Weird as fuck – The End of the Fucking World

Weird as fuck – The End of the Fucking World

Premessa: in questo articolo scriverò di The End of the Fucking World, una black comedy britannica uscita lo scorso 5 gennaio su Netflix, che per chi non abita questo pianeta è una piattaforma di distribuzione di contenuti d’intrattenimento a pagamento. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni personali basati sulla visione del prodotto e non descrizioni delle trame degli episodi, questo articolo potrebbe contenere spoiler.

Il 2018 è iniziato da meno di una settimana ma Netflix, approfittando delle festività natalizie e del conseguente aumento nel flusso di fruizione dei contenuti sulla sua piattaforma, ha rilasciato lo scorso 5 gennaio questa black comedy che può per certi versi passare inosservata, ma che ha dentro di sé tanto materiale da renderla tra le serie rivelazione dell’anno.

The End of the Fucking World non è per tutti. Il prodotto uscito fuori dall’omonimo fumetto di Charles Forsman, premiato tra i migliori del 2017, è sicuramente difficile da digerire e non troppo leggero da guardare: l’humor nerissimo, quasi esasperato che corre durante gli episodi e il continuo disagio che segue i due protagonisti compongono una fotografia amara ma mai forzata della mia, nostra generazione, sempre più priva di ideali e punti fermi, frutto di insicurezze e sbagli della generazione che l’ha preceduta.

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto sempre al meglio) di Forsman

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto non sempre al meglio) di Forsman

La serie è composta da 8 episodi da 20 minuti ciascuno, che costituiscono un’arma a doppio taglio per la serie, che si presenta scorrevolissima (praticamente un film di 2:30h) che si guarda agevolmente in binge watching in una serata libera, ma che non riesce a dare una completa costruzione alla trama e ai personaggi.

TEOTFW (sarà utilizzato l’acronimo, d’ora in poi) racconta il viaggio di una coppia di ragazzi ai margini, pesantemente segnati dal proprio passato, che legano e formano un mix pronto ad esplodere nello sviluppo della trama. Sono proprio i 2 protagonisti a rendere forte la serie grazie alle loro memorabili performances.

Abbiamo il catatonico e psicopatico James (interpretato da Alex Lawther, già visto in un incredibile episodio di Black Mirror) e la dissacrante e arrabbiata Alyssa (interpretata dalla strepitosa Jessica Barden, che probabilmente è la vera traghettatrice di questa serie).

Sono entrambi in fuga da un mondo dove rifiutano di vivere alla ricerca dell’El Dorado, rappresentato dalla casa del padre di Alyssa.

James & Alyssa

Il viaggio che li aspetta, però, è colmo di situazioni esagerate. La coppia si farà strada attraverso stupratori, molestatori, madri insicure e padri immaturi, che spingeranno chi guarda ad empatizzare la loro situazione, anche per la loro relazione che continua a maturare nel corso della breve trama.

Come nel giovane Holden di Salinger, i due ragazzi sono senza radici e probabilmente, senza futuro. La loro arroganza (specie quella di Alyssa) è uno scudo per la propria fragilità e frutto della paura del domani, come quella di rimanere soli o, peggio, aprirsi al prossimo e soffrire.

Il viaggio dei due ragazzi assume contorni spiccatamente indie (la scelta dei vestiti, delle auto completamente fuori dal contesto, a cui va aggiunto un plauso per la scelta della colonna sonora anni ’50 e per una scelta della fotografia davvero incredibile per la forza dell’impatto visivo che genera).

La costante ostentazione di una maturità, anche sessuale, in verità ancora lontana dal completo raggiungimento ci fa capire che, in fondo, James e Alyssa sono ancora dei ragazzini che giocano a fare gli adulti, non riuscendone a sopportare i problemi.

E forse sono proprio gli adulti e la loro inadeguatezza al ruolo il vero soggetto della trama, che ha spinto e spinge una generazione di giovani a navigare in un mondo fatto di ansie ed insicurezze.

Come già accennato in precedenza, la serie si guarda d’un fiato, e al termine degli otto episodi rimane un viaggio di epurazione e rifiuto, ma soprattutto una storia d’amore atipica quanto coerente con se stessa.

Il finale di serie è amaro quanto sospeso, e sinceramente dubito che possa esserci un seguito ad un cerchio che sembra inevitabilmente essersi chiuso, anche simbolicamente, con la maggiore età di James, pronto per entrare in un mondo di adulti che non accetta.

Mi rendo conto di aver esplorato un mondo cosi variegato e cosi facilmente opinabile come quello delle serie tv, ma questa serie mi ha colpito come poche, e come nessuna mi ha ispirato, ho deciso di scriverne per condividerne il mio messaggio. Rispetto a TEOTFW ho da dire che la serie rispecchia, cogliendone il messaggio di fondo, fuori dall’esasperazione caratteriale dei personaggi, quello che è il conflitto tra la generazione dei giovani, la mia, contro quella degli adulti, di cui ogni giorno paghiamo le conseguenze e di cui probabilmente trasmetteremo gli stessi a quella successiva a noi. L’immaturità, inadeguatezza e il gap generazionale sono spesso lampanti nella società odierna, spaziando in molti dei campi sensibili alla nostra quotidianità: dalla politica, all’informazione, all’intrattenimento, all’amministrazione pubblica. Naturalmente questo discorso generalista merita di essere affrontato, ma non vedo questo come il palcoscenico adatto.

Cosa mi rimarrà di TEOTFW? La mano fritta di James, la scena del ballo tra James e Alyssa, sinceramente una delle cose più romantiche dell’ultimo periodo, Frodo e i 5 minuti più esilaranti della serie, e Alyssa, che è una bellissima risposta femminile a Begbie di Trainspotting.

Per i più audaci, che sono arrivati fin qui, significa che vi ho incuriosito abbastanza.

Ecco il trailer di TEOTFW, buona visione!

 

Vincenzo Matarrese

 

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

La mafia uccide solo d’estate: un’ode a chi si fa troppe domande

in copertina: repubblica.it

“Perchè sono l’unico a farsi domande? Forse sono sbagliato?”.

Su Rai 1 si torna a parlare di mafia, questa volta con Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, che, dopo la fortunata riuscita del film “La Mafia uccide solo d’estate”, torna a Palermo, artisticamente parlando con l’omonima serie. Pif, assieme agli autori Michele Astori, già suo compare ne “I Provinciali” di Radio 2, Michele Pellegrini e Stefano Bises, autore di Gomorra, la serie, ricostruisce la storia di Salvatore Giammaresi, e delle turbolenti peripezie della sua famiglia. Salvatore è un bambino di Palermo, immerso nella sua spensierata crescita, mentre la città attorno a lui vive nel buio della mafia: favori, collusioni, delitti, carenze, mentre i politici, amici dei mafiosi, girano la testa dall’altra parte.

Nella storia del piccolo Salvatore, si intrecciano quelle della sua famiglia, da Angela, sua sorella, che vive la sua adolescenza ebbra dei fumi della rivoluzione del Sessantotto ma che è spinta più dalla forza dell’amore che da quella del riscatto sociale della donna, a mamma Pia e papà Lorenzo, i due pilastri di Salvatore, una coppia tra l’oblio morale della città e la fragilità della loro unione.

“Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado”

In questo marasma, Salvatore inizia a porsi delle domande, tante, forse troppe. È segno della sua età, e della istintiva necessità di comprendere ciò che accade attorno a lui. Fin da piccoli, i bambini tendono a riempire di domande i propri cari, carichi di questa voglia di conoscere. Ma nella Palermo de “La Mafia uccide solo d’estate” (e probabilmente anche in quella vera), chi è curioso, chi si fa domande e chi cerca di dare risposte imparziali non è visto di buon’occhio. 

Pensando più in grande, infatti, personalità come Mario Francese, grande giornalista del Giornale di Sicilia, sono sempre state scomode agli ambienti mafiosi: persone dalla schiena dritta, che non hanno timore di dire le cose come stanno, senza temere le ritorsioni di nessuna frangia mafiosa. Nella storia de “La Mafia uccide solo d’estate”, la maestra di Salvatore chiama proprio Mario Francese per inculcare nei bambini l’ossessione della domanda, la necessità della curiosità a Palermo. Il giornalista siracusano, che assegna ad i bambini una inchiesta, lo sottolinea con forza allo stesso Salvatore: se vuoi del bene a qualcuno, cerchi in ogni modo di aiutare. Per questo fare domande non è solo lecito, ma necessario, perchè i mafiosi vivono dell’omertà della popolazione.

I bambini, purtroppo, non potranno mai concludere e consegnare la propria ricerca a Mario Francese, poichè Totò Riina, che nella serie è uomo di spaventosa grettezza, dà l’ordine di ammazzarlo: troppo scomodi quei suoi articoli.

“Prima di fare domande, bisogna chiedere il permesso”

Questa ricerca della domande diventa quasi dissacrante durante il funerale del ragionier Musumeci, quando Salvatore chiede a Fra’ Giacinto: “Ma i mafiosi vanno in Paradiso?”. Sconcerto generale, come si permette un bambino a disonorare un luogo sacro come la chiesa? Eppure la Chiesa si è disonorata da sola, con i comportamenti dei suoi componenti. Proprio Fra’ Giacinto è la figura che rappresenta il marcio rapporto tra la Chiesa e la mafia: Fra’ Giacinto è sempre presente durante le riunioni dei principali esponenti mafiosi della città, che, guarda caso, sono in combutta con la Democrazia Cristiana. I brogli sono dietro l’angolo, sempre con il placet della Chiesa. Giacinto diventa anche spia per la mafia, consegnando ai fratelli Salvo un disgraziato che aveva cercato rifugio nella sua chiesa.

“Mi raccomando, schiena sempre dritta”

Il doloroso rapporto con la mafia, nella famiglia Giammaresi, non si ferma agli accadimenti coevi a Salvatore: il peccato originale è di nonno Salvatore, reo di aver taciuto dinnanzi alla brutalità della mafia, che aveva ucciso senza ritegno nè sdegno un ragazzino, Giuseppe Letizia, per coprire i propri malaffari. Nonno Tore, per la vergogna della sua omertà, ha smesso di parlare, ma, prima del sospiro mortale, lascia al piccolo Salvatore il suo testamento, colmo della vergogna ma pregno dell’onestà del suo animo: “Mi raccomando, schiena sempre dritta”.

Completamente opposto al padre è il figlio Massimo, giovane fratello di Pia, madre del piccolo Salvatore. Massimo sarebbe, nei libri dei pregiudizi, il tipico siciliano: svogliato, sfrontato e sempre alla ricerca della via facile per una vita agiata. Massimo non ha timore di sporcare la propria morale, di fare favori e, soprattutto, sa che in città bisogna tenere la bocca chiusa. Ma, per Massimo, la famiglia è tutto: per la sorella Pia finisce anche in carcere, per una triste coincidenza. Ma anche Massimo ha dei limiti: in carcere conosce Cosa Nostra, che lo assolda, che gli chiederà di uccidere un uomo. A tutto c’è un limite, però, e Massimo farà di tutto per salvare la vita del condannato. Anche nella corruzione, la luce della morale e della bontà umana trovano spazio, riportando un uomo sulla via della perdizione verso il giusto percorso.

Ne “La Mafia uccide solo d’estate”, i veri vincitori non sono i cattivi, i mafiosi, ma i buoni, coloro che vogliono il bene di Palermo e perseguono in ogni modo questo ideale. La morale di Lorenzo, il papà di Salvatore, che, a costo di enormi sacrifici, non si piega alle logiche dei favoritismi mafiosi. E quando la morale stessa vacilla, quando Lorenzo accetta un canone agevolato per la casa dei sogni in cambio dei nomi necessari per i brogli elettorali, il senso di colpa è tale da non far dormire di notte il povero padre di famiglia. Ma i veri vincitori della serie sono i servitori dello Stato, tra i quali Boris Giuliano, integerrimo commissario di polizia a Palermo. Giuliano è visto come mentore da Salvatore, spalla su cui piangere le disavventure amorose ma, soprattutto, come pilastro morale della sua crescita. Giuliano, con i suoi metodi unici di indagine, perde le notti per scovare ed arrestare i malviventi e il malcostume palermitano. La storia ci insegna che Totò Riina, tramite il suo braccio destro Leoluca Bagarella, ucciderà Boris Giuliano, in pieno stile mafioso dell’epoca, alle spalle, segno della vigliaccheria della mafia. Ma tutti i morti di mafia sono i martiri dei nostri giorni, pronti, con il loro coraggio, a combattere il cancro che ancora attanaglia l’Italia e saranno sempre gli eroi dell’Italia che non vuole piegarsi alla logica mafiosa.

Questo è il vero messaggio de “La Mafia uccide solo d’estate” che non vuole essere la solita manfrina sulla mafia, ma, anzi, cerca i lidi della commedia per smuovere gli animi in maniera originale e divertente: un’ode a chi si pone tante domande e non ha paura di farle, perchè, proprio come dice Mario Francese, le fa per il bene della sua città, della sua Regione e dell’Italia intera. Il prodotto di mamma Rai è di un livello al quale il pubblico generalista italiano non è abituato e speriamo che la prossima stagione sia la prima di un lungo percorso fatto di esempi virtuosi come questa serie. 

Bojack Horseman: ridere sentendosi peggio

Bojack Horseman: ridere sentendosi peggio

In copertina: un fermo immagine di Bojack Horseman. Fonte qui

Bojack Horseman un personaggio in cerca di se stesso.

Quella di cui vi sto per parlare è una serie animata creata da Raphael Bob-Waksberg per Netflix. Al momento sono state pubblicate sulla piattaforma le prime tre stagioni, ognuna delle quali composta da 12 episodi di 25 minuti circa.

La serie è ambientata in un universo condito da esseri umani e varie specie animali dalle caratteristiche antropomorfe. Segue nello specifico le vicende di Bojack Horseman, un cavallo protagonista durante gli anni 90 di una sit-com molto famosa: “Horsin’ Around”.

Col passare delle puntate e conseguentemente delle stagioni, i vari personaggi delle serie si mostrano sempre più sfaccettati e caratterizzati. La definizione caratteriale è pregevole e senza precedenti: quasi un unicum nella serialità animata. Ogni singolo personaggio è perfettamente definito. Questa definizione continua cambia così la nostra percezione iniziale. Ci porta a capire perché un personaggio inizialmente viene presentato in una determinata maniera, aumentando l’empatia che possiamo provare nei suoi confronti.

“Un personaggio in cerca di se stesso”: chiaro il richiamo all’opera di Luigi Pirandello “Sei personaggi in cerca d’autore”. Bojack è un’anima in cerca di se stesso, di capire cosa lui realmente sia. Della sua maschera, con la quale possa finalmente vivere la sua vita in pace con gli altri.

Col proseguire delle puntate, veniamo coinvolti sempre più dalle dinamiche narrate. Verremo trascinati da Bojack in quella che è la vita di una persona profondamente provata dalle esperienze del suo vissuto, segnata sin dalla tenera età. Veniamo anche introdotti in quello che è il modo di vivere delle star di Hollywood, con una continua critica allo star system in tutte le sue contraddizioni. Traspare indubbiamente la fievole volontà del protagonista di migliorare se stesso per sentirsi accettato e apprezzato da chi ha intorno, nonostante si mostri come una persona apparentemente sicura.

La storia si sviluppa attraverso la continua lotta tra Bojack ed i suoi demoni interiori. Come una gara in saliscendi, suscettibile tuttavia di tornare al punto di partenza con maggiori insicurezze e paranoie. Il risultato è fonte di potenza emotiva non indifferente, rendendo la serie un prodotto di elevata peculiarità rispetto all’ordinario mondo del cartoon.

Lasciatevi dunque trasportare dolcemente. Da Bojack ed i suoi amici, in una continua discesa verso la tristezza assoluta. Dove la felicità non è contemplata, se non in sporadiche occasioni. Con la creazione di quel retrogusto tremendamente amaro allo spettatore, dal sapore di una felicità limitante ed estremamente effimera. Ciò non è un male: tutt’altro. Sembra che nulla possa essere possibile. Prima dei piacevoli finali degli episodi, capaci di fornire un sorriso nonostante tutto. Nonostante la vita.

Perciò,  “Bojack Horseman” è una delle migliori serie animate degli ultimi anni. E sono pronto a scommetterlo con voi.

Rocco Schiavone, quando vogliamo cancellare le cose belle

Rocco Schiavone, quando vogliamo cancellare le cose belle

In copertina: Rocco Schiavone nelle sue poco corrette abitudini, fonte Panorama

Nelle ultime settimane sui canali di mamma Rai, precisamente su RAI2, ha fatto la sua comparsa una nuova serie tv. Sì, voglio definirla SERIE TV perché è ben fatta e realizzata quindi non la definirò fiction.

Con la sua comparsa sugli schermi è naturalmente cresciuta dal nulla la solita polemica all’italiana, dove si definiva il vicequestore protagonista della serie troppo estremo, troppo fuori dagli schemi e dalle regole per poter essere trasmesso in prima serata su un canale della televisione nazionale.

Quali sono questi atteggiamenti estremi che tanto hanno destato scalpore nei giornalisti nostrani? Beh, il suo atteggiamento spocchioso, con un linguaggio colorito, sono i meno criticato; il vero peccato originale, in realtà, è il fatto che nella serie si veda con estrema tranquillità e assoluta naturalezza il Vicequestore consumare uno spinnello, sì uno spine, sì quello (citazione impropria a Fabri Fibra), che egli stesso, nella seconda puntata, prendendo spunto da una citazione di Hegel, lo definisce come la sua preghiera del mattino.

La droga, sempre che la cannabis si possa definire tale, si dimostra ancora nel 2016 un argomento tabù per l’utente televisivo di vecchio stampo, soprattutto quello italiano, nonostante negli USA vengano trasmesse serie televisive nella quale la si produce a livelli industriali e la si distribuisce a livello nazionale e internazionale come farebbe una multinazionale qualsiasi. Ovviamente mi riferisco a prodotti come Breaking Bad, Narcos e Weeds, per citare alcune delle serie più conosciute. Forse il fatto che il soggetto a farne uso sia un pubblico ufficiale e non il solito personaggio stereotipato della fiction alla italiana, può scombussolare il fragile buonismo dei telespettatori nazionali.

Altra cosa che ha destato scalpore è l’atteggiamento tenuto da Schiavone nella seconda puntata, nella quale si sta indagando su di un suicidio-omicidio di una giovane ragazza trovata impiccata in casa. Nel corso della puntata vengono trattati due argomenti che hanno contraddistinto, purtroppo, la cronaca recente: uno stupratore seriale torna a piede libero dopo una lunga sfilza di accuse accreditate e la vittima del caso principale della puntata si pensa possa aver subito violenze fisiche dal marito.

Entrambi i temi vengono affrontatati in maniera molto delicata e rispettosa senza eccedere nelle descrizioni o in dettagli che avrebbero potuto portare il tutto a un livello di retorica da 4 soldi.

Leggendo questo uno potrebbe chiedersi “Ma di cosa si sono lamentati gli spettatori?”. Beh, si sono lamentati del modo di operare e di reagire alle due dinamiche da parte del protagonista, il quale senza pensarci due volte torna nella sua Roma per ridare una lezione allo stupratore. Evidentemente, la prima volta non era stato convinto a dovere. 

In ogni caso Schiavone, riesce verso la fine a trovare la prova schiacciante: l’assassino della donna è il marito! Torchiato psicologicamente dal protagonista, ammette di averla picchiata più volte per via della sua mancanza di fede e della sua presunta relazione con la proprietaria della libreria. È nei 5 minuti finali, però, che le nostre certezze crollano. Schiavone, leggendo il diario della vittima posseduto dalla sua amica, collega tutto e capisce che il marito non ha ucciso la moglie inscenando un suicidio, ma questa ha fatto esattamente il contrario, con l’aiuto dell’amica e presunta amante. E Schiavone che fa? Elimina la prova che potrebbe collegare l’amica alla scena del crimine,facendo in modo che il marito, innocente, venga accusato dell’omicidio.

Due atteggiamenti che potrebbero mettere in discussione la morale di molte persone, ma che comunque hanno avuto una eco minore rispetto a quella del consumo di sostanze. Questo serve a farci capire quanto ancora un semplice spinello sia moralmente meno accettato di un violentatore che viene accusato ingiustamente di omicidio.

L’alba di Black Mirror ed il tramonto dell’uomo

L’alba di Black Mirror ed il tramonto dell’uomo

Importante premessa: in questo articolo disquisiremo di Black Mirror , principalmente della terza stagione, con alcuni rimandi ad alcuni episodi di quelle precedenti. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni e non descrizioni delle trame, questo articolo potrebbe contenere spoiler. 

Vi siete mai soffermati a riflettere riguardo l’esponenziale evoluzione tecnologica che ha mutato le esistenze di tutti gli esseri umani negli ultimi cinquantanni? Qual è l’obiettivo di questa tanto agognata evoluzione che sta trasformando i nostri giorni e le nostre interazioni? Porterà beneficio alle nostre vite oppure una grigia distopia si staglia all’orizzonte? Questa incertezza, derivata dalla repentina e senza precedenti spinta evolutiva, ha creato domande alle quali pare difficile rispondere in maniera netta.

Esorcizzare paure e paranoie è da sempre stato metodo valido per la rassicurazione dei nostri animi: i miti, le religioni e la letteratura. Oggi due dei grandi vettori di queste riflessioni sono film e serie TV. Un prodotto unico nel suo genere, che cerca una risposta ai timori dell’era informatica, è sicuramente Black Mirror.

La serie inglese è divenuta, fin da subito, cult tra gli appassionati di drama e tecnologia. Paradossali ed esagerati premesse tingono le trame degli episodi, e la frammentarietà delle linee narrative definisce questo prodotto più come una antologia di racconti che come una serie TV classica. Black Mirror raccoglie l’eredità di grandi classici come The Twilight Zone o Tales of the Unexpected. e con la terza stagione cerca di elevarsi anch’essa al livello di questi due classici.

La nuova stagione riaffronta temi toccati in passato, come i social media e la brutale verità dell’odio ad essi collegati, il narcisismo e l’egoismo che caratterizzano i nostri tempi. Ma apre nuovi orizzonti: il distacco dalla realtà, la guerra e la vita dopo la morte. Charles Brooker, ideatore della serie, aveva costruito le prime due stagioni su un impianto piuttosto negativista. Episodi come The National Anthem (Messaggio al Primo Ministro) o 15 Millions of Merits (15 Milioni di celebrità), nascondevano un messaggio fortemente angosciante. Una intera nazione alla mercé di un misterioso rapitore, più interessata all’ultimo spettacolo, nel quale il Primo Ministro sarà costretto ad un rapporto sessuale con una scrofa. La dignità del singolo sacrificata per la gioia comune.

La terza stagione riapre secondo questa impronta con Nosedive (Caduta Libera), nel quale l’ossessione per i social network, l’affermazione e la riprova sociale sono estremizzati in una società distopica (sebbene la distopia dovrebbe essere, secondo definizione, una società immaginaria, pare che la Cina non sia d’accordo) dove una tragica unione tra Facebook e Instagram è alla base della società. Ogni servizio, ogni bene, l’esistenza stessa è legata a questo ranking sociale. Lacie, la protagonista, è una donna tormentata dalla sua posizione sociale, alla ricerca del consenso, e quando l’occasione della vita per entrare nel cerchio magico delle celebrità bussa alla porta, farà di tutto per non farsela scappare. La dignità, in questo universo, è solo un’altra valuta, da scambiare per raggiungere il successo sociale. Un inizio di stagione che ricorda proprio quello di “The National Anthem”: come il Premier inglese, la dignità di Lacie è sacrificata per un fine disgraziatamente negativo. Una riflessione importante sui social network e sullo scabroso narcisismo legati ad essi.

Si passa, poi, a “Playtest” (Giochi pericolosi). Un azzardo, a mio avviso, narrativo. Il tema è presente e recentissimo, e strizza l’occhio alla “nascente” industria videoludica, in particolare al settore della realtà virtuale (Steam HTC Vive, Playstation VR, Oculus Rift), ma soprattutto quella aumentata (Microsoft Hololens). Cooper è un giovane giramondo, con problemi con la madre ed un passato burrascoso con il padre. Durante il suo giro del mondo, si imbatte nella SaitoGemu, il più grande produttore di prodotti videoludici del mondo. Cooper viene reclutato come tester di un nuovo visore di realtà aumentata, il quale viene impiantato direttamente nella sua colonna vertebrale, capace di creare immagini realistiche direttamente nella mente del ragazzo. La situazione sfugge velocemente di mano, con allucinazioni e terrori tra il reale e il virtuale. Quanto di quello che viviamo è realtà e quanto è virtuale? Se il virtuale è così realistico, come si può distinguere il vero dal falso?

La prima metà della serie si conclude con “Shut up and Dance” (Zitto e balla), un episodio delicato, con protagonista Internet, ricatti e i cosidetti “troll”. Personaggio principale di questa storia è Kenny, un teenager comune del Regno Unito. Un po’ introverso, gentile, gran lavoratore: un normalissimo cittadino. Eppure la sua vita cambia in poche ore, quando riceve il messaggio da un hacker, entrato nel suo computer. Questo mister X “filmerà” Kenny durante un atto di masturbazione. In preda al panico, Kenny segue le istruzioni di questo individuo, compiendo reati e raggiungendo il limite. I segreti del ragazzo sono, però, inconfessabili, talmente gravi da lasciare una domanda nello spettatore: chi è il vero “cattivo” in questa storia?

Ma sono le ultime tre puntate il vero punto di forza di questa serie. San Junipero è il titolo della quarta puntata, ed è forse uno dei momenti più toccanti della serie. La storia racconta di una cittadina, San Junipero, nella quale migliaia di persone trascorrono la vita senza alcuno stress.. Lo spettatore è lasciato all’oscuro di molti dettagli, per poi scoprirli lungo il percorso. L’amore tra Yorkie e Kelly scandisce tutto il divenire della storia, in bilico tra scelte esistenziali ed amori senza età (e pregiudizi). San Junipero è una realtà simulata dove tutti gli anziani, in procinto di morire, sono letteralmente copiati su un server. Un metodo per continuare a vivere in eterno nella serenità della festa.  Questo episodio si ispira dalle teorie della realtà simulata, o la teoria di Matrix, secondo la quale il nostro Universo sarebbe solamente una grande simulazione, e gioca con il tema del virtuale. La vera domanda che questo episodio pone riguarda proprio l’eutanasia e la vita dopo la morte: una vita virtuale ma eterna può essere una soluzione alla nostra felicità? L’amore tra due individui può battere la mortalità della nostra esistenza e trascendere all’eternità?

Per riportarci immediatamente alla cinica realtà, “Men Against Fire” (Gli uomini e il fuoco) tratta il tema della guerra e di quanto nera possa essere la mente umana se soggiogata. Il mondo si è risollevato dopo una non specificata guerra, che ha lasciato sul Pianeta una terribile mutazione. Risultato di questa mutazione sono i “Roaches” (scarafaggi), degli esseri umanoidi che distruggono ciò che incontrano ed attaccano gli umani sani. Stripe è un soldato di una nuova generazione, con un impianto Mass, che lo rende più reattivo, più informato e più forte. I militari di una non specificata forza mondiale pattugliano il globo per debellare la minaccia Roaches. Qualcosa cambia quando Stripe viene colpito da un aggeggio costruito dai Roaches che danneggia il suo impianto Mass. Una terribile realtà appare davanti agli occhi di Stripe, ora lucidi e non più annebbiati dall’impianto Mass. I Roaches non sono altro che normalissimi umani, segregati in quanto “impuri” rispetto ad una razza pura. I militari stanno massacrando tutti gli impuri nascondendo la verità e mascherando i volti dei Roaches. Un’altra visione distopica, dove screening e scremature razziali sono consentiti da una tecnologia che piega la realtà a proprio piacimento.

Episodio di chiusura è “Hated in the Nation” (Odio universale). L’odio gratuito e generalizzato dei Social Network è al centro di questo episodio: la morte di una famosa giornalista, Jo Powers, desta notevole clamore, dato che migliaia di minacce di morte erano piovute sulla giornalista attraverso l’utilizzo dell’ hastag #DeathToAnche la morte stessa è sin da subito un mistero, dato che la donna si sarebbe tagliata da gola dopo diversi minuti di agonia senza apparente motivo. Da delitto passionale, il movente cambia improvvisamente quando Tusk, un famoso rapper, subisce stessa sorte. Anche Tusk era stato colpito dalla furia dei social network, per una reazione sbagliata in una intervista. Arma del delitto è un ADI, minuscoli droni creati per sostituire le estinte api. Il macabro gioco sui Social Network non si ferma, ma il vero obiettivo del killer non saranno i personaggi colpiti a morte dal ‘gioco’ ma gli stessi utenti che lo hanno utilizzato e che hanno voluto la morte delle vittime. Ecco così la trasformazione da gioco a lezione di vita per l’umanità stessa: quella stessa tecnologia che li aveva protetti e resi invincibili ora è causa della loro morte.

Black Mirror racconta dunque di una tecnologia che tanto ha cambiato le vite di tutte queste storie. La nostra realtà diventa mezzo di catarsi e simbolo delle contraddizioni della nostra società. La tecnologia diventa quel nero specchio, nel quale paure, incoerenze, difficoltà e paradossi si rispecchiano negli schermi dei nostri smartphone e delle nostre televisioni, lasciandoci disgraziatamente soli assieme ai nostri difetti.

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