Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Le strade di Istanbul e di Ankara appaiono avvolte in un’atmosfera surreale, una stasi silenziosa ben lontana da come si presentarono ai miei occhi, appena cinque anni fa: solari, allegre, concitate, gravide di riscatto. Ci mancavo dai tempi dei fatti di Gezi, ed era palpabile e subitanea la trasformazione a cui s’erano sottoposti i due centri urbani che da sempre animano la vita politica della Turchia. Faccio scalo a Istanbul dove incontro un gruppo di vecchi amici dalle facce stanche, in un pub semi-deserto nel quartiere di Kadıköy. «Sono cambiate tante, troppe cose da quando sei andato via», provano a spiegarmi quell’aria tetra, rassegnata: «è dal colpo di stato dello scorso luglio che nessuno ha più voglia di uscire, non ci si sente più tanto al sicuro per strada». Il giorno dopo raggiungo la capitale Ankara, una città anonima piena di palazzoni nuovi, grattacieli e mastodontici edifici governativi che mi ricordano le Sette Sorelle di Mosca. A due passi da Kızılay incontro Barış Yıldırım, giornalista turco-curdo, scrittore e attivista, una persona estremamente attenta alle dinamiche politiche del suo paese.

Provo a chiedergli conto di cosa stesse diventando la Turchia, che negli ultimi anni ha assunto una rilevanza cruciale da un punto di vista geopolitico, è rimbalzata ripetutamente sui media di mezzo mondo per questioni interne che spaziano tra il controverso e l’eclatante. Terremoti politici i cui effetti dimostrano di avere un raggio a gettito lungo, capaci di condizionare sia l’Europa che il Medio Oriente. Il prossimo 16 aprile, i cittadini turchi sono chiamati a votare per un referendum costituzionale, la cui rigida dicotomia sì / no potrebbe compromettere seriamente gli equilibri del paese e dell’area tutta. Ho chiesto a Barış di fare maggiore chiarezza.

Cosa esattamente si andrà a votare il prossimo 16 aprile?

Con il referendum viene chiesto ai turchi di accettare o rifiutare la bozza di alcune riforme costituzionali. Come spesso accade in Turchia, vengono accorpati più punti da sottoporre al voto. Si tratta nella maggior parte dei casi di punti irrilevanti, alcuni necessari, ma nella bozza sono presenti diversi articoli nascosti che possono portare a cambiamenti cruciali per la vita politica del paese, e ovviamente in maniera negativa. Se tali modifiche passassero, non avremo più un primo ministro ma una repubblica presidenziale nelle mani di Erdoğan. Si tratta di concedergli parecchi poteri che includerebbero la continuazione dello stato di emergenza, l’influenza sulla magistratura, e il “rinnovo” della legge elettorale, che in sostanza significherebbe l’eliminazione sistematica dei parlamentari non graditi al Presidente. Formalmente in Turchia abbiamo ancora un Presidente della Repubblica, e non “Il Presidente”. Ma la situazione dal post-golpe in poi ha già assunto gli aspetti che sono previsti dalla riforma costituzionale: il presidente Erdoğan in sostanza ha già tutti i poteri nelle sue mani; e ciò che è de facto e contro legge oggi diventerà de jure e legale domani se vincesse il sì.

Com’è percepito il referendum dall’opinione pubblica? Quali le speranze, quali i timori?

Il paese appare fortemente polarizzato: da una parte, la maggioranza dei sostenitori dell’AKP (ma non tutti) ritengono che l’unica soluzione per risollevare le sorti del paese sia quella di fornire ulteriori poteri al loro leader indiscusso Recep Tayyip Erdoğan, per non precipitare nel baratro; dall’altra, c’è una metà della popolazione turca che teme l’instaurazione del cosiddetto “One Man Regime”, e che la vittoria del sì possa rappresentare la fine di tutto, inclusa la stessa repubblica. In linea di massima, entrambe le posizioni appaiono piuttosto pessimistiche. C’è da dire però che negli ultimi mesi l’AKP sta continuando a legiferare bypassando il parlamento, attraverso decreti legge arbitrari; questo aspetto non verrà cambiato dalle urne, dal momento che è un risultato che non arriva da nessuna votazione.Finora la Turchia ha scongiurato l’instaurazione di un regime democratico, ma ciò non significa che le cose non possano peggiorare. E la mia personale opinione è che peggiorerebbero di parecchio con una vittoria del sì.

Cosa effettivamente cambierebbe con la vittora del sì?

Detta in termini pratici e diretti, la vittoria del sì istituzionalizzerebbe quello che io chiamo “il fascismo semi-aperto”. Come riteneva il leader socialista Mahir Çayan negli anni ‘70, in un paese neo-coloniale come la Turchia, l’imperialismo ha optato per un fascismo coloniale (o per un fascismo “sotto copertura”), caratterizzato da un parlamento e un gruppo di sindacati che favoriscono l’establishment. Nel corso degli anni, l’oligarchia ha preferito neutralizzare le opposizioni attraverso un parlamento apparentemente funzionante, in un processo graduale ma inesorabile. Il golpe dello scorso 15 luglio, che altro non era che il risultato di conflitti interni alle classi dominanti, ha dato il via ad una sorta di fascismo semi-aperto: sono mesi che assistiamo quotidianamente ad arresti incondizionati di membri del parlamento (in particolare del partito filo-curdo e dell’HDP), e numerose associazioni di sinistra e organizzazioni democratiche sono state chiuse per decreto con il solito pretesto del colpo di stato. La gente ha timore di scendere in strada, dai fatti di Gezi Park le cose sono cambiate parecchio, le manifestazioni vengono chiuse o vietate al primo cenno di “pensiero contro”. Questo è quello che chiamo “fascismo semi-aperto”; il sì renderebbe legale il mantenimento di questo tipo di status quo.

Chi supporta il no?

I socialisti turchi, l’opposizione curda, i kemalisti [sostenitori del secolarismo turco messo in atto da Mustafa Kemal Atatürk, ndr], una parte degli ultra-nazionalisti (il loro partito, l’MHP, che i socialisti descrivono come i “fascisti civili”, è apertamente schierato con Erdoğan, ma negli ultimi tempi un corposo numero di membri del partito è passato all’opposizione, guidato da Meral Aksener), e apparentemente anche alcuni elettori dell’AKP si sono schierati per il no. Ognuno di loro per motivi differenti. I kemalisti sono per il no perché non vogliono che un leader islamico acquisti tanta smisurata autorità, nel timore che questo possa portare alla fine della repubblica laica e secolare di Atatürk – una repubblica in realtà già mutilata, se non decapitata da decenni, ma questa è un’altra storia. Gli oppositori tra gli ultra-nazionalisti non sono felici dello stesso Erdoğan, dal momento che condividono parzialmente i concetti kemalisti e ritengono Erdoğan responsabile di aver dato troppe concessioni ai curdi in passato. Ovviamente il partito curdo la pensa esattamente nel modo opposto, e si sente tradito da Erdoğan per aver terminato la “risoluzione” del processo di “pace”, con il giro di vite sui curdi, molti dei quali giustiziati durante le cosiddette “guerre di trincea”, e gli attacchi contro l’YPG in Siria. Lasciami dire che una parte dei socialisti turchi pensa che nessun risultato elettorale o referendum potrà portare a cambiamenti significativi e specieper le fasce sociali più deboli, che semplicemente hanno perduto qualunque speranza e reagiscono astenenendosi dalle elezioni.

Qual è la tua opinione sulla crisi diplomatica tra Ankara e alcuni paesi europei? Che legame c’è con il referendum del 16 aprile?

Dicono che la Germania non abbia consentito gli incontri a causa della comunità curda che vive nel paese; i Paesi Bassi erano tesi per le imminenti elezioni politiche [tenutesi il 15 marzo, ndr]; la Danimarca ha preso una posizione solidale con i Paesi Bassi dopo le reazioni anti-olandesi della Turchia. Dal mio punto di vista, queste crisi erano completamente fasulle, artificiali ed esagerate dal governo. L’AKP è sempre stato in ottimi rapporti con gli imperialisti americani ed europei. Persino durante la crisi con Israele, l’AKP ha espresso il proprio orgoglio di essere un fedele alleato di Israele nella regione. Al di là di dispute minori, il governo dell’AKP – così come i governi precedenti – è a tutti gli effetti integrato nel sistema imperialistico globale. Ma, si sa, l’anti-imperialismo si vende benissimo in Turchia, così con l’approssimarsi delle elezioni si cominciano ad utilizzare slogan di rimprovero contro “le potenze straniere”, sicomincia ad utilizzare il termine “imperialismo”, ma in ultima analisi si resta sempre alla larga da qualsiasi reale concezione anti-imperialista e si continua a cooperarci a pieno regime. Gli islamisti turchi non perdono occasione di servirsi di un sentimento xenofobo e anticristiano piuttosto diffuso, nelle vesti di argomentazioni anti-imperialiste che sanno di temporaneità, irrilevanza e demagogia. Questo è accaduto con alcuni paesi europei. L’intenzione era di raggirare un numero maggiore di elettori e portarli a scegliere di votare sì, incitando a presunti contrasti diplomatici con alcuni paesi. Non so se abbia funzionato o meno. I sondaggisti affermano che la “crisi” abbia influenzato la votazione più o meno allo stesso modo per entrambe le posizioni, dunque pare non abbia sortito particolari effetti, il che ha senso per me, perché c’è da essere davvero stupidi ad abboccare a questo tipo di esca. Gli individui possono essere stupidi, le popolazioni non lo sono quasi mai.

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

Le votazioni sul referendum costituzionale si sono concluse. Il Sì ha perso totalizzando il 40% di preferenze. Ironia della sorte, Matteo Renzi ha incontrato lo stesso risultato che lo aveva inizialmente lanciato ed in parte legittimato nelle elezioni europee. Il tifo per lui l’hanno fatto in tanti: da Obama all’Unione Europea, tutti erano espressamente a favore di questa revisione costituzionale anche se secondo Philippe Aghion, professore di economia ad Harvard, proprio l’Europa “avrebbe dovuto (?) fare di più” per aiutare il premier italiano.

Principali pagine estere il 5 dicembre

Principali pagine estere il 5 dicembre

Un referendum non dovrebbe essere qualcosa di cui preoccuparsi. Dopotutto è solamente una procedura democratica e semplice espressione della volontà popolare. Tuttavia, dopo la “sorprendente” vittoria di Donald Trump e il risultato inglese della Brexit, ed ancor prima con la minaccia di Marine Le Pen alle regionali francesi, i media internazionali hanno incominciato a preoccuparsi sempre più dei risultati “improbabili”, categorizzando tutti i voti allo stesso modo. Lo stesso è accaduto con il risultato del referendum italiano.

“Che cosa sta succedendo?”

Alcuni analisti, come qualcuno del Financial Times, hanno previsto uno scenario economico quasi “apocalittico” supponendo anche la plausibilità di un’eventuale Italexit (come ha poi titolato il Daily Mail). Il vuoto di potere lasciato da Renzi potrebbe essere un’opportunità di governo irripetibile per i partiti anti-establishment, come la destra lepenista della Lega Nord e il Movimento 5 Stelle, che hanno intenzione di uscire dall’Euro o peggio ancora dall’Unione Europea. L’altra previsione sarebbe poi quella di rendere l’Italia ancora meno attraente agli investitori internazionali, considerato il già precario equilibrio di alcune delle banche italiane come Monte dei Paschi di Siena, che in questo caso sarebbe la prima a saltare.

La rivista inglese theEconomist suppose, ancor prima del 4 dicembre, che la confusione generata dalla difficile comprensione del quesito referendario, avrebbe spinto gran parte degli italiani a votare non più pensando al testo della riforma Boschi, ma secondo la considerazione che avevano di “Mr Renzi” e del suo corso di riforme del mercato del lavoro, adottate e poi destinate in particolar modo a coloro che poi hanno deciso (in larga misura) di votare “No”: i giovani.

Per i media tedeschi questo è un nuovo “stress test” per l’Ue. Gli orari di chiusura tradizionalmente anticipati

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

dei giornali cartacei tedeschi hanno permesso inizialmente il dibattito sull’esito del referendum nelle edizioni online. “Renzi regala all’Europa il prossimo stress test” è il titolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung online, che nota come “il fallimento del tentativo del premier e le sue dimissioni possono dare spinta ai populisti anti-Ue”. “Con il voto non è solo fallita in maniera spettacolare la riforma della Costituzione ma l’intero progetto politico di Renzi”, scrive invece la Zeit online, sottolineando come le annunciate dimissioni del premier siano l’inevitabile conseguenza. Anche se è chiaro che il premier non abbia l’intenzione di mollare.

È forse l’intervento di Silvia Mazzini, assistente professore presso l’Università Humboldt di Berlino, su Al Jazeera, l’unico a sottolineare come gli italiani che abbiano votato per il NO non siano tutti (e neanche totalmente) euroscettici, oltre che vicini agli schieramenti della destra populista. Così come invece hanno strumentalizzato (troppo?) i riflettori esteri.

Italia Sì, Italia No: benvenuti al Festival del complotto

Italia Sì, Italia No: benvenuti al Festival del complotto

Immagine presa da l’Espresso

Partiamo da un assunto: gli italiani non vogliono cambiare la Costituzione. Era successo nel 2006 con la disfatta della proposta Berlusconi. Si ripropone con l’esperienza del governo Renzi dieci anni dopo. Il popolo italiano non è incline a modifiche costituzionali. Sarebbe curioso ricercarne le ragioni, poiché la vaga impressione è che l’alta ed inaspettata affluenza abbia portato alle urne una altissima percentuale di No, decisiva per la netta bocciatura legata alla proposta del governo. Senza che forse, fosse presa in considerazione.

Questo non vuol dire che in casa Pd possano o debbano essere sottovalutate le dimensioni della sconfitta. Il popolo sovrano racchiude dopotutto una vasta gamma di anime: non solo costituzionalisti che convivono quotidianamente con la bellezza e le complicazioni interpretative della Carta. E per fortuna: la sconfitta di Renzi è dunque quella di aver dimenticato una buona fetta di tali anime.

ll Sì ‘trionfa’ solo in Toscana, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige: un risultato devastante che collide persino con gli ultimi sondaggi. Sondaggi che pur vedendo in vantaggio il No, consegnavano ai sostenitori del Sì una fievole speranza in vista del voto. Non è stato così, ma sono tuttavia molti gli aspetti da prendere in considerazione. Per quanto netta, la vittoria del No non può evitare la considerazione relativa alla percentuale raggiunta dal Sì: ad osservare le posizioni degli schieramenti politici, per i vincitori c’è da gioire ma nemmeno troppo.

Il 40% del Sì non è un dato da sottovalutare ed è un prodotto ad esclusivo marchio renziano, a differenza della elevata frammentazione del No, dal centrodestra alla destra populista, sino a M5s, minoranza Pd e sinistra radicale. Vien da chiedersi se questo risultato possa davvero rappresentare una concreta svolta per le opposizioni in vista del futuro (a parte le quotazioni in notevole rialzo del Movimento Cinque Stelle).

E’ stata una vigilia di pessimo gusto, come del resto in riferimento a quanto avvenuto durante tutta la campagna, voto compreso. E tutto si è dissolto nel peggiore dei modi: il sospetto per presunti brogli dei Sì nel voto estero, la questione delle matite, la votazione ‘irregolare’ (?) del Premier. Uno scenario che conferma la bassezza attuale delle opposizioni e più in generale della politica italiana. Vogliono farci credere che sia stata una delle migliori pagine della nostra storia e della democrazia, in uno squallido festival ‘complottistico’ talmente inadeguato da rendere apprezzabili e persino credibili manifestazioni come il festival di Sanremo o il defunto Festivalbar. E’ giusto guardare in faccia la realtà, in un Paese tifoso ed arrabbiato.

Per il Paese c’è davvero poco da esultare, ricordando inoltre come curiosamente tutti coloro che abbiano contestato eventuali brogli e complotti di qualsivoglia genere ed entità, siano improvvisamente ricomparsi direttamente sul carro dei vincitori. Senza nemmeno il pudore e la dignità di ammissione di una palese assenza di contenuti politici, oltre che di elevati e spocchiosi atteggiamenti di una incommensurabile ipocrisia. Perché le regole valgono quando diviene necessario tutelarsi dalle (presunte) sconfitte o quando fanno comodo, ma divengono trasparenti in caso di successo elettorale. Questa è l’Italia ed i rappresentanti della stessa (per fortuna, una sola parte).

Zero alternative al governo Renzi, che domani rassegnerà le proprie dimissioni al Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Ma che di fatto ha ancora le redini del partito e potrebbe risultare decisivo negli scenari futuri. Quale sarà il futuro del dimissionario premier? Renzi ha espresso ai leader vincitori «congratulazioni, onori ed oneri» per un futuro accordo sulla legge elettorale, ritraendola tra le priorità post-voto assieme all’approvazione definitiva della legge di bilancio.

Questi i passaggi fondamentali: vero che la palla finirà nelle mani del Capo dello Stato. Altrettanto vero come il Pd potrebbe restare tuttavia ago della bilancia delle prossime evoluzioni politiche del Paese. Anche i vincitori del No si mostrano spaccati: la destra lepenista e il Movimento chiedono immediate elezioni, magari sulla base di correttivi al Senato della legge elettorale. Forza Italia mostra cautela, non a caso ben consapevole del divario che separa i berlusconiani dal consenso piuttosto consistente di Salvini e Grillo. In ballo vi è il futuro del centrodestra, mentre M5s dovrà fare i conti con un probabile futuro passaggio da forza di opposizione a partito di governo.

E si giunge così anche alla fatidica domanda: quali saranno le strategie del Movimento? Il tempo delle chiacchiere e della propaganda è ormai (fortunatamente) terminato. Ora occorrono proposte. Occorre dimostrare al popolo di non essere unicamente contenitore di un malcontento generale, ma generatore di una proposta politica alternativamente valida alla caratura di un leader come Renzi, francamente un unicum all’interno di una povera e disastrata politica nazionale.

Come ha ricordato lo stesso premier «fare politica contro qualcuno è facile, ma fare politica per qualcosa è più bello». Al Movimento e alle opposizioni non resta che augurare un buon lavoro in vista di un futuro improvvisamente roseo, dopo svariati mesi trascorsi nelle beate stanze dell’ostruzionismo. Difficile dire che Italia sarà: ai migliori psichiatri, in un Paese altamente psicotico ed incline alle piacevolezze dell’instabilità, l’ardua sentenza.

Cosimo Cataleta

Basta un Nì (ogni stramaledetto referendum)

Basta un Nì (ogni stramaledetto referendum)

“Perché no? Perché no? Scusi lei mi ama o no? Non lo so però ci sto.” cit. Lucio Battisti

Ecco… come cominciare?

Pare che questa faccenda del referendum costituzionale ci sia un po’ sfuggita di mano: ormai non si parla d’altro. Ho cominciato ad avere i primi disagi quando la sera, ogni volta che ci provavo con una ragazza, ognuna di loro si prodigava nel regalarmi un simpatico stato d’agitazione, chiedendomi cosa votassi al referendum. Rimanevo così con il 50% delle possibilità di riuscita (una specie di soglia di sbarramento).

Dovevo assolutamente capirci qualcosa.

A parte i paginoni lunghissimi (di una noooia tremeenda) che trattavano dettagliatamente tutte le modifiche ai 47 articoli, per fare prima ho dovuto cercare delle spiegazioni più elementari: quelle con i pallini; i numeretti, le freccette e le faccine dei bimbi che sorridono.

Per capire cosa fosse il CNEL mi ci sono volute tre giornate intense… Conclusione? Con il SI verrà rimosso. A saperlo prima approfondivo gli altri punti.

La riforma comunque si chiama Renzi-Boschi e secondo il fronte del SI, che appare unitario e deciso nel portare avanti questa bestiale competizione, è importantissima per velocizzare l’attuale sistema. Il fronte del NO, più eterogeneo, trova un punto in comune nel considerare la riforma, a parer loro scritta di fretta, uno schifo.

Dunque di chi fidarsi? Che posizione prendere? Anch’io ormai sono caduto nel tranello del “SI o NO?” e quasi mi sembra di dover prendere una decisione alla svelta per fare il favore a qualcuno. Ormai manca un mese esatto.

Per questo motivo propongo, in questo momento, un nuovo fronte: un  con tanto di modifiche alla costituzione per renderla più accattivante.

  1. Il CNEL diventa un bar centrale formato da baristi semi-apprendisti i quali si occuperanno di dare opinioni sui drink.

  2. Superamento del bicameralismo paritario con un MEGA torneo di briscola

Tuttavia, che ci piaccia o no, quest’anno siamo stati chiamati a votare per l’ennesima volta. E che questa volta ci abbiate capito qualcosa o no, a differenza del referendum sulle trivelle, questo è un lavoro sporco e qualcuno dovrà pur farlo nonostante il quesito del referendum abbia preso un’altra piega.

“Perché SI? Perché NO? Scusi lei mi ama o no? Non lo so però ci sto.” cit. Lucio Battisti

tiv

Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

Referendum, le (inutili) ragioni del Sì e del No

In copertina: il quesito del Referendum. Fonte ilpost

L’altro giorno assistevo in differita al secondo appuntamento su La7 targato Enrico Mentana, nel quale vengono approfonditi i temi e le ragioni del Sì e del No in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. A confronto, il presidente del Consiglio Matteo Renzi e uno degli storici leader Dc, Ciriaco De Mita. La domanda che a tutti sorge spontanea, anche forse e soprattutto da parte degli stessi sostenitori del No è la seguente: perché le ragioni addotte dagli stessi debbono essere sostenute ‘televisivamente’ da quella politica vecchia incarnata più che mai da uno come Ciriaco De Mita? Quali sono le ragioni di questo vuoto a perdere, dopo la deludente ‘esibizione’ del costituzionalista Zagrebelsky?

 

E la storia è sempre la stessa: limitarsi al compitino, difendere lo status quo. Ignorando che la faccenda del bicameralismo perfetto/paritario desueta nemmeno lo è attualmente: lo è sempre stata, sin dagli albori dell’Assemblea Costituente. Perché, per quanto la nostra Costituzione possa essere la più bella al mondo, è altrettanto vero ed innegabile che quell’atto politico fondamentale fu un compromesso dettato da paure del passato più che giustificate. Un compromesso che coinvolse soprattutto la struttura istituzionale e la seconda parte della Costituzione: la contrapposizione tra bicameralismo e monocameralismo professato da socialisti e comunisti è storia nota ma spesso oscurata e dimenticata.

 

L’appuntamento del 4 dicembre è fondamentale se si guarda a quelli che sono i profili di merito: ed invece la personalizzazione continua a farla da padrone, con i professoroni ed i politici del No chiusi in una scatola di vetro ed incartati nella iniziale trappola renziana. Un gioco di gambe ed un doppio passo di classe, che il No non è mai stato in grado di reggere e contrastare. Urlando alla caduta del premier anziché addurre le ragioni della contrarietà alla riforma, che possono peraltro essere molteplici ed innumerevoli, considerata la possibile modifica di oltre 40 articoli del dettato costituzionale.

 

Avvento del nuovo bicameralismo imperfetto, ridefinizione competenze Stato-Regioni, funzionalità e funzionamento del nuovo Senato, sparizione ( o meglio, non menzione) delle Province, nuova elezione del Presidente della Repubblica. Vien da chiedersi come mai quei No, che contestando anche uno solo di questi profili potrebbero vincere a mani basse, si limitino ad andare in Tv adducendo «che è meglio lasciare le cose così come stanno».

 

A preoccupare è la drammatica assenza contenutistica della (anti)politica: è del resto difficilmente appetibile sposare una battaglia da tutti contro uno, soprattutto se quei tutti si chiamano Berlusconi, Brunetta, De Mita, Di Maio, Salvini, Grillo, D’Alema. Ed è meglio fermarsi qui. Se poi, tale battaglia diviene strumentale ed avara di contenuti,  la frittata è fatta ed il disastro si rivelerà a breve in tutta la sua evidenza. Piccolo inciso a riguardo: pare che Berlusconi sia andato da Mattarella ed abbia offerto la propria disponibilità ad (appoggiare?) un nuovo governo in caso di dimissioni di Renzi. E niente, fa già ridere così.

 

Se volessimo peggiorare il quadro, potremmo addirittura sindacare sulla necessità di un referendum costituzionale. La fine del bicameralismo perfetto segnerà davvero la risoluzione delle complicazioni istituzionali del Paese dei 63 governi in 70 anni? L’eliminazione del principio di competenza concorrente Stato-Regioni, nella ridefinizione del tanto discusso art.117 (già revisionato nel 2001 con la riforma del titolo V), allevierà l’illimitato numero di ricorsi presentati in questi anni alla Corte Costituzionale? Il Senato dei 100 rispecchierà canoni di efficienza e funzionalità, o si attesterà semplicemente nella comoda categoria legata alla voce ‘taglio degli sprechi’, lasciando la tazza bollente a Sindaci e Consiglieri? Ed ancora: il nuovo art. 70 è abbastanza chiaro da definire la possibile futura diversità tra Camera e Senato? La riduzione dei senatori, la sparizione delle Province, l’elezione indiretta del Senato, l’abolizione del Cnel. Basterà tutto questo a limitare le spese di un Parlamento tra i più costosi e numerosi in Europa e nel mondo?

 

Come si mette dunque in difficoltà Renzi, considerata la notevole abilità dialettica, fondata su canoni di semplificazione e rottamazione? Lo avrete capito: portando le ragioni della contrarietà alla riforma. Non abbiamo assistito (ancora) a nulla di tutto questo. Quel che invece sappiamo (..) è la presenza di una modifica costituzionale piuttosto sostanziale, che potrà essere votata o meno esprimendo un semplice Sì o No. Un fatto a mio avviso paradossale: si sarebbe ad esempio potuto lottare, di più e meglio, per uno ‘spacchettamento’ dei quesiti, evitando una concentrazione così radicale di un unico quesito tutt’altro che omogeneo.

 

E veniamo così all’errore personalizzazione: gravissimo, inadeguato e strumentale. Strumentale, poiché la maggior parte di quei No continua a premere sulle responsabilità dell’attuale governo, dimenticandosi del passato e riversando tutte le grane nazionali addosso ad un esecutivo insediatosi due anni e mezzo fa. Gravissimo ed inadeguato, perché tale ristretta concezione dimentica e tradisce il problema dei problemi: tutti questi politici, costituzionalisti, giornalisti e tuttologi ignorano forse l’introduzione del pareggio di bilancio (Cost, art.81 + art.97,117,119) in vigore dal 2014 (Legge Cost. 1/2012). Non mi pare dunque che il problema sia Renzi: il problema è chi fa il suo gioco. Il bicameralismo perfetto non ha deciso nulla in termini di stabilità ed efficienza della macchina istituzionale, considerato che quella stessa stabilità dipende principalmente dalla salute e dalla coesione dei partiti politici (o quanto meno così era, prima che venissero firmati trattati molto discutibili).

 

Con il pareggio di bilancio, invece, non abbiamo più sovranità ‘sostanziale’ e non possiamo fare debito per rilanciare la crescita. Di più: non lo abbiamo scelto né votato ed è stato così facile farlo passare. Attraverso il bicameralismo paritario. Nel frattempo cercavamo di capire cosa fosse lo spread ed esultavamo per la fine dell’era Berlusconi voluta dallo sfrenato liberismo europeo, nel quale gli Stati diventano macchine telecomandate più che entità sovrane, costrette a piegarsi in nome della attuale ed inconcludente supremazia europea. Come dire: lottare politicamente è senza dubbio forma d’arte nobile, a patto che forse ci si concentri sulle reali priorità dei cittadini, italiani ed europei.

Insomma, Sì o No e tanti saluti. Ma è davvero così utile tutto questo?

 

“Il principio del pareggio di bilancio rappresenta ormai all’interno del nostro ordinamento costituzionale un principio superiore a cui tutti gli altri diritti devono piegarsi. E’ solo apparentemente una norma costituzionale come le altre. In realtà è lo strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e sociale che è destinata a mutare definitivamente e drammaticamente il volto del Paese, come questi anni di crisi dovrebbero aver dimostrato a tutti”.

(Alessandro Mangia, costituzionalista italiano, ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Milano)

Pin It on Pinterest