordo Assad-curdi per una regione federale curdo-siriana.
A conferma di questo, le dichiarazioni del vice primo ministro turco, Numan Kurtulmus: “Se qualcuno pensa che dopo aver liberato la città di Al-Bab [città nella zona cuscinetto, ndr] la consegneremo nelle mani di Assad, si sbaglia“. Proprio al-Bab pare essere al centro della nuova strategia russa: consegnare l’area alla Turchia ed assicurarsi la sua uscita di scena dal conflitto.
Anche la sorte di Bashar al-Assad è al centro dei negoziati: rimarrebbe in carica fino a nuove elezioni per poi cedere il posto al nuovo presidente.
I progressi ottenuti negli ultimi mesi, e più recentemente con i colloqui di Astana, appaiono sulla strada di una soluzione al conflitto. Sarà però il vertice di Ginevra dell’8 Febbraio a dimostrare la solidità degli accordi fin’ora presi.

 

 

Samy Dawud


 

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

Le morti innocenti e l’ipocrisia occidentale

immagine da: quotidiano.net

Sulla strage di Berlino al mercatino di Natale e sulla morte dell’ambasciatore russo ad Ankara, non è ancora dato formulare con certezza la completezza degli eventi. Per dovere di cronaca, mi limiterò così ad analizzare tutto quello che al momento è espresso dalla stampa italiana ed estera.

 

Per Berlino l’ipotesi è l’attentato di matrice islamista, considerata anche la rivendicazione di Isis, il sedicente Stato islamico. Il bilancio è di 9 morti e 50 feriti, le cui vite saranno per sempre compromesse (eventuali sopravvissuti inclusi) nella tragica notte di Charlottenburg, nel pieno centro berlinese e nei pressi della Chiesa del Ricordo. Vite devastate dalle inadeguatezze colossali dei governi occidentali e dall’incapacità europea di gestire l’apparato sicurezza, come ampiamente designato dalle precedenti stragi che hanno colpito in particolar modo la Francia ed il Belgio.

 

Altro non è dato aggiungere: l’Europa si conferma bersaglio facile degli attacchi terroristici per la sua inconcludenza ed ipocrisia nella risoluzione delle principali crisi mondiali. Se infatti l’attentato di Berlino non trova ancora riscontri negli attacchi di matrice islamica, l’episodio di Ankara legato all’uccisione dell’ambasciatore russo delinea un chiaro segnale composto di rabbia e frustrazione. Non è trascurabile pertanto il profilo dell’attentatore in terra turca: un poliziotto di 22 anni che uccide in nome di Aleppo, interminabile scenario di un disastro nel territorio siriano tutt’altro che concluso e risolto.

 

Uno scenario che ormai prosegue dal 2011, protagonista della devastazione di civili innocenti privati delle loro regolari vite e della loro regolare quotidianità. Non si dimentichino le recenti parole della giornalista arabo-israeliana, Lucy Aharish:

 

«Proprio adesso, in Aleppo, Siria, è in corso un genocidio. Ma fatemi essere più precisa: è un Olocausto. Magari non vogliamo sentircelo dire, non vogliamo occuparcene, ma sta accadendo. Ad Aleppo è in corso un Olocausto e il mondo se ne sta a guardare senza fare nulla».

 

E sono ancor più dure le parole successive:

 

«Nel ventunesimo secolo, in un mondo dove l’informazione può stare sul palmo della vostra mano, in un mondo in cui potete sentire le vittime e le loro storie dell’orrore in tempo reale, noi ce ne stiamo immobili. Mentre i nostri bambini vengono massacrati in ogni singola ora».

 

La situazione di Aleppo e della Siria in generale non può dunque essere trascurata dai paesi occidentali, né dalle principali potenze mondiali in campo. Nell’articolo de “Il Post” del 18 dicembre, intitolato ‘L’evacuazione di Aleppo è di nuovo bloccata’ si legge:

 

«Nonostante gli appelli umanitari degli ultimi giorni per Aleppo, non sembra ci siano paesi occidentali disposti ad intervenire più massicciamente in quella parte di guerra siriana in cui non è coinvolto lo Stato islamico, cioè quella che vede contrapporsi i ribelli con le forze alleate ad Assad».

 

Cosa vuol dire tutto questo? Il mondo è forse legittimato a dimenticare e porre in seconda fascia morti dimenticati poiché lontani territorialmente e probabilmente ideologicamente? Questo è il quesito di fondo, del quale purtroppo oramai conosciamo la risposta. L’importante non attacchino noi: eccola la vittoria dell’individualismo moderno, incapace di riflettere sulle questioni umanitarie del nostro tempo se ad essere colpite non sono Bruxelles, Parigi, Berlino o i nostri cari. Un menefreghismo e pressappochismo politico, pagato da civili e concittadini europei banalmente ricordati con un Safe Check o una ridicola immagine da social network, mentre all’improvviso esplode quell’innato senso politico di manifestazione delle proprie conoscenze della politica estera, naturalmente non pervenute in assenza di stragi.

 

Qui si torna all’individualismo moderno, che affonda le proprie radici nella parte più idolatrata del liberalismo ottocentesco: esporre a tutti i costi la propria idea, pur nei casi di una evidente e totale assenza di contenuti capaci di formulare un pensiero critico, tuttavia indispensabile alla creazione di un pensiero comune in grado di analizzare le dinamiche della società odierna.

 

La manifestazione di quella idea, sacrosanta nei limiti previsti dalle costituzioni moderne, non può tuttavia trascurare le idee dell’altro, del diverso. E’ così che infatti il processo di integrazione rischia di fallire: distruggendo imprescindibili basi legate all’ascolto di culture aprioristicamente rifiutate in nome della supremazia occidentale, alle quali non resta che adattarsi in cambio di una ospitalità quasi forzata (la spaccatura europea sul tema migranti ne è emblematica).

 

Una società sempre più povera moralmente ed indifesa personalmente, le cui responsabilità sono da additare al mondo dei politicanti e che proprio per questo non possono più limitarsi a deleghe e tifi calcistici. La politica è campo di confronto, a prescindere dalle singolari prese di posizione. E’ terreno di scelte, già peraltro compromesse dal terribile avvento di una finanza che ha surclassato l’avvento novecentesco dei partiti di massa e dell’ormai defunto Stato sociale.

 

E’ 20 dicembre ed un altro infausto anno volge al termine. C’è un tempo per il silenzio ed un altro per le soluzioni. La politica rifletta e le ricerchi senza prese in giro, delle quali il mondo civile è profondamente rassegnato e rammaricato. I cittadini smettano invece di smanettare senza cognizione di causa. In un mondo così ci sarà davvero bisogno di tutti.

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