L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

Le elezioni presidenziali francesi dell’Aprile-Maggio 2017 sono state (correttamente) viste dalla maggior parte degli interpreti come una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’Unione Europea:

si è, cioè, tentato di leggere nelle scelte dell’elettorato francese, sin dalle primissime fasi dell’acceso dibattito politico attraverso cui esse si sono snodate,  il grado di legittimazione popolare goduto dall’Unione, difesa dai candidati dei partiti tradizionali e dall’outsider Emmanuel Macron, e, di converso, il peso politico posseduto dalle posizioni “populiste” ed antieuropeiste, incarnate da Marine Le Pen e dal suo rinnovato Front National, al lordo della loro avanzata su scala globale rappresentata dalla vittoria del “Leave” nel referendum su Brexit prima, e dall’elezione di Donald Trump poi.

Ad un osservatore smaliziato, però, l’intera vicenda, e soprattutto la narrazione che ne è stata effettuata a livello mediatico, può apparire paradigmatica anche del concreto e desolante atteggiarsi del dibattito quotidiano sui temi dell’Europa, propiziato dalla cultura politica, condivisa da una parte sin troppo estesa dell’élite che quella stessa Europa è chiamata a governare, ormai divenuta maggioritaria al riguardo. Pressoché tutti i discorsi che vengono articolati nelle sedi mainstream sull’argomento, infatti, sono caratterizzati da un vero e proprio occultamento dei reali temi del contendere, funzionale, in modo più o meno consapevole a seconda dei casi, a prevenire una reale dialettica tra posizioni critiche. Più in particolare, si assiste ad una sconcertante divisione manichea tra “europeisti” e “populisti”: l’atteggiamento complessivo assunto dagli attori politici sull’UE, rispettivamente di adesione o di contestazione, è la prima informazione trasmessa su di essi da giornali, televisioni ed opinionisti, quasi che la “precisa” catalogazione nell’un campo o nell’altro fosse condizione essenziale e pregiudiziale per permettere all’opinione pubblica di valutare correttamente il partito o movimento in questione, il più delle volte conformemente agli oscillanti umori di volta in volta propiziati da quegli stessi media che rilanciano, rinsaldandolo, tale tertium non datur fatto sempre più proprio dagli stessi esponenti delle istituzioni europee. Come ogni discorso improntato ad una logica binaria, le effettive posizioni politiche e i sistemi valoriali ad essi soggiacenti finiscono per perdere qualsivoglia ruolo autonomo, divenendo vittime di un tritacarne ideologico il cui unico fine pare essere la semplificazione ad ogni costo, raggiunta attraverso la forzosa sussunzione entro dette categorie, che pretendono di esaurire le possibilità offerte dallo spettro politico, di soggettività che, ad uno sguardo più attento, non hanno nulla a che spartire l’una con l’altra.

EGALITÈ, LIBERTÈ, FRATERNITÈ

A fare le spese della perversa logica politico-culturale per cui ad una critica del sistema europeista corrisponde una pressoché automatica etichettatura come «populista», a prescindere dalle concrete modalità di svolgimento della critica stessa, sono stati, nella vicenda francese, Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento La France Insoumise. Ambedue estremamente critici nei confronti dell’UE e della sua ideologia liberista, ambedue per ciò solo etichettati pressoché unanimemente come «populisti di sinistra», il neonato partito e il suo istrionico leader sono comunque riusciti ad ottenere risultati notevoli, rispettivamente alle elezioni legislative del Giugno 2017 e (soprattutto) al primo turno delle elezioni presidenziali in parola, dove Mélenchon ha conquistato la fiducia del 19,6% dei votanti sfiorando il ballottaggio.

La poderosità del conformismo mediatico nel senso dell’appiattimento sull’equazione tra critica dell’UE e populismo si è dispiegata appieno appunto a sèguito dell’arrestarsi del filosofo francese al primo turno. Per quanto l’opinabile equiparazione tra Le Pen e Mélenchon (portata avanti anche da buona parte dei media italiani, con un’impressionante coincidenza tra opposti quali Il Sole 24 Ore e Il Fatto Quotidiano), nel segno di una presunta comunanza d’intenti nell’uscita dall’UE e dalla NATO e nel recupero della sovranità nazionale, fosse iniziata già durante l’incerta e mozzafiato campagna per il primo turno, l’esclusione del secondo dal ballottaggio e la sua conseguente necessità di prendere una posizione hanno aperto il vaso di Pandora dei commentatori, interessati e non, che rispettivamente auspicavano e vaticinavano un endorsement del “populista di sinistra” alla “populista” tout court. Che in Italia il più illustre esponente dei primi sia stato  Matteo Salvini (allineatosi alla strategia di Le Pen stessa), secondo il quale gli elettori di Mélenchon avrebbero dovuto votare Le Pen perché «(…) il punto non è più destra o sinistra, ma l’essere alle dipendenze di Bruxelles o non esserlo», non dovrebbe sorprendere più di tanto: “il popolo” contro “le élites” non è, d’altro canto, che l’ultima versione, una volta rivelatasi impraticabile la vecchia dicotomia “nazione”– “non nazione”, della consueta strategia della destra reazionaria di negare la complessità del reale astraendolo in categorie vuote, ma tali da creare un senso di appartenenza e promuovere lo scontro manicheo tra “noi” e “loro”.

Meno scontato è che posizioni nella sostanza analoghe siano state e siano assunte da commentatori dotatisi di analisi ben più profonde e di segno ben più progressista. In un precedente articolo ho tentato di ricondurre l’ascesa del “populismo di destra” (specificazione che non ritengo debba, in realtà, essere effettuata) all’effettiva estromissione delle istanze di sinistra dallo spettro politico di gran parte delle democrazie liberali, ormai ridotto ad autorappresentarsi (in maniera, purtroppo, tendenzialmente fedele alla realtà della sua prassi quotidiana) come imperniato sulla dialettica tra “moderati”, sparpagliatisi tra due “poli” sempre più ideologicamente simili l’uno all’altro, e “populisti”. L’equiparazione di La France Insoumise e Front National non è altro che il frutto avvelenato di questa stessa logica, legato al fatto che, in Europa, le sorti dei “moderati” e dell’europeismo siano, storicamente, state inscindibilmente connesse: sinistra e destra istituzionali (o, se si preferisce, centrosinistra e centrodestra) sono, infatti, ormai da almeno un trentennio unite, tra l’altro, dal comune favore per l’Europa unita, e da tutto ciò che ne consegue. Qualunque soggettività politica si ponga al di fuori dell’insieme di assunzioni assiomatiche che fondano l’ideologia “moderata”, e in particolare la celebrazione acritica dell’UE, sia essa l’erede ritoccato dei nostalgici di Vichy o una forza di sinistra ambientalista, ispirata alla logica della partecipazione dal basso, è egualmente peccatrice – dell’irredimibile peccato di “populismo”.

Si tratta, però, di un’equiparazione assolutamente mistificatoria, che pur di autoperpetuarsi giunge a fare a pugni con la realtà dei fatti. Se, infatti, è già sufficientemente sorprendente che, nonostante Mélenchon abbia ripetutamente fatto presente di non avere intenzione di uscire dall’UE, ma “semplicemente” di correggerne il tiro in direzione sociale-redistributiva ,abbandonandone l’esasperato liberismo, i media mainstream abbiano ossessivamente ripetuto il mantra dell’esito fatale per l’Europa unita, in ogni caso, di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon; pressoché incomprensibili, e tanto più tali quanto meno partigiani, risultano gli incoraggiamenti/pronostici di una convergenza degli elettori di La France Insoumise su Le Pen al ballottaggio, a fronte del format scelto da Mélenchon per lanciare la consultazione con la propria base sulla questione – oggettivamente spinosa – della posizione da assumere al secondo turno:

«Visto il profondo attaccamento di La France Insoumise ai valori d’egalité, liberté e fraternité, il voto per il Front National non costituisce un’opzione per la consultazione.»

La formula è significativa nel suo esprimere l’incolmabile abisso che separa due forze che soltanto ad una superficiale osservazione possono apparire, ed anche in tal caso solo sommariamente, assimilabili. Se da un lato Le Pen agita il feticcio di una sovranità statuale colpita a morte dall’integrazione europea concependola come un fine in se stessa, in quanti realizzazione dell’autodeterminazione nazionale, dall’altro Mélenchon propone una rinnovata valorizzazione di quella stessa sovranità, oltre che come misura sussidiaria, solamente quale mezzo per realizzare quei fini di eguaglianza, libertà e solidarietà che i rigurgiti nazionalisti si prefiggono invece di negare esplicitamente, attraverso quei diritti sociali (alla salute, all’istruzione, al lavoro) che lo Stato sociale europeo ha saputo garantire nell’Hobsbawmiana «età dell’oro» e che la globalizzazione economica liberista, alle cui ideologia e prassi l’UE aderisce (pur temperandole, in certi casi anche significativamente), sta ora mettendo in crisi.

In ciò risiede la legittimità dello Stato agli occhi di una sinistra nel cui patrimonio valoriale è ben presente la nozione della strumentalità delle organizzazioni politiche rispetto alla vita delle persone (e non viceversa), e in ciò si esaurisce la proposta di un suo recupero contro la globalizzazione. L’orizzonte culturale, prima ancora che politico, in cui si muovono quelle che qualche osservatore ha più propriamente descritto come destra e sinistra “sovraniste”, registrando un trend non certo limitato alla sola Francia, è dunque incommensurabile, e prenderne atto si fa ogni giorno più necessario.

IDEOLOGIA

Ciò che ha reso possibile trattare allo stesso modo Front National e La France Insoumise va, insomma, ricercato al di fuori dei rispettivi obiettivi politici. Nelle opere del giovane Karl Marx acquista centrale importanza la nozione di “ideologia”, intesa, nel suo nucleo più essenziale, come sistema teoretico astratto dalla realtà materiale e sociale, teso a giustificarla tendenziosamente e ad occultarne gli squilibri nei rapporti di forza economici. Qualcosa di simile è accaduto nel contesto dell’Europa unita: il suo sistema istituzionale e l’intricato sistema di norme giuridiche da esso prodotto hanno saputo guadagnare legittimità agli occhi di un’opinione pubblica tendenzialmente orientata in senso democratico-sociale aderendo alla sua stessa retorica, per quanto la loro concreta prassi si sia orientata in senso esplicitamente contrario e finalizzato alla realizzazione mercato unico. La volontà di superare il paradigma sovranistico e nazionale, propiziata dagli orrori della Seconda guerra mondiale che ne costituivano il logico sviluppo, è così diventata (a buon diritto!) parte integrante della mentalità collettiva; ne sono, però, discesi, soprattutto negli anni passati, una retorica europeista pervasiva ed un aprioristico favore per l’integrazione sovranazionale (che oggi ha ironicamente ceduto  il passo ad un altrettanto aprioristico antieuropeismo) noncurante dell’oggettivo contrasto esistente tra i valori fondamentali della grande unità antifascista, che davano lo slancio alla ricostruzione europea degli anni ’50-’60, e quelli della Comunità Economica Europea prima, e della Comunità Europea e dell’Unione Europea poi.

Gli esempi dell’irrisolta tensione tra i princìpi costituzionali, egualitari e redistributivi, degli Stati membri e quelli ispiratori del sogno europeista, liberisti e orientati al mercato, al di là della convergenza su specifiche questioni (anche numerose, se si pensa all’apporto oggettivamente progressista recato alla politica internazionale dall’UE su una pluralità di temi, quali la tutela dell’ambiente), si sprecano. Come acutamente notato, tra gli altri, da Cesare Salvi nel suo «Capitalismo e diritto civile» (Il Mulino, 2015), anche un semplice raffronto fra il testo della Costituzione italiana del 1948 e quello della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 permette di cogliere significative differenze negli orizzonti valoriali di riferimento.

Laddove la prima recita, all’art. 41:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»,

la secondasullo stesso tema, prevede scarnamente, all’art.16:

«È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.»

Bandito ogni riferimento espresso ai fini sociali promossi dalla regolamentazione legislativa ed ai limiti intangibili della sicurezza, della libertà e della dignità umana, il documento simbolo di un’Unione Europea che si vuole paladina dei diritti fondamentali rinvia, in primis, al «diritto comunitario» latamente inteso (essendo le «legislazioni e prassi nazionali» obbligate ad essere a questo conformi), per la definizione dei limiti entro i quali la libertà d’impresa possa esplicarsi.

Come sottolineato da Salvi, già il semplice fatto di connotare la libertà d’impresa (così, come, d’altro canto, il diritto di proprietà – art. 17) come «diritto fondamentale», equiparato al diritto alla vita, alla libertà di espressione e al diritto di sciopero, risulta estraneo alla mentalità degli ordinamenti costituzionali novecenteschi, che – come testimoniato dalla Costituzione italiana – hanno sottoposto tale libertà a severe limitazioni, assegnandole un ruolo subordinato nel proprio quadro valoriale complessivo. Ciò che Salvi caratterizza come ritorno al paradigma individualistico ottocentesco è, però, ancora più evidente nello “zoccolo duro” di quello stesso diritto comunitario che dovrebbe delimitare l’operatività della libertà in questione, rappresentato da quelle che l’UE qualifica come «libertà fondamentali» (la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali fra gli Stati membri), la garanzia delle quali è stata storicamente – ed è ancora, in una misura solo parzialmente temperata dai sempre più osteggiati propositi di integrazione politica – la finalità primaria dell’Europa unita. Tali libertà, funzionali a creare un mercato unico e fondato sul libero scambio fra i Paesi aderenti all’UE, comportano, tra l’altro, l’obbligo per tali Stati di eliminare tanto qualsiasi forma di imposizione doganale o restrizione quantitativa allo scambio delle merci che, imponendo costi non sostenuti dagli agenti economici nazionali, rendano maggiormente difficile per gli omologhi esteri la penetrazione nel mercato interno, quanto qualsiasi «misura ad effetto equivalente» alle prime: concetto estremamente ampio, tale da ricomprendere qualsiasi tassa, norma o provvedimento (compresi controlli sanitari sui prodotti d’importazione addebitati all’importatore) che abbia l’effetto di comportare, anche indirettamente o soltanto potenzialmente, costi per l’impresa esportatrice che non sarebbero sostenuti se la stessa provenisse dallo Stato interessato, secondo uno schema applicato, nelle sue linee guida, anche a servizi, persone e capitali.

Un esempio particolarmente evidente di come il primato assegnato a tali libertà dall’ordinamento europeo sia difficilmente conciliabile con i princìpi sociali è offerto dalla celeberrima e contestata sentenza «Laval», resa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2007. La Laval, impresa edile lettone, si era vista aggiudicare un appalto per la costruzione di una scuola in Svezia, ed aveva iniziato i lavori attraverso una società locale da essa controllata, distaccando, però, lavoratori lettoni. I sindacati svedesi di settore avevano dato luogo ad un intenso ciclo di lotte, conformemente al diritto nazionale, finalizzate ad imporre alla Laval l’adesione al contratto collettivo svedese in materia, stabilente una serie di condizioni lavorative (quali la sicurezza del luogo di lavoro e il periodo massimo di lavoro) maggiormente favorevoli rispetto a quelle che l’impresa intendeva applicare ai propri dipendenti, stabilite dal contratto collettivo cui essa aveva aderito in Lettonia. La preoccupazione di fondo era quella di prevenire la formazione di un pericoloso precedente, idoneo a dare luogo a pratiche di social dumping (l’abbassamento degli standard di tutela del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori provenienti da aree dotate di minori garanzie, così da obbligare i dipendenti maggiormente protetti ad accettare condizioni sfavorevoli, pur di non vedersi sostituire dai primi). A sèguito del fallimento della società controllata, la Laval aveva agìto in giudizio, chiedendo che i sindacati fossero obbligati a risarcire il danno provocato dalle azioni collettive, in quanto queste sarebbero state contrastanti con la libertà di prestazione dei servizi, imponendo all’impresa difficoltà che non avrebbe incontrato se fosse stata svedese, rendendole impossibile conoscere prima di investire nella prestazione le condizioni contrattuali cui sarebbe stata costretta ad aderire (a causa dell’affidamento da essa fatto sulla possibilità di continuare a praticare i contratti stipulati in Lettonia). Investita della questione, la Corte di Giustizia ritenne fondate le pretese dell’impresa lettone, stabilendo che le lotte sindacali svedesi avessero ristretto ingiustificatamente (il che sarebbe potuto legittimamente accadere, ad altre condizioni) la libertà di prestazione dei servizi, essendo già operativo un “nucleo di norme imperative di protezione minima” in materia, fissato da una direttiva dell’UE. Poiché le rivendicazioni si collocavano al di sopra di tale standard minimo, le difficoltà causate alla Laval nell’esercizio della propria libertà fondamentale non potevano dirsi inquadrabili nel necessario (stante l’oggettivo contrasto esistente tra di essi) bilanciamento tra questa e il diritto, parimenti fondamentale, allo sciopero, funzionale ad ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative.

La pronuncia è significativa nel segnare il distacco esistente tra il quadro dello Stato democratico-sociale e quello dell’ordinamento europeo, tanto nell’equiparazione, ad un livello astratto, tra i diritti sociali dei lavoratori e la libertà economica della prestazione di servizi (la quale, sola, rende necessario il bilanciamento reciproco), quanto nel concreto risultato applicativo raggiunto, che non può dirsi in linea con ciò che le Costituzioni moderne, recettive delle istanze democratico-progressiste, avrebbero probabilmente richiesto in un caso analogo. La Corte ha, in effetti (in ciò suscitando un vespaio di critiche ancora non sopite), legittimato quel social dumping che quasi unanimemente è indicato come uno dei più gravi problemi sollevati dalla globalizzazione economica.

Gli esempi ora citati si inseriscono in un quadro complesso, caratterizzato da innumerevoli sfumature di cui è qui impossibile rendere conto, ma che indubbiamente presenta un’inquietante ambiguità degli obiettivi fondamentali perseguiti dall’integrazione europea, che nonostante le proclamate mire di realizzazione di una «economia sociale di mercato» sembra pericolosamente oscillante verso una valorizzazione dell’elemento liberista a scapito di quello sociale. Se così è, mal si comprende come la critica delle politiche europee sembri appannaggio esclusivo delle destre, sempre più scopertamente neo-nazionaliste, di ispirazione Lepenista, e a sinistra si assista ad un’assunzione pressoché assiomatica della retorica europeista, ed alla rinuncia a denunciare con la decisione che appare necessaria il duplice (e strettamente interconnesso nei suoi due aspetti) problema del persistente deficit democratico e dell’altrettanto persistente mancanza di un orizzonte sociale nel contesto europeo.

Per quanto probabilmente non condivisibile negli esiti (per le ragioni indicate poco oltre), la battaglia di Mélenchon ha l’indiscutibile merito di aver spezzato un tabù che ormai da troppo tempo legava le mani della sinistra europea, invischiatasi in un europeismo acritico e in un rifiuto di denunciare le storture dell’UE anche quando la totale estraneità ai propri valori fondanti era maggiormente evidente (peraltro, dopo una fase di iniziale – e giustificata, stante la pesantissima assenza nel Trattato di Roma degli elementi più progressisti di cui l’architettura comunitaria si è arricchita nel corso degli anni -, durissima contrarietà alle istituzioni europee, globalmente considerate). Tale apriorismo, che, cavalcando le ambizioni del secondo ‘900, è diventato un vero e proprio fenomeno di massa e non certo limitato ai soli partiti di sinistra, sta in questa fase storica facendo il gioco dei populismi più beceri; laddove la serena constatazione della legittimità di sottoporre a critica, per quanto dura, qualsiasi tipo di istituzione politica (comprese quelle UE, terribile a dirsi!) non fosse sufficiente a persuadere dell’opportunità di prendere atto di alcune innegabili criticità, la preoccupante forza delle destre euroscettiche dovrebbe comunque portare più di un osservatore ad interrogarsi seriamente su dove l’Unione Europea stia andando e – soprattutto – voglia andare.

DIALETTICA DEL SOLIDARISMO

La strada de La France Insoumise, intrapresa nel nostro Paese anche da Sinistra Italiana (il cui leader, Stefano Fassina, non a caso ha scritto alcune delle parole più lucide che siano state spese sulle vicende elettorali francesi), non è, però, l’unica alternativa teorica elaborata dalle forze della sinistra sul tema dei complessi rapporti tra Stato ed UE, come declinazione particolare della grande, generale sfida della globalizzazione.

In «Impero» (Harvard University Press, 2000; Rizzoli, 2002), summa di pensiero postmoderno e libro-manifesto dell’enorme bolla di sapone che a posteriori si è rivelato essere il movimento No Global dei primi anni 2000, Toni Negri e Michael Hardt elaborano un affresco tanto spesso non in grado di convincere fino in fondo quanto raramente privo di forza suggestiva. Prendendo le mosse dalla presa d’atto dell’irreversibile declino del paradigma nazionale e statuale e delle sue varie declinazioni (dalla storia delle idee al diritto internazionale), causato dalla globalizzazione economica, gli Autori criticano serratamente la sinistra statalista e localista di stampo Mélenchoniano, che si ripropone di combattere gli effetti distorsivi della globalizzazione economica tornando a valorizzare la sovranità tradizionalmente intesa e i sistemi produttivi territoriali, plaudendo invece al tramonto dello Stato, caratterizzato come intrinsecamente repressivo anche nelle sue declinazioni più progressiste e assistenzialistiche, e alle possibilità di emancipazione che la mobilità di beni e persone offrono ad un’umanità ormai libera dalle anguste barriere territoriali e culturali che hanno caratterizzato l’età moderna. La globalizzazione andrebbe, dunque, “semplicemente” reindirizzata in senso sociale, e non contrastata; avversata nei suoi profili di diseguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non rigettata in quanto tale.

Depurando l’analisi di Negri e Hardt dai suoi elementi troppo rigidamente marxisti, ed applicandola allo specifico problema dell’Unione Europea, è possibile trarre utili indicazioni circa le contraddizioni della sinistra “sovranista”, l’impraticabilità delle sue proposte e la non desiderabilità della riproposizione di un modello, quello statuale, che ha certamente prodotto alcuni tra gli più stupefacenti progressi registrati nella storia dell’umanità, ma ha anche segnato con la propria impronta alcune delle pagine più buie della stessa. Riproporre un apparato fondato sul legame fra popolazione e territorio, quando l’indissolubilità, un tempo data per scontata, di questo rapporto è ogni giorno messa più in crisi dai fenomeni migratori, sempre più strutturalmente propri della nostra epoca, diventa ogni giorno più difficile; l’idea di una sovranità esercitata su, e grazie a, questo binomio è sempre meno attuale, tanto più la questione ambientale e i colpi di testa al riguardo di un Presidente eletto nell’esercizio della sovranità stessa mettono in luce la necessità di sue limitazioni.

Da quest’angolo visuale, l’Unione Europea sarebbe, nello spirito dei suoi padri fondatori (quelli ideali: non certo quelli che hanno concretizzato il sogno proto-federale nel Trattato di Roma del ’57, che, come poc’anzi accennato, disegnava anzi un quadro ancor più liberista ed antidemocratico di quello attuale), il mezzo per superare il mito della sovranità moderna incondizionata, ed affrontare con cognizione di causa le sfide del mondo attuale: superamento che, però, non può, da un lato, prescindere da un effettivo riconoscimento dei diritti umani a prescindere da appartenenze territoriali e nazionali, senza il quale l’Unione non rappresenterebbe altro che una trasposizione in scala maggiore dello Stato nazionale; e, dall’altro, non può declinarsi nel cieco liberismo cui l’UE continua ad ispirarsi, pena il divenire il miglior vassallo di quella globalizzazione (solo) economica che sta mettendo in crisi la democrazia in tutto il mondo.

Un radicale ripensamento dell’architettura europea e dei suoi fini, in direzione davvero democratica e sociale sarebbe, insomma, probabilmente più coerente con i princìpi della sinistra storica di quanto non lo siano le resistenze sovraniste di Mélenchon. Precondizione per questo è, però, che sia possibile criticare da sinistra l’UE: che le forze di sinistra rinuncino al proprio europeismo retorico e riconoscano l’esistenza di gravi problematiche nello stato attuale dell’Unione, e che a livello mediatico si smetta di associare automaticamente la critica delle politiche europee al populismo e – di conseguenza – alle destre. L’alternativa sono l’attuale stagnazione del processo di integrazione e, in ultima analisi, l’autodistruzione dell’Unione.

Se si crede, come chi scrive, che il progetto unitario (idealmente) meriti supporto, si devono fare i conti con i problemi che esso sta (materialmente) incontrando, e prendere in considerazione senza orrore né sgomento anche l’ipotesi che esso si arresti, laddove in ultima istanza si rivelasse non meritevole d’essere perseguito (per quanto, è importante ribadirlo, quest’ipotesi al momento non sembri prospettarsi). Il ‘900 ci ha mostrato, con Auschwitz e l’arcipelago GULag, i risultati del considerare lo Stato un fine in se stesso. Perché con un’organizzazione internazionale le cose dovrebbero essere diverse?

En Marche, s’il vous plait!

En Marche, s’il vous plait!

Il voto francese di ieri ci ricorda come i primi ad essere ancora vivi siano i sondaggisti, dopo le beffe subite in altri appuntamenti cruciali come Brexit e l’elezione alla presidenza americana di Donald J. Trump.

Non hanno infatti fallito questa volta le previsioni. Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono i candidati che si contenderanno la poltrona all’Eliseo, dopo aver sbaragliato una numerosa concorrenza formata da altri ben nove candidati. L’appuntamento del 7 maggio molto dirà sul futuro dell’Europa, dato che la partita in ballo non può riguardare solo ed esclusivamente il popolo francese, in considerazione della elevata e delicatissima posta in gioco.

Il primo aspetto che senza dubbio emerge è la crisi dei partiti tradizionali, con destra e sinistra chiamate a guardare la partita del secondo turno da spettatrici. La sconfitta della politica tradizionale ha tuttavia aspetti diversi, a ben guardare le situazioni di Fillon e Hamon. Se infatti i gollisti devono la propria sconfitta a questioni personali del proprio candidato, la cui corsa è stata travolta dagli scandali giudiziari che ne hanno pesantemente condizionato la campagna elettorale, diverso discorso deve essere fatto per la sinistra ed il socialismo francese.

La sconfitta di Benoit Hamon, a differenza dell’insuccesso di Fillon, non è infatti circoscrivibile al proprio appeal elettorale (o meglio, non solo) ma ad un generale ridimensionamento della sinistra francese, tramortita dalla discutibile gestione Hollande e dall’ondata terroristica che ne ha ulteriormente minato consensi e credibilità.

Al netto di queste prime due considerazioni, appare evidente come il successo dell’homo novus della politica francese, quel Emmanuel Macron che nel suo discorso ha già parlato da presidente in pectore, ci riveli come di questi tempi anche una start up politica fondata da appena un anno possa avere le qualità per dissuadere il popolo francese dal richiamo ai partiti tradizionali, ormai defunti rispetto all’antitesi tra ‘sovranismo’ ed europeismo post-ideologico. Un europeismo con riserva, purché sganciato da soggetti considerati relitti e non più credibili. Con tanti saluti al Novecento e alla supremazia dei partiti di massa.

Detto status quo tocca non solo la politica francese ma una Europa sempre più a corto di consensi. Ogni tornata elettorale che conti non fa altro che rivelarci la presenza di un voto di protesta, spesso proveniente da classi sociali devastate dalla crisi economica e pertanto intenzionate ad offrire un segnale all’establishment comunitario e non solo (vedasi Donald Trump).

Certo, un diverso andamento delle diatribe personali di Fillon avrebbe forse oggi portato a compiere analisi diverse sul voto di ieri. Ma se la politica non si fa con i se e con i ma, bisogna ammettere come il voto di ieri rappresenti un rigetto di ciò che essa è stata. Di un passato che ormai non può più tornare e deve guardare al presente e al nuovo che avanza. Ovvero all’invenzione politica di Emmanuel Macron, ultima àncora di salvezza rispetto al leitmotiv sovranista di Marine Le Pen.

Tutto fa pensare alla clamorosa vittoria dell’ex ministro 39enne. Un uomo in grado da solo di spazzare il partito socialista, per quanto Hamon affermi che la sinistra non sia morta e con lo stesso Melenchon non oltre la soglia del 20%. La guerra a sinistra, fatta di scontri ed ideologie, si disperde rispetto alla candidatura vincente e post-ideologica di un neonato leader che sente ormai la vittoria in pugno.

L’endorsement successivo ai risultati fornito da Fillon e Hamon apre ad un fronte repubblicano che inviterà l’elettorato ad esprimersi contro il programma politico del Front National e della candidata Marine Le Pen. Non si è invece espresso, come d’altronde prevedibile, Jean Luc Melenchon. L’estrema sinistra s’è infatti mostrata nel corso della campagna elettorale tutt’altro che ammiratrice del progetto europeo, ed anzi molto più vicina a temi che invocavano al rilancio del popolo francese basato sulla rivendicazione di una sovranità nazionale preferita alle politiche di Bruxelles.

Ed allora, se è vero che si formerà una sorta di grande coalizione elettorale per portare Macron all’Eliseo (o meglio per sconfiggere l’insidia populista Le Pen, come del resto già accaduto in passato con suo padre) nulla ancora è possibile dire su quel consistente 19% a firma Melenchon. L’impressione è che se chi ha deciso di fare affidamento su di lui decidesse di tornare alle urne, parrebbe molto più probabile una scelta ai danni di Macron e a vantaggio di Marine Le Pen.

L’altro punto cruciale è il seguente: la scelta elettorale di appoggio politico a Macron ad opera di Fillon e Hamon non corrisponderà quasi certamente in maniera univoca alle menti pensanti dell’elettorato. Perciò, se a primo impatto la corsa alla presidenza della Le Pen termina con il voto di ieri sera, con un risultato considerevole ma non di sfondamento, non pare che l’esito possa dirsi del tutto scontato.

I fattori in campo sono infatti tantissimi: il primo è ciò che si diceva, ovvero la non garanzia che gli elettorati di Fillon e Hamon convergano automaticamente su Macron. Il secondo è legato alla partecipazione dei cittadini, ed è su questo piano che i candidati alla presidenza saranno chiamati a sfidarsi. Per confermare il dato elettorale o addirittura migliorarlo, modellandolo a proprio vantaggio e a spese dell’avversario.

Ma non si può certamente ignorare il ridimensionamento di Marine Le Pen. Un risultato, si diceva, “considerevole ma non di sfondamento”, poiché non può eludere le aspettative iniziali ed i sondaggi che la vedevano addirittura favorita con picchi del 25%. Non è andata così e probabilmente il voto del 7 maggio ci dirà che questo parziale successo è servito davvero poco alla leader del Front National.

Altrettanto non trascurabile è la considerazione ultima, ma non certo di inferiore importanza, che tocca il sistema elettorale francese. L’elezione presidenziale sarà infatti immediatamente seguita dalle Legislative dell’11 giugno. Il voto tra Presidente e Parlamento è un voto separato che avviene nel giro di un mese. Considerata la grande ventata di novità apportata dai candidati in campo, appare molto difficile la presenza di un governo che non passi da una coalizione e dal rischio della cosiddetta coabitazione, ovvero quel fenomeno secondo cui Presidente e maggioranza parlamentare potrebbero non corrispondere politicamente. Uno scenario possibile e che aveva già impantanato in passato presidenti del calibro di Mitterrand e Chirac. Ma questa è un’altra storia, ancora tutta da raccontare.

foto da: ouest-france.fr

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

«Ma il secolo che iniziò pieno di fiducia in se stesso e nel trionfo definitivo della democrazia liberale occidentale sembra ormai prossimo a tornare, circolarmente, al punto dal quale è partito: (…) ad una vittoria incontrastata del liberalismo, politico ed economico.» (F. Fukuyama, «La fine della Storia?», The National Interest, n. 16, 1989)

«Our democracy has been hijacked!»(«Ci hanno sottratto la democrazia!»): con questo grido Zack de la Rocha, cantante dei Rage Against the Machine, apriva, nell’Agosto del 2000, uno degli ultimi concerti del suo gruppo, fuori dal palazzetto dello sport di Los Angeles nel quale contemporaneamente si teneva il Congresso nazionale del Partito Democratico statunitense, che avrebbe ufficializzato la nomina di Al Gore a candidato alla presidenza per le elezioni del Novembre di quell’anno (vinte da George W. Bush). La performance (parzialmente caricata su YouTube, frammista alle immagini dei violenti scontri con la polizia, che disperse l’assembramento) si inseriva nel più ampio contesto delle proteste indette in tale sede da un variegato conglomerato di sigle ed attivisti, generalmente riferibile a quell’area No Global che meno di un anno prima aveva ottenuto risonanza mondiale grazie alle infuocate proteste in occasione del summit della WTO di Seattle, contro il sistema politico, saldamente bipolare, statunitense. Tale sistema era accusato, appunto, di aver sostanzialmente svuotato di significato i meccanismi democratici, obbligando l’elettorato ad una scelta puramente formale, il cui esito sarebbe stato totalmente indifferente rispetto ad una pluralità di questioni, tra cui l’adesione ad una linea economica liberoscambista ed una politica estera aggressiva, mirante a profittarsi dell’apparente possibilità di instaurare un ordine internazionale unipolare.

L’attenzione del gruppo per questi temi non era nuova: pochi mesi prima, esso aveva pubblicato il videoclip della canzone «Testify», nel quale, con l’icastico sarcasmo proprio di Michael Moore (che ne curò la realizzazione), veniva messa alla berlina la pressoché totale interscambiabilità dei candidati dei due partiti maggiori, attraverso il rapido susseguirsi di identici spezzoni di loro discorsi. Questo video risulta particolarmente efficace nel mettere in luce quello che non pare azzardato ritenere il tratto saliente della vita politica nelle democrazie liberali consolidate nella nostra epoca, in grado di fornire un’efficace chiave di lettura dei fenomeni maggiormente degradanti e degradati della stessa, quali l’ascesa delle destre “populiste” e la crisi delle forze di sinistra: l’appiattimento delle posizioni dei partiti politici e la generalizzata instaurazione di sistemi bipolari.

LA FINE DELLA STORIA E IL BIPOLARISMO AD UNA DIMENSIONE

Tale fenomeno, che negli ultimi 25 anni ha rivestito carattere strutturale nella quasi totalità degli Stati riferibili al modello liberaldemocratico (dagli Usa, all’Italia, passando per gli altri Paesi dell’UE), è la precisa conseguenza di quello che il politologo statunitense Francis Fukuyama, nell’articolo «The End of History?»(citato in epigrafe) e nel successivo saggio «The End of History and the Last Man» (1992), che ne sviluppava ulteriormente le tesi, definì «fine della Storia». Tali opere, che godettero diuna fama notevole quanto immeritata (a fronte del dilettantismo col quale Autori come Hobbes, Hegel e Platone venivano diffusamente citati) negli anni immediatamente successivi alla dissoluzione del blocco sovietico, sostenevano, sulla scorta di opinabili argomentazioni che non è qui la sede di approfondire, che, a seguito delle convulse vicende del biennio ’89-’91 (la perestrojka, la glasnost, il crollo del Muro di Berlino…), il sistema economico capitalista e il sistema politico liberaldemocratico occidentali, avendo vinto la competizione col rivale sovietico che aveva informato di sé la seconda metà del XX secolo, dopo aver fatto piazza pulita nei secoli precedenti degli altri antagonisti socioeconomici quali il fascismo e le società tradizionali, fossero ormai privi di competitori nell’arena dei possibili modelli sociali disponibili all’umanità, e che presto l’intero globo  vi avrebbe aderito. Fukuyama riteneva, infatti, che le forze storiche che avevano portato all’affermazione degli stessi secondo uno schema progressivo non fossero reversibili, né che tale progresso potesse condurre ad ulteriori evoluzioni: si era, insomma, giunti alla “fine della Storia” preconizzata da Hegel, essendosi ormai risolte tutte le contraddizioni che costituivano il propellente del cammino dell’umanità sul rettilineo della Storia stessa attraverso l’interazione dialettica tra opposti.

Negli anni successivi, a fronte della vigorosa smentita delle sue concezioni offerta in particolare dall’area mediorientale e dall’area asiatica (delle quali, ad onor del vero, lo stesso Autore riconosceva la potenziale problematicità), Fukuyama ritrattò le proprie posizioni. Nella prassi politica degli Stati “occidentali” (termine che, qui come sopra, viene usato senza alcuna implicazione culturale, ma semplicemente per riferirsi ai già citati Stati aderenti al sistema liberaldemocratico), però, queste furono con ogni evidenza, esplicitamente o meno, accolte. In altre parole, i partiti che la animavano, a seguito del crollo del “socialismo reale”, agirono precisamente come se il sistema politico liberaldemocratico e (ciò che più conta in questa sede) quello del libero mercato globalizzato fossero modelli storicamente necessari, privi di contraddizioni e di alternative e nei confronti dei quali non si poteva assumere altro atteggiamento che quello dell’accettazione acritica e/o entusiastica.

Il risultato fu, pressoché ovunque, l’adozione del già ricordato sistema bipartitico: allo scioglimento dei partiti comunisti, piagati dal rapporto di dipendenza dal liberticida sistema sovietico e la cui dottrina non risultava più praticabile, a fronte del suo clamoroso fallimento storico e dal totale mutamento delle condizioni sociali in rapporto alle quali era stata elaborata, fece generalmente seguito la creazione di due “poli” antagonistici (ad esclusione di formazioni politiche minori); come nel modello anglosassone, la filosofia di fondo era quella di incoraggiare l’alternanza tra i due avversari, chiamati ciascuno a governare senza “scossoni” per un periodo prestabilito, al termine del quale sarebbero stati giudicati dall’elettorato, che, se insoddisfatto, avrebbe votato il polo “di opposizione”. Centrosinistra e centrodestra in Italia, socialisti e gaullisti in Francia, socialdemocratici e cristiano-democratici in Germania divennero così gli attori chiamati ad avvicendarsi ai ruoli di potere nei rispettivi Stati. In tutti questi casi, tanto l’uno quanto l’altro schieramento mostravano di avere aderito ai princìpi liberisti che, complice il vigoroso (e non casuale) rafforzamento della CE/UE tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, si ponevano alla base del sempre più strettamente integrato sistema economico globale. Eliminata in radice la possibilità stessa di concepire una critica dello stesso, il contrasto politico si spostava, nel migliore dei casi, sul piano dei diritti civili: accesi diverbi sulla depenalizzazione delle droghe leggere, dibattiti sui diritti LGBT, rigurgiti antiabortisti e correlative resistenze divennero temi di primo piano nei comizi e nei talk show. Nel peggiore dei casi, la contrapposizione tra l’un polo e l’altro si riduceva ad una mera contrapposizione tra i centri di interesse economico, mediatico e culturale che in essi trovavano espressione.

È opinione di chi scrive, come accennato, che questa situazione si ponga alla base dei fenomeni, strettamente correlati, della crisi dei partiti di sinistra (o presunta tale) e del travolgente successo delle istanze “populiste”. Venuta meno la legittimazione storica dell’ideologia che ne aveva guidato l’azione per più di un secolo, e che aveva posto al centro del proprio programma la trasformazione dell’esistente partendo dai rapporti di forza economici, nella convinzione che a ciò sarebbe conseguita l’emancipazione dell’essere umano in ogni altro àmbito, le forze di sinistra istituzionale non trovarono di meglio, per perpetuare la propria esistenza, che il collocarsi nel campo “progressista” della citata contrapposizione sui temi delle libertà individuali. Era però inevitabile che la rinuncia a porre in discussione le logiche del mercato comportasse uno snaturamento di queste forze, tale da alienare da esse le simpatie elettorali degli irriducibili e sempre più sparuti sostenitori di un totale ripensamento, nell’ottica indicata, di un mondo che, d’altro canto, appariva sempre più sfuggente alle loro tradizionali categorie interpretative di «classe» e «proprietà dei mezzi di produzione», abiurate in blocco dai partiti in esame. Perduta ogni connotazione ideologica, in un generale contesto di declino di qualsiasi forma di fidelizzazione partitica, esse rimasero succubi della logica dell’alternanza, esposte alle incostanti oscillazioni di un elettorato a sua volta disorientato dalla ristrettezza di divergenze sulle visioni di lungo periodo tra le alternative politiche disponibili e cedevole alle lusinghe delle narrazioni, spesso mendaci, sull’operato del “potente” di turno.

La politica veniva così declassata ad amministrazione. In un clima di generale scollamento tra società ed istituzioni rappresentative, specialmente in Italia in costante aggravio fin dalla seconda metà degli anni ’70, divenne sempre più frequente il leitmotiv «sono tutti uguali»: un’eguaglianza che, generalmente, veniva ritenuta consisterein una spiccata tendenza al malaffare. In tale lamentela, troppo spesso demonizzata ed irrisa negli ambienti della sinistra, si nascondeva un’inquietante verità: dal punto di vista economico, effettivamente si era diffuso un consenso bipartisan sui princìpi cardine. Lungi dal proporre un disegno complessivo della società da portarsi avanti per la durata del proprio governo, i partiti finirono sempre più ad assomigliare a complessi apparati burocratici, impegnati a confrontarsi sulla gestione più o meno efficace delle finanze pubbliche e sulla percezione che di essa sarebbe giunta all’elettorato. Così, in Italia, l’ondata delle privatizzazioni e delle riduzioni della spesa pubblica degli anni ’90, imposta dall’UE come condizione per poter aderire all’Unione monetaria, poté proseguire senza soluzione di continuità nonostante i convulsi avvicendamenti delle maggioranze politiche, organizzatesi (almeno in linea ideale) secondo uno schema bipolare, nella narrazione dell’epoca (e non solo) indicato come la panacea di tutti i mali. Anzi, in questa fase il potere di governo fu per la maggior parte del tempo detenuta da quel centro-sinistra che si proponeva quale erede, almeno parziale, della tradizione del Partito Comunista Italiano.

IL (GIUSTIFICATO?) SENTIMENTO ANTI-ESTABLISHMENT

Crediamo che a questa situazione, e al suo protrarsi pressoché ininterrotto nei passati 25 anni, debba essere imputata l’ascesa dei movimenti “populisti”. La stessa “sinistra” che (giustamente) irride lo sboccato berciare sessista e xenofobo di Trump dovrebbe (e, fortunatamente, lo sta facendo) sottoporsi ad un severo esame di coscienza: essa è, infatti, la maggior responsabile della creazione di quel “establishment” in contrapposizione al quale l’attuale presidente USA ha costruito il proprio consenso, e che ha posto le condizioni che fanno sì che Marine Le Pen sia da taluni indicata come plausibile vincitrice delle prossime elezioni presidenziali francesi. Quando Grillo urlava che avrebbe aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno, «mandando a casa» la Casta dei corrotti «tutti uguali», essa ha preferito girarsi disgustata dall’altra parte, senza rendersi conto di come l’aver impostato tutta la propria azione politica dalla fine della Guerra Fredda in avanti sulla (sacrosanta ed irrinunciabile) battaglia per l’espansione dei diritti civili avesse lasciato quello che, nell’odierno linguaggio giornalistico, è definito “ceto medio impoverito”, totalmente privo di rappresentanza.  C’era un fondo di verità in quello scomposto vociare, indubbiamente e visceralmente di destra, sulla non attualità della distinzione tra destra e sinistra, sull’interscambiabilità dei rappresentanti di quel “sistema” che rincorreva il mito dell’alternanza bipolare e della stabilità. L’accettazione supina, da parte della sinistra, delle logiche del mercato globale, o, peggio, l’essersene essa stessa fatta la principale portabandiera, recando come unico segno distintivo rispetto al polo avversario il progressismo e l’accoglienza rispetto alla questione migratoria, ha anzi favorito una perversa associazione di idee tra il fenomeno dell’impoverimento e queste istanze. Questo sta alla base del coagularsi di quella parte di elettorato, che non è andata ad ingrossare le sempre più spaventose ed ormai strutturali file dell’astensionismo,intorno a chi tuona contro “l’establishment”, e dell’inquietante recrudescenza di posizioni reazionarie, che credevamo di aver debellato, sui temi della sfera individuale. La traumatica provocazione di Žižek, teorico tra i più in vista dell’odierna sinistra non istituzionale, che nell’imminenza dell’elezione di Trump dichiarò che, se fosse stato chiamato a votare, la sua scelta sarebbe ricaduta su Trump stesso, per «scuotere la sinistra dall’immobilismo», pur non condivisibile negli esiti, offre tragici spunti di riflessione. Lo stesso Žižek, poco più tardi, scrisse:

«È evidente che il loro (di Trump, Brexit, Le Pen e il partito polacco “Diritto e giustizia”, ndr) spazio è stato aperto dal fallimento delle sinistre: intendendo ora per sinistra i residui della socialdemocrazia, la sinistra istituzionale, o la sinistra liberale, che forse non dovremmo neppure chiamare sinistra.(…)La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori.»

Per quanto la visione del filosofo sloveno non appaia priva di contraddizioni («ingenti trasferimenti sociali» e «sostegno serio ai lavoratori» appaiono evidenti forzature dei programmi politici di un miliardario che progetta di deregolamentare i mercati finanziari, avvalendosi dell’operato di una squadra di governo composta anch’essa da “Paperoni”), è innegabile che la sinistra del XXI secolo, di modello Blairiano, abbia negli ultimi anni sostenuto politiche ben lontane non già da un programma di radicale redistribuzione della ricchezza, ma anche dalle politiche socialdemocratiche di miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni e di stemperamento delle diseguaglianze più radicali causate dal mercato che furono tanto in voga nell’immediato dopoguerra: in ciò non distinguendosi affatto dai partiti della destra liberale coalizzatisi a livello europeo nel Partito Popolare, e lasciandosi sorpassare sulla linea dell’assistenzialismo dalle forze populiste, abili nel catalizzare consensi attribuendo le colpe della crisi del Welfare State ai migranti (mentendo) e, per quanto riguarda l’Europa, all’Unione Europea (dicendo, almeno parzialmente, il vero).

CHE FARE?

Crediamo, dunque, che sia evidente come, almeno in parte, allo slogan «Destra e sinistra non esistono più» debba essere riconosciuta una certa dignità. Se, inteso come proposizione assoluta, esso è certamente mistificatorio e, come già sostenuto, intrinsecamente destrorso, non si può negare che esso contenga una parte di verità, nella misura in cui lo si riferisca alla politica istituzionale maggioritaria: a questo livello, infatti, si è assistito per un ventennio ad un’egemonia incontrastata della destra economica e ad una totale estromissione di quelle istanze che dovrebbero formare il nerbo di una vera sinistra, essendo necessario, ma non sufficiente, battersi per i diritti civili per reindirizzare la società in una direzione egualitaria.

Una sinistra moderna, per essere definita come tale, deve dunque recuperare la propria identità: la qual cosa non passa certo attraverso la rinuncia, come paiono sostenere alcuni irriducibili nostalgici del ‘900, al proprio progressismo culturale e alle politiche di accoglienza sulla questione migratoria, ben lungi dall’essere gli «strumenti del capitale» che li si taccia da rappresentare in certi ambienti estremistici, ma avendo il coraggio di affiancare loro una linea economica alternativa al libero mercato ed un’analisi critica della globalizzazione e dei suoi effetti distorsivi. L’ultimo ventennio ci ha consegnato un mondo per interpretare il quale il retaggio culturale della sinistra otto-novecentesca è in larga parte inadeguato, ma rinunciare ad elaborare strumenti alternativi significa rassegnarsi a vagabondare smarriti tra le macerie di cui questo mondo è composto, nell’attesa che sia una destra populista sempre più sdoganata, probabilmente peggiore dei nazionalismi del secolo scorso cui sovente la si paragona (depotenziandone una reale critica), a costruirvi sopra il proprio aberrante disegno sociale.

È positivo, in quest’ottica, che i traumatici eventi del 2016 (l’incanalamento del disagio nei confronti dell’Unione Europea – la quale, non dimentichiamolo, ha in ogni caso giocato un ruolo fondamentale nell’eliminazione dal dibattito pubblico di qualsiasi posizione ideologica alternativa al liberoscambismo – nella cieca direzione della Brexit e l’elezione di Trump) abbiano, come auspicato da Žižek, creato più di un tumulto a sinistra. Sono recenti le notizie di un sussulto d’orgoglio contro il neoliberismo da parte del PSOE in Spagna e del rinnovato attivismo, costellato di termini che invero rappresentano poco più che una strategia retorica («Compagne e compagni», «Rivoluzione socialista», «Capitalismo sregolato»), ma contribuiscono a spazzare via sul piano culturale la bambagia bipolare e neutralizzata che ci ha avvolti negli ultimi anni, di Enrico Rossi in Italia. Per quanto non si possano non nutrire perplessità nei confronti di soggetti che fino all’altro giorno si sono prestati al gioco delle parti dell’immobilismo sopraindicato, si può sperare che questi siano i primi passi su un lungo percorso di rifondazione della Sinistra (l’utilizzo della maiuscola non è casuale).

È quindi ora di rispondere, a chi per anni ha ripetuto «Destra e sinistra sono morte e sepolte», che esse sono state solo occultate dall’illusione di poter creare un mondo interamente basato sul, ed unito dal, liberismo. Quest’illusione, ben lungi dal rappresentare un tramonto delle categorie di cui sopra, altro non è stata che una stagione di dominio incontrastato di una destra individualista che ha anestetizzato le coscienze politiche, frammentato la società civile e distrutto la relazione tra di essa e le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, producendo l’odiosa immagine dell’establishment e creando l’humus più adatto per una destra ancor più becera, priva perfino di quell’adesione alla retorica dei diritti umani, ora sprezzantemente irrisa come “politicamente corretto”, che rendeva minimamente accettabile la cultura “politica” (se tale può essere definita) maggioritaria. In un’epoca in cui il termine “ideologico” è ormai carico di disvalore, è tempo di accettare nuovamente la possibilità di elaborare modelli interpretativi dell’esistente per poterlo cambiare, e di abbandonare la chimera del bipolarismo, per sua stessa natura volto a produrre stagnazione, immobilismo e conformismo. Insomma, di rifondare la Sinistra.

Paolo Mazzotti

foto da: independent.co.uk

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Perché le conseguenze delle elezioni presidenziali in Francia supereranno i suoi confini

Sono passati molti anni da quando in Francia c’è stata l’ultima rivoluzione, o comunque sia l’ultimo tentativo di riforma seria. Un ristagno, politico ed economico, è stato il marchio di garanzia di un paese che è cambiato poco nei decenni, il cui potere si alternava perennemente fra gli stabili partiti di destra e sinistra.

Tutto questo fino ad oggi: le elezioni presidenziali di quest’anno sono le più emozionanti a memoria d’uomo e sembrano promettere un sollevamento. I partiti socialisti e repubblicani, che hanno mantenuto il potere dalla Fondazione della Quinta Repubblica nel 1958, potrebbero essere eliminati al primo turno di un ballottaggio presidenziale il 23 aprile. Gli elettori francesi potranno scegliere fra due candidati: Marine Le Pen, il carismatico capo del Front National e Emmanuel Macron, capo del movimento liberale, “en Marche!”, fondato l’anno scorso.

Sono l’esempio lampante della “tendenza globale”: il vecchio pensiero bipolare fra Destra e Sinistra, sta diventando sempre meno importante rispetto a questa nuova era che divide i favorevoli e i contrari all’integrazione. Il nuovo assetto sconfinerà ben oltre i confini francesi e potrebbe dare nuova vita all’Unione Europea oppure distruggerla.

Les misérables 

La prossima causa della rivoluzione potrebbe essere la furia degli elettori per l’inutilità della loro classe dirigente, ed il modo che hanno di confrontarsi solo fra di loro. Il presidente socialista, François Hollande, è così poco popolare da astenersi alla corsa per farsi rieleggere. L’opposizione, il partito repubblicano di centro-destra ha visto affondare le sue opportunità il 1° marzo quando il capo del movimento, François Fillon, ha rivelato di essere indagato per aver stipendiato la moglie ed i figli, con quasi 1 milione di euro con denaro pubblico, per presunti falsi posti di lavoro. Il sig. Fillon non si è ritirato dalla corsa, malgrado l’aver promesso di farlo. E così le sue probabilità di conquista si sono indebolite drammaticamente.

Ciò che alimenta ulteriormente la rabbia degli elettori è l’angoscia che provano verso il loro stato. Secondo un recente sondaggio i francesi sono il popolo più pessimista del pianeta, infatti l’81% di essi borbotta che il mondo sta peggiorando e soltanto il 3% afferma di vedere miglioramenti. La maggiore causa di questo malcontento è di natura economica: l’economia francese è cresciuta fiacca e lentamente; il suo vasto stato, che contiene un PIL al 57%, ha indebolito la vitalità del paese. Un quarto della gioventù francese è disoccupata e di quelli che hanno un lavoro, solo in minima parte trova la certezza di un lavoro stabile e duraturo, come quello che hanno avuto i loro genitori. Di fronte alle imposte elevate ed alle regolamentazioni pesanti, i lavoratori con spirito imprenditoriale si sono spostati all’estero, per lo più a Londra.

Ma il malessere va ben oltre gli stagnanti standard di vita. I continui attacchi terroristici hanno scosso i nervi, e forzato i cittadini a vivere in un perenne stato d’emergenza; ha esposto il paese con la più ampia comunità musulmana d’Europa ad una grave crepa culturale. Molti di questi problemi si sono accumulati nel corso dei decenni ma né la sinistra né la destra son stati capaci di affrontarli.

L’ultimo serio tentativo di riforma economica ambiziosa, quella sulle pensioni e sulla sicurezza sociale francese, è stato a metà degli anni ’90, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Riforma crollata dopo una serie di scioperi di massa. Da allora, pochi ci hanno riprovato. Nicolas Sarkozy parlava di grandi progetti, ma il suo programma di riforme è stato abbattuto dalla crisi finanziaria del 2007-08. Hollande ha avuto un inizio disastroso, incrementando l’aliquota fiscale del 75% ed è stato subito fortemente impopolare per poter fare qualcosa.

Sia Macron che Le Pen attingono da questa frustrazione generale, ma offrono due diagnosi differenti di ciò che affligge la Francia, e due rimedi radicalmente differenti. Le Pen incolpa forze esterne alla nazione e promette di proteggere gli elettori con una combinazione di più barriere e maggiore benessere sociale; ha efficacemente preso le distanze dal passato antisemita del suo partito (sfrattando persino suo padre dal partito che egli stesso ha fondato), e fa appello soprattutto alle persone che vogliono chiudersi dal resto del mondo. Denigra la globalizzazione, vedendola come una minaccia all’occupazione francese, e reputa gli islamiti fomentatori di terrore che rendono pericoloso anche indossare una minigonna in pubblico. L’Unione Europea è un “mostro anti-democratico”. Promette di chiudere le Moschee fondamentaliste, di ridurre il flusso degli immigranti a qualche goccia, ostacolare il commercio estero, scambiare l’Euro per il Franco francese e chiedere un referendum per uscire dall’UE.

L’istinto di Macron è l’opposto: egli pensa che un’apertura maggiore renda più forte la Francia. È fermamente favorevole al commercio estero, alla concorrenza, agli immigrati ed all’Unione Europea. Abbraccia il cambiamento culturale, e la disgregazione tecnologica. Pensa che il modo migliore per far sì che più francesi lavorino sia ridurre le gravose protezioni del lavoro, non aggiungerle. Macron sta lanciando sé stesso come un rivoluzionario pro-globalizzazione.

Marine Le Pen ha passato la sua vita in politica. Il suo maggior successo l’ha ottenuto rendendo socialmente accettabile un partito estremista. Emmanuel Macron è stato ministro dell’economia durante il mandato di Hollande. Il suo programma di liberalizzazione sarà probabilmente meno audace di quello dell’assediato Fillon, che ha promesso di sistemare le retribuzioni statali dei 500.000 lavoratori, e di tagliare il codice del lavoro. Entrambi i rivoluzionari troveranno difficoltà nel promulgare i propri programmi. Anche se dovesse prevalere, il partito di Marine Le Pen non otterrebbe comunque la maggioranza nell’assemblea generale, e Macron ha a malapena un partito.

Una Francia aperta o chiusa come una fortezza?

Tuttavia, essi rappresentano un ripudio dello status quo. Una vittoria per Macron sarebbe la prova che il liberalismo fa ancora appello agli europei. Una vittoria per Le Pen renderebbe la Francia più povera, più ristretta e più cattiva. Se dovesse portare la Francia fuori dell’euro, provocherebbe una crisi finanziaria e condannerebbe un’unione che, nonostante tutti i suoi difetti, ha promosso pace e  prosperità in Europa per sei decadi. Vladimir Putin non potrebbe che ammirare la situazione. Non è forse un caso che il partito di Marine Le Pen ha ricevuto un pesante prestito da una banca russa e l’organizzazione di Macron ha subito più di 4.000 attacchi di pirateria informatica.

A soli pochi giorni dalle elezioni, sembra improbabile che Le Pen possa arrivare alla presidenza. I sondaggi mostrano la sua possibile vittoria al primo turno, ma una probabile sconfitta al ballottaggio. Ma in questa elezione straordinaria può accadere qualsiasi cosa. La Francia ha scosso il mondo già una volta. Potrebbe farlo ancora.

Questo articolo è stato pubblicato nella versione cartacea di “Leaders section of the Economist” sotto il titolo di “France’s next revolution”

Articolo originale qui

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

Le votazioni sul referendum costituzionale si sono concluse. Il Sì ha perso totalizzando il 40% di preferenze. Ironia della sorte, Matteo Renzi ha incontrato lo stesso risultato che lo aveva inizialmente lanciato ed in parte legittimato nelle elezioni europee. Il tifo per lui l’hanno fatto in tanti: da Obama all’Unione Europea, tutti erano espressamente a favore di questa revisione costituzionale anche se secondo Philippe Aghion, professore di economia ad Harvard, proprio l’Europa “avrebbe dovuto (?) fare di più” per aiutare il premier italiano.

Principali pagine estere il 5 dicembre

Principali pagine estere il 5 dicembre

Un referendum non dovrebbe essere qualcosa di cui preoccuparsi. Dopotutto è solamente una procedura democratica e semplice espressione della volontà popolare. Tuttavia, dopo la “sorprendente” vittoria di Donald Trump e il risultato inglese della Brexit, ed ancor prima con la minaccia di Marine Le Pen alle regionali francesi, i media internazionali hanno incominciato a preoccuparsi sempre più dei risultati “improbabili”, categorizzando tutti i voti allo stesso modo. Lo stesso è accaduto con il risultato del referendum italiano.

“Che cosa sta succedendo?”

Alcuni analisti, come qualcuno del Financial Times, hanno previsto uno scenario economico quasi “apocalittico” supponendo anche la plausibilità di un’eventuale Italexit (come ha poi titolato il Daily Mail). Il vuoto di potere lasciato da Renzi potrebbe essere un’opportunità di governo irripetibile per i partiti anti-establishment, come la destra lepenista della Lega Nord e il Movimento 5 Stelle, che hanno intenzione di uscire dall’Euro o peggio ancora dall’Unione Europea. L’altra previsione sarebbe poi quella di rendere l’Italia ancora meno attraente agli investitori internazionali, considerato il già precario equilibrio di alcune delle banche italiane come Monte dei Paschi di Siena, che in questo caso sarebbe la prima a saltare.

La rivista inglese theEconomist suppose, ancor prima del 4 dicembre, che la confusione generata dalla difficile comprensione del quesito referendario, avrebbe spinto gran parte degli italiani a votare non più pensando al testo della riforma Boschi, ma secondo la considerazione che avevano di “Mr Renzi” e del suo corso di riforme del mercato del lavoro, adottate e poi destinate in particolar modo a coloro che poi hanno deciso (in larga misura) di votare “No”: i giovani.

Per i media tedeschi questo è un nuovo “stress test” per l’Ue. Gli orari di chiusura tradizionalmente anticipati

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

dei giornali cartacei tedeschi hanno permesso inizialmente il dibattito sull’esito del referendum nelle edizioni online. “Renzi regala all’Europa il prossimo stress test” è il titolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung online, che nota come “il fallimento del tentativo del premier e le sue dimissioni possono dare spinta ai populisti anti-Ue”. “Con il voto non è solo fallita in maniera spettacolare la riforma della Costituzione ma l’intero progetto politico di Renzi”, scrive invece la Zeit online, sottolineando come le annunciate dimissioni del premier siano l’inevitabile conseguenza. Anche se è chiaro che il premier non abbia l’intenzione di mollare.

È forse l’intervento di Silvia Mazzini, assistente professore presso l’Università Humboldt di Berlino, su Al Jazeera, l’unico a sottolineare come gli italiani che abbiano votato per il NO non siano tutti (e neanche totalmente) euroscettici, oltre che vicini agli schieramenti della destra populista. Così come invece hanno strumentalizzato (troppo?) i riflettori esteri.

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