L’Italia, il peso morto d’Europa.

L’Italia, il peso morto d’Europa.

Giovani sacrificati, impasse di bilancio, debito pubblico esplosivo. L’incapacità del sistema politico di produrre risultati alimenta pericolosamente il pessimismo dei cittadini.

La coalizione tra populisti e sovranisti è crollata questo agosto come il viadotto autostradale di Genova è crollato un anno prima: senza preavviso. Questa tragedia tra le righe lasciava intendere ancora una volta il profondo stato di decadimento del Paese e della sua classe politica.

Uno stato pietoso. Come il contratto di governo che la Lega di Matteo Salvini ha stipulato per governare quattordici mesi con il Movimento 5 Stelle finendo per non ottemperare a nemmeno uno dei problemi reali del nostro Paese.

Peggio ancora, in alcuni casi li ha aggravati distribuendo soldi che non c’erano e che non poteva permettersi in tempo di guerre commerciali. Sia il reddito di cittadinanza che quota 100 hanno preparato le condizioni per un impasse di bilancio così crudele che il prossimo governo deve assolutamente cercare, per cominciare, ben 23,1 miliardi di euro soltanto per evitare l’aumento dell’IVA. C’era da aspettarsi in fondo che le “soluzioni” populiste sono i soliti specchietti per le allodole.

A volte sorge spontaneo chiedersi: ma in questo Paese avranno capito che le soluzioni a breve termine sono un’illusione? E che è importante scegliere bene una classe dirigente saggia che non porti nei periodi più economicamente difficili all’isolamento internazionale?

Certamente, è appurato che abbiamo consolidato da tempo il nostro posto attorno al tavolo delle maggiori potenze industrializzate del G7. Abbiamo ancora aziende di successo, uno standard qualitativo d’insegnamento universitario a livello mondiale, incredibili tesori culturali e turistici, un popolo di ineguagliabile genio creativo. Ma ci siamo mai chiesti se ciò che abbiamo è soltanto l’eredità che ci resta dopo gli splendidi anni dell’epoca passata? E se il Paese è in grado di ricreare gli stessi presupposti di prima?

L’Italia è anche il paese d’Europa che maltratta gran parte dei sui giovani. Quasi il 30% degli italiani della mia generazione, quella tra 20 e 34 anni, secondo Eurostat, non ha né un impiego, né un’istruzione, né una formazione professionale. La mia generazione è fatta da disoccupati, inattivi, indifesi, alla deriva. Non è difficile sentire tra loro il desiderio di fuggire: da casa dei genitori, dal sud, dall’Italia.


Un giovane su sei, il 16.5% della popolazione giovanile né lavora né studiava, sono i cosiddetti Neet . L’Italia ha l’oro su questo triste podio, 28,9%, seguita dalla Grecia che ne ha il 26,8%. Sopra la media europea sono ancora Croazia, Francia, Cipro e Ungheria, mentre i Paesi più virtuosi sono la Svezia con solo l’8% di Neet. Perfino Montenegro e Serbia Paesi extracomunitari superano l’Italia.

Questo malessere italiano si riflette poi: in un tasso di natalità anemico e nella partenza di molti giovani, spesso i più istruiti che scappano in Germania, nel Regno Unito o altrove. Il vero problema dell’Italia, contrariamente a quanto sostengono i populisti, non è l’immigrazione, ma l’emigrazione. Un problema che non si chiude aprendo o chiudendo le frontiere o con un decreto sicurezza.

In un momento in cui le nuvole nere si stanno accumulando sull’economia mondiale, le incertezze italiane rappresentano una minaccia assordante per l’Unione europea. Il debito pubblico, pari a 2,4 trilioni di euro, rappresenta il 132% del PIL del Paese. Se i mercati dovessero perdere la fiducia, l’episodio greco del 2009-2015 potrebbe sembrare a confronto come una cosuccia da niente. Il crollo dell’economia italiana potrebbe far cascare come le tessere di un domino tutto il resto dei Paesi dell’eurozona.

Le opzioni che si sono aperte nell’attuale crisi di governo italiana sono una più brutta dell’altra. Se questa nuova prospettiva di governo, secondo alcuni “il migliore dei governi possibili” con gli attuali seggi, non dovesse prender vita non farebbe altro che prolungare di molti anni questo desolante calvario.

Stando agli ultimi sondaggi nel caso in cui si andasse ad elezioni anticipate, questa offrirebbero un’assist a Salvini e i suoi alleati. L’alternativa giallo-rossa o rosso-gialla preferita dal presidente Sergio Mattarella ancora in trattativa fatica ancora in questa ultime ore nel vedere la luce. Eppure si farà.

Sondaggio politico – Le intenzioni di voto

I 5 stelle, restano il gruppo più numeroso alla Camera nonostante il pessimo risultato delle europee. Sono loro attualmente a fungere da fulcro per formare una maggioranza. Il problema è che rimangono un partito con dei parlamentari che non hanno mai avuto il timore di celare sentimenti complottisti, euroscettici, filo-russi e NO-VAX.

Sta nella loro irrazionale opposizione alla TAV il pretesto su cui Salvini ha pensato di porre fine del governo. E c’è chi addita a questi anche una certa responsabilità nella tragedia di Genova dopo che questi hanno combattuto fortemente contro la costruzione della Gronda, il percorso stradale per evitare il ponte Morandi.

Da quando lo scandalo di corruzione Mani pulite degli anni ’90 ha travolto tutti i partiti politici italiani che si erano consolidati dal dopoguerra, nessuna delle nuove formazioni di governo è riuscita a rimettere il Paese sulla buona strada.

L’instabilità rimane un fatto fondamentale, quasi la normalità agli occhi di chi è nato 20-30 anni fa. Il prossimo governo sarà il 66° in settantacinque anni. L’incapacità del sistema politico di fornire risultati alimenta il pessimismo tra i cittadini. Forse lo stesso “pessimismo cosmico” che percepiva Leopardi.

Per una buona ragione: il reddito reale delle famiglie è rimasto quello di vent’anni fa. La crescita è troppo debole per riportare la speranza tra le nuove generazioni. Quest’anno è prevista solo dello 0,1%, dopo un magro 0,9% nel 2018.

Si sente il disperato bisogno da anni di importanti riforme strutturali. Le stesse che sono state fatte in Germania prima dell’arrivo di Angela Merkel
volute dall’allora cancelliere Gerhard Schroeder a metà del Duemila.

Se mai ci saranno questi passi quale sarà il governo in grado di farli? Fatto sta che questo dramma italiano mette in crisi anche l’Europa.

A quattro anni dall’inizio della questione migratoria, l’UE non è stata ancora in grado di attuare una politica comune a tutti i Paesi in materia di migrazione e asilo.

Si sbagliano gli analisti che guardando alla Lega all’opposizione sono convinti che “il potere logora chi non lo ha”, perché seppur è abbastanza probabile aspettarsi un iniziale ridimensionamento del bacino elettorale nell’arco dei prossimi mesi, Matteo Salvini ritornerà o continuerà, a prosperare proprio sugli stessi temi: immigrazione e altri disagi che colpiscono i ceti più sensibili.

Se un giorno il leader leghista diventaiesse Presidente del Consiglio, l’Europa occidentale e la stessa UE si ritroverebbe di nuovo con leader di destra radicale come fino al dopoguerra. Una sfida storica non solo italiana, ma che deve essere raccolta anche dai nostri stessi vicini.

É probabile che il Regno Unito lascerà a breve l’UE e se i nostri vicini desiderano davvero un’Europa forte, indipendente e prosperosa che non sia solo gigante economico preda di Russia e Cina devono necessariamente lavorare al fianco dell’Italia per renderla più forte e prosperosa.

Guardiamo in faccia la realtà

Guardiamo in faccia la realtà

Nella Babele dei commenti post-elettorali, un messaggio sembra passare forte e chiaro dai media mainstream di tutto il Vecchio Continente: tutto sommato, il temuto tracollo sovranista non si è verificato.

«I giovani salvano l’Europa», titola tronfiamente la Repubblica, evidenziando che «l’onda nera non sfonda. Popolari e Socialisti perdono terreno, ma reggono». «I partiti europeisti sono riusciti a contenere la spinta degli euroscettici durante le elezioni europee», fa eco Le Monde. «Per quanto la Lega si sia posizionata prima in Italia, e Le Pen e Farage abbiano fatto lo stesso nei rispettivi Paesi, il nuovo gruppo che Salvini ha affermato di voler formare nel Parlamento Europeo avrà, secondo le proiezioni, solo circa 70 seggi in una Camera da 751 membri», rassicura Politico.

Parzialmente eccentrici solo i commenti della stampa tedesca, probabilmente sobillati dal tracollo dei partiti tradizionali (e, soprattutto, della SPD) nei patri confini, ma pur sempre tesi a ridimensionare l’avanzata delle destre: der Spiegel sostiene che «l’Unione Europea, da come si apprende da queste elezioni, [sia] un ricettacolo di casi particolari», con ciò, però, pur sempre implicitamente negando che sia individuabile un trend populista; mentre solo la Bild-Zeitung si spinge a parlare di «terremoto politico» anche con riferimento alle elezioni negli Stati confinanti, pur restando assolutamente focalizzata sulla dimensione tedesca e, di conseguenza, concentrandosi più che altro sulla clamorosa avanzata dei Verdi.

Le litanie autoconsolatorie di queste ore non sembrano, però, fare adeguatamente i conti con la realtà. La fallacia del ragionamento sotteso è tutta nei numeri con cui esse cercano di ovattare di incontrovertibilità i propri orecchi da mercante. Carlo Verdelli, direttore di Repubblica, giustifica così la propria ottimistica linea editoriale post-voto: «abbiamo deciso di fare [il titolo, N.d.R.] “ombre nere”, che è diverso da “onda nera”, perché, in realtà, […] nel complesso i sovranisti, che dovevano avanzare di più, conquisterebbero circa 30 seggi in più in Parlamento, e quindi non si può parlare di “onda nera”».

Sono i famosi 70 seggi cui fa riferimento anche Politico (in realtà, secondo proiezioni più aggiornate, 58), di cui giungerebbe a godere il salviniano-lepeniano gruppo EFN (Europe of Nations and Freedom): effettivamente, un risultato apparentemente piuttosto magro a fronte dei 147 seggi che le stesse proiezioni assegnano ai socialisti e dei 182 parlamentari da esse attribuiti ai popolari. Lo scarto è dato dal confronto con la legislatura uscente, 2014-2019, nella quale ENF vantava soli 36 membri: di questi, 6 erano leghisti, mentre coi risultati odierni la cifra dovrebbe montare a 28 (e, va da sé, quella leghista sarebbe la dote maggiore portata al raggruppamento dei nazionalisti), mentre più o meno stabile dal punto di vista numerico dovrebbe restare la delegazione del Rassemblement National di Marine Le Pen.

Il problema sta tutto qua: le proiezioni al momento disponibili aggregano i seggi ottenuti da ciascun partito in gruppi politici postulando che le affiliazioni sovranazionali restino immutate rispetto al 2014, e nel risultato che ne consegue occultano le vicinanze ideologiche che, anche se non portassero a ridisegnare il formale quadro delle alleanze europee, determinerebbero, comunque e potenzialmente, un blocco populista di un peso almeno paragonabile a quello dei liberali di ALDE.

Geert Wilders; Matteo Salvini; Marine Le Pen sul palco a Milano in piazza Duomo.

I sovranisti sotto mentite spoglie sono, infatti, in crescita ovunque: il Fidesz di Orbàn si assesta ad un impressionante 52%, ma figura come un contribuente alla riserva di seggi di un PPE i rapporti con il quale, a séguito della sospensione disposta nei suoi confronti nello scorso marzo, sono un’incognita che risuona delle note della tensione.

Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS (Legge e Giustizia).

Il PiS polacco passa dal 31% al 42%, e la sua indisponibilità a coalizzarsi con Marine Le Pen non vale certo a mitigarne le posizioni pressoché ad essa sovrapponibili sui cavalli di battaglia del fronte sovranista; esso, però, nelle proiezioni in parola continua ad essere computato nel gruppo ECR (European Conservatives and Reformists) – che, per inciso, annovera fra i propri membri in pectore da parte italiana il partito di una Giorgia Meloni che continua a non fare mistero di voler convergere con la Lega, almeno al livello nazionale -, di cui occulta una flessione, da 71 a 59 seggi, che il tracollo dei conservatori inglesi renderebbe, altrimenti, impietosa.

Nigel Farage leader del Brexit Party.

Ancòra, il Brexit Party di un redivivo Nigel Farage, riuscito a partecipare alle consultazioni anche più per il rotto della cuffia del Regno Unito complessivamente considerato, ottiene un 33% circa, migliorando nettamente il già notevole 11% che la sua precedente incarnazione, UKIP, aveva ottenuto nel 2014.

Solito refrain: le proiezioni di cui ci si sta beando riconducono la nuova creatura di Farage al gruppo EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy), di cui UKIP era, insieme al M5S, la spina dorsale nel 2014. Lo stesso “trucchetto” permette di disinnescare la portata eversiva dell’avanzata dell’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland, dai 7 seggi del 2014 agli 11 odierni: la stessa AfD era a sua volta, nella scorsa legislatura, affiliata a EFDD .

Se si aggregano i numeri ad ora disponibili sul sito del Parlamento Europeo (consultato il 27 maggio alle 15:21), emerge un quadro ben più inquietante di quello che stiamo tentando di scorgere nei risultati delle urne: solo le forze politiche qui menzionate (senza, cioè, contare il contributo di altri importanti partiti di destra, come VOX in Spagna, FPÖ in Austria, i nazionalisti fiamminghi…) totalizzano ben 126 seggipiù dei 109 di ALDE, di poco dietro ai 146 del PSE.

Non, di certo, numeri in grado di permettere l’insediamento di una Commissione sovranista, ma un totale che, se formalizzato, proietterebbe le destre al terzo posto in termini di consistenza numerica fra i gruppi del Parlamento europeo. Che ad una riorganizzazione dei gruppi si giunga effettivamente, a questo punto, poco importa: i portatori di una visione nazionalista, conflittuale e tendenzialmente misantropica nell’Assemblea rappresentativa del popolo europeo saranno quasi quattro volte lo sparuto gruppuscolo che ne ha coordinati gli sforzi nei 20 anni che ci lasciamo alle spalle, e saranno un interlocutore imprescindibile. Anche, e soprattutto, per i popolari, cui le elezioni continuano a consegnare la maggioranza relativa.


Questo non significa di certo che dobbiamo prepararci ad un’irresistibile ondata reazionaria nella politica regolativa dell’Unione, capace di esplicare immediati riverberi nella vita quotidiana degli europei. È probabile, quasi certo, che i populisti resteranno isolati nel nuovo Parlamento, a séguito della rottura consumata con i popolari (che per un certo periodo sono sembrati, sotto la guida dello Spitzenkandidat Manfred Weber, interessati a flirtare con i sovranisti).

Manfred Weber candidato a succedere a Junker alla Commissione Europea.

Lo stesso assetto delle competenze che i Trattati attribuiscono all’Unione non prevede, o limita fortemente, le aree nelle quali la destra potrebbe far sentire con più prepotenza la propria forza invasiva nella vita delle persone, dalla materia penalistica alla bioetica; d’altro canto, come dimostrato a più riprese – dal caso dello sforamento del rapporto deficit/PIL nella prima versione della finanziaria italiana del 2018, a quello dell’accoglienza delle navi respinte dal Governo Conte -, l’amicizia a parole dei politicanti sovranisti si scontra, nei fatti, con l’intrinseca conflittualità reciproca delle pulsioni nazionaliste.

È, però, necessario essere consapevoli di quale sia la reale forza di cui i populisti godono da oggi in avanti. Matteo Salvini lo sa benissimo: come riportato da Politico, in lui è perfetta la consapevolezza che «non si tratt[i] solo dell’Italia: c’è anche la Le Pen in Francia, Farage nel Regno Unito, l’Ungheria, la Polonia…». Si tratta di combattere ad armi pari: e cullarsi nell’illusione che gli equilibri europei non siano stati stravolti non rema certo in questa direzione.

Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Perché l’incontro Salvini-Orbàn dovrebbe preoccupare tutti

Al volgere al termine di quella che alcuni commentatori hanno efficacemente definito come la “sua” estate, Matteo Salvini si trincera all’interno del Palazzo della Prefettura di Milano. Ad attenderlo, al suo interno, un ospite non poi così inatteso, nonostante il vespaio di polemiche suscitato dal summit: Viktor Orbàn, granitico primo ministro dell’Ungheria (e non “Repubblica d’Ungheria”: può essere salutare ricordare come sia stata proprio la riforma costituzionale voluta da Orbàn, nel 2012, ad eliminare tale dizione dal nome ufficiale dello Stato) dal 2010, noto ai più per le sue posizioni apertamente nazionaliste, xenofobe ed euroscettiche.

Che tra i due ci fosse una certa intesa era fatto notorio: il Ministro dell’Interno italiano ha, infatti, indicato a più riprese nel premier ungherese un modello da imitare, il capofila di una linea dura nei confronti dei “tecnocrati di Bruxelles” che il leader leghista ha sperticatamente lodato per anni, non nascondendo la propria ammirazione per il disegno neonazionalista abbozzato in terra magiara. Che si giunga ad un incontro faccia a faccia, nel periodo presente e nel corrente contesto politico, ha, però, tutt’altro significato, e può rappresentare uno spartiacque epocale negli spazi politici, europeo e italiano. E che il fiume così spartito esondi, travolgendo le componenti democratiche e internazionaliste di ciascuno di essi, è un rischio tutt’altro che remoto.

UNITI NELLA DIVERSITÀ

Il motto dell’Unione Europea può paradossalmente esprimere meglio di ogni altro la vicenda politica di Fidesz, il partito ungherese di cui Orbàn è espressione, in rapporto ai propri partner politici europei. Sin dal 2004 (anno di adesione del Paese all’Unione, concomitante con le elezioni del Parlamento Europeo), esso è stato saldamente radicato nel Partito Popolare Europeo (PPE), il raggruppamento politico di centro-destra fondato dalla Democrazia Cristiana, che ad oggi coagula attorno a sé i principali partiti centristi europei, quali Forza Italia, la CDU di Angela Merkel e il suo quasi-omologo (difficile individuare una perdurante comunione d’intenti al netto del recente spostamento a destra, incarnato dalla linea politica del ministro Seehofer) baverese CSU e i repubblicani francesi. Il gruppo, il principale nel contesto europeo insieme ai socialdemocratici, coi quali si è spesso ingaggiato in una große Koalition di cui l’attuale Commissione europea è, a sua volta, espressione, è però assestato su posizioni politiche e culturali apparentemente antitetiche rispetto a quelle di Orbàn. Se gli uni sono europeisti e federalisti, l’altro è euroscettico e nazionalista; mentre i primi sono la più pregnante espressione dell’establishment europeo, avendo occupato ininterrottamente, ancorché in posizioni variabili, i posti di potere dell’UE sin dalla sua istituzione, il secondo deve la propria fortuna politica all’implacabile critica di quello stesso establishment, accusato di centralismo e lontananza dal popolo; dove il manifesto dei popolari, nella parte dedicata ai «valori», risulta imbevuto di liberalismo, il leader ungherese rivendica orgogliosamente di aver dato il via ad una «democrazia illiberale».

La politica, però (si sa), è fatta di compromessi – risponderebbero, probabilmente, dalle parti del PPE, interrogati su come sia possibile un simile sodalizio e non desiderosi di rispolverare una polemica mia del tutto sopita. La politica (si sa) è fatta di opportunismo – risponderebbero, probabilmente, da entrambe le parti, se ciascuna di esse avesse onestà intellettuale e non avesse potenti disincentivi a negare un’irrecomponibilità di fondo coi propri, formali alleati. Come messo, infatti, in luce da più parti, la membership nel PPE ha sinora messo Orbàn al riparo dalla pericolosa procedura ex art. 7 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), a mente della quale uno Stato membro che ponga in essere una “violazione grave e persistente” dei valori fondamentali dell’Unione («dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze […], pluralismo, non discriminazione, tolleranza, giustizia, solidarietà e parità tra donne e uomini», recita l’art. 2 del medesimo Trattato) può giungere a vedersi sospendere i diritti derivanti dalla partecipazione all’Unione (con particolare rilevanza del diritto di voto in seno al Consiglio), senza che contestualmente perdano efficacia gli obblighi ad essa connessi. In un meccanismo di approvazione che prevede il voto unanime del Consiglio Europeo, il Collegio di quei capi di Stato e di Governo che in più di un caso sono espressione dei partiti popolari, e l’approvazione del Parlamento Europeo, dove questi detengono la maggioranza relativa, Fidesz ha, non dando sèguito al vistoso spostamento a destra intrapreso dalla leadership di Orbàn, restando legato ai popolari e non ricollocandosi nel più congeniale gruppo dell’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF, coacervo di partiti di destra ed euroscettici capitanato dalla Lega e dal Rassemblement National, nuovo nome del Front National di Marine Le Pen), di fatto impedito qualsiasi iniziativa nel senso di attivare la norma in questione.

Le vantaggiose conseguenze del collocamento politico prescelto dal partito ungherese sono sommamente evidenti se si effettua un paragone col caso polacco. A séguito di una controversa serie di riforme del sistema giudiziario varate dal partito di governo Diritto e Giustizia (in polacco, Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato in PiS), parte rilevante della quale è costituita da misure accusate di sottoporre, di fatto, la Corte Suprema al controllo del governo (in perfetto parallelismo con quanto avvenuto in Ungheria in rapporto alla Corte Costituzionale), la Commissione ha deciso di attivare l’art. 7 contro l’altro leone rampante del gruppo di Visegrád. Tali misure hanno esasperato i toni della tensione montata negli ultimi anni fra gli occupanti dei palazzi del potere di Varsavia e gli omologhi di Bruxelles, a causa delle politiche di concentramento del potere e di riduzione dei checks and balances portate avanti dalla Polonia, in modo (ancora) del tutto analogo all’Ungheria. Per quanto le probabilità che il meccanismo sanzionatorio giunga ad efficacia siano prossime allo zero (come detto, il Consiglio Europeo deve esprimersi all’unanimità, e la Polonia può contare sull’appoggio -non sorprendente- di Orbàn), il valore simbolico della prima apertura della procedura nella storia dell’Unione è dirompente, e si pone a formalizzazione della crescente spaccatura fra i Paesi dell’Europa occidentale, che formano il nucleo storico del progetto eurounitario, e quelli dell’Europa orientale, assestati su posizioni euroscettiche e sovraniste pressoché dai primi giorni dell’allargamento ad Est del 2004-2007.

Come spiegare la differenza dei trattamenti rispettivamente riservati a Polonia e Ungheria, a fronte di tante similarità? Per banale e maliziosa che possa sembrare, la risposta data pressoché unanimemente è molto semplice: a differenza di Fidesz, PiS è federato, al livello europeo, al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), largamente minoritario a tutti i livelli istituzionali. Il premier magiaro, dunque, ha storicamente avuto tutto l’interesse a restare accasato alla famiglia dei popolari europei, che pur di evitare imbarazzanti prese di posizione contro il graduale percorso verso l’autocrazia di Orbàn (come giustificare ai propri elettori una presa di posizione trasversale come l’accusa di violare i princìpi base della convivenza europea contro un proprio alleato?) si è dimostrata largamente indulgente verso i movimenti tellurici in corso ad Est. In cambio della tolleranza del centro-destra europeo, Fidesz ha portato in dote, nella legislatura 2014-2019, ben 12 dei 22 seggi spettanti all’Ungheria nel Parlamento Europeo, grazie al proprio incomparabile peso nel panorama politico domestico – una boccata di ossigeno per i popolari, che anche grazie al contributo magiaro riescono a detenere una risicata maggioranza relativa, con 219 seggi a fronte dei 189 dei socialisti.

Le cose, però, potrebbero ben presto cambiare, e l’incontro milanese del 28 agosto è lì per testimoniarlo. La crescente arroganza di Orbàn, divenuta pressoché incontenibile a fronte della schiacciante maggioranza parlamentare ottenuta alle elezioni nazionali dell’8 aprile 2018, ha recentemente portato la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo a chiedere alla plenaria di esprimersi su un’apertura del procedimento ex art. 7, con votazione che si terrà a settembre. In questo contesto, 8 dei 19 membri della Commissione in quota PPE hanno votato a favore della mozione – a testimonianza dell’emersione di un fronte di dissenso interno ai popolari, di un’insofferenza montante che potrebbe portare i moderati europei a revocare in dubbio la propria storica remissività nei confronti dell’alleato.

Alleato, sì: ma per quanto? Il disegno di Salvini, apertamente desideroso di dare vita ad una “Internazionale nera” per trasformare “l’Europa delle banche” in “un’Europa dei popoli” federando i partiti di destra, estrema e/o populista, così da bloccare ogni tentativo di ulteriore integrazione e far passare a tutti i livelli la linea “dura” anti-immigrazione, è ora ben lungi dal risultare irrealizzabile. Se, da un lato, il PPE si mostra sempre meno disposto a chiudere un occhio sui colpi di mano magiari, dall’altro, per quanto le letture in questo senso non siano unanimi, Orbàn sembra avere sempre meno incentivi, alla luce del quadro politico che si profila all’orizzonte delle elezioni europee del maggio 2019, a restare imbrigliato nell’ingombrante famiglia del moderatismo eurounitario. Con i repubblicani francesi virtualmente scomparsi dallo spettro politico transalpino e una Forza Italia agonizzante, il Partito Popolare spagnolo logorato dall’estenuante governo Rajoy e i cristiano-democratici tedeschi indeboliti dalle recenti vicende interne, è pressoché inevitabile che il PPE subisca un forte ridimensionamento nella ventura tornata elettorale, anche alla luce delle indiscrezioni che vorrebbero un Macron più interessato a creare un gruppo autonomo, che a convergere in famiglie politiche esistenti (posto che i popolari sarebbero, insieme all’ALDE, nel quadro dei grandi raggruppamenti, il gruppo probabilmente più congeniale all’istrionico presidente francese). D’altro canto, l’ENF di Salvini e Le Pen guadagna sempre più appeal: con una Lega ai massimi storici, partiti di destra ed euroscettici sempre più radicati in Germania, Austria e Olanda e il Rassemblement National sempre più vicino a completare la propria riconversione da partito dei nostalgici di Vichy a raggruppamento dei populisti di destra d’Oltralpe, non sembra azzardato ritenere che le destre saranno, perlomeno ed ottimisticamente, la terza famiglia più numerosa d’Europa. Se, infine, si aggiungono le indiscrezioni sulle volontà del PiS polacco di abbandonare i Conservatori a fronte del drammatico ridimensionamento che questi stessi subiranno, perdendo i tories inglesi in conseguenza della Brexit, e che per ragioni del tutto speculari a quelle esposte per Fidesz non sembrano sussistere grandi incentivi ad unirsi al PPE, i tempi sembrano maturi perché i due partiti leader del gruppo di Visegrád si apparentino alle destre dell’Europa occidentale, consolidando anche nelle sedi istituzionali il blocco sovranista ed euroscettico.

Il meeting di Salvini e Orbán rema precisamente in questa direzione. Il leader leghista, a margine dell’incontro, ha dichiarato: «Stiamo lavorando per un’alleanza che escluda le sinistre e riporti al centro le identità che i nostri governi rappresentano, ognuno con la sua storia. Possiamo unire energie diverse con un obiettivo comune». Per quanto Orbàn abbia usato termini meno netti, esprimendo un generico apprezzamento per il leader lombardo, il processo di avvicinamento in atto è innegabile – e non è da escludere che, superato lo scoglio del dibattito parlamentare sull’attivazione dell’art. 7 sopra riferito, le carte dell’ultradestra vengano scoperte, gli alleati del premier ungherese a Strasburgo vengano scaricati e il gruppo di Visegrád allargato prenda, finalmente, forma: quali le ripercussioni, per l’Europa, della formazione di un compatto gruppo di estrema destra nel Parlamento chiamato, fra l’altro, ad approvare l’insediamento della prossima Commissione e il piano finanziario pluriennale dell’UE per il periodo post-2020, e a legiferare in materia migratoria, pare sufficientemente autoevidente.

L’incontro del 28 agosto apre, così, ufficialmente la campagna elettorale del fronte neonazionalista  europeo. Un fronte che, a differenza dei propri concorrenti, sembra avere le idee drammaticamente chiare sulle direzioni da imprimere all’Europa. Poco importa, poi, agli occhi dei suoi elettori, che in termini di concrete scelte politiche i suoi componenti si trovino a pugnalarsi alle spalle, con un governo italiano impegnato sul fronte della redistribuzione infraeuropea dei migranti ed un governo ungherese (così come quello polacco, quello slovacco e quello ceco) che respinge la riforma del regolamento di Dublino e si rifiuta categoricamente di accogliere persone anche sul piano diplomatico ed extra-giuridico. Nel lungo termine, i leader di estrema destra convergono sull’irrealizzabile, disumano e contrario ai basilari princìpi del diritto, internazionale come europeo, disegno di bloccare i flussi migratori alla partenza. Tanto basta per mobilitare folle di elettori, ormai prigionieri della mistificatoria e tossica narrazione del populismo pseudo-identitario.

AHI, SERVA ITALIA

Per quanto le conseguenze principali, e più gravi, dell’avvicinamento italo-ungherese riguardino, come discusso, lo spazio politico europeo, i riposizionamenti che esso sembra implicare non paiono privi di conseguenze anche per lo scenario italiano.

I malumori dei 5 Stelle rispetto all’incontro milanese, frettolosamente connotato come politico, non condiviso e non istituzionale, a voler rimarcare la propria ostilità alla refrattarietà di Orbàn alle politiche di redistribuzione dei migranti, segnano l’ennesimo episodio della latente conflittualità fra le due componenti del governo “giallo-verde”. L’alleato ungherese non piace agli adepti di Di Maio, e il gioco delle parti nel quale i pentastellati tentano di irretire le anime di sinistra dell’elettorato italiano trova un’importante mossa in questa univoca dissociazione dalle amicizie che aleggiano negli ambienti governativi. Una dissociazione che, però, non piace agli esponenti leghisti, che invece tengono a sottolineare come il ruolo istituzionale di Salvini giochi un ruolo importante nel colloquio, anticipatorio di una comunione d’intenti anche a livello intergovernativo: che ciò avvenga surrettiziamente, come nell’intervista a Libero in cui Salvini mette in luce come Orbàn sia “un capo di Stato come un altro”, o esplicitamente, con Fontana e Bianchi che rivendicano l’importanza del ruolo governativo del leader leghista, appare chiaro come il Carroccio guardi con favore alle implicazioni istituzionali del nuovo asse.

Con ogni probabilità, e come già nel 2014, 5 Stelle e Lega correranno, dunque, con differenti prospettive di alleanze post-elettorali alle prossime consultazioni europee – e anche questo andrà spiegato all’opinione pubblica, non trattandosi esattamente di un segno di buoni rapporti fra gli alleati di governo. Al contempo, è difficile immaginare che Forza Italia voglia rompere con i partner popolari, mentre è plausibile che Fratelli d’Italia voglia seguire Salvini nella sua avventura in fondo a destra. Che ciò risulti, o meno, in una formale frattura all’interno del centrodestra, che non farebbe che complicare il quadro politico italiano, il rischio che si prospetta come più evidente è, però, quello che le elezioni europee fungano da pretesto per la definitiva spaccatura della coalizione giallo-verde: scenario al quale Salvini sarebbe decisamente interessato, per mettere definitivamente a frutto l’erosione dei consensi ai danni del partner di governo attuata in questi mesi e tornare alle urne. Se, peraltro, la Lega dovesse effettivamente ottenere risultati esaltanti in sede europea, non le risulterebbe affatto difficile confondere drammaticamente i piani (in ciò confortata dal triste precedente di «#enricostaisereno»), ed agitare il feticcio della legittimazione democratica ottenuta a Strasburgo per rinsaldare ulteriormente la propria egemonia nella politica nazionale, assestandola ulteriormente su lidi destrorsi.

Insomma, quest’ultimo scorcio d’estate rischia di avere ripercussioni drammatiche sul futuro della politica, nazionale ed europea. Gli orizzonti di entrambe si tingono di nero, e le cupe ombre del più becero nazionalismo si stagliano sul prossimo, decisivo quinquennio. L’unica speranza per i democratici e cosmopoliti, del vecchio Continente, ma non solo, sembra essere quella di una nuova stagione di civismo e partecipazione, una raccolta dei sempre più pressanti, ma (purtroppo) sempre più minoritari, appelli a «restare umani». Contro ogni retorica dell’ineluttabilità della catastrofe che si profila, vale oggi più che mai, con gli occhi rivolti non solo (come nella prospettiva dell’Autore) alla teoria politica generale, ma anche alla concreta prassi quotidiana, l’efficace formula di Giorgio Gaber: «Libertà è partecipazione».

Paolo Mazzotti


 

Come i populisti italiani stanno surriscaldando il clima elettorale

Come i populisti italiani stanno surriscaldando il clima elettorale

ROMA – L’estremista di destra, ex-candidato alle elezioni comunali, che ha ferito sei immigrati africani in una sparatoria a sfondo razziale a Macerata, trovato in possesso di una copia del Mein Kampf e di croci celtiche. Le fotografie svelano inoltre un tatuaggio neonazista sul viso; al momento del suo arresto invece aveva una bandiera italiana drappeggiata sulle spalle mentre eseguiva un saluto fascista.

L’uomo armato, Luca Traini, era candidato alle elezioni dello scorso anno non con un partito post-fascista e nazionalista, ma come rappresentante della ex lega secessionista del Nord sempre durante la leadership di Matteo Salvini, che il sicario ha descritto come il suo “capitano”. Il partito da poco rinominato ha perso la parola “Nord” per attirare il resto degli elettori italiani che condividono la rabbia anti-immigrati dell’attuale segretario.

In vista delle elezioni italiane del 4 marzo, ce n’è in abbondanza. Forse nessun problema ha colpito più gli elettori quanto l’immigrazione, e forse nessun politico italiano ha espresso preoccupazioni sull’immigrazione tanto quanto Salvini.

Nel precario clima politico europeo, Salvini si pone come una nuova minaccia all’establishment politico che negli ultimi mesi ha goduto di una tregua dopo che le forze populiste sono state in gran parte respinte nelle elezioni francesi e tedesche.

Non è solo il preferito della francese Marine Le Pen, del presidente russo Vladimir Putin e politici nazionalisti in tutta Europa. Alcuni temono addirittura che Salvini, attualmente in coalizione di centro-destra con Silvio Berlusconi, alla fine potrebbe unire le forze con il movimento populista Cinque Stelle, che riecheggia fortemente il messaggio anti-immigrazione e anti-Unione Europea. Insieme sarebbero un incubo anti-establishment.

“Il progetto di Salvini è un progetto nazionale. Le sue idee politiche, la sua idea di proteggere il territorio, sono viste allo stesso modo nel nord e nel sud”, ha detto Francesco Zicchieri, leader di NOI con Salvini, il ramo meridionale e centrale italiano della Lega Nord.

Fino a pochi anni fa, la Lega Nord era un partito separatista costruito sull’antagonismo nei confronti di Roma (la grande ladrona) e del sud terrone. Il sogno era la sovranità per la Padania, una mistica terra del nord Italia intrisa della santità del fiume Po.

Salvini, 44 anni, ha assunto la direzione del partito nel 2013 dal suo fondatore, Umberto Bossi, che era stato indebolito da un ictus e da scandali di corruzione. Da allora Salvini è stato un candidato instancabile per il primo ministro e una figura mediatica onnipresente, mentre separava il partito dalle sue radici secessioniste.

Ha usato il crescente malcontento economico del paese, e in particolare la sua diffidenza verso gli immigrati, come mezzo per raggiungere gli elettori nell’ex territorio nemico.

La macchina del sospettato, Luca Traini, 28 anni, che ha aperto il fuoco sui migranti africani a Macerata durante il fine settimana. Una volta era candidato come candidato alla festa di Salvini. Credits carabinieri italiani, da Reuters

Anche se il governo di centro-sinistra italiano – come altri paesi europei precedentemente più accoglienti – ha represso l’immigrazione clandestina, il messaggio di Salvini continua a risuonare in un paese in prima linea in una grande migrazione che ha rimodellato la politica europea.

Più di 600.000 migranti, molti dall’Africa, sono sbarcati sulle coste italiane negli ultimi quattro anni, provocando un contraccolpo che ha alimentato il centro destra.

L’estate scorsa, un candidato del partito di Salvini ha scioccato l’Italia vincendo a Cascina, una roccaforte liberale in Toscana, liberata dai soldati americani nella seconda guerra mondiale. Nel sobborgo romano di Ostia, i sostenitori del partito post-fascista CasaPound hanno dichiarato che voteranno per Salvini alle elezioni nazionali.

“Salvini è un brav’uomo”, dice Sonia Valentini, 53 anni. “Mi piace perché mette gli italiani al primo posto. E immagino che anche lui sia un fascista. Cosa sai fare?”

Il sentimento anti-immigrati alimentato da Salvini ha costretto il governo a rinunciare allo IUS SOLI, una proposta di legge per concedere la cittadinanza ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia.

A settembre, Salvini – che ha espresso dubbi sulle vaccinazioni – ha accusato la morte di un bambino dalla malaria di migranti che “riportano in Europa” malattie un tempo sradicate.

Nelle scorse settimane un candidato della Lega nella regione settentrionale della Lombardia ha detto alla stazione radio di Padania che l’Italia deve porre fine agli arrivi di migranti perché hanno messo in pericolo la “razza bianca”.

Questo sentimento si sta diffondendo.

Dopo la sparatoria di Macerata, l’alleato politico di Salvini, Berlusconi, ha promesso di mandare a casa 600.000 immigrati senza documenti, definendoli “una bomba sociale pronta ad esplodere”. In un’intervista televisiva italiana ha aggiunto: “Tutti questi migranti vivono di inganno e crimine “.

Proprio lui che sarebbe dovuto essere l’influenza moderatrice della coalizione.

In un centro di assistenza legale per migranti a Milano, Pierangelo Lopopolo ha detto che la paura ha reso le vite delle persone più difficili.

“Salvini sta approfittando del malcontento nel sud e l’immigrato è il nemico ideale” – continua poi – “Non hai un lavoro? Colpa degli immigrati. Paghi troppe tasse? I servizi vanno agli immigrati. C’è troppa criminalità? Sono sempre gli immigrati. Questa è la routine.”

Persino alcuni dei vecchi partner di Salvini nella Lega Nord pensano che sia andato troppo lontano.

“Con Salvini, l’immigrazione è tutta una questione di paura. Se togli l’immigrazione di cosa parla? Ha mai offerto una soluzione oltre a buttarli tutti fuori?”, dice Roberto Bernardelli, un socievole proprietario di un albergo e membro della vecchia guardia della Lega Nord a Milano che ha recentemente fondato un partito scissionista, Grande Nord.

Edifici occupati da migranti nell’ex villaggio olimpico di Torino. L’Italia ha faticato ad accogliere gli oltre 600.000 migranti che sono arrivati ​​nel paese negli ultimi quattro anni. Credit Siegfried Modola / Reuters

Bernardelli, che è attualmente accusato di aver finanziato l’armamento di un carro armato militare per separatisti, ha aggiunto: “Bossi ci ha regalato il sogno dell’indipendenza nel nord. Quando Salvini trasforma la Lega Nord in una lega nazionalista, sta distruggendo il nostro sogno”.

Salvini è un politico profondamente ambizioso e ha il suo sogno. I critici dicono che è principalmente egoista, indipendentemente da chi si farà male. Attualmente ha circa il 12% dei voti, ma è diventato uno sfidante per Berlusconi e un partner potenzialmente ribelle nella loro alleanza di centro-destra.

Salvini, molto scettico sull’Unione Europea nonostante sia un deputato pagato al Parlamento europeo, era solito riservare la sua ostilità ai meridionali. Nel 2009, al festival annuale della Lega a Pontida, ha cantato: “Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivano i napoletani”.

Una volta viaggiando verso Roma rinominò il suo treno “Nerone Express”, in riferimento all’imperatore incolpato di aver bruciato la città.

Quest’estate invece ha condotto una campagna elettorale in tutta la Sicilia su un treno regionale lento e recentemente ha diretto una manifestazione a Roma per mostrare la sua portata nazionale del suo partito.

Nella stessa manifestazione alcuni sostenitori hanno sventolato la bandiera padana con le sei foglie verdi. Clara Agnoletti ha addirittura sfilato con il simbolo della Lega Nord fatto a mano con 4.000 cristalli verdi per manifestare la sua esasperazione nell’aver eliminato la parola Nord dal nome del partito.

Salvini, alzando le spalle ha risposto: “Metterò un po di carta bianca sulla parola nord”.

Dietro di lei, un gruppo di nazionalisti bianchi che si definivano “Giovani Identitari”, manifestavano contro lo Ius Soli. I sudisti della regione Puglia invece tenevano uno striscione pro-Salvini.

“Liberarci del nord sul cartello ha permesso a molti di avvicinarsi alla Lega”, ha detto Silvano Contini, coordinatore del gruppo meridionale. “La causa degli immigrati ci rende tutti uniti.”

Salvini, che indossava un maglione color cipria in armonia con la sua panatica estetica da uomo, ha fatto le sue solite osservazioni contro l’euro e l’islam radicale e in difesa dei pensionati e dei disoccupati.

Ma i suoi più grandi applausi riguardavano gli immigrati. “Sono stufo di vedere gli immigrati negli alberghi e negli italiani che dormono in auto”, ha detto Salvini allegramente. “Questo paese è razzista”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di   per New York Times qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Referendum Omnia Vincit

Referendum Omnia Vincit

E’ (in parte) noto come la parola “referendum”, inteso quale massimo strumento ed istituto di democrazia diretta, derivi etimologicamente dalla lingua latina, nell’arco della più generale espressione “convocatio ad referendum”. Tradotto: convocazione per riferire, essendo “referendum” gerundio del verbo referre, ovvero appunto riferire.

E difatti, un istituto di tale importanza, avrebbe teoricamente la necessità di ‘riferire’ ai propri cittadini per quale motivo si voti, per quali ragioni ci si esprima, ed in quale contesto emerga la necessità di richiamare il popolo tutto ad una consultazione da ritenersi politicamente rilevante. Dalle dichiarazioni di Zaia, evidentemente discordanti rispetto ad un requisito banale ed oltretutto retorico, emerge come tale ‘riferire’ si sia rivelato del tutto incomunicabile e fallimentare.

«Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?» – era il quesito sottoposto ai veneti –  a differenza della più articolata (e giuridicamente sensata) scheda comparsa in Lombardia. In realtà, a prescindere da quanto presente sulle due schede, nessuno dei due quesiti ha mai fatto riferimento alla possibilità di (auto)proclamare Lombardia e Veneto come ‘Regioni a statuto speciale’ (essendo il referendum di natura consultiva, ndr) in aggiunta alle attuali cinque previste dalla Costituzione e dal percorso politico che interessò l’Italia a margine del secondo dopoguerra.

In questo sta il succo dell’inutilità referendaria: non tanto, dunque, rispetto a quanto ampiamente commentato dalle (legittime) polemiche sul dispendio economico e sulle anomalie del voto elettronico in Lombardia, e nemmeno rispetto al citato esempio del modello Bonaccini e dell’ottimizzazione adoperata dall’Emilia-Romagna senza passare dall’utilizzo di 50 e rotti milioni di euro. Il referendum diventa così inutile nel senso di invocazione dello ‘Statuto speciale’, che non ha nulla a che vedere con le possibilità delle maggiori autonomie richiedibili e previste dalla riforma del Titolo V con L. Cost. 3/2001, la quale tentava peraltro allora di ridimensionare le diversità tra regioni speciali e regioni ‘ordinarie’.

In Veneto, dunque, devono aver capito male. Ha capito male Zaia, già designato da alcuni osservatori e politici come homo novus della politica nazionale. Hanno capito male i cittadini, che altro non potranno vedersi riconoscere se non una maggiore autonomia rispetto alle 23 materie delineate dagli artt.116 e 117 della Costituzione nostrana. Forse tutte, forse nessuna. Una autonomia che passa da trattative con l’attuale esecutivo Gentiloni, che non a caso ha aperto sulla scia del referendum lombardo, e non invece rispetto alla distorsione veneta, la quale invece, se quanto espresso da Zaia non fosse mera provocazione, dovrebbe passare da modifiche costituzionali e dal Parlamento nazionale, nell’ambito di un procedimento evidentemente più complesso. E considerato l’ultimo esito circa il tentativo di modificare l’assetto costituzionale, non riuscito all’ex premier Renzi, non resta che augurare buona fortuna. A Zaia e al Veneto intero.

Chi invece giocherà molto probabilmente una partita decisamente credibile pare Roberto Maroni, nonostante il flop del quorum comunque non necessario, considerata la già citata sensatezza e il maggior equilibrio istituzionale del quesito presentato ai cittadini. Tanto è vero che persino il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, ha aperto alla battaglia lombarda ricordando tuttavia un altro aspetto cruciale: «Nessun cittadino lombardo o veneto ha dato mandato per una secessione fiscale, fino ad oggi si è fatta molta propaganda su questo tema. Lavoro, istruzione, ricerca, ambiente, salute e autonomia territoriale: queste sei materie sono la base per ragionare».

Le materie trasferibili alle Regioni in base al disposto costituzionale sono infatti 23, tre di esclusiva competenza statale e venti cosiddette ‘concorrenti’. Difficile dunque ritenere possibile il “trattenimento di nove decimi delle tasse” o una totale ‘disgregazione fiscale’ tra lo Stato e le due Regioni. Del resto, la Lega è chiamata anche a considerare la futura partita delle elezioni nazionali, su cui il progetto del leader e segretario Matteo Salvini muove dal mutato interesse del partito alla questione nazionale, e conseguentemente alla voglia di diventare partito di governo, recante l’abbandono della ormai lontana retorica secessionista, come intuibile anche dall’equilibrio delle dichiarazioni post-referendarie dello stesso Maroni. Da capire se invece verrà a crearsi un doppio binario politico, che coincida con una diversificata battaglia che ‘divida’ Lombardia e Veneto rispetto alle richieste da operare allo Stato centrale e, fattispecie meno probabile, la messa in discussione della leadership salviniana con l’avvento politico del (sempre più) elettoralmente legittimato Zaia, invero già capace di decretare quasi tre anni fa ridimensionamento e fuoriuscita di una personalità come quella dell’ex sindaco di Verona ed ex Lega Flavio Tosi.

Da capire cosa succederà, ma considerati i tempi istituzionali il consiglio per lo ‘spettatore politico’ è di prendersela comoda. Nel frattempo si può (continuare a) godere dell’inconfondibile ed interminabile tran tran tipico dell’analisi referendaria dei partiti politici, dove per magia tutti vincono e nessuno perde. A parte la contrarietà di Fratelli d’Italia e formazioni a sinistra del Pd,  le compagini politiche hanno salutato benevolmente l’esito elettorale, erigendosi addirittura a protagonisti di tale risultato.

Da M5S, estasiato dal nuovo modello di voto elettronico, risultato poi in realtà fonte di sprechi (mentre noi mortali restiamo costretti a sopportare le quotidiane canzonette dei tagli ai costi della politica, piatto preferito del populismo e dell’antipolitica), sino a Forza Italia, con Berlusconi che chiede referendum per le autonomie in tutte le Regioni (bizzarro come le manifestazioni del partito dell’ex Cav contro la violenza sulle donne) per poi finire al Pd, tuttavia profondamente diviso sull’esito (basti pensare alla distanza ideologica sul tema Stato-Regioni tra Maurizio Martina e Giorgio Gori), si è assistito ad un irrefrenabile desiderio di acquisire il ticket più ambito, spesso gratuito: quello del consueto ‘giretto’ sul carro dei vincitori.

Come finirà tra Stato e Lombardia e Veneto è pertanto tutto da scoprire; nulla di nuovo invece sull’atteggiamento della politica italiana rispetto all’accaparrarsi una parte del ‘risultato’ maturato dal voto dei cittadini. Nulla di cui stupirsi. Dopotutto, ripescando l’amore della politica italiana per la riesumazione della lingua latina (vedasi i nomignoli latinizzati su proposte di legge elettorale), non resta che constatare un conseguente ed inevitabile assunto: ‘Referendum Omnia Vincit’.

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