L’ultima chance del PD

L’ultima chance del PD

Ci sono momenti nei quali le vicissitudini e gli avvenimenti della politica hanno la capacità di intrecciarsi in un vortice di coincidenze assai indicative. Correva infatti l’anno 2018, ed era esattamente il 4 marzo, quando il Pd formato Renzi, ormai logorato da passi falsi amministrativi e referendari, perdeva malamente le elezioni nazionali consegnando il campo del potere a quello che poi sarebbe stato il governo gialloverde. Ed ora, rieccoci qui. Un anno dopo, con consensi ancora tutti da riconquistare, il Pd prova ad uscire dall’anonimato, dai territori dispersi, e da faide interne che ne hanno pesantemente minato la credibilità e portato l’elettorato italiano a dimenticare la produttività (in senso generico) dei governi Renzi e Gentiloni.

Rieccoci qui, dunque. Si rivede il Pd all’interno dell’ “anno bellissimo”. La vittoria di Zingaretti, tuttavia, non deve esaltare il centrosinistra, tanto meno il neo segretario. La strada è infatti ancora lunga e difficile, se si pensa anche al fatto che il “millioneeotto” di votanti altro non rappresenta, dal punto di vista numerico, una riconferma di quanto accaduto nelle primarie di due anni fa, con il catastrofico suicidio elettorale teso alla rielezione di un politico ormai abbandonato dagli italiani, e non solo dal “fuoco amico”.

Sono infatti lontani i tempi dei “big match”, quando la base Pd risultava realmente elettoralmente folta, quando nel 2005 (periodo pre Pd) si votava in 5 milioni, o in 3 all’epoca del duello Bersani-Renzi, che nonostante la vittoria del primo anticipò di fatto l’ascesa della rottamatore, autorottomato da se stesso e dal sogno di un partito della nazione da costruire con chi era da sempre stato visto come l’avversario da sconfiggere, il male del Paese, il Cavaliere matto e spavaldo, cui persino la giustizia e la legge avrebbero dovuto piegarsi, con tanti saluti ai principi costituzionali e democratici.

Oggi, ecco il grande ‘vecchio’ ritorno di chi quel Renzi avrebbe sempre voluto combatterlo. E’ chiaro il responso delle primarie di ieri, e adesso bisognerà attendere le reazioni dell’entourage renziano, con il capostipite che giura fedeltà al nuovo segretario e “aspetta un segnale”. Ma è altrettanto pacifico come, la guerra tra correnti, trovi in tutti (o quasi) i loro interpreti, la consapevolezza di dover ripartire dal principio che gli avversari non risiedono all’interno di quella stessa comunità alternativa, ma nell’avversario politico, e in un governo da voto 10 nella comunicazione e da 0 nei fatti che contano.

Il Pd riparta, e la democrazia ne sia lieta. Ogni governo ha bisogno di un’alternativa, ogni opposizione ha bisogno di rilanciarsi e ricostruirsi sulla base di una idea di Paese diversa, e saranno gli elettori a decidere quale possa rivelarsi migliore al Paese. La ripartenza tocchi il lavoro, guardi alla classe giovanile come opportunità di rilancio della nazione, non come zavorra da risolvere a suon di precariato, apprendistati e stage senza prospettive e certezze.

La ripartenza tocchi nuovamente i territori, lo stare tra la gente, il recupero dei poveri con politiche attive e non di assistenzialismo, l’impegno quotidiano per il bene di tutti, che non è esattamente corrispondente al bivaccare sui social a suon di selfie e tweet, e non corrisponde certamente alle ricette del governo Di Maio-Salvini. Serve dunque un atto di coraggio, il racconto di un progetto politico migliore ma che non si autoproclami tale, dato che il rischio dal punto di vista elettorale sarebbe quello già ampiamente visto con i risultati delle ultime elezioni nazionali.

Non si può di fatto ignorare come le primarie di ieri, consegnino infatti al Pd l’ultima grande chance fornita dagli elettori di Centrosinistra. Ora o mai più.
L’ultima chance, nell’anno bellissimo. Per chi, lo si vedrà

A riveder le (solite) stelle

A riveder le (solite) stelle

Le elezioni in Sicilia hanno definitivamente fatto toccare il fondo e messo inoltre a nudo la mancanza di credibilità istituzionale del MoVimento 5 Stelle, dopo la sconfitta subita e ‘non accettata’ dal candidato Cancelleri con il Centrodestra di Nello Musumeci.

Al di là della tanto discussa decisione del “leader” Luigi Di Maio di sottrarsi al confronto tv su La7 da Giovanni Floris con il segretario Pd Matteo Renzi, pesa infatti l’arroganza ed il pressapochismo di chi si professa (ormai senza successo, perché dopo dieci anni di nascita del MoVimento un bilancio equilibrato e doveroso andrebbe operato) futura classe dirigente, pur essendo pessimo (ahimè inconsapevolmente) esempio di un defunto galateo politico e soprattutto vittima di una cronica ed indissolubile incapacità di fornire adeguate risposte al Paese (vedasi Roma, Torino e Livorno, in primis).

Il senso istituzionale di una compagine politica è oltretutto dimostrabile e riscontrabile soprattutto quando le elezioni si perdono, poiché la vittoria lascia invece assai spesso spazio al processo mediatico e politico degli sconfitti. Ed è forse proprio dallo sconfitto che ci si attenderebbe un atteggiamento di correttezza, ed appunto di credibilità istituzionale, venuta a mancare nell’ennesima tornata elettorale ad un MoVimento non solo evidentemente perdente (si perde dopo una ‘vittoria’ che era stata data per scontata in estate), ma drasticamente giustizialista ed irreversibilmente complottista, oltre che sprovvisto di un leader già ridimensionato dall’assenza di avversari interni credibili e che potessero anche solo far pensare ad una competizione ‘leaderistica’ mai pervenuta ed avvenuta nel vecchiume dei clic.

Ma l’importante, come noto, è vivere virtualmente di quei clic e parlar male degli altri. Disseminare odio e seminare pane e disfattismo sociale. Dire sempre no, sottrarsi a qualsivoglia confronto di costruzione e discussione circa le problematiche strutturali del Paese. Il Paese può  dunque aspettare, dinanzi ad uno spregiudicato protagonismo degno della peggior destra o di un remake del film dipietrista già visto dieci anni addietro, con chi ha vissuto di rendita tramite il comodo giochino dell’(essere) eterna opposizione e del professarsi (finti) vincitori senza alcuna voglia e consapevolezza di governare il Paese.

Il vaso di Pandora è stato soverchiato con la provocazione del ‘leader’ Di Maio di non confrontarsi con chi leader non lo sarebbe più nei fatti, perché tre anni di sconfitte elettorali dopo l’unicum delle Europee del 2014 del resto difficilmente potrebbero far pensare a Renzi come vincente o ‘rottamatore’ e al tempo stesso costruttore del futuro cantiere di un Centrosinistra immerso nel proprio solito esistenzialismo ideologico che ha cancellato il modello Palermo e messo fuori gioco la debole candidatura di Fabrizio Micari. Un esistenzialismo che la sinistra paga giustamente, anche a causa del declino di un renzismo che ha miseramente fallito sulla base di un ragionamento eccessivamente semplicistico: rottamare la politica mediante criteri anagrafici. Nulla di più banale e superficiale.

Eppure quel tanto discusso e nemico eterno Matteo Renzi una fatidica legittimazione politica l’ha pur ottenuta, passando comunque da una consultazione con il proprio elettorato, e confrontandosi con dei candidati  che potessero definirsi tali poiché in possesso di una caratura e soprattutto di una storia politica in grado di fornire all’elettore possibilità di scelta. Avversari che Di Maio non ha praticamente avuto, risultando finto trionfatore nello sberleffo del web e della pseudo democrazia rappresentativa. Verrebbe da chiedersi rappresentativa di chi, nonostante comunque il risultato in Sicilia non possa dirsi per il MoVimento così negativo, al confronto di una sinistra disastrata al di là della staffetta Micari-Fava. Il problema è che a quel MoVimento manca un leader.

Per quanto la scelta di Di Maio a colpi di tweet possa essere stata salutata come idonea strategia politica da alcuni analisti politici, resta comunque la contraddizione del volere un confronto solo qualche giorno prima, per poi cambiare idea sulla base della convenienza del momento. Nulla di problematico, né di così scorretto (con buona pace delle reazioni del Pd), ma emerge forse il timore verso un competitor come Renzi, sì in declino, ma forse ancor capace di ancorarsi alle restanti cartucce della comunicazione elettorale (invero ultimamente sbiadita).

Dall’altra parte invece non rimane che appunto l’amore per il complottismo, il garantismo part-time, lo sbeffeggiamento di quell’elettorato che non sposa le idee del MoVimento, il populismo di chi marcia nei meandri di quella Italia sfiduciata ed accomodante, accalorata e rassicurata dall’idea di un assistenzialismo visto come unica soluzione rispetto al dramma della disoccupazione. Come se invece di reagire fosse giusto accontentarsi, dimenticando i valori della politica nobile, accantonata a priori a colpi di professioni di onestà e di un atteggiamento generalista che aizza una opinione pubblica non solo sfiduciata ma ostile rispetto ai valori dello Stato di diritto.

Peccato per tutti, e paradossalmente, in primis, per il MoVimento e per Di Maio. Sedersi a quei tavoli ed affrontare Renzi avrebbe rappresentato l’anno zero, l’inizio di una nuova fase di chi abbandona la critica fine a sé stessa e si candida “a rivoltare il Parlamento come un calzino”, come ebbe modo di affermare il fondatore Grillo. Una nuova fase che, e siamo pronti a scommetterlo già dal prossimo appuntamento elettorale, l’elettorato ed i cittadini italiani non vedranno mai sorgere. Nessun sole all’orizzonte. Anzi. Piovono nuvole grigie e confusionarie. E resteranno le solite (cinque) stelle.

Referendum Omnia Vincit

Referendum Omnia Vincit

E’ (in parte) noto come la parola “referendum”, inteso quale massimo strumento ed istituto di democrazia diretta, derivi etimologicamente dalla lingua latina, nell’arco della più generale espressione “convocatio ad referendum”. Tradotto: convocazione per riferire, essendo “referendum” gerundio del verbo referre, ovvero appunto riferire.

E difatti, un istituto di tale importanza, avrebbe teoricamente la necessità di ‘riferire’ ai propri cittadini per quale motivo si voti, per quali ragioni ci si esprima, ed in quale contesto emerga la necessità di richiamare il popolo tutto ad una consultazione da ritenersi politicamente rilevante. Dalle dichiarazioni di Zaia, evidentemente discordanti rispetto ad un requisito banale ed oltretutto retorico, emerge come tale ‘riferire’ si sia rivelato del tutto incomunicabile e fallimentare.

«Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?» – era il quesito sottoposto ai veneti –  a differenza della più articolata (e giuridicamente sensata) scheda comparsa in Lombardia. In realtà, a prescindere da quanto presente sulle due schede, nessuno dei due quesiti ha mai fatto riferimento alla possibilità di (auto)proclamare Lombardia e Veneto come ‘Regioni a statuto speciale’ (essendo il referendum di natura consultiva, ndr) in aggiunta alle attuali cinque previste dalla Costituzione e dal percorso politico che interessò l’Italia a margine del secondo dopoguerra.

In questo sta il succo dell’inutilità referendaria: non tanto, dunque, rispetto a quanto ampiamente commentato dalle (legittime) polemiche sul dispendio economico e sulle anomalie del voto elettronico in Lombardia, e nemmeno rispetto al citato esempio del modello Bonaccini e dell’ottimizzazione adoperata dall’Emilia-Romagna senza passare dall’utilizzo di 50 e rotti milioni di euro. Il referendum diventa così inutile nel senso di invocazione dello ‘Statuto speciale’, che non ha nulla a che vedere con le possibilità delle maggiori autonomie richiedibili e previste dalla riforma del Titolo V con L. Cost. 3/2001, la quale tentava peraltro allora di ridimensionare le diversità tra regioni speciali e regioni ‘ordinarie’.

In Veneto, dunque, devono aver capito male. Ha capito male Zaia, già designato da alcuni osservatori e politici come homo novus della politica nazionale. Hanno capito male i cittadini, che altro non potranno vedersi riconoscere se non una maggiore autonomia rispetto alle 23 materie delineate dagli artt.116 e 117 della Costituzione nostrana. Forse tutte, forse nessuna. Una autonomia che passa da trattative con l’attuale esecutivo Gentiloni, che non a caso ha aperto sulla scia del referendum lombardo, e non invece rispetto alla distorsione veneta, la quale invece, se quanto espresso da Zaia non fosse mera provocazione, dovrebbe passare da modifiche costituzionali e dal Parlamento nazionale, nell’ambito di un procedimento evidentemente più complesso. E considerato l’ultimo esito circa il tentativo di modificare l’assetto costituzionale, non riuscito all’ex premier Renzi, non resta che augurare buona fortuna. A Zaia e al Veneto intero.

Chi invece giocherà molto probabilmente una partita decisamente credibile pare Roberto Maroni, nonostante il flop del quorum comunque non necessario, considerata la già citata sensatezza e il maggior equilibrio istituzionale del quesito presentato ai cittadini. Tanto è vero che persino il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, ha aperto alla battaglia lombarda ricordando tuttavia un altro aspetto cruciale: «Nessun cittadino lombardo o veneto ha dato mandato per una secessione fiscale, fino ad oggi si è fatta molta propaganda su questo tema. Lavoro, istruzione, ricerca, ambiente, salute e autonomia territoriale: queste sei materie sono la base per ragionare».

Le materie trasferibili alle Regioni in base al disposto costituzionale sono infatti 23, tre di esclusiva competenza statale e venti cosiddette ‘concorrenti’. Difficile dunque ritenere possibile il “trattenimento di nove decimi delle tasse” o una totale ‘disgregazione fiscale’ tra lo Stato e le due Regioni. Del resto, la Lega è chiamata anche a considerare la futura partita delle elezioni nazionali, su cui il progetto del leader e segretario Matteo Salvini muove dal mutato interesse del partito alla questione nazionale, e conseguentemente alla voglia di diventare partito di governo, recante l’abbandono della ormai lontana retorica secessionista, come intuibile anche dall’equilibrio delle dichiarazioni post-referendarie dello stesso Maroni. Da capire se invece verrà a crearsi un doppio binario politico, che coincida con una diversificata battaglia che ‘divida’ Lombardia e Veneto rispetto alle richieste da operare allo Stato centrale e, fattispecie meno probabile, la messa in discussione della leadership salviniana con l’avvento politico del (sempre più) elettoralmente legittimato Zaia, invero già capace di decretare quasi tre anni fa ridimensionamento e fuoriuscita di una personalità come quella dell’ex sindaco di Verona ed ex Lega Flavio Tosi.

Da capire cosa succederà, ma considerati i tempi istituzionali il consiglio per lo ‘spettatore politico’ è di prendersela comoda. Nel frattempo si può (continuare a) godere dell’inconfondibile ed interminabile tran tran tipico dell’analisi referendaria dei partiti politici, dove per magia tutti vincono e nessuno perde. A parte la contrarietà di Fratelli d’Italia e formazioni a sinistra del Pd,  le compagini politiche hanno salutato benevolmente l’esito elettorale, erigendosi addirittura a protagonisti di tale risultato.

Da M5S, estasiato dal nuovo modello di voto elettronico, risultato poi in realtà fonte di sprechi (mentre noi mortali restiamo costretti a sopportare le quotidiane canzonette dei tagli ai costi della politica, piatto preferito del populismo e dell’antipolitica), sino a Forza Italia, con Berlusconi che chiede referendum per le autonomie in tutte le Regioni (bizzarro come le manifestazioni del partito dell’ex Cav contro la violenza sulle donne) per poi finire al Pd, tuttavia profondamente diviso sull’esito (basti pensare alla distanza ideologica sul tema Stato-Regioni tra Maurizio Martina e Giorgio Gori), si è assistito ad un irrefrenabile desiderio di acquisire il ticket più ambito, spesso gratuito: quello del consueto ‘giretto’ sul carro dei vincitori.

Come finirà tra Stato e Lombardia e Veneto è pertanto tutto da scoprire; nulla di nuovo invece sull’atteggiamento della politica italiana rispetto all’accaparrarsi una parte del ‘risultato’ maturato dal voto dei cittadini. Nulla di cui stupirsi. Dopotutto, ripescando l’amore della politica italiana per la riesumazione della lingua latina (vedasi i nomignoli latinizzati su proposte di legge elettorale), non resta che constatare un conseguente ed inevitabile assunto: ‘Referendum Omnia Vincit’.

L’illegittima resa

L’illegittima resa

Il pasticcio legislativo sulla legittima difesa mette in risalto la classica tiritera di un agire politico presuntuoso ed opportunista, di fatto esclusivamente legato alla ricerca di un perenne (poiché deficitario) consenso elettorale. La prova, o meglio, l’ennesima che vada ad avvalorare l’apertura di questo scritto, è presentata da un Ddl che rovescia totalmente la funzione del legislatore in materia di politica criminale.

Lo ha sottolineato nella giornata di ieri l’ANM (Associazione nazionale magistrati, nda), secondo cui emerge di fatto l’inutilità del testo, accompagnata da un pastrocchio che coinvolge anche il contraddittorio significato della congiunzione ‘ovvero’. Ed i magistrati non hanno infatti esitato a bollare la decisione della politica come «intervento non necessario ed anche un po’ confuso».

La tesi del presidente Eugenio Albamonte si rende ancora più interessante nel momento in cui tende a toccare il significato e le responsabilità del legislatore, che «non dovrebbe assecondare gli umori della società perché la giurisprudenza dimostra, anche soltanto guardando gli ultimi casi, che c’è un atteggiamento di estremo favore dei giudici verso chi invoca la legittima difesa». Legittima difesa peraltro già presente all’interno dell’art.52 del codice penale:

«Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».

Ma vi è di più: detto dell’atteggiamento favorevole dei giudici rispetto all’invocazione della legittima difesa nei vari casi affrontati, bisogna ricordare l’intervento legato alla L.59/2006, che ha ampliato e chiarito la fattispecie con l’aggiunta di un secondo e di un terzo comma, e la ‘nascita’ della cd. legittima difesa domiciliare:

«Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

 

  1. La propria o altrui incolumità;
  2. I beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

 

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

A seguito di tutto ciò, e dunque di una legge già presente e che ben tutela le ragioni di chi si difende se vi è proporzionalità tra difesa e offesa, traspare inequivocabilmente la sostanziale inutilità dell’intervento legislativo, a prescindere dal pasticcio creatosi dalla pessima qualità compositiva della norma. E’ evidente che se il tentativo fosse quello di ampliare le maglie della legittima difesa, altrettanto inutile sarebbe la limitazione prospettata in determinate parti della giornata. Con il rischio indubbio di mobilitare il criminale di turno verso una diversa alternativa legata al proprio agire e ad i propri criminosi intenti.

La confusione generata dal Ddl è peraltro ben spiegata in particolar modo dal Corsera’, che ricostruisce l’analisi della norma rispetto alle ambiguità interpretative generate dall’utilizzo “doppio” del termine ‘ovvero’:

«(Il significato..) in termini giuridici ne ha una soltanto ed è quella disgiuntiva: serve a separare parole o concetti che sono alternativi tra loro».

La congiunzione può avere, rispetto ad un  linguaggio giuridico che come ben si conosce è piuttosto tecnico e specifico, un doppio significato: quello di ‘oppure o altrimenti’, contrapposto all’alternativo ‘ossia’, inteso come cioè, e pertanto come forma di esplicazione assolutamente opposta al primo concetto indicato. Il primo nodo è dunque questo e potrebbe portare ad una riscrittura del testo, nel passaggio tra Camera e Senato. E’ quanto si è prospettato nella giornata politica di ieri, con le opposizioni sul piede di guerra e la maggioranza tesa al ricompattarsi con cautela e cognizione di causa (o meglio di ricerca del voto).

Resta tuttavia il quesito madre: per quale motivo riscrivere una legge già presente e che interviene sulla problematica, oltretutto ulteriormente rivisitata circa dieci anni addietro? Il punto di vista dei magistrati, con riferimento «all’assecondare gli umori della società» ben coglie le necessità della politica di sfrenata rincorsa al consenso rispetto ad un tema, quello della sicurezza, che è valore universale e tutt’altro che ideologico.

Nell’era post-ideologica, risulta particolarmente curioso l’improvviso richiamo alle ideologie e a quell’antitesi destra-sinistra che tutti dimenticano ma che puntualmente si mostra ben lesta a rientrare nella polemica politica in vista di personalistici quanto riprovevoli scopi. Questo accade con le opposizioni, a cominciare dal solito M5S sino alla destra lepenista firmata Meloni-Salvini, intenta a rivendicare a più riprese la paternità del tema, per giungere infine al comodo centrismo del renzismo 2.0. Quello che guarda ormai al centro perché «la sinistra può vincere le primarie ma non le elezioni».Insomma, un film politico di seconda fascia visto e rivisto, vittima di un interminabile ed inconsistente remake. Come se poi la “sinistra” vivesse in un mondo fatto di estraneità al valore e all’importanza della parola sicurezza.

Il problema non è pertanto di merito ma di metodo. Ed il metodo politico fallisce nel momento in cui «asseconda gli umori della società» e dimentica i profili casistici e statistici delle questioni sulle quali risulti opportuno o meno legiferare. Da questa logica deduzione, spesso purtroppo ignorata dalla rimembrata caccia al consenso, la politica è chiamata a ripartire per riscoprire i suoi reali valori. E si badi, trattasi di un tema qualificante poiché in grado di decretare decisioni qualificanti circa le opportunità di sicurezza del cittadino. Opportunità che non possono essere tristemente circoscritte all’utilizzo di un’arma o a risoluzioni fai-da-te, che nulla aggiungono al ruolo dello Stato rispetto alla tutela del proprio cittadino. La politica dovrebbe essere questo: terreno di discussione e di risoluzione rispetto alle problematiche, smettendo di adoperarsi in aggiramenti che rischiano di compromettere anziché tutelare l’integrità dei cittadini.

Maternità surrogata, il silenzio del Legislatore

Maternità surrogata, il silenzio del Legislatore

Maternità surrogata, dalla legge 40/2004 ai giudici di Trento

E’ di chiara ed inequivocabile portata storica l’ordinanza della Corte di Appello di Trento circa il riconoscimento in territorio italiano di un provvedimento straniero, considerato dunque trascrivibile per non contrarietà all’ordine pubblico, relativo alla genitorialità di due uomini rispetto a due minori, attraverso il discusso meccanismo della ‘gestazione per altri’ (impropriamente definito dai canali di informazione come ‘utero in affitto’).

E’ la prima volta dunque che la giurisprudenza di merito decide attraverso l’applicazione dei principi enunciati dalla Corte di Cassazione (sentenza 19599/2016) in relazione alla trascrizione dell’atto giuridico di nascita straniero. I giudici della Corte di Appello hanno così richiamato la nuova definizione concettuale di ‘ordine pubblico’, considerato parametro cardine rispetto alla ‘trascrivibilità’ o meno degli atti in correlazione.

Ridefinendo dunque la distinzione tra ordine pubblico nazionale ed internazionale (ritenendo applicabile a simili fattispecie solo il secondo concetto), la Corte di Appello si spinge a delineare le linee guida della violazione di ordine pubblico: un provvedimento straniero è dunque trascrivibile e compatibile con l’ordinamento giuridico nazionale sino a quando non lede la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo (e dei minori, nel caso in questione).

Il secondo assunto di base è proprio la tutela del minore: salvaguardare il diritto alla continuità del rapporto genitoriale già costituitosi antecedentemente e sulla base del diritto straniero. Il terzo principio, non meno rilevante, è la non necessità di distinguere tra le varie modalità di procreazione rispetto ad un progetto di genitorialità condivisa.

Secondo la Corte, l’insussistenza di un legame genetico tra minori e padri non ostacola il riconoscimento del provvedimento straniero rispetto alla corretta applicazione del diritto italiano: il che presuppone dunque il richiamo al concetto di responsabilità genitoriale, che è una responsabilità legata all’interesse del minore e non ad un semplice profilo di carattere genetico.

Il tema della maternità surrogata ha suscitato in Italia dibattiti e polemiche, come di recente emerso dal travagliato percorso in merito all’approvazione della legge sulle Unioni Civili. Fermo restando il divieto della pratica in territorio italiano (art.12 L.40/2004 – Procreazione medicalmente assistita) con pesanti sanzioni amministrative e penali, resta il problema della applicabilità di pratiche effettuate all’estero, in riferimento a Paesi nei quali tale divieto non sussiste.

In questo limbo giuridico, l’interesse prevalente del minore non può tuttavia, secondo i giudici, essere messo in discussione:

«Le conseguenze della violazione delle prescrizioni e dei divieti posti dalla legge 40 del 2004 imputabili agli adulti che hanno fatto ricorso ad una pratica fecondativa illegale in Italia non possono ricadere su chi è nato, il quale ha il diritto fondamentale, che deve essere tutelato, alla conservazione dello status filiationis legittimamente acquisito all’estero» (Cass. 19559/16).

Il dibattito europeo e la relazione De Sutter

Ma il dibattito resta tuttavia costante anche alla luce di quanto accaduto antecedentemente l’ordinanza dei giudici di Trento: si pensi alla recente bocciatura del Consiglio d’Europa circa le linee guida in fatto di maternità surrogata (ottobre 2016). Il rapporto in questione, giudicato piuttosto controverso, avrebbe dovuto ottenere i due terzi per l’approvazione. A prevalere furono invece i No (83) a fronte di 77 Sì e 7 astenuti.

Il rapporto, conosciuto come relazione De Sutter (dal nome della ginecologa belga protagonista della proposta) ed intitolato “Diritti umani e problemi legati alla surrogacy”, venne letteralmente disintegrato (anche e soprattutto) dalla rappresentanza politica italiana. Gli unici connazionali a sostenerla furono 4: Nicoletti e Rigoni (Pd), Giro (Fi) e Kronbichler (Si). Tra i contrari anche Cimbro (Pd), due parlamentari di Forza Italia e tutto il Movimento 5 Stelle.

Il fallimento della relazione De Sutter sintetizzò la consueta spaccatura all’interno del Pd, diviso sul tema nonostante il senatore Lo Giudice (divenuto peraltro padre con la pratica dell’utero in affitto) avesse precedentemente invitato il partito alla ‘compattezza’ politica. Eleonora Cimbro, dopo il proprio voto contrario, replicava così all’invito del collega: «Non è una posizione di destra votare contro lo sfruttamento del corpo delle donne, ma una scelta ragionata nel metodo e nel merito, che rispecchia una sensibilità culturale trasversale».

Il Movimento Cinque Stelle, dal canto suo, si mostrò compatto sulla bocciatura della relazione, con Tiziana Cipriani che non esiterà a bollare la maternità surrogata come «reato universale», mantenendo invece una lieve apertura sulla stepchild adoption (adozione del figlio del partner, nda). Sappiamo benissimo come sia andata a finire: una monca approvazione del Ddl Cirinnà nonostante i costanti richiami all’ordine ad opera del diritto comunitario.

La bocciatura del Consiglio d’Europa si accompagnava alla precedente condanna del Parlamento europeo (15 dicembre 2015) allontanando la possibilità di una legalizzazione europea della pratica. Sempre in tema, va peraltro rimembrata la decisione della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, nella sentenza Paradiso e Campanelli v. Italy, secondo cui è ben possibile (sulla base del divieto della 40/2004) emettere provvedimenti che negano il riconoscimento del figlio procreato dalla tecnica dell’utero in affitto all’estero.

L’importanza di chiamarsi ‘Legislatore’

L’incertezza giuridica resta tutt’ora all’ordine del giorno, considerate le (precedenti) questioni di costituzionalità sollevate dai giudici di merito rispetto all’art. 263 cod.civ (‘Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità’) e al comma sesto dell’art.12 della L 40/2004, riguardo un caso di maternità surrogata in India di una coppia affetta da infertilità. Si apriva così un procedimento per la dichiarazione di stato di adottabilità del nascituro, considerata la sospensione dell’operazione di trascrizione del certificato di nascita estero ad opera dell’Ufficiale di Stato Civile di Milano, che segnalò il caso alla Procura per sospetto circa l’utilizzo della pratica vietata nel Belpaese.

L’ordinanza dei giudici di Trento non va e non può tuttavia essere considerata fonte di soluzione, pur costituendo un valido assunto in vista di un cambio di rotta. Fattispecie come la maternità surrogata, o ancora come quella del fine vita/testamento biologico, rivelano dell’incapacità del legislatore nella risoluzione di tali questioni in maniera ponderata e contemperata alla luce dei vari interessi in gioco.

E’ questione di buon senso (oltre che di buon governo) intervenire su materie di questo genere, nelle quali pare evidente l’interesse del cittadino in relazione ai propri diritti. In questo, non solo il governo Gentiloni, ma il Parlamento tutto (ormai da anni) continuano a nascondersi quasi ignorando la portata delle tematiche e lasciando al Paese e ai giudici un vuoto giuridico tanto consolidato quanto consistentemente destabilizzante.

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