Le lancette della Storia e le anime perdute

Le lancette della Storia e le anime perdute

Come se tutto si fosse fermato. Accade che, quando le lancette della Storia comincino ad intonare le note della dissolvenza di un ciclo, tutto sembra essere perduto. Per sempre, come se quel pezzo di storia non fosse mai esistito o rischiasse di non mostrare la propria valenza futura ed il proprio significato di fondo. Ci si sente smarriti ed indifesi, persi nell’inconsistenza di una (in)adeguata rappresentanza politica. Ci si guarda allo specchio impauriti, persino increduli dinanzi ad avvenimenti epocali.

 

E’ così che il 1989 ha decretato la caduta della Sinistra, poiché tecnicamente ancorata ad un blocco mondiale che si era contrapposto allo strapotere del capitalismo. Lo spartiacque a cavallo del nuovo millennio. Il tentativo di ripristinare l’identità dissolta appunto dalla storia stessa e dalla vecchia politica (quella che contava, prima dell’avvento della finanza).

 

Mai come in quel momento la domanda dei giorni a venire sarebbe stata: «Che cosa vuol dire oggi essere di Sinistra?» Come quando un figlio o una figlia perdono un genitore (e viceversa). Come quando si perde chi si ama. L’inizio dell’anno zero: «Cosa sono adesso? Cosa farò senza di loro?»

 

Le lancette di quella Storia tornano così a farsi sentire, come se la loro recente assenza non fosse mai avvenuta. Lancette sempre rimaste lì, a risuonare nella generale incertezza del mondo della Sinistra Italiana (e non solo). Perché quella perdita di identità politica si è concretizzata successivamente in tutte le situazioni partitiche interne. La riorganizzazione della Sinistra sotto l’Ulivo e Romano Prodi aveva inscenato una falsa risoluzione attraverso un contenitore di anime smarrite e desiderose di abbandonare una deludente solitudine dopo catastrofi nazionali (Mani Pulite) e internazionali (fine del ‘secolo breve’).

 

Ma a legare queste anime, paradossalmente, concorrerà (e forse ancora oggi) il grande e temuto avversario: la Destra e Silvio Berlusconi. Certo, il terremoto di Tangentopoli racconta al nostro Paese molto più di un evento come la caduta del comunismo, portando al decesso della democrazia bloccata e del quarantennio DC. L’unione delle nuove anime diverrà così presto concreta. Quasi senza che nessuno se ne rendesse conto. Saranno i tempi della ‘ricostruzione’ politica (mentre la Storia già cominciava a far assaporare l’amaro odore del declino dei partiti di massa).

 

Difficile che dunque un progetto azzardato possa durare nel tempo. Il prezzo politico è ben presto stato pagato: la vittoria elettorale in cambio di una instabilità governativa. E Prodi uno e Prodi due. Boom, per un motivo o per l’altro, ecco la Sinistra schiacciata definitivamente da se stessa nonostante una guida ed un freno all’antiberlusconismo. Poi il Pd, nell’arco di dieci anni intensi e travagliati. Che sia dunque questo un nuovo racconto o semplicemente la fine dell’ennesima storia raccontata ma mai realmente venuta a luce?

 

Parlare di Sinistra in Italia sta ormai divenendo qualcosa di claustrofobico o al contrario di irrisorio. Basti pensare all’innumerevole presenza di partiti e partitini per rendere l’idea di una situazione disastrata e disastrosa, ormai incline al capolinea prima di essere spazzata dalla destra e dal grillismo. Sinistra italiana, Possibile, ConSenso, Campo Progressista, Socialisti, Rifondazione e interminabili sigle riconducibili al post-comunismo, quasi a decretare indissolubilmente la caduta del Comunismo stesso.

 

Tutti lì presenti, ma con una differenza sostanziale rispetto al passato: nessuna alleanza con il principale partito del Centrosinistra. Nessuna alleanza con la demoniaca figura di Renzi. Questo è il cambiamento della sinistra post-comunista: incapace di tenersi in piedi, forse perché consapevole di dove si andrà a sbattere, ripetendo esperimenti di una certa complessità. Incapace di condividere la propria identità, la propria vocazione e cultura di provenienza. Un campo di idee non più capace di camminare e di trovare casa. Eternamente indecisa circa il crearne una nuova (tanto per cambiare).

 

E’ la fine del tutti ‘insieme per vincere’, del grido prodiano ‘abbiamo vinto’ e dell’onesto pareggio bersaniano. Certo, resta il ‘si fa quel che si ha ma si fa per tutti’. Ma si ripresenta spesso, puntuale come orologi ben congegnati, il lato peggiore: l’appigliarsi al termine Sinistra con qualche discorso a base di anti-renzismo. Come se anche qui, le lancette della storia si/ci riportassero al ventennio berlusconiano e alla altrettanto mai nata Seconda Repubblica. Come se ‘Sinistra’ fosse parola senza concetto, contenente senza contenuto, precario presente senza passato né futuro.

 

E mentre ‘partiti e partitini’ bisticciano sul chi nutre più Sinistra nel proprio corpo, i cittadini rischiano di ritrovarsi totalmente evaporati da quel concetto, vittime di un pasticcio che devasta progetti politici e spiriti riformistici. Ma saranno proprio le anime politiche a dover ricercare il congiungimento con la propria base elettorale. Con un progetto di identità e condivisione: altrimenti per la Sinistra non resterà che l’eterno anno zero, o forse nemmeno quello. Le lancette della storia vanno percepite ed ascoltate. Ignorarle equivale al suicidio politico.

Minoranza Pd? Vota Waldo!

Minoranza Pd? Vota Waldo!

Nella morsa di un drammatico labirinto ‘lynchiano’ il Partito Democratico si appresta a vivere il fine settimana più difficile dalla propria nascita. Succede qualcosa di apparentemente inspiegabile dalle parti del Nazareno. Tuttavia, non pare vi sia nulla di cui stupirsi.

 

Il Partito Democratico rispetta in realtà gli albori e le proprie origini: uniti per dividere. Era il 14 ottobre del 2007 quando l’impresa giunse a termine. Erano i tempi del ‘riunire’ il Centrosinistra per rilanciare il Paese e preparare la spallata nei confronti del redivivo Silvio Berlusconi, il Revenant della politica italiana.

 

A dieci anni di distanza si compie la catarsi di un Partito che sulla carta anagrafica avrebbe quanto meno dovuto e potuto avviarsi verso una fase (almeno) adolescenziale. E dire che da più parti qualcuno riferisse addirittura di una annidata maturità: l’era della svolta, della definitiva crescita e della vocazione maggioritaria dopo anni di insuccessi elettorali. Ed invece ecco la nascita-non nascita: il compimento per eccellenza della guerra a sinistra alla fatica domanda: «Chi lo è di più tra noi?»

 

E’ così che uno dei principali partiti del socialismo europeo si avvia verso una sfaldatura annunciata, poiché espressione di personalità (apparentemente) inconciliabili. Perché è sufficiente governare con un Centrodestra di turno per giustificare la perenne malattia ed i quotidiani mal di pancia, dimenticando le cause di un paraggio elettorale che ha comportato ‘il dono’ delle obbligate larghe intese.

 

Succede che poi, ad un certo punto, nel momento in cui chi allora comandava decise di lasciare il timone, qualcuno dovesse pur prendere le redini del partito. Democraticamente, rispettando le radici ed il nome di quel partito stesso. Un partito impaurito da elezioni sulla carta agevoli, consumate e dissoltesi in lettere IMU berlusconiane e generale sottovalutazione degli avversari politici (vedasi M5S). Il prodotto delle primarie, creato e consolidatosi con la tradizione Pd, avrebbe portato all’avvento di un nuovo leader.

 

La favola proseguì così con la legittimazione popolare della nuova guida, quella del giovane Matteo Renzi. Ma dalle parti della vecchia guardia tale affronto non poteva, non può e non potrà essere tollerato. Viene ancora da chiedersi come l’attuale minoranza abbia salutato il salto di qualità (a livello di consenso) renziano conseguito a pieni voti alle Europee del 2014. L’impressione è che qualcun altro, alla presa d’atto di quel 40,8%, abbia dovuto usufruire dell’ormai famosissimo maalox.

 

Ed allora comincia una visione oscura: legare il futuro di Renzi al risultato, in attesa di potersi riprendere la ditta. Senza una lucida visione in vista del futuro. Senza una piattaforma politica condivisa. Senza una minoranza ‘unita’ per replicare all’attuale leadership e scardinarla sulla base dei contenuti e di una proposta da presentare al Paese.

 

In tutto questo, ecco giungere al labirinto ‘lynchiano’. Eccoci immersi nel definitivo sviluppo di una trama nascosta ma di fatto già scritta: dimenticarsi del Paese, lasciandolo nelle mani di destra e populismo. Questa volta non sarà nemmeno necessario fingere o richiamare le vicende capitoline di Raggi e M5S. La manifesta incompetenza di un qualunque pentastellato non potrà mai essere tanto incisiva quanto l’eterna scissione che diviene davvero scissione. Storia di un amore desiderato, che si accinge ad un avveramento di portata storica.

 

La speranza è che tutta questa storia che raccontiamo possa rendere felice e ‘serena’ la minoranza più famosa del Paese, peraltro ormai stanco e surclassato da una non-crescita formato fanalino di coda UE. Ma non è così interessante: in questo momento è prioritario capire se dalle parti della minoranza a spuntarla possa essere Emiliano, Rossi o Speranza. O almeno così pare (a chi?).

 

Una minoranza che non è nemmeno minoranza, ma minoranza di una parte delle minoranze, avrebbe sacrosanto diritto a contestare le ragioni di chi ha il dovere di gestire e non comandare un partito. Questo non vuol dire che giocare all’autodistruzione rappresenti il mezzo idoneo o addirittura lecito (moralmente parlando) al fine di condannare all’incertezza il soggetto politico titolare dell’attuale legislatura. Esiste un limite, di maturità appunto, che non dovrebbe essere oltrepassato da chi teoricamente dovrebbe essere guida del paese (sulla base dell’ultimo responso elettorale nazionale).

 

Ma ribadiamo: l’esatta rappresentazione del Pd giunge ormai a compimento. La scissione è dunque servita, in un finale che nessuno si aspettava essere così noioso e scontato. Ci si aspettava altro. Un colpo di scena, che rivelasse di una compagine politica straordinariamente teatrale ed in grado di sbaragliare gli avversari, illudendoli di una caduta che non sarebbe mai avvenuta. Ed invece di teatrale resta solo una possibilità: candidare Waldo*. Di questo passo potrebbe essere l’unico realmente in grado di sconfiggere Renzi.

 

*    ‘Waldo è il protagonista della puntata 2×03 di Black Mirror. E’ la storia di Jamie Stalter, comico (in declino) nelle vesti di un orsetto blu di nome Waldo. Il produttore di Waldo deciderà di candidare l’orsetto, che concorrerà così alle elezioni della città, nonostante i toni scurrili e poco consoni al linguaggio politico. Nonostante ciò, l’orsetto giungerà secondo sfiorando la vittoria’.

foto da: nonsolocinema.com

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