Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Traduzione da Independent.co.uk a cura di Silvia Fortunato. Fonte qui

Starbucks sostiene che assumerà 10,000 rifugiati nei prossimi cinque anni, in risposta alla sospensione a tempo indeterminato dell’accoglienza dei rifugiati siriani e al blocco temporaneo delle immigrazioni di Donald Trump, applicato ad altre sei nazioni a maggioranza Musulmana.

Howard Schultz, presidente e amministratore delegato dell’azienda, ha detto in una lettera ai dipendenti che le assunzioni si rivolgeranno ai punti vendita di tutto il mondo e che la manovra comincerebbe a partire dagli Stati Uniti dove il focus principale saranno le assunzioni degli immigrati che “hanno servito l’esercito degli Stati Uniti come interpreti e personale ausiliario”.

Schultz, sostenitore di Hillary Clinton durante la corsa alle presidenziali, ha preso di mira altri punti “dell’agenda” di Trump focalizzati sull’immigrazione, sull’abrogazione della legge Health Care (riforma sanitaria, ndt) dell’ex presidente Barack Obama, e sulla ridefinizione dei rapporti commerciali con il Messico. La lettera diceva che Starbucks sosterrà i coltivatori di caffè in Messico, provvederà all’assicurazione sanitaria per i lavoratori idonei, nel caso in cui la riforma sanitaria sarà abrogata, e sosterrà un programma di immigrazione in linea con quello di Obama, che conceda ai giovani immigrati introdotti da bambini nel Paese una proroga di due anni per l’espatrio e un permesso di lavoro.

La mossa riflette la crescente complessità che incontrano gli affari quando si tratta di confrontarsi con l’amministrazione Trump. Trump ha incontrato gli amministratori delegati di Ford, General Motors e Boeing, chiedendogli di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, e nel mentre acclamava ogni annuncio di incremento di impiego nelle aziende come un successo, sebbene quegli incrementi fossero stati programmati ben prima della sua vittoria presidenziale.

Ma non tutti i leaders delle aziende si sono avvicinati a Trump. Schultz ha aggiunto che Starbucks cercherà di comunicare più frequentemente con i lavoratori, dicendo “Anche io sento la preoccupazione che tutti voi state provando: la civiltà e i diritti umani che noi tutti abbiamo dato per scontati così a lungo sono sotto attacco”.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

La vendetta di Lenin: Vladimir Putin troverà difficile conciliare il passato rivoluzionario della Russia con le sue ambizioni zariste.

Il centenario della rivoluzione Bolscevica del 1917 sarà estremamente imbarazzante per il presidente della Russia, Vladimir Putin. Da un lato il Cremlino ha restaurato così tanti simboli ed istituzioni sovietiche che difficilmente può ignorare il mito cardine del governo sovietico. Dall’altro lato, Putin prova una forte avversione per le rivoluzioni, in particolare per quelle che abbattono regimi imperiali autoritari. Inoltre, i commenti mondiali circa l’organizzatore della rivoluzione, Vladimir Ilyich Lenin, non ultimo in una recente ondata di biografie, inviteranno a riflessioni sul suo omonimo dei giorni nostri. Nel 2017 aspettatevi un Putin che si esibisce in capriole intellettuali col fine di combinare la guida anti-imperialista di Lenin con la sua personalissima ambizione di restaurare l’ordine imperiale.

Il lascito di Lenin ha avuto i suoi alti e i suoi bassi dalla più tarda era sovietica. Nel 1980 Mikhail Gorbachev e i suoi sostenitori, molti dei quali erano i figli dei vecchi bolscevichi vittime delle purghe di Stalin, hanno portato avanti le loro riforme liberali sotto lo slogan del ritorno ai principi leninisti. (Il loro Lenin aveva poco a che fare con l’uomo che ha promosso la guerra civile e il terrore nel suo paese). Gorbachev, come altri leader sovietici, ha trovato nel fondatore dello stato bolscevico la legittimazione al suo operato. Come Dei, camminerebbero nel mausoleo di Lenin (l’Underworld) e si arrampicherebbero sulla sua cima (un Olimpo). Da qui potrebbero osservare parate militari e marce di mortali che portano i loro ritratti (icone).

Per contrasto, Boris Yeltsin ha presidiato la disintegrazione dell’Unione sovietica e ha respinto il regime comunista per un fatto di principio e politiche. Nonostante la sua popolarità a picco, rigettare pubblicamente l’era comunista gli ha assicurato la ri-elezione.
Ma Putin fa poche distinzioni fra Russia imperiale, sovietica e post-sovietica. “Cos’era l’Unione sovietica?” ha chiesto nel 2011. “E’ essenzialmente la stessa Russia, solo chiamata diversamente”. Seguendo il suo sogno di ricostruire il potere statale e di conservare il controllo su Ucraina e Bielorussia-le principali parti costituenti l’Unione Sovietica- Putin ha ignorato Lenin e riabilitato Stalin. Per lui, la differenza fra i due, era la loro attitudine nei confronti dello stato russo e della sua eredità imperiale.

Nella versione di Putin della storia, mentre Lenin ha condotto una lotta contro la Russia imperiale e ha rigettato la sua fede Ortodossa, Stalin è ritornato all’idea di impero, ha rimesso in moto il nazionalismo russo e ha strizzato l’occhio alla chiesa. Stalin ha consolidato le risorse del paese e ha restaurato il sentimento patriottico, il ché ha portato alla vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale, usata come il più grande evento in grado di legittimare lo stato corrente. (Il feroce attacco di Stalin ai contadini russi, al clero e all’intellighenzia è tralasciato da questa narrazione).

Ma il centenario della rivoluzione è un evento troppo grande da coprire. All’inizio del 2016 un insegnante della Russia meridionale, della zona di Astrakhan, ha chiesto a Putin come interpretare la rivoluzione bolscevica per spiegarla al meglio ai suoi studenti: “ La sua posizione a riguardo è molto importante per noi.”

La risposta di Putin: lui un tempo non era solo un membro del partito comunista ma anche un ufficiale del KGB (comitato per la sicurezza dello stato, ndt) : “lo scudo e la spada del partito”. A differenza di molti, ha detto, non ha mai distrutto la sua tessera del partito: “Mi è piaciuta l’idea alla base del comunismo e del socialismo, e mi piace tuttora”. Il suo più grande disaccordo con Lenin verte sull’organizzazione da parte di quest’ultimo della Russia come un’unione di repubbliche etniche con diritto di auto-determinazione. Dando loro il diritto di uscire dall’Unione Sovietica, ha detto Putin, Lenin “ha piantato una bomba atomica” sotto le fondamenta della Russia.

Putin vede sé stesso come un restauratore delle storiche terre della Russia, un nuovo zar. In una cerimonia recente Vladimir Zhirinovsky, un politico veterano con un eccellente intuito sulla direzione in cui il vento sta soffiando, ha recitato l’inno della Russia imperiale, “Dio salvi lo Zar”, a Putin.

Ma il regime di Putin, che ha trasformato la Russia in uno stato centralizzato dalla federazione del 1990, non è più in grado di risolvere le crescenti contraddizioni economiche e politiche del paese di quanto lo fossero gli zar. La Russia oggi è pronta per delle riforme quanto lo era sotto Nicola II nel 1917. Putin spera che facendo sposare il passato Sovietico e quello imperale possa preservare il nucleo dell’impero russo ed evitare il destino della monarchia. E, nel mentre che l’economia ristagna e la megalomania di Putin peggiora, i fantasmi della rivoluzione bolscevica stanno diventando inquieti. Lenin potrebbe permettersi un sorriso.

Fonte: http://www.theworldin.com/article/12595/lenins-revenge?fsrc=scn%2Ffb%2Fwi%2Fbl%2Fed%2F
Traduzione a cura di Silvia Fortunato

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

U2: The Joshua Tree e il coraggio di essere politici

“Un uomo mi viene incontro
Il suo viso rosso come una rosa su di un cespuglio di spine
Come tutti i colori di una scala reale
E sta contando quelle banconote di dollari
Cento, duecento
E posso vedere quegli aerei da guerra
Sopra le baracche di fango mentre i bambini dormono
Attraverso i vicoli di una tranquilla strada di città 
Su per le scale fino al primo piano
Giriamo la chiave e lentamente apriamo la porta
Mentre un uomo soffia forte dentro un sassofono
Attraverso i muri sentiamo gemere la città
Fuori c’è l’America”

(U2- Bullet the blue sky)

 

Prendete un ragazzo irlandese di venticinque anni, innamorato dell’America, dell’idea dell’America e della musica. Fatelo correre lungo i deserti del Mohave o nelle steppe della California e otterrete “The Joshua Tree”.

The Joshua Tree è un album che appartiene molto più all’America che agli U2 come collettivo. Si nutre dell’America, la scruta, la critica e prova a entrare dentro di lei da straniero; parlando degli obiettivi dell’album Bono fu categorico dicendo che voleva qualcosa che doveva smantellare la mitologia dell’America.
Nel 1985 il cantante partecipò al progetto di alcuni artisti uniti contro l’apartheid e mentre Keith Richards e Mick Jagger stavano suonando dei pezzi blues, lo invitarono a unirsi a loro. Il problema era che Bono non conosceva affatto quel mondo e questo spinse tutti i componenti del gruppo alla radice delle loro origini musicali fino alla musica folk irlandese e cercando di capire quali similitudini ci fossero con quella americana.

L’album inteso come lettera d’amore al continente è evidente all’interno di “In God’s country”: “Una rosa nel deserto/Ho sognato una rosa nel deserto/Dal vestito strappato in nastri e fiocchi/Come una sirena lei mi chiama”. The Joshua Tree è l’album di “With or without you”, singolo che ne ha trascinato il successo.

La canzone nasce da un profondo dissidio interiore creato dai doveri familiari di Bono combinati al senso di appartenenza alla band e alla musica. Il verso finale del ritornello( “I can’t live…” e credo sappiate come finisca il verso) deriva quindi da una consapevolezza che è raffinata e per nulla scontata: non è una delle due cose a definire Bono come uomo, ma piuttosto la costante tensione che le regge entrambe.

E’ un album dove la religione, presente da sempre nei testi delle canzoni della band, emerge in “I still haven’t found what I’m looking for”, brano in cui soprattutto nel ritornello emergono forti influenze gospel (America, che strano!) che si combinano con il testo che esprime la ricerca spirituale di un individuo che nonostante abbia raggiunto la realizzazione sente una sensazione di mancanza e l’unica cosa da fare, in quanto non riesce a riconoscere di cosa tratta, è prenderne atto. E dopo, continuare a correre.  

 

Fede, amore, musica, temi universali che fanno di The Joshua Tree un capolavoro riconosciuto fin da subito. Ma questo come continua a toccarci? Trent’anni dopo, le cose sono cambiate? E se si, come? 

Gli U2 hanno recentemente annunciato che torneranno in Italia per una data a Roma a luglio 2017, il tour celebra il trentennale della pubblicazione dell’album che verrà riproposto interamente dal vivo. Potrebbe sembrare una mera operazione commerciale da parte di un gruppo che ormai è diventato a tutti gli effetti una vera e propria multinazionale e il dubbio soprattutto per chi è abituato a pensar male, rimane. Eppure perché non farlo per i 25 anni di Achtung Baby? C’è qualcosa in The Joshua Tree che traccia un fil rouge che arriva fino a noi, soprattutto oggi.

 

Se sei nel 1985 e devi iniziare a lavorare ad un album che deve smantellare l’iconografia americana, devi rivolgerti non solo alla bellezza sconfinata del Paese, ai suoi immensi generi musicali. C’è un’altra medaglia, più oscura da guardare negli occhi e si chiama Ronald Reagan. Non che Reagan abbia fatto nulla di speciale, ha semplicemente cercato di proteggere gli interessi dell’America in politica estera come avevano fatto i suoi predecessori, appoggiando iniziative che conservassero una stabilità politica nell’area sudamericana, anche se spesso si trattava di regimi dittatoriali.

Parliamo di un album che si apre con una canzone-manifesto: “Where the streets have no name”(nel video, che omaggia l’esibizione dei Beatles,gli U2 si esibirono creando un vero ingorgo per le strade di Los Angeles), un brano dove Bono parte da un aneddoto che gli avevano riferito: si dice che a Belfast in base alla via in cui abiti si possa risalire al tuo reddito e alla tua religione d’appartenenza, addirittura a seconda del lato della via perchè più si risalgono le colline, più la casa è costosa. Streets invece parte dall’idea di un viaggio immaginario, che porta a un luogo dove le strade non hanno un nome, dove si rovescia totalmente l’idea dell’identità basata su questi dati: tu non sei la tua religione, tu non sei il tuo reddito (due concetti parecchio cari al buon Reagan, come a qualsiasi conservatore).
Come se l’antipatia e lo spirito critico non dovessero palesarsi ancora di più, in Bullet the blue sky, Bono fa direttamente riferimento allo scandalo che coinvolse gli USA per la vendita delle armi ai Contras, l’armata che faceva capo al regime dittatoriale di Somoza in Nicaragua, contro il movimento rivoluzionario sandinista. Le immagini di desolazione, di aggressività bellica evocate nella canzone fanno capire quale concezione abbiano gli U2 nei confronti della guerra, avendo vissuto fin da ragazzi in una Dublino sottoposta alle repressioni della madre-patria inglese.

Sono canzoni potentissime che risuonano come una vera presa di posizione, netta e senza mezze misure.

In una recente intervista a Rolling Stone, The Edge stesso ha spiegato come l’idea di un tour celebrativo sia venuto in mente alla band. Dopo le elezioni americane e la Brexit, The Edge si è sentito come trascinato in un periodo già vissuto, alla destra della Thatcher e di Reagan: è stato per lui una sorta di dejà-vu politico che ha permesso, una volta riascoltato l’album, di vedere come le sfumature delle canzoni fossero perfettamente a loro agio nel contesto odierno, in una sorta di rinascita inaspettata ma con un potere descrittivo che non è stato minimamente intaccato.

Non conta che gli U2 siano cambiati nè che il mondo sia cambiato in quanto la forza delle parole risiede nell’essere insensibili alla vecchiaia e questo vale anche per la musica: per questo tanti auguri “The Joshua Tree”.  

30 anni dopo, così lontano, così vicino.

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

Il caso bufale: da Gentiloni all’ombra della regolamentazione

In copertina: il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e la Cancellieria Angela Merkel. Fonte qui e qui

Le bufale abbondano sulla Rete: che novità! Abbiamo già discusso del problema delle notizie false e del loro possibile condizionamento degli eventi ma questo tema è di nuovo tornato a fare notizia su tutti i giornali italiani poco dopo l’insediamento del nuovo governo Gentiloni. Lunedì scorso è diventato virale l’articolo di Libero Giornale, palesemente falso, dove viene citata una fantomatica frase del nuovo premier:

Basta ipocrisie, sono tutti finti poveri e io sono già scocciato di questo piagnisteo, rimboccarsi le maniche per il futuro del Paese, qualche sacrificio non ha mai ammazzato nessuno, solo così l’Italia tornerà a primeggiare in Europa”.

Libero Quotidiano “Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi” 

Una frase del genere potrebbe sembrare assurda fin dalla prima lettura. Eppure per oltre 10.000 utenti di Facebook non lo è. Questi utenti hanno infatti ricondiviso l’articolo di Libero Quotidiano, con quel sentore di odio che oramai macchia dai prodromi del Web 2.0 l’esperienza della Rete. 

Scorrendo le pagine di Libero Quotidiano, possiamo notare che il caso Gentiloni non è l’unico (magari lo fosse). Una seconda notizia riporta: “Deborah Serrachiani in lacrime: ‘Non arrivo a fine mese, altro che la crisi è finita’”. Con una semplicissima ricerca, anche questa notizia risulta falsa: la governatrice del Friuli-Venezia Giulia, infatti, è sì scoppiata in lacrime nell’aula del Consiglio Regionale, ma per i continui attacchi ricevuti in questi anni in carica alla Regione.

Come questo, tantissimi sono i casi da segnalare. Dalle continue bufale con protagonista la presidentessa della Camera Laura Boldrini, a quelle contro la parlamentare PD Cecile Kyenge. Tutti questi siti cercano di nascondere questa leva per il personale ricavo dietro la satira. Una ulteriore beffa nei confronti di chi ne ha invece fatto uso magistralmente per istillare il dubbio e la discussione, e che oggi vede paragonata la propria onestà intellettuale a pessime tattiche tese alla creazione di una confusione che genera vantaggi a pochi (o a nessuno). Tanto meno al lettore.

Anche la Germania, simbolo di compostezza e rigore, teme questa ondata di confusione. Tutto nasce dalle polemiche scaturite a seguito della vittoria di Donald Trump, che molti analisti e la stessa CIA riconducono proprio alla diffusione di notizie false e ad interferenze da parte di hacker russi. A pochi mesi dalle elezioni, tutte le forze politiche hanno il timore che questa situazione possa replicarsi durante la campagna elettorale e le votazioni.

Per correre ai ripari, diversi politici di importante caratura, dal vice cancelliere Sigmar Gabriel al capogruppo del SPD al Bundestag, Thomas Oppermann, hanno esplicitamente richiesto una feroce battaglia contro le bufale. Patrick Sensburg, membro del partito di Angela Merkel, ha richiesto che “la disinformazione che punti a destabilizzare lo Stato sia considerata un reato”.

Per la Cancelliera “è un problema che va affrontato e se necessario, regolamentato”. È questa la vera ed unica soluzione? Certamente no. La limitazione della libertà di parola e di satira, per quanto utilizzata malamente come nei casi prospettati, non può essere considerata unica fonte di soluzione. Potremmo addirittura ritrovarci in una situazione pericolosamente peggiore. Le sofferenze del popolo della Rete non verrebbero meno, per quanto represse da un potenziale stato di polizia, lontano dai principi dello stato di diritto e dal corretto funzionamento del modello legato allo stato sociale.

Alla visione di questa impietosa situazione, una domanda sorge spontanea: qual è il motivo di tutto questo? Quali sono le ragioni del fruitore medio della Rete, che urla indignato senza verificare le proprie conoscenze? Piuttosto che scadere negli immediati e banalissimi commenti stile “Siamo un popolo di ignoranti”, sebbene i dati sull’analfabetismo funzionale e il successo di pagine come Adotta anche tu un analfabeta funzionale supportino la tesi, bisognerebbe vedere oltre queste soluzioni semplicistiche.

Non è possibile negare, infatti, come negli ultimi anni vi sia stato un forte cambiamento nella percezione della politica da parte della popolazione. Tra scandali di palazzo e politiche ancorate ad austerità e regole di bilancio, gli elettori hanno percepito i propri rappresentanti lontani dalle loro istanze. Se in questa situazione aggiungiamo una crisi economica globale, dalla quale politica e finanza non hanno trovato forze adeguate di rinascita, ecco la fuoriuscita di un drammatico cocktail di rabbia. La Rete ha poi giocato da liberissimo vettore, coadiuvando il dolore della difficoltà contro i potenti. Contro coloro che pensano al proprio tornaconto invece di aiutare il popolo. Ora più che mai, il tempo dei cambiamenti risulta necessario. A patto che si cambi con ponderata cognizione di causa.

Lo que puede llegar a dar de si un burkini

Lo que puede llegar a dar de si un burkini

Immagine copertina: “I was shocking” di Jeffrey Hill. Originale qui

Si hay un hecho destacable que ha caracterizado este verano ha sido la controversia de opiniones a raíz de la prohibición en Francia del uso del burkini en espacios públicos. Por lo visto, algunos municipios franceses opinaban que el hecho de usar este tipo de bañador que te cubre todo el cuerpo, era una cosa súper peligrosa, nivel extremo, que atentaba contra la seguridad pública.

A tal punto ha llegado la locura que ha tenido que intervenir la ONU bajo su figura de salvaguardar los derechos y libertades, instando a estos municipios a derogar esta controvertida legislación, al considerar que no contribuye en nada a mejorar la seguridad ciudadana, además de que genera odio y fomenta el extremismo violento. Pero ni aún así se acallan las voces. Continúan las opiniones como la de Lucio Malan, de Forza Italia, el cuál declara para la Stampa :“es muy peligroso decir que nuestras leyes deben ser hechas en funciones del peligro de que los fanáticos islamistas se ofendan y así nos ataquen”. Y así seguimos, señalando las diferencias, sembrando el miedo a lo diferente, exacerbando el patriotismo y lo autóctono, fomentando la islamofobia, abriendo cada vez más la brecha entre oriente y occidente, luchando por ver que cultura es la que tiene la verdad absoluta sobre todas las cosas, autoafirmando nuestro punto de vista, porque el lugar desde el que cada uno mira es el lugar correcto desde donde se ve todo claro… Pues no, todo depende del punto de vista desde el cuál se mire:

Foto tomada por un imán italiano este verano mientras un grupo de monjas se divierten en la playa.

Ya lo decía Eduardo Galeano cuando nos hablaba sobre el miedo “El diablo es extranjero. El culpómetro indica que el inmigrante viene a robarnos el empleo. Y el peligrosímetro lo señala con luz roja”.

El miedo nos obliga a actuar, a proteger a los nuestros. ¿Y cómo protegemos a nuestros queridos ciudadanos para que se sientan seguros? Pues legislando. ¿Y sobre qué se puede legislar con total impunidad? Pues ¿como no?, sobre la mujer.

Todas las voces opinan, y entre las personas detractoras del uso del burkini encontramos una parte importante que piensa que su uso debería estar prohibido en aras de la libertad de las mujeres. Esta prenda es fruto de una religión y una cultura patriarcal y machista donde la mujer tiene que acatar unas estrictas normas. Obviamente habrá chicas musulmanas que no estén de acuerdo con esta práctica, pero al igual que otras que lo utilicen por factores culturales, y quiénes lo hagan por creencias religiosas. La cuestión es que al prohibir su uso se aplica una doble discriminación: la discriminación con la que ya contaban por ser mujeres y no poder mostrar sus cuerpos en público, y la discriminación por ser musulmanas y no poder ejercer sus creencias. Básicamente lo que se consigue no es “liberar” a estas mujeres, ni que cambien el burkini por el bañador, sino el efecto contrario, alejarlas de la vida pública, de relacionarse con su entorno fuera del hogar, de poder disfrutar con normalidad de un día de playa o piscina, marginándolas aún más.

El concepto que tiene una gran parte de la sociedad acerca de la libertad es erróneo. Concretamente se reduce a “Tú estás oprimido, y no lo sabes, yo soy libre y te obligo a que tú también lo seas. A que seas libre bajo mi concepto cultural de lo que es sentirse libre”. Pero ¿qué es ser libre? Ser libre es actuar como te apetezca, sin que nadie coarte tus acciones. Pero…¿realmente somos libres para hacer esto? ¿De que dependen nuestras acciones?

Somos seres sociales, actuamos según nuestras convicciones culturales, sobre lo que entendemos por socialmente aceptable, conforme a lo que entendemos por normal. Por ejemplo, una mujer musulmana puede usar el burkini, o el burka, porque quiere, puede y le da la gana, nadie la obliga, son sus convicciones, y ella se siente así cómoda, segura, guapa, lo que sea. Pero nos atrevemos a juzgar eso, nos atrevemos a opinar que es su cultura la que ejerce esta presión sobre ella, y por eso lo hace, y que de esta manera se está perjudicando así misma y a sus derechos, y a los derechos del resto de mujeres musulmanas. Bien, es cierto, esta es la razón por la que lo hace. Pero, ¿qué es lo que nos motiva a hacer o a no hacer algo?

Hay un refrán que dice “antes de decir a otro cojo es, mirate tú los pies”. Pues de pies vamos a continuar hablando. Nosotras, las occidentales, usamos tacones. Yo me pongo mis tacones y me veo bellísima, elegante, con un cuerpo estilizado, me siento más cómoda, más segura mentalmente. Pero sin embargo, son incómodos, duelen, te haces rozaduras, tienes riesgo de sufrir problemas musculares, fomentan la aparición de varices, problemas en la columna, mal formaciones en los pies,… ¿Y entonces, por qué me los pongo? Pues mira, porque quiero, puedo y me da la gana. Soy libre para calzarlos, me gustan y me los pongo. ¿Le estoy haciendo daño a alguien? Pues bueno, sí, a mí misma, pero soy libre de hacer con mi cuerpo lo que quiera. Este discurso si que lo vemos normal, sin embargo es exactamente lo mismo. ¿Que pasaría si ahora viene alguien y nos dice que no podemos usar tacones? Que se van a prohibir porque no fomentan la igualdad entre hombres y mujeres, y porque es dañino y atenta contra nuestros derechos y libertades. Te quedarías como:

-WTF? Pero si es que es mi elección.
-Bueno, pero es que estás siendo oprimida por la sociedad patriarcal imperante, que a través de la televisión, la industria de la moda, y tal y cuál, nos crea complejos, nos inculca el concepto de mujer objeto, bonita, delicada, estilizada, alta, femenina, etc. Y por eso te sientes más segura, más mujer, y más guapa con tacones, te ves más hermosa, porque está establecido por la moda impuesta, que es producto al mismo tiempo de la sociedad patriarcal en la que vives y no te das cuenta.
-Pues muy bien, pero yo no lo veo así, y quiero llevar tacones.
-Pues no llevarás tacones porque aunque tu no logres a entenderlo, velamos por tu libertad.

Es completamente ilógico argumentar que esto se hace en base a tu libertad, cuando realmente coarta tu libertad de elección. Si quieres atajar de raíz las causas de una elección, habrá que hurgar en los cimientos. Las prohibiciones no fomentan la igualdad, la destruyen, y más cuando en aras de ella se legisla sobre el cuerpo de una mujer. A nadie se le ocurriría prohibir llevar barba y el pelo largo a los hombres para salvaguardar la seguridad ciudadana. Pero sin embargo si que se puede argumentar peligrosidad por el hecho de que una mujer lleve un burkini. Esto no es más que una manifestación más del odio-miedo a lo diferente, a lo que hay que sumarle la desigualdad de género imperante también en la cultura occidental, solo que de forma más sutil. Es la máxima manifestación de machismo de carácter legislativo de algo cotidiano y minúsculo que hacemos todas y todos a diario: opinar sobre lo que puede y no puede hacer una mujer. ¿Quién no ha criticado a alguien por llevar una falda muy corta? O por el contrario por ser demasiado larga, por no llevar el pelo arreglado, o bien por ir demasiado arreglada a un evento informal, por llevar maquillaje, por no llevar maquillaje, por llevar tacones, porque es tonta y se pone tacones sabiendo que le van a hacer daño, porque una dependienta de un comercio elegante va en zuecos… no pega nada, que poco glamour…, por comerse las uñas y tener unas manos poco femeninas, por tener la manicura francesa y tener unas manos ¡de no haber trabajado en la vida! ¡a trabajar al campo la ponía yo!, por llevar el pelo demasiado corto ¡parece un machorro!, por tener las puntas abiertas,por estar demasiado rellenita, por no tener curvas, porque va demasiado emperifollada al trabajo, porque su aspecto es demasiado informal para ir a trabajar, porque lleva sujetador y se le ve, porque no lleva sujetador, porque se le marca todo el tanga, porque se le marcan todas las bragas, porque parece que no lleva bragas,…

La cuestión es creerse superior a ella, creerse con la libertad de juzgar, de opinar, de incluso legislar sobre una mujer. Esta es la verdadera violencia machista estructural, la que no se ve, la invisible, la que ejercemos todas y todos sobre las mujeres a diario, la base de la pirámide, la base de nuestro sistema, la que finalmente degenera en conductas que atentan realmente contra la integridad de la mujer. La que no se erradica prohibiendo el uso del burkini o de unos tacones, la que se incrementa con este tipo de medidas. La única que esta solo a nuestro alcance cambiar, predicando con el ejemplo, llevando acabo conductas respetuosas, no inmiscuyéndonos en la elección de las demás, dejando de ejercer presión social, dejando actuar libremente sin ningún tipo de menosprecio a nivel microsocial. Y a gran escala legislando en materia de igualdad y educación. Dándole así a “los niños cambiados” la oportunidad de crear un mundo más justo, e igualitario, donde todo el mundo tenga realmente capacidad de elegir, sin prejuicios, sin complejos y sobretodo sin yugos invisibles religiosos, culturales o de moda que condicionen su “libre elección”.

HAY UNA GUERRA

Como una guerra entre culturas
nos venden esta guerra Santa
un bando ciego de locura
y otro que va a limpiar su alma.

Como una guerra entre culturas
como un cuento para niños
donde los malos y los buenos
se van cambiando la bandera
cuando se lo manda el dinero, dinero, dinero…

Dinos la cuenta,
bien resumida para no confundirnos,
aderezado de buen patriotismo
que no veamos que es todo lo mismo.
Que las masacres,
y el fanatismo
si tiene las manos blancas
no se llama terrorismo.

De allí…
del otro lado del mundo
vienen para arrebatarnos los valores
con el odio más profundo.

De allí…
vienen esos putos moros,
asesinos y homicidas,
y no como en occidente
aunque vendamos las armas
que arrebatan nuestras vidas.

Y allí donde a las mujeres
se dan palos si rechistan…
aunque aquí todos los años
se multipliquen las muertes por la violencia machista.

Un cuento donde no cuentan los muertos de enfrente
aunque caigan hospitales y decenas de inocentes…
Un cuento donde no hay héroes porque Oriente y Occidente…
no es tan diferente, no es tan diferente, ¡no es tan diferente!

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