Guardiamo in faccia la realtà

Guardiamo in faccia la realtà

Nella Babele dei commenti post-elettorali, un messaggio sembra passare forte e chiaro dai media mainstream di tutto il Vecchio Continente: tutto sommato, il temuto tracollo sovranista non si è verificato.

«I giovani salvano l’Europa», titola tronfiamente la Repubblica, evidenziando che «l’onda nera non sfonda. Popolari e Socialisti perdono terreno, ma reggono». «I partiti europeisti sono riusciti a contenere la spinta degli euroscettici durante le elezioni europee», fa eco Le Monde. «Per quanto la Lega si sia posizionata prima in Italia, e Le Pen e Farage abbiano fatto lo stesso nei rispettivi Paesi, il nuovo gruppo che Salvini ha affermato di voler formare nel Parlamento Europeo avrà, secondo le proiezioni, solo circa 70 seggi in una Camera da 751 membri», rassicura Politico.

Parzialmente eccentrici solo i commenti della stampa tedesca, probabilmente sobillati dal tracollo dei partiti tradizionali (e, soprattutto, della SPD) nei patri confini, ma pur sempre tesi a ridimensionare l’avanzata delle destre: der Spiegel sostiene che «l’Unione Europea, da come si apprende da queste elezioni, [sia] un ricettacolo di casi particolari», con ciò, però, pur sempre implicitamente negando che sia individuabile un trend populista; mentre solo la Bild-Zeitung si spinge a parlare di «terremoto politico» anche con riferimento alle elezioni negli Stati confinanti, pur restando assolutamente focalizzata sulla dimensione tedesca e, di conseguenza, concentrandosi più che altro sulla clamorosa avanzata dei Verdi.

Le litanie autoconsolatorie di queste ore non sembrano, però, fare adeguatamente i conti con la realtà. La fallacia del ragionamento sotteso è tutta nei numeri con cui esse cercano di ovattare di incontrovertibilità i propri orecchi da mercante. Carlo Verdelli, direttore di Repubblica, giustifica così la propria ottimistica linea editoriale post-voto: «abbiamo deciso di fare [il titolo, N.d.R.] “ombre nere”, che è diverso da “onda nera”, perché, in realtà, […] nel complesso i sovranisti, che dovevano avanzare di più, conquisterebbero circa 30 seggi in più in Parlamento, e quindi non si può parlare di “onda nera”».

Sono i famosi 70 seggi cui fa riferimento anche Politico (in realtà, secondo proiezioni più aggiornate, 58), di cui giungerebbe a godere il salviniano-lepeniano gruppo EFN (Europe of Nations and Freedom): effettivamente, un risultato apparentemente piuttosto magro a fronte dei 147 seggi che le stesse proiezioni assegnano ai socialisti e dei 182 parlamentari da esse attribuiti ai popolari. Lo scarto è dato dal confronto con la legislatura uscente, 2014-2019, nella quale ENF vantava soli 36 membri: di questi, 6 erano leghisti, mentre coi risultati odierni la cifra dovrebbe montare a 28 (e, va da sé, quella leghista sarebbe la dote maggiore portata al raggruppamento dei nazionalisti), mentre più o meno stabile dal punto di vista numerico dovrebbe restare la delegazione del Rassemblement National di Marine Le Pen.

Il problema sta tutto qua: le proiezioni al momento disponibili aggregano i seggi ottenuti da ciascun partito in gruppi politici postulando che le affiliazioni sovranazionali restino immutate rispetto al 2014, e nel risultato che ne consegue occultano le vicinanze ideologiche che, anche se non portassero a ridisegnare il formale quadro delle alleanze europee, determinerebbero, comunque e potenzialmente, un blocco populista di un peso almeno paragonabile a quello dei liberali di ALDE.

Geert Wilders; Matteo Salvini; Marine Le Pen sul palco a Milano in piazza Duomo.

I sovranisti sotto mentite spoglie sono, infatti, in crescita ovunque: il Fidesz di Orbàn si assesta ad un impressionante 52%, ma figura come un contribuente alla riserva di seggi di un PPE i rapporti con il quale, a séguito della sospensione disposta nei suoi confronti nello scorso marzo, sono un’incognita che risuona delle note della tensione.

Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS (Legge e Giustizia).

Il PiS polacco passa dal 31% al 42%, e la sua indisponibilità a coalizzarsi con Marine Le Pen non vale certo a mitigarne le posizioni pressoché ad essa sovrapponibili sui cavalli di battaglia del fronte sovranista; esso, però, nelle proiezioni in parola continua ad essere computato nel gruppo ECR (European Conservatives and Reformists) – che, per inciso, annovera fra i propri membri in pectore da parte italiana il partito di una Giorgia Meloni che continua a non fare mistero di voler convergere con la Lega, almeno al livello nazionale -, di cui occulta una flessione, da 71 a 59 seggi, che il tracollo dei conservatori inglesi renderebbe, altrimenti, impietosa.

Nigel Farage leader del Brexit Party.

Ancòra, il Brexit Party di un redivivo Nigel Farage, riuscito a partecipare alle consultazioni anche più per il rotto della cuffia del Regno Unito complessivamente considerato, ottiene un 33% circa, migliorando nettamente il già notevole 11% che la sua precedente incarnazione, UKIP, aveva ottenuto nel 2014.

Solito refrain: le proiezioni di cui ci si sta beando riconducono la nuova creatura di Farage al gruppo EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy), di cui UKIP era, insieme al M5S, la spina dorsale nel 2014. Lo stesso “trucchetto” permette di disinnescare la portata eversiva dell’avanzata dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland, dai 7 seggi del 2014 agli 11 odierni: la stessa AfD era a sua volta, nella scorsa legislatura, affiliata a EFDD .

Se si aggregano i numeri ad ora disponibili sul sito del Parlamento Europeo (consultato il 27 maggio alle 15:21), emerge un quadro ben più inquietante di quello che stiamo tentando di scorgere nei risultati delle urne: solo le forze politiche qui menzionate (senza, cioè, contare il contributo di altri importanti partiti di destra, come VOX in Spagna, FPÖ in Austria, i nazionalisti fiamminghi…) totalizzano ben 126 seggipiù dei 109 di ALDE, di poco dietro ai 146 del PSE.

Non, di certo, numeri in grado di permettere l’insediamento di una Commissione sovranista, ma un totale che, se formalizzato, proietterebbe le destre al terzo posto in termini di consistenza numerica fra i gruppi del Parlamento europeo. Che ad una riorganizzazione dei gruppi si giunga effettivamente, a questo punto, poco importa: i portatori di una visione nazionalista, conflittuale e tendenzialmente misantropica nell’Assemblea rappresentativa del popolo europeo saranno quasi quattro volte lo sparuto gruppuscolo che ne ha coordinati gli sforzi nei 20 anni che ci lasciamo alle spalle, e saranno un interlocutore imprescindibile. Anche, e soprattutto, per i popolari, cui le elezioni continuano a consegnare la maggioranza relativa.


Questo non significa di certo che dobbiamo prepararci ad un’irresistibile ondata reazionaria nella politica regolativa dell’Unione, capace di esplicare immediati riverberi nella vita quotidiana degli europei. È probabile, quasi certo, che i populisti resteranno isolati nel nuovo Parlamento, a séguito della rottura consumata con i popolari (che per un certo periodo sono sembrati, sotto la guida dello Spitzenkandidat Manfred Weber, interessati a flirtare con i sovranisti).

Manfred Weber candidato a succedere a Junker alla Commissione Europea.

Lo stesso assetto delle competenze che i Trattati attribuiscono all’Unione non prevede, o limita fortemente, le aree nelle quali la destra potrebbe far sentire con più prepotenza la propria forza invasiva nella vita delle persone, dalla materia penalistica alla bioetica; d’altro canto, come dimostrato a più riprese – dal caso dello sforamento del rapporto deficit/PIL nella prima versione della finanziaria italiana del 2018, a quello dell’accoglienza delle navi respinte dal Governo Conte -, l’amicizia a parole dei politicanti sovranisti si scontra, nei fatti, con l’intrinseca conflittualità reciproca delle pulsioni nazionaliste.

È, però, necessario essere consapevoli di quale sia la reale forza di cui i populisti godono da oggi in avanti. Matteo Salvini lo sa benissimo: come riportato da Politico, in lui è perfetta la consapevolezza che «non si tratt[i] solo dell’Italia: c’è anche la Le Pen in Francia, Farage nel Regno Unito, l’Ungheria, la Polonia…». Si tratta di combattere ad armi pari: e cullarsi nell’illusione che gli equilibri europei non siano stati stravolti non rema certo in questa direzione.

Referendum Omnia Vincit

Referendum Omnia Vincit

E’ (in parte) noto come la parola “referendum”, inteso quale massimo strumento ed istituto di democrazia diretta, derivi etimologicamente dalla lingua latina, nell’arco della più generale espressione “convocatio ad referendum”. Tradotto: convocazione per riferire, essendo “referendum” gerundio del verbo referre, ovvero appunto riferire.

E difatti, un istituto di tale importanza, avrebbe teoricamente la necessità di ‘riferire’ ai propri cittadini per quale motivo si voti, per quali ragioni ci si esprima, ed in quale contesto emerga la necessità di richiamare il popolo tutto ad una consultazione da ritenersi politicamente rilevante. Dalle dichiarazioni di Zaia, evidentemente discordanti rispetto ad un requisito banale ed oltretutto retorico, emerge come tale ‘riferire’ si sia rivelato del tutto incomunicabile e fallimentare.

«Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?» – era il quesito sottoposto ai veneti –  a differenza della più articolata (e giuridicamente sensata) scheda comparsa in Lombardia. In realtà, a prescindere da quanto presente sulle due schede, nessuno dei due quesiti ha mai fatto riferimento alla possibilità di (auto)proclamare Lombardia e Veneto come ‘Regioni a statuto speciale’ (essendo il referendum di natura consultiva, ndr) in aggiunta alle attuali cinque previste dalla Costituzione e dal percorso politico che interessò l’Italia a margine del secondo dopoguerra.

In questo sta il succo dell’inutilità referendaria: non tanto, dunque, rispetto a quanto ampiamente commentato dalle (legittime) polemiche sul dispendio economico e sulle anomalie del voto elettronico in Lombardia, e nemmeno rispetto al citato esempio del modello Bonaccini e dell’ottimizzazione adoperata dall’Emilia-Romagna senza passare dall’utilizzo di 50 e rotti milioni di euro. Il referendum diventa così inutile nel senso di invocazione dello ‘Statuto speciale’, che non ha nulla a che vedere con le possibilità delle maggiori autonomie richiedibili e previste dalla riforma del Titolo V con L. Cost. 3/2001, la quale tentava peraltro allora di ridimensionare le diversità tra regioni speciali e regioni ‘ordinarie’.

In Veneto, dunque, devono aver capito male. Ha capito male Zaia, già designato da alcuni osservatori e politici come homo novus della politica nazionale. Hanno capito male i cittadini, che altro non potranno vedersi riconoscere se non una maggiore autonomia rispetto alle 23 materie delineate dagli artt.116 e 117 della Costituzione nostrana. Forse tutte, forse nessuna. Una autonomia che passa da trattative con l’attuale esecutivo Gentiloni, che non a caso ha aperto sulla scia del referendum lombardo, e non invece rispetto alla distorsione veneta, la quale invece, se quanto espresso da Zaia non fosse mera provocazione, dovrebbe passare da modifiche costituzionali e dal Parlamento nazionale, nell’ambito di un procedimento evidentemente più complesso. E considerato l’ultimo esito circa il tentativo di modificare l’assetto costituzionale, non riuscito all’ex premier Renzi, non resta che augurare buona fortuna. A Zaia e al Veneto intero.

Chi invece giocherà molto probabilmente una partita decisamente credibile pare Roberto Maroni, nonostante il flop del quorum comunque non necessario, considerata la già citata sensatezza e il maggior equilibrio istituzionale del quesito presentato ai cittadini. Tanto è vero che persino il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, ha aperto alla battaglia lombarda ricordando tuttavia un altro aspetto cruciale: «Nessun cittadino lombardo o veneto ha dato mandato per una secessione fiscale, fino ad oggi si è fatta molta propaganda su questo tema. Lavoro, istruzione, ricerca, ambiente, salute e autonomia territoriale: queste sei materie sono la base per ragionare».

Le materie trasferibili alle Regioni in base al disposto costituzionale sono infatti 23, tre di esclusiva competenza statale e venti cosiddette ‘concorrenti’. Difficile dunque ritenere possibile il “trattenimento di nove decimi delle tasse” o una totale ‘disgregazione fiscale’ tra lo Stato e le due Regioni. Del resto, la Lega è chiamata anche a considerare la futura partita delle elezioni nazionali, su cui il progetto del leader e segretario Matteo Salvini muove dal mutato interesse del partito alla questione nazionale, e conseguentemente alla voglia di diventare partito di governo, recante l’abbandono della ormai lontana retorica secessionista, come intuibile anche dall’equilibrio delle dichiarazioni post-referendarie dello stesso Maroni. Da capire se invece verrà a crearsi un doppio binario politico, che coincida con una diversificata battaglia che ‘divida’ Lombardia e Veneto rispetto alle richieste da operare allo Stato centrale e, fattispecie meno probabile, la messa in discussione della leadership salviniana con l’avvento politico del (sempre più) elettoralmente legittimato Zaia, invero già capace di decretare quasi tre anni fa ridimensionamento e fuoriuscita di una personalità come quella dell’ex sindaco di Verona ed ex Lega Flavio Tosi.

Da capire cosa succederà, ma considerati i tempi istituzionali il consiglio per lo ‘spettatore politico’ è di prendersela comoda. Nel frattempo si può (continuare a) godere dell’inconfondibile ed interminabile tran tran tipico dell’analisi referendaria dei partiti politici, dove per magia tutti vincono e nessuno perde. A parte la contrarietà di Fratelli d’Italia e formazioni a sinistra del Pd,  le compagini politiche hanno salutato benevolmente l’esito elettorale, erigendosi addirittura a protagonisti di tale risultato.

Da M5S, estasiato dal nuovo modello di voto elettronico, risultato poi in realtà fonte di sprechi (mentre noi mortali restiamo costretti a sopportare le quotidiane canzonette dei tagli ai costi della politica, piatto preferito del populismo e dell’antipolitica), sino a Forza Italia, con Berlusconi che chiede referendum per le autonomie in tutte le Regioni (bizzarro come le manifestazioni del partito dell’ex Cav contro la violenza sulle donne) per poi finire al Pd, tuttavia profondamente diviso sull’esito (basti pensare alla distanza ideologica sul tema Stato-Regioni tra Maurizio Martina e Giorgio Gori), si è assistito ad un irrefrenabile desiderio di acquisire il ticket più ambito, spesso gratuito: quello del consueto ‘giretto’ sul carro dei vincitori.

Come finirà tra Stato e Lombardia e Veneto è pertanto tutto da scoprire; nulla di nuovo invece sull’atteggiamento della politica italiana rispetto all’accaparrarsi una parte del ‘risultato’ maturato dal voto dei cittadini. Nulla di cui stupirsi. Dopotutto, ripescando l’amore della politica italiana per la riesumazione della lingua latina (vedasi i nomignoli latinizzati su proposte di legge elettorale), non resta che constatare un conseguente ed inevitabile assunto: ‘Referendum Omnia Vincit’.

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Palombella Rossa: Nanni Moretti e la politica

Nanni Moretti è un autarchico.

Nanni Moretti è un uomo pieno di idiosincrasie e l’unico modo che ha per esorcizzarle è attraverso il suo cinema, quello che molti di noi fanno su un divano parlando con lo psicologo, lui lo fa attraverso una macchina da presa.

Soprattutto nella prima parte della sua carriera c’è davvero un momento molto visibile dove non esiste più il Nanni Moretti regista e attore, nè il personaggio autobiografico di Michele Apicella,da lui interpretato per quattro diversi film (giusto per non lasciar molti dubbi, il cognome è quello della mamma di Moretti) ma questi si mischiano fino a non capire dove ci sia la sceneggiatura e dove invece la recitazione venga sostituita dalla realtà. Si tratta di un’operazione che ha un analogo da un punto di vista autoriale soltanto in un’altra occasione, è l’Antoine Doinel protagonista della saga di film di Truffault che parte da “I 400 colpi” per finire con “L’amore fugge”.

(Il personaggio di Michele Apicella in Bianca, il terzo dei film di Moretti con questo personaggio come protagonista principale)

 

“Palombella Rossa” è l’ultimo episodio della saga di film che hanno come protagonista Michele Apicella e che qualche giorno fa ha aperto la rassegna estiva organizzato dal “Nuovo Sacher” (la Sacher-torte farà venire in mente qualcosa agli ammiratori del regista romano): per l’occasione Nanni Moretti stesso ha presentato il film mettendo in luce come in molti, all’interno della critica, non lo compresero quando uscì.

In questo film, Apicella è un dirigente del PCI che però per un banale incidente all’inizio del film, perde la memoria. E quindi tutto il film si gioca su una specie di meccanismo alla Memento in una chiave che è impossibile definire se non riferendoci a ciò che provoca il cinema di Moretti: è quella sensazione agrodolce che ci punge anche quando sorridiamo con lui, mai di lui. Tutto ciò avviene perché quello che lo rende così riconoscibile è l’ampliare le sue nevrosi e vedere come esse in realtà corrispondano anche alle nostre.

 

Moretti stesso ha raccontato molti dei retroscena della lavorazione del film, ci furono tantissime difficoltà: scelse lui stesso di girare fuori Roma, a differenza di film come Bianca, e partiva con evidenti mancanze nella sceneggiatura che venne completata sul set. La lavorazione si prolungò per le evidenti difficoltà fisiche, svolgendosi il film in una piscina e durante una partita di pallanuoto, e quindi c’erano evidenti difficoltà perché come il regista ricordava: “dovevo dirigere attori che non erano pallanuotisti e pallanuotisti che non erano attori”. La regia aveva la necessità che alcune azioni della partita andassero a finire in un determinato modo, ad esempio con la palla in gol, per concentrarsi attraverso i movimenti della cinepresa su ciò che accadeva fuori, con tutti i personaggi che si relazionavano con Michele Apicella. Tra cui spiccano i due giornalisti che continuano a torchiare Michele per scucirgli dei nomi di deputati da denunciare.

Sulle parole si gioca un’altra partita molto importante, che emerge da un altro incontro con un’altra giornalista che vuole intervistare Apicella, e che rielabora costantemente i suoi pensieri non capendoli e filtrandoli attraverso il suo linguaggio moderno ma svuotato di significato, di cui “trend negativo” rappresenta l’esempio lampante nel film ed è diventata una delle battute proverbiali.

 

L’amnesia è quello che continua ad affliggere il protagonista, che non sa quale ruolo deve ricoprire all’interno della piscina, durante la partita di pallanuoto che lo vede protagonista: molteplici ricordi ci fanno vedere come da bambino non volesse entrare nella piscina, che avesse paura dell’acqua. La piscina è una metafora molto forte della politica e il comportamento manifesto del bambino che rifiuta di entrare in acqua ripercorre lo dello straniamento del protagonista nei confronti della politica e del PCI in primis. Palombella Rossa è una parabola incalcolabile sulla storia della sinistra e del PCI di quel periodo ed è quantomai attuale, alla luce delle comunali che hanno sancito una nuova crisi all’interno dei nuovi partiti di sinistra. Lo stesso Moretti ha ricordato come i critici di sinistra non riuscivano a contestualizzare la crisi di Apicella, gli dicevano che il film non era sul PCI di Occhetto ma di Natta, quindi anacronistico, la crisi non era più lo stato in cui il movimento comunista versava in Italia. Ebbene, due mesi dopo il Muro di Berlino crolla e con lui crolla il direttorio comunista, mandando in una crisi il versante di sinistra. Non solo, la crisi di cui soffre il protagonista, probabilmente era sintomo di un esaurimento della vena creativa di Moretti, che ormai doveva lasciare i panni del suo “doppio”.

E riflettendoci a posteriori, il regista indugia in questo senso affermando che a posteriori l’amnesia di cui soffre Michele nel film, a livello personale significava quasi un rigetto nei confronti del personaggio. Michele dimentica chi è perché il Moretti regista e sceneggiatore voleva muovere in avanti rispetto a questo personaggio.

Come già detto, il film parte da una simbologia molto immediata, la partita di pallanuoto che Apicella affronta in trasferta è come il PCI vedeva la politica, il risultato finale della partita è di 8-9 come l’anno d’uscita del film. Questo dualismo si nota nella scena del rigore, la soluzione politica che Apicella auspica per il partito è quella di una mobilitazione totale della gente, la stessa gente che in coro si ritrova a cantare “E ti vengo a cercare” con il protagonista stesso durante il rigore che vale la partita. Il rigore, Apicella lo sbaglia tirando a sinistra e questo la dice piuttosto lunga sulla interpretazione della crisi dell’epoca secondo Moretti.

Uno degli strumenti di aggregazione molto forti è rappresentato dalla musica stessa, la rimonta della Ac Monteverde (la squadra di pallanuoto di Moretti ha il nome del quartiere di Roma in cui vive) avviene sotto le note di I’m on fire di Bruce Springsteen dove la regia si sofferma inquadrando i volti dei protagonisti, nel momento in cui deve tirare il rigore decisivo, Apicella viene sostenuto da tutto il pubblico che canta con lui “e ti vengo a cercare” di Franco Battiato.

 

Riuscire ad essere così pungenti e così lucidi nel saper trasmettere il senso di crisi pur rimanendo equilibrati nella divisione tra il protagonista e il movimento di cui fa parte è una cosa complicatissima oltre che un gran risultato per un film che ricordiamolo, partiva con delle zone d’ombra nella sceneggiatura.

Palombella Rossa” non è quindi il racconto di una partita, o almeno non solo: rappresenta anche dei meccanismi molto più personali della fine di un movimento civile e politico. Ed è questo alternarsi di registri, la connessione al mondo fanciullesco che probabilmente rappresenta uno dei film più maturi ma innovativi di Nanni Moretti.

 

L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

L’Islam non deve essere riformato. Per frenare la violenza politica in suo nome, ha solo bisogno di rendersi indipendente dal potere politico

[In copertina: un uomo prega e legge il Corano. Fonte: middleeastmonitor.com]

Quando si tratta di trovare una soluzione all’attuale violenza politica nel nome dell’Islam, la risposta più comune è che “l’Islam ha bisogno di essere riformato” per essere reso compatibile con i principi politici liberali. Una valutazione del genere lascia piuttosto perplessi, perchè riforme religiose sotto l’influenza dei valori liberali sono state fatte quasi due secoli fa.

Tali riforme sono iniziate sotto la spinta dell’era ottomana, in particolare grazie a due eventi: la spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto, nel 1798 e il Trattato di Parigi del 1856. Il primo ha stabilito le basi dell’infinito dibattito su Islam e modernità, con la nascita di movimenti riformisti-modernisti come il movimento Salafita e il pan-Islamismo, progetto politico di coesione politica basato sull’appartenenza all’Islam. Il trattato di Parigi, invece, provocò la simbolica inclusione dell’Impero Ottomano nell’ordine polito occidentale, quando per la prima volta dalla guerra di Crimea, un rappresentante dell’Impero Ottomano fu invitato a negoziati diplomatici.

Dopo questa simbolica inclusione, tre diversi fattori hanno contribuito all’adozione, in terre musulmane, del sistema statale vestfaliano (Stato nazionale, con sovranità sui propri confini, ndr) nella prima metà nel 1900:

  1. La caduta del governo imepriale nella regione;
  2. la nascita di movimenti nazionalisti locali in centri urbani come Cairo, Tunisi, Baghdad e Damasco;
  3. l’emergere di Stati nazionali con confini definiti che perseguivano propri interessi e dispute territoriali con gli Stati vicini.

La civilizzazione-nazionalistica di stampo liberale, sul modello Europeo-occidentale, divenne il paradigma dominante anche dei riformisti e modernisti ottomani, nonostante la forte resistenza interna, da sempre contraria all’imperialismo occidentale. Questa opposizione nasceva dall’ostilità del popolo verso le critiche fatte dall’occidente, secondo cui il califfato non era abbastanza civilizzato da ottenere la lealtà delle entità cristiane. Questa resistenza guidò successivamente verso due differenti movimenti: pan-Islamismo e pan-Arabismo.

L’obiettivo del pan-Islamismo era l’unità politica della popolazione islamica, che andava unita sotto l’Islam piuttosto che sotto una razza o nazionalità. Il pan-Arabismo, invece, riconosceva le affinità culturali e linguistiche tra gli arabi e voleva riunire tutti i popoli arabi sotto una unica nazione. Nonostante gli scopi politici differenti, questi due movimenti si svilupparono entrambi nello stesso periodo, cioè durante l’ultima fase dell’impero ottomano, e furono entrambi ispirati da principi politici europei.

Dalla metà del XIX secolo, con la nascita del movimento dei Giovani Turchi, il costituzionalismo e il parlamentarismo furono supportati in quanto considerati prerequisiti necessari ad una rinascita imperiale, e per la volontà di conciliarli con le norme islamiche, come il concetto di shura (consultazione). I Giovani Turchi, spesso presentati come un modello di elite occidentalizzata, non concepiva un regime secolare (laico, ndr); piuttosto, immaginavano la shari’ah come il fondamento per riforme e libertà. Il culmine delle conquiste fatte dai Giovani Turchi, la costituzione ottomana del 1876, che fu stesa sull’esempio di quella Belga del 1831 – stabili un senato nominato e una camera eletta con autorità legislativa.

Una serie di eventi simili ma ancor più rilevanti accaddero in Egitto sotto Muhamad Ali (1805-1848) e i suoi successori, i quali sperimentarono le assemblee rappresentative che furono la scena principale per la teorizzazione islamica modernista di politica.

Questi cambiamenti politici furono affiancati dal pensiero politico riformista noto come Salafiyyaanche se non è provato che tale termine venisse utilizzato in quanto tale dai modernisti dell’epocaSalafiyya, che prende Salaf (compagni vicini al profeta Muhammad e i legittimi predecessori) come riferimento ha ottenuto significati molto confusi, a causa dell’uso odierno da parte dei seguiaci della dottrina di Muhammad Ibn Abd Al-Wahhab, o Wahabismo, che si differenzia notevolmente nel suo orientamento  e negli obiettivi, dal movimento riformista modernista del XIX secolo. Il primo rigetta gli insegnamente delle quattro scuole sunnite di giurisprudenza o madhahib e supporta l’imitazione del profeta enfatizzando la Ahadith (le trascrizioni delle parole e dei gesti del profeta). Il secondo rifiuta allo stesso modo l’osservazione delle scuole di giurisproduenza ma, a differenza del Wahabismo, incoraggia nuove interpretazioni.

Il movimento riformista-modernista è passato come un tentativo di resistere all’influenza culturale occidentale ed è quindi presentato come un modello di religiosità autentica, che ha assorbito l’eredità culturale islamica per competere con gli input culturali occidentali. All’inizio, il movimento Salafiyya non prevedeva una diretta opposizione al governo imperiale europeo sui musulmani. Piuttosto, le figure intellettuali del movimento, lo vedevano come una riforma islamica interna per competere con il potere scientifico ed economico dell’occidente, attraverso istruzione e scolarizzazione. Quello che viene sempre minimizzato è che il revivalismo religioso fu influenzato in realtà da concetti culturali e politici occidentali. Questa influenza cambiò irrimediabilmente il significato di concetti tradizionali quali shari’ah, ijtihad, ummah jihad. Nel periodo coloniale, e ancora di più dopo le indipendenze nazionali, l’assoggettamento dell’Islam agli Stati consolidò la connotazione politica di questi concetti tradizionali, rendendoli “naturali” per le masse e per i clericali. Esplorato meno frequentemente, ma in realtà molto importante, è che questo pensiero islamico “occidentalizzato” ha cambiato irrimediabilmente i principi della tradizione islamica. Tuttavia, è totalmente sbagliato discutere sulla natura dell’Islam politico facendo riferimento a concetti medievali a cui stiamo assistendo nei dibattiti sulla radice islamica dell’Isis/Daesh. È fuorviante, infatti, pensare che gli islamisti si riferiscono ai termini shari’ahijtihad nel loro significato “pre-modernizzazione”.

Senza dubbio, c’è il sostegno da parte di diversi gruppi islamici, ad includere la legge islamica all’interno di sistemi legali laici, ma il sostegno alla legge islamica non tiene conto che essa non è aggiornata ai principi di legge classici, perchè non c’è nulla che possa essere considerato legge di stato nella tradizione dell’Islam. Gli islamisti, infatti, stanno operando su concetti di “legge islamica” occidentalizzati, così come fanno i nazionalisti laici. La differenza è che gli islamisti vogliono espandere le loro regole verso nuovi territori, mentre i laici preferiscono lo status quo. Ad esempio, nessun attore laico si è mai domandato perchè una certa visione dell’Islam è stata “nazionalizzata” mentre altre visioni dell’Islam o altre religioni non sono nemmeno riconosciute, permesse o trattate equamente dalla legge. I laici non contestano nemmeno il fatto che il diritto civile e il diritto di famiglia siano regolati da principi islamici nei Paesi musulmani (tranne in Turchia). Per questo motivo, la distinzione tra riformismo islamico e nazionalismo occidentale non è così chiara come sostengono gli attori politici. In altre parole, solo perchè il primo (riformismo islamico) sia opposto al secondo (nazionalismo), non significa che il primo non ne sia stato influenzato. Infatti, il riformismo islamico fu il risultato dell’importazione di idee europee all’interno di concetti e metodologie tradizionali. Nella sua fase iniziale, come detto in precedenza, il riformismo islamico era effettivamente modernista e pro-occidentale. In sè, non era ne buono e ne cattivo, ma la sua transizione anti-occidentale è avvenuta dopo, al tempo della decolonizzazione e sotto la grande pressione degli autoritari Stati-nazione.

Inoltre, la ragione principale di mancanza di democrazia e della violenza politica è un certo tipo di cultura politica che chiamo Islam egemonico (The Awakening of Muslim Democracy; Religion, Modernity and the State, Cambridge University Press, 2014). Egemonia si riferisce all’assorbimento di istituzioni di una religione dentro l’amministrazione di uno stato, nel suo sistema legale e nella sua politica di istruzione. In netto contrasto con la storia politica europea, la riforma dell’islam ha portato alla sua subordinazione al potere politico, in maniera sconosciuta fino a prima della fonadzione degli Stati nazione. Quando erano gli imperi musulmani a governare, le istituzioni islamiche, educazione e il clero erano strutturalmente e finanziariamente indipendenti dal potere politico. Ho evidenziato la correlazione tra egemonia e mancanza di democrazia, ma al di là dal caso dell’Islam, ad esempio, c’è il caso del Buddhismo in Sri Lanka.

In queste condizione, non è una riforma dell’Islam la cosa necessaria, ma un ritorno al suo modo di pensare tradizionale, indipendente dal potere politico. Questo non significa necessariamente separazione tra Islam e Stato, ma un trattamento equo di tutte le religioni da parte dello Stato. Ciò vuole anche dire il ritorno di modi tradizionalmente islamici di pensare, che sono stati seriamente indeboliti da politiche statali verso le istituzioni di scuola Islamica così come la invasiva influenza della dottrina religiosa Saudita, cioè il prima menzionato Wahabismo.


[ Traduzione di Samy Dawud. Articolo originale di Jocelyne Cesari per Middle East Monitor qui ]

I punti di vista e le opinioni espresse in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

La politica senza politica

La politica senza politica

In una età nella quale la finanza e l’economia scavalcano la politica, sminuendola di fatto a mera interlocutrice ed interprete secondaria dei nostri giorni, ritoccare con mano il passato storico resta di fatto l’unica fonte di possibile nuova legittimazione del concetto politico stesso. Basti fermarsi un attimo ad analizzare l’attuale situazione partitica italiana ed i recenti sviluppi sempre più vicini ad una definitiva sostanziale dissoluzione del rapporto tra istituzioni e cittadino.

 

Le enormi difficoltà della politica italiana, devastata da una colossale crisi di consenso, si concretizzano sempre più negli inequivocabili recenti dati forniti da sondaggi e politologi. E’ un mondo difficile, questo sì, nel quale la disoccupazione giovanile dilaga e si dilania sempre più il fenomeno della diseguaglianza sociale (Italia in primis). Ma chi si occupa esattamente di una rinascita tanto auspicata e promessa quanto altamente ed attualmente insperabile oltre che improbabile?

 

Per la nostra Italia, la misura è ormai colma. La spaccatura sociale creata dall’unico vero attuale leader sulla piazza, Matteo Renzi, ha ulteriormente evidenziato le pecche del panorama e del pacchetto politico interno italiano. Archiviato il voto referendario sovrano del popolo, che ha sconfitto ma non cancellato l’ex premier e segretario Pd dalle scene politiche, quali sono stati gli scenari concretizzatisi negli ultimi due mesi?

 

L’avvento del ‘silenzioso’ governo Gentiloni ha letteralmente evidenziato l’irresponsabilità dei partiti e della politica nazionale. In un’era tremendamente ossessionata dal consenso, ciò che abbiamo sentito ripetere da più fronti è rappresentato da una religiosa invocazione del voto anticipato. Come se esso potesse essere fonte di miracoli ed improvvisa creazione di castelli fondati su una stabilità politica da sempre sconosciuta al Belpaese (anche storicamente parlando).

 

Ne esce fuori un quadro deludente e destabilizzante: partiti a vocazione maggioritaria costantemente in calo, destre che crescono e populismi tendenti alla creazione di mondi fiabeschi e tutt’altro che realistici. Il tutto, proprio all’interno di un momento nel quale il dialogo tra le compagini politiche avrebbe dovuto rappresentare mezzo attraverso il quale ripristinare i valori ed il consenso di una politica dimenticata dai cittadini, a loro volta dimenticati e cancellati dal fallimento della politica stessa.

 

Si sarebbe potuto affrontare sin da subito il tema della legge elettorale. Perché è tema cruciale per la stabilità di un Paese, così come lo è la stabilità dei partiti politici stessi (gli ordinamenti anglosassoni insegnano). L’Italia ha invece deciso di fare l’Italia e restare tale: confermare la propria instabilità storica in un quadro di una altrettanto storicamente perenne instabilità. L’importante è andare al voto. Certo, dimenticando che un sistema proporzionale o una semplice modifica al tanto discusso Italicum (improvvisamente adottato da chi non aveva fatto altro che attaccarlo) mal si adattano ad un confusionario tripolarismo senza vincitori né vinti.

 

Ed intanto, disoccupazione giovanile e diseguaglianza sociale dilagano. Inutili lettere di richiamo alla limitatezza della classe giovanile del futuro si propagano verso un sistema scolastico-universitario che ha dimenticato la necessità di rispolverare un futuro più vicino ai nostri studenti. Quell’alternanza scuola-lavoro tanto attesa quanto (sempre più) sbugiardata.

 

Però, ribadiamo, l’importante è votare. Assistere alla inutile battaglia italiana del vincitore senza vinti, con prospettive di papabili candidati alla vittoria densi di una drammaticità vicina alla nuova tragicommedia americana firmata Donald Trump. Dove nulla è ormai più certo, alla luce di secolari valori cancellati dalla paura nei riguardi del terrorismo internazionale e delle migrazioni. Come se ignorare la faccenda e combattere le difficoltà a suon di improvvisati diktat possa automaticamente sciogliere le paure e cancellare definitivamente l’eterna ed anche attualmente moderna antitesi tra sicurezza e libertà.

 

Ma ribadiamo ancora: andiamo a votare. Che sia Italicum, Legalicum, Mattarellum o qualsiasi nuovo improvvisato latino pasticciato. Il pasticcio è ormai all’ordine del giorno: reinventare il latino non sarà certo il primo dei problemi del nuovo ordine mondiale. La politica italiana si mobiliti pure in vista del famigerato voto di rottura rispetto all’attuale legislatura. Ma non dimentichi le importanti lezioni del passato. Come quelle di Gramsci, mai così calzante rispetto alla crisi del consenso politico. Perché è necessario recuperare l’impatto tra politica e cittadino. Il collante tra istituzioni e società. Prima di perdersi per sempre.

 

Se è vera infatti la nota lezione dell’intellettuale sardo sulla possibile dispersione della politica a vantaggio delle ‘oscure burocrazie’, siamo ben certi di una società destinata a peggiorare, avara di speranze rispetto a chi una speranza l’ha già persa. Di chi ha voltato pagina, prendendo atto del declassamento della politica (e della società civile) rispetto all’originario avvento novecentesco dei partiti di massa. La crisi della democrazia è in corso e l’attuale modello ne riconsegna un macchinario sempre meno al passo coi tempi e sulla via di un ineccepibile e clamoroso tramonto.

immagine da: centroriformastato.it

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