Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Cari blogger e politicanti speculatori non sarà il vostro post a riportare la stabilità a Caracas.  Facciamo chiarezza dopo le speculazioni di Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo e dei blogger da quattro soldi contro il turbo-capitalismo.

AGGIORNAMENTO 26/01/2019 alle 13:06
Francia, Spagna e Germania si dichiarano congiuntamente pronte a riconoscere Guaidò, se entro un periodo di otto giorni non ci sarà una convocazione di elezioni eque, libere e trasparenti in Venezuela.

Intanto, secondo un’inchiesta di Reuters, negli ultimi giorni sarebbero arrivati in Venezuela un certo numero di “contractors” russi, cioè mercenari che lavorano per società militari private, con l’obiettivo di difendere il regime del presidente Nicolás Maduro dai tentativi dell’opposizione di togliergli il potere. L’inchiesta sarebbe basata sulla testimonianza di diverse fonti. Il ministero della Difesa russo e il ministero dell’Informazione venezuelano non hanno commentato la notizia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato, riferendosi alla presenza di mercenari russi in Venezuela: «Non abbiamo questa informazione»

Ho deciso di scrivere dopo che ieri verso l’una ho visto un post su facebook di Giorgio Cremaschi esponente di Potere al Popolo. Cremaschi ha pubblicato un video messaggio sui social dal titolo: “A FIANCO DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA DEL VENEZUELA, CON IL LEGITTIMO PRESIDENTE MADURO.. No al golpe fascista di Trump, vergogna a chi lo sostiene, manifestiamo ovunque la condanna dei golpisti, ricordiamoci di Allende, non devono passare..L’impero americano nella spazzatura della storia ..NO PASARAN”. 

Personalmente trovo irritante lo speculare su queste vicende solo per il gusto di sentirsi di “quella sinistra lì” o “anti-americano” ecc.

Scrivo solamente per cercar di fare un po’ di ordine tra le distorsioni e le speculazioni che in queste ore blogger improvvisati, esponenti politici e intellettuali-contro-il-turbocapitalismo-finanziario stanno facendo su questa vicenda. Alcuni arrivando addirittura a schierandosi incondizionatamente a favore di Maduro e la rivoluzione bolivariana o anche a favore della sua controparte.

Solitamente evito di condizionare chi mi legge e di invitarlo incondizionatemente a schierarsi con una parte politica, che, non solo è difficile da comprendere riassunta così per ovvie ragioni di diverso contesto e soprattutto perché non possiamo effettivamente fare i “venezuelani con il culo degli altri”. Preferisco per tanto illuminarvi su quanto è accaduto utilizzando fonti più autorevoli a mia disposizione.

Ma torniamo alla vicenda.

COSA È SUCCESSO? e COSA STA SUCCEDENDO?
Il Venezuela ha da ieri due presidenti: Nicolás Maduro e Juan Guaidó.
Il trentacinquenne presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó si è autoproclamato presidente della Repubblica al posto di Nicolás Maduro, il capo di Stato erede di Hugo Chávez che ha iniziato il suo secondo mandato pochi giorni fa dopo aver vinto delle elezioni irregolari.

LECITO O ILLECITO?
Maduro è stato eletto nel maggio 2018 con elezioni non riconosciute dai vicini regionali e dall’Occidente per evidenti irregolarità e ma de facto sarebbe al secondo mandato. 

Il secondo, si è autoproclamato in piazza, capo di Governo e dello Stato pro tempore. Tutto lecito secondo gli art. 233, 333 e 350 della Costituzione venezuelana. Da principio ha scelto di giocarsi la carta della moderatezza, data la sua incerta situazione, dichiarando che nel caso in cui prendesse “effettivamente” le redini del Venezuela non escluderebbe un’amnistia per Maduro.

Per la piena regolarità dovrebbe godere però del sostegno della Corte Suprema. Ma è proprio questa la questione più controversa: 
1) non c’è un effettivo appoggio, anzi sono esplicitamente contrariati;
2) nella Corte Suprema ci sarebbero solo o maggioranza maduristi;
3) alcuni elementi della Corte Suprema sono fuggiti dal Paese e si sono rifugiati in USA;

CHE DICONO GLI ALTRI PAESI?
Maduro può godere dell’appoggio di: Russia, quasi incondizionatamente; Cuba, non solo per affinità ideologica ma perché l’Havana è il principale beneficiario dell’export venezuelano; Bolivia, come sopra ma sempre nei limiti delle possibilità; resta ambiguo il ruolo del Messico che per ora continua a riconoscere il governo; la Cina è un Paese non ideologo come in passato e come avvenuto per la Corea del Nord difficilmente metterebbe a rischio la sua stabilità per le follie altrui, resta comunque un player fondamentale per l’acquisto del greggio venezuelano; la Turchia a cui piacerebbe sostenere di più Caracas ma ha già sperimentato l’ira Usa contro la moneta nazionale; infine Iran e Siria.

Guaidó, già Presidente del parlamento venezuelano, è stato subito riconosciuto legittimamente da Usa, Canada e da quasi tutta l’America Latina (in maniera molto animata dal Brasile di Bolsonaro dal forum di Davos) e più timidamente dall’Unione Europea.


Presidente Nicolas Maduro con Vice-Presidente del Partito Socialista Diosdado Cabello (Dx) dietro il ritratto di Hugo Chávez. (Jorge Silva / Reuters)

E POI?
Dalla prospettiva di Maduro gli ultimi sviluppi sarebbero un “golpe”, vocabolo spesso usato molto spesso, in alcuni casi più lecitamente, per richiamare su di sè l’attenzione internazionale. Ha decretato la sospensione dei rapporti con gli USA e l’espulsione degli stessi diplomatici. Washington comunque non pare intenzionata a rimpatriare i propri funzionari.

Caracas si è avvitata progressivamente nel tempo in una spirale di crisi, in primo luogo socio-economica, ma anche diplomatica e migratoria. Maduro sta attraversando la fase più delicata del suo governo.

Le sorti del paese caraibico dipendono principalmente da alcuni fattori come:
1) il prezzo dell’export delle generossissime risorse naturali. Il Paese è membro OPEC per la forte presenza di petrolio greggio. Attualmente nonostante il prezzo del greggio sia in rialzo non è comunque abbastanza favorevole per sostenere la spesa pubblica (secondo ilSole24ore dovrebbe essere almeno oltre gli 80$ al barile. Oggi a 53$. Tempo reale qui: https://www.fxempire.it/markets/crude-oil/overview);

2) il ruolo importante delle Forze armate venezuelane, sinora fedeli al successore di Chávez, e confermatesi il vero grande “centro di gravità permanente” del governo, a meno di un intervento militare straniero che non pare all’orizzonte (esplicitamente escluso dal Brasile).

Elenco dei 12 Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC)

SCENARI FUTURI
Un embargo petrolifero di Washington contro Caracas ridurrebbe subito il regime in ginocchio. E si tratta di una prospettiva probabile da parte americana.

Un’operazione militare avrebbe lo stesso effetto ma in più peggiorerebbe i rapporti con tutti i Paesi dell’America Latina che hanno già sperimentato l’interventismo armato a stelle e strisce. Un’evento del genere potrebbe spingere gli attori regionali a contestare l’atto tirandosi fuori da una possibile cooperazione o addirittura in casi estremi, poco probabili, non a sostegno di Maduro ma a sostegno e difesa della sovranità venezuelana.

La speranza del governo americano è che la pressione diplomatica unita a quella popolare induca a cominciare un percorso di transizione post-madurista. Difficile da immaginare se ai militari non verranno garantite l’amnistia e la possibilità di godere almeno in parte delle ricchezze accumulate in un quindicennio di traffici.

Per adesso le proteste e il sentimento più forte di protesta si sta affievolendo proprio a causa dei dissidenti che fuggono e delle restrizioni.

I più informati ricorderanno il risultato del referendum costituzionale turco di Erdogan vinto non con molto distacco. Bene, questo risultato è stato favorito senz’altro dall’esilio o dall’arresto di molti oppositori successivamente al tentato golpe di una parte dell’esercito.

Non bisognerà stupirsi quindi se domani in Venezuela nei sondaggi saranno aumentati i sostenitori a Maduro.

RESTA UN SOGNO NEL CASSETTO… (?)
…il sogno del politico e generale venezuelano Simón Bolívar che contribuì all’indipendenza e fu presidente del Venezuela, del Perú, della Bolivia e della Gran Colombia. L’ultima tornata elettorale possiamo considerarla anche come un termometro dell’umore popolare. Il dato che si segnala è la stanchezza dei venezuelani verso la rivoluzione bolivariana.

Ritratto di Simón Bolívar

Chávez in 14 anni ha cambiato il paese, ponendo le classi più povere al centro della sua azione politica e conquistandosi la loro devozione. Questo modello che ha funzionato fino a quando i prezzi record del petrolio permettevano di non preoccuparsi della spesa pubblica e fino a quando la rivoluzione non si è incancrenita.

Oggi in Venezuela non sono rari i black out, scarsità di generi alimentari, l’inflazione oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti.

Altri due fenomeni piegano il Paese: la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.

Comunque vada per Maduro le strade percorribili sono solamente due: 
1) continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino;
2) oppure proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Hugo Chávez negli ultimi mesi della sua vita

La risorsa strategica del TAP

La risorsa strategica del TAP

Il Trans-Adriatic Pipeline, conosciuto come TAP, è la parte finale del progetto del Corridoio Meridionale del Gas che perforerà le coste salentine. Questo progetto è oggi al centro di contestazioni e accuse di sindrome di NIMBY (not in my backyards – non nel mio cortile) a causa dell’inevitabile espiantamento temporaneo degli ulivi secolari in Salento necessario per l’approdo e la connessione con l’Hub brindisino della rete nazionale, un tema delicato per la società civile se si pensa al problema xylella che ha colpito la regione.

Mappa Tap

Il progetto fa parte del Corridoio Meridionale del Gas che farà approdare 10 miliardi di metri cubi annui circa da fine 2020; il gas dal giacimento azero Shah Deniz 2 consta di tre gasdotti:

  • SCPX, che dall’Azerbaigian attraversa il Caucaso Meridionale fino all’ingresso georgiano in Turchia;
  • TANAP, che attraversa l’Anatolia turca fino al confine greco;

TAP, che dalla Grecia percorrerà 211 km dell’Albania meridionale fino a tuffarsi nell’Adriatico e raggiungere l’Italia. Dal terminale di ricezione (PRT) tra i comuni di Vernole e Melendugno si allaccerà alla rete nazionale di Snam rete Gas a Mesagne (Brindisi).

tap

Per l’UE è considerato uno dei progetti di iinteresse comunitario (PIC) incluso nel Terzo Pacchetto Energia per tre precise ragioni:

  • per diversificare le fonti di approvvigionamento;
  • per una maggiore indipendenza dalla Russia, a cui l’UE è strutturalmente legata per 1/3 delle importazioni (secondo la rivista dell’azienda russa Gazprom “Blue Fuel”);
  • per creare un sistema energetico continentale aspirando a migliorare la sicurezza energetica e la connessione tra i mercati dove l’energia possa viaggiare liberamente tra i confini a prezzi competitivi.

Tap

Per comprendere l’importanza geostrategica della struttura e l’evidente funzione anti-russa nel risiko del gas è bene avere sottomano una cartina geografica dell’area.

Secondo l’analisi di Limes un corridoio dal sud è stato sostenuto da USA e UE fin dagli anni Novanta. L’intenzione era di liberare le risorse caspiche dalla dipendenza infrastrutturale post-sovietica per ridurre l’influenza russa nell’area e la dipendenza europea dal gas di Mosca.

Negli anni successivi le ambizioni di indipendenza volevano concretizzarsi nei concorrenti progetti Nabucco (che avrebbe traghettato le risorse caspiche verso l’Austria) e TAP. Solo il secondo è risultato più economico e meno ambizioso. Oggi l’obiettivo di sottrarre alla Russia la possibilità di creare un legame stabile e duraturo con le politiche energetiche girerebbe intorno all’intenzione di iimpedire alla potenza eurasiatica un eccessivo rafforzamento della sua presenza in Medio Oriente (Iran, Iraq e Siria compresi) e quindi sul Mediterraneo.

Ma se consideriamo che le riserve di idrocarburi dell’area del Caspio sono comunque minori di quelle dei giacimenti del territorio russo, il Corridoio Sud perde comunque parte della sua rilevanza geopolitica, proprio perchè i 10 miliardi di metri cubi che entrerebbero in Europa rappresentano solo il 2,4% del consumo continentale di gas.

Il TAP servirà più a coprire il gap di produzione europeo che a contendere quote di mercato con quelle degli altri esportatori.

 

Questo progetto è importante per l’Italia? Si tratta comunque di “un progetto rivoluzionario perché consentirà di sfruttare delle risorse che oggi potrebbero essere accessibili solo attraverso la rete di Gazprom”, come ha spiegato a La Repubblica Giampaolo Russo, Country Manager di TAP Italia fino al 12 giugno 2015.

L’Italia è collegata a sei fonti di gas ed è tra i Paesi più interconnessi del mondo. Secondo gli stress test sul gas della Commissione Ue, l’Italia sarebbe al primo posto perché è collegata con Algeria, Libia, Russia, Norvegia, Olanda. “Libia e Algeria – secondo il ministro Calenda – sono altri fornitori importanti e grandi. ma instabili, e i contratti per la fornitura di 35 miliardi di metri cubi di gas naturale scadranno nel 2020”.

Il TAP nel sistema energetico italiano si iinserisce in un piano di sviluppo di un hub mediterraneo del gas delineato dalla Strategia Energetica Nazionale del 2013, che mira alla rilevanza geopolitica del Paese per i partner europei. Attraverso pipeline multiple e rigassificatori e di ri-esportazione verso l’Europa e i recenti investimenti in reverse flow nei gasdotti che attraversano le Alpi, il nostro Paese godrebbe di un’ottima centralità.

Fra le maggiori incognite per la futura espansione del TAP rimangono le possibilità (molto incerte) che le grandi risorse di Iran e/o Turkmenistan possano confluire nel Corridoio del Sud; se il progetto russo Turkish Stream dovesse svilupparsi con una capacità superiore a quella necessaria per servire il mercato turco, il TAP potrebbe in futuro addirittura trasportare anche il gas russo. Infatti, una volta scaduto il regime di eccezione che garantisce al gas azero l’uso esclusivo del gasdotto per 25 anni, la capacità di questo sarà liberamente contendibile sul mercato in base alle regole stabilite nel terzo pacchetto energia approvato da Bruxelles nel 2009.

Terrore in Russia e l’Occidente: la necessità di essere solidali

Terrore in Russia e l’Occidente: la necessità di essere solidali

Nessuna illuminazione in Europa per la tragedia di San Pietroburgo. Un atteggiamento né giusto né intelligente.

Qualsiasi cosa si possa pensare delle illuminazioni sugli edifici pubblici con i colori delle bandiere straniere per mostrare solidarietà dopo un tragico evento, esse sono ormai diventate una consuetudine, per questo l’assenza della bandiera rossa,bianca e blu della Russia di Putin dopo l’attentato terroristico a San Pietroburgo di lunedì 3 aprile non è passata inosservata. Nel contesto è stata persa un’occasione in più per neutralizzare una notizia pericolosa.

Naturalmente, siamo nel bel mezzo di una guerra fredda rinnovata e ci sono tutte le ragioni per cui l’Europa debba sentirsi ostile nei confronti della Russia: dall’annessione della Crimea fino alla sua aggressiva attività d’intelligence. Tuttavia, v’è una vocazione superiore d’umana empatia, la sensazione di essere tutti uniti di fronte alla minaccia inaspettata e indiscriminata del terrorismo. È improbabile che uno qualsiasi dei passeggeri della metropolitana di San Pietroburgo abbia scatenato gli “omini verdi” in Crimea, o architettato misure attive nelle capitali europee. Ci può essere lutto anche al di là della condotta dei governi.

Per coloro che sono meno convinti, ecco la spietata logica pragmatica.

Tutto è simbolico, e non mostrando la solidarietà, l’Europa ha assecondato la retorica del Cremlino basata più e più volte su vaghe motivazioni. Il Cremlino sostiene che l’Occidente, fondamentalmente russofobico, goda nel vedere la Russia impantanata in guai di ogni genere. Sostiene inoltre che l’Occidente voglia diffondere in Russia: confusione e sgomento, sospetto e incertezza. (Ha un non so che di familiare? Sì, è esattamente ciò che Mosca sta facendo con l’Europa).

Il corollario è che quando la Corte europea dei diritti dell’uomo censura Mosca, quando una delegazione dell’Unione Europea chiede una maggiore trasparenza e ogni volta che un osservatore occidentale rileva difetti nei processi elettorali, ogni azione può essere interpretata nel migliore dei casi come “european mischief-making” (perfidia europea), e nel peggiore come proseguimento della “guerra ibrida”.

Si tratta di una deprimente performance di judo retorico che consente di trasformare osservazioni (abbastanza) corrette in terreno fertile per incentivare una massiccia chiusura mentale (n.d.t.) e di respingere gli invasori ideologici. E tristemente, funziona.

Così segue l’alternativa, o meglio il complemento della strategia europea: il proseguimento di una linea dura contro gli abusi e le aggressioni russe; il sostentamento della filosofia NATO con 2% del PIL per la difesa; la costituzione di una contro-intelligence e di una sicurezza finanziaria europea e la battaglia nel contrastare la disinformazione e sovversione politica.

Ma questo non basta. Allo stesso tempo, ogni volta – nel vero senso della frase – che è umanamente possibile, l’Europa dovrebbe cercare di mostrare alla Russia l’affetto che può. Un affetto duro, forse, ma comunque affetto. Condividendo il lutto per le loro perdite, celebrando i loro trionfi culturali, lodando i russi quando fanno qualcosa di giusto (perché accade anche questo, ogni tanto), vietando il denaro sporco dei loro oligarchi e le loro legislazioni paranoico-patriote, ma allo stesso tempo accogliendo i suoi studenti, turisti, artisti e imprenditori.

Prima di tutto, questo modo di fare nega ai propagandisti del Cremlino facili occasioni. Tutto questo per minare attivamente la loro perniciosa narrazione che cerca di forzare i russi a una scelta artificiosa del tipo “o noi o loro”, “o patriota o traditore”.

In secondo luogo, ricordate quegli ideologisti oscuri che vedono la “guerra ibrida” – o forse più correttamente “guerra politica” – dietro ogni cosa? In un certo senso, hanno ragione. Questa è una lotta di memes e valori, di slogan e simboli. Coloro che mirano alla sicurezza dell’Europa a lungo termine in cambio di regime al Cremlino dovrebbero avere la possibilità di mettere in discussione le affermazioni incombenti che i russi sono soli e circondati.

Arrendersi ai meschini individui che in qualche modo pensano che San Pietroburgo non “merita” simpatia a causa di Sebastopoli, che affermano che ogni incidente terribile è una sorta di operazione “false flag”* istigato da Putin per generare una sorta di sentimento “rally-round-the-flag”**, non è solo sbagliato ma anche pericoloso. Sono loro ad essere, ironia della sorte, i suoi migliori alleati.

Alimentate l’affetto verso il Cremlino, alimentatene così tanto da soffocarlo. Fatelo perché lo ritenete giusto o fatelo perché è intelligente, ma fatelo in ogni caso.

Articolo originale qui

*False Flag: Tattica segreta nell’ambito di operazioni militari o attività di spionaggio, condotte per apparire come perseguita da altri enti e organizzazioni, anche attraverso l’infiltrazione o lo spionaggio di questi ultimi. “Bandiera falsa” deriva dall’espressione inglese l’idea è quella di “firmare” una certa operazione “issando” la bandiera di un altro stato o la sigla di un’altra organizzazione.

**Rally around Flag: Maggiore sostegno popolare di breve periodo al Presidente durante i periodi di crisi internazionale o di guerra, riducendo la critica delle politiche governative.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

La Germania sta divorando l’Unione Europea

La Germania sta divorando l’Unione Europea

L’Europa oggi e il ruolo della Germania

Se c’è una cosa ben chiara a tutti nell’attuale quadro europeo, è che qualcosa non va.

Il progetto di unione politica e monetaria aveva l’obiettivo di mettere fine agli antichi rancori tra Stati, vecchi di secoli e causa di infinite guerre, ma aveva anche il fine di riunire i popoli in una nuova unione continentale, che fosse in grado di competere con i giganti dell’economia e della politica odierna. Di chi parliamo? Di Usa, Russia e Cina.

E’ chiaro che in una prospettiva di competizione tra giganti di tali dimensioni, piccoli Paesi come il Portogallo, l’Austria, l’Italia non ce l’avrebbero mai fatta autonomamente, in un mondo che corre ad alta velocità. Ma con l’ Unione europea sì: anche l’Irlanda, l’Italia o la Francia avrebbero avuto il modo di competere con le grandi sfide globali attraverso il progetto comunitario (stando almeno alle intenzioni di base).

Qualcosa però si è incrinato, e oggi rischia davvero di spezzarsi. Nello scenario attuale, l’Europa non è una forza diplomatica ed economica unitaria, ma una unione frammentata in cui la Germania definisce le regole dell’economia e della politica. Chiunque neghi questo, negherebbe di fatto l’evidenza.

La perdita di potere dell’UE a vantaggio della Germania è sicuramente imputabile alla incapacità degli altri Stati membri, ma non esclusivamente. Oltre a tale incapacità di concepirsi come entità unitaria e di andare oltre gli interessi nazionali, vi è stata la consapevolezza tedesca di beneficiare di un sistema economico favorevole solo a sé, ma, nel complesso, estremamente dannoso per l’Europa.

Il ruolo della Germania è senza dubbio quello di Leader, seppure nel progetto di Unione Europea non sia stata così “Europeista” come tutti credono. Ciò è evidente e qui proviamo a spiegarlo.

Economia: la Germania predica male e razzola bene

La Germania ha avuto un ruolo guida soprattutto nell’economia. Quella tedesca cresce più di quella dei partners europei, e tutti voglio scoprire il segreto. Le ricette economiche che la Germania consiglia sono quelle che conosciamo: austerità, risanamento dei conti pubblici, meno spesa. E sono le stesse che da anni vengono applicate ai Paesi europei in crisi, Italia compresa. I risultati? Deflazione (diminuzione dei prezzi e dei salari), debito pubblico in aumento, produzione industriale stagnante. Risanare i conti pubblici in una congiuntura già esasperata dalla crisi economica (partita negli USA nel 2008) è stato completamente disastroso, fallimentare. E ciò, più di ogni altra cosa, ha portato alla sfiducia nell’Europa tutta e nelle sue istituzioni e dato nuova vita ai populismi. Chiunque avrebbe cambiato strategia: d’altronde c’è il futuro dell’Europa tutta in gioco. Chiunque, tranne la Germania. Per anni Berlino ha difeso questa linea, anche quando tutti i leader europei chiedevano un cambio di rotta. Ma per quale motivo, se si è visto che non funzionano? I risultati parlano chiaro.

fonte: Wikipedia

Viene allora da chiedersi, quali solo le modalità di successo del governo tedesco? E’ presto detto: mentre la Germania ha detto per anni che la spesa pubblica e il debito sono il male assoluto, la locomotiva tedesca era alimentata proprio dalla spesa pubblica. Attraverso il KfW, la Germania ”canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti”. Esatto, la Germania ha trovato il modo per non far rientrare la spesa pubblica nel debito pubblico. Mentre il resto d’Europa soffre la fame a causa dei vincoli di Maastricht e del fiscal compact, la Germania fa spesa pubblica per miliardi di euro.

L’iniquità di una tale atteggiamento è sotto gli occhi di tutti e rivela il ruolo demolitore che interpreta la Germania in Europa. E pensare che in italia continuano a dirci che la spesa pubblica è il male!

Politica: che fine ha fatto Bruxelles?

Nella politica, gli Stati, affannati dai problemi economici hanno “colpevolmente spostato il potere dalla commissione europea al consiglio europeo” 1, cioè da un “organo di Individui” (i commissari nazionali) ad un “organo di Stati” (riunione dei capi di governo). L’operazione ha totalmente sbilanciato il peso delle decisioni europee, consegnando di fatto il potere a Berlino, con la Merkel a rappresentare la figura politica più abile presente al momento. Gli esempi di questa situazione sono numerosi:

Proteste dei profughi sulla rotta balcanica

Accordo con Turchia sui profughi. L’ondata di profughi diretti verso l’EU arriva da due versanti, quello libico e quello turco, cioè rotta del Mediterraneo e rotta dei Balcani. La Germania ha abilmente condotto un accordo con il governo turco per fermare l’arrivo di profughi dalla rotta balcanica, fornendo mezzi e fondi alla Turchia. Per alcuni l’accordo è stato uno scandalo, per altri un esempio di pragmaticità politica. In effetti oggi la rotta balcanica è chiusa, mentre quella del mediterraneo è totalmente incontrollata.

Ancora una volta, la Germania agisce come Stato “unico”, curando i propri interessi nazionali e commerciali, senza spingere verso l’unificazione politica europea, ma scavalcandola e ponendosi come unico interlocutore. A dimostrazione di questo le dichiarazioni della Casa Bianca, secondo cui, da ora in poi, le comunicazioni tra USA-UE non avverranno più tra Washington-Bruxelles, ma tra Washington-Berlino, come detto recentemente da Steve Bannon. La cosa curiosa è che dichiarazioni simili sono state fatte anche dal governo canadese guidato da Justin Trudeau, a dimostrazione che non si tratti solo di un colpo di testa del governo Trump, ma di una presa d’atto delle forze in gioco in Europa.

Sanzioni alla Russia e accordi Russia-Germania. La vicenda delle sanzioni europee alla Russia è piuttosto esplicativa del modo di muoversi della Germania in ambito internazionale. Berlino, si è a lungo fatta fatta promotrice e guida delle sanzioni economiche alla Russia come reazione europea alla crisi ucraina. Non tutti in Europa hanno gradito, per via delle conseguenze economiche. Solo all’Italia, le sanzioni sono costate una perdita di export di 3,6 miliardi di euro tra il 2014 al 2016.

fonte: fort-russ.com

Al di là del giudizio di valore riguardo le cause e le conseguenze di questa crisi, c’è un dato importante da notare. I russi hanno definitivamente deciso di spostare la rotta dei gasdotti, fermando le forniture che passano dall’Ucraina, di cui Mosca non si fida più. Quelle forniture arrivavano in Europa per alimentare Italia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca.

Qui entra in gioco la Germania. Dopo essersi fatta portabandiera delle sanzioni alla Russia, i tedeschi entrano in trattativa con la russa Gazprom riguardo la questione gasdotti. La proposta è di aggirare il problema Ucraino, costruendo un gasdotto che non passi più da Kiev, ma che attraversi tutto il Mar Baltico e giunga in Germania. Si tratta del North Stream 2. Si, 2. Perché c’è già un gasdotto che percorre il Baltico, e questo sarebbe il secondo. In questo modo, tutto il gas proveniente dalla Russia passerebbe per la Germania, rendendoci di fatto dipendenti da Berlino.

L’incoerenza tedesca non è passata inosservata, e persino l’ex premier Renzi ha accusato la Germania di fare il doppio gioco, sanzionando Mosca e allo stesso tempo facendoci affari.

Trump, la Nato e la bomba atomica tedesca

Nel 2015, in piena crisi ucraina, i Paesi Nato hanno concordato l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL dei Paesi sotto quella soglia. Se la Francia si trovava appena sotto quella soglia, la Germania si assestava al 1,3 % del Pil e l’aumento consisteva circa in 35 miliardi. A inizio 2016 Berlino però rincara la dose, la ministra della difesa Ursula von der Leyen dichiara di voler aumentare la spesa militare di 130 miliardi entro il 2030.

In assenza di un esercito europeo unitario, o quantomeno coordinato, e alla luce della crisi economica, la difesa dei membri europei è affidata sostanzialmente a loro stessi e alle loro capacità di spendere e innovare. Con una Nato sempre più distaccata, tutto ciò potrebbe essere un problema: gli Stati europei non possono spendere autonomamente per il proprio esercito, e con vincoli di spesa così bassi finiranno per non avere mai i mezzi finanziari necessari per far fronte alle recenti

Bandiera della NATO (fonte: huffingtonpost.com)

richieste di Trump di aumentare prima possibile i contributi alla Nato. La forza della Germania non solo affossa le economie, ma mette in difficoltà gli stati, i loro conti e la loro capacità di spesa militare.

Nel frattempo nel Paese si è riaperto un dibattito a lungo rimasto tabù, alla luce del passato bellico della Germania: la bomba nucleare. Da qui nasce un interrogativo molto cupo, ma che purtroppo diventa necessario alla luce delle dinamiche europee. Le difficoltà finanziarie dei Paesi europei e la politica isolazionistica di Trump, lasceranno che la Germania sfrutti i suoi vantaggi per diventare il primo esercito europeo?

In conclusione, quindi, perché dovremmo ispirarci ad un modello tedesco che continua a imporre regole che non rispetta, affossando le economie e le capacità di Stati e disgregando di fatto il progetto europeo? Non eravamo fieri, all’inizio, di essere parte dell’Unione Europea, fondatori e protagonisti di questo progetto? Si tratta di un controsenso pazzesco. Oggi, essere europeisti significa ancora una volta arginare il ruolo tedesco, ridimensionare la Germania a membro dell’Unione. Perché neppure la Germania potrà mai davvero giocare un ruolo globale tra i giganti.


 1. (Prodi 3/03/2017)

La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

Il centenario della rivoluzione Bolscevica del 1917 sarà estremamente imbarazzante per il presidente della Russia, Vladimir Putin. Da un lato il Cremlino ha restaurato così tanti simboli ed istituzioni sovietiche che difficilmente può ignorare il mito cardine del governo sovietico. Dall’altro lato, Putin prova una forte avversione per le rivoluzioni, in particolare per quelle che abbattono regimi imperiali autoritari. Inoltre, i commenti mondiali circa l’organizzatore della rivoluzione, Vladimir Ilyich Lenin, non ultimo in una recente ondata di biografie, inviteranno a riflessioni sul suo omonimo dei giorni nostri. Nel 2017 aspettatevi un Putin che si esibisce in capriole intellettuali col fine di combinare la guida anti-imperialista di Lenin con la sua personalissima ambizione di restaurare l’ordine imperiale.

Il lascito di Lenin ha avuto i suoi alti e i suoi bassi dalla più tarda era sovietica. Nel 1980 Mikhail Gorbachev e i suoi sostenitori, molti dei quali erano i figli dei vecchi bolscevichi vittime delle purghe di Stalin, hanno portato avanti le loro riforme liberali sotto lo slogan del ritorno ai principi leninisti. (Il loro Lenin aveva poco a che fare con l’uomo che ha promosso la guerra civile e il terrore nel suo paese). Gorbachev, come altri leader sovietici, ha trovato nel fondatore dello stato bolscevico la legittimazione al suo operato. Come Dei, camminerebbero nel mausoleo di Lenin (l’Underworld) e si arrampicherebbero sulla sua cima (un Olimpo). Da qui potrebbero osservare parate militari e marce di mortali che portano i loro ritratti (icone).

Per contrasto, Boris Yeltsin ha presidiato la disintegrazione dell’Unione sovietica e ha respinto il regime comunista per un fatto di principio e politiche. Nonostante la sua popolarità a picco, rigettare pubblicamente l’era comunista gli ha assicurato la ri-elezione.
Ma Putin fa poche distinzioni fra Russia imperiale, sovietica e post-sovietica. “Cos’era l’Unione sovietica?” ha chiesto nel 2011. “E’ essenzialmente la stessa Russia, solo chiamata diversamente”. Seguendo il suo sogno di ricostruire il potere statale e di conservare il controllo su Ucraina e Bielorussia-le principali parti costituenti l’Unione Sovietica- Putin ha ignorato Lenin e riabilitato Stalin. Per lui, la differenza fra i due, era la loro attitudine nei confronti dello stato russo e della sua eredità imperiale.

Nella versione di Putin della storia, mentre Lenin ha condotto una lotta contro la Russia imperiale e ha rigettato la sua fede Ortodossa, Stalin è ritornato all’idea di impero, ha rimesso in moto il nazionalismo russo e ha strizzato l’occhio alla chiesa. Stalin ha consolidato le risorse del paese e ha restaurato il sentimento patriottico, il ché ha portato alla vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale, usata come il più grande evento in grado di legittimare lo stato corrente. (Il feroce attacco di Stalin ai contadini russi, al clero e all’intellighenzia è tralasciato da questa narrazione).

Ma il centenario della rivoluzione è un evento troppo grande da coprire. All’inizio del 2016 un insegnante della Russia meridionale, della zona di Astrakhan, ha chiesto a Putin come interpretare la rivoluzione bolscevica per spiegarla al meglio ai suoi studenti: “ La sua posizione a riguardo è molto importante per noi.”

La risposta di Putin: lui un tempo non era solo un membro del partito comunista ma anche un ufficiale del KGB (comitato per la sicurezza dello stato, ndt) : “lo scudo e la spada del partito”. A differenza di molti, ha detto, non ha mai distrutto la sua tessera del partito: “Mi è piaciuta l’idea alla base del comunismo e del socialismo, e mi piace tuttora”. Il suo più grande disaccordo con Lenin verte sull’organizzazione da parte di quest’ultimo della Russia come un’unione di repubbliche etniche con diritto di auto-determinazione. Dando loro il diritto di uscire dall’Unione Sovietica, ha detto Putin, Lenin “ha piantato una bomba atomica” sotto le fondamenta della Russia.

Putin vede sé stesso come un restauratore delle storiche terre della Russia, un nuovo zar. In una cerimonia recente Vladimir Zhirinovsky, un politico veterano con un eccellente intuito sulla direzione in cui il vento sta soffiando, ha recitato l’inno della Russia imperiale, “Dio salvi lo Zar”, a Putin.

Ma il regime di Putin, che ha trasformato la Russia in uno stato centralizzato dalla federazione del 1990, non è più in grado di risolvere le crescenti contraddizioni economiche e politiche del paese di quanto lo fossero gli zar. La Russia oggi è pronta per delle riforme quanto lo era sotto Nicola II nel 1917. Putin spera che facendo sposare il passato Sovietico e quello imperale possa preservare il nucleo dell’impero russo ed evitare il destino della monarchia. E, nel mentre che l’economia ristagna e la megalomania di Putin peggiora, i fantasmi della rivoluzione bolscevica stanno diventando inquieti. Lenin potrebbe permettersi un sorriso.

Fonte: http://www.theworldin.com/article/12595/lenins-revenge?fsrc=scn%2Ffb%2Fwi%2Fbl%2Fed%2F
Traduzione a cura di Silvia Fortunato

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