Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

(In copertina: alcuni dei protagonisti del 2017 musicale. Foto da NME)

 

Dicembre è sempre il mese in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a riflettere e cercare di raggiungere delle conclusioni su tutto ciò che è appena trascorso, per affacciarci con lucidità e prontezza a ciò che dovremo affrontare.

E, per quanto riguarda la musica, l’anno è stato piuttosto pieno.

Gorillaz, Kendrick Lamar, The National,Brunori Sas, Fabri Fibra, King Krule, Roger Waters, N.E.R.D., ci sono state uscite e grandissimi album, opere prime (o quasi) e graditi ritorni. In generale, quest’anno ci ha regalato molte opere da ricordare per un motivo o per un altro e non solo per le preferenze soggettive dovute all’ascolto personale.

Ormai la velocità di consumo impone a chiunque di creare una fan base affezionata e da curare come se il consumatore fosse parte di una famiglia, di conseguenza il marketing si evolve insieme alla musica, fino a volte a superarla. Pensiamo al concetto dell’assenza di identità che ha fatto la fortuna del progetto di Liberato, tra i più originali nell’ultimo periodo in Italia.

Per questo, ho scelto di parlare con i Superga, una band originaria dell’entroterra pugliese, e che condivide proprio con questo blog la sua provenienza e appartenenza geografica.

(I Superga, da sinistra: Michele Di Muro, Matteo Conte, Andrea Messina. Hanno lanciato una campagna attraverso MusicRaiser per pubblicare il loro primo ep, Panorama. Foto via Facebook)

 

CRONACHE: Se doveste tracciare un bilancio di quest’anno, a livello italiano, come giudicate il 2017? È stata un’annata positiva?

Superga: Sono successe un sacco di cose, alcuni esperimenti nella scena pop interessanti, molta roba innovativa nella trap, il fenomeno Liberato. Nel momento in cui si stabilisce una evoluzione della lingua e di come viene utilizzata nel modo di cantare e di fare musica crediamo abbia un peso rilevante a prescindere dal fatto che possa piacere o meno. Tuttavia a nostro parere, i dischi che ci hanno più entusiasmato in tutti gli aspetti sono usciti all’estero, più che altro perché nella loro forma possiamo trovare punti di riferimento o stimoli per crescere come arrangiatori e musicisti.

CRONACHE: E’ giusto dire che a livello testuale, il rock a parte qualche eccezione, sta smettendo di inseguire originalità? Ormai l’urban e il rap stanno spingendo verso nuove vette la composizione dei testi, a livello lirico e metrico, in questo pensiamo a Kendrick Lamar per fare un esempio che gode di notorietà.

Superga: Da una parte può essere la ciclicità delle cose, i contenuti vengono trasportati dove un genere riesce a parlare meglio dei tempi, può anche essere solo una questione di suono. Dall’altra però è anche vero che se si parla di rock in italia, testi e innovazione sono rari da pescare. Ecco Motta, secondo noi è uno di quelli che è riuscito a coniugare bene tutti gli aspetti di questa formula, usandoli tutti in un mix intelligente. Molte delle altre cose, invece, a livello musicale in Italia sono ferme agli anni ’90. In questo senso la musica pop invece si è presa tutta l’attenzione testuale, ha avuto più capacità di matchare suono ed immaginario.

CRONACHE: Ci sono alcuni album che secondo voi non hanno avuto l’attenzione che avrebbero meritato o sono stati sottovalutati dalla critica?

Superga: Non è facile capire come si muove la critica, quindi non sappiamo se siano stati sottovalutati o meno, ma secondo noi tre grandi titoli di quest’anno che non vanno persi e, se non li conoscete vanno assolutamente recuperati, sono Crack Up, dei Fleet Foxes. Uno di quelli che ha fatto le cose in grande, anche dal punto di vista dei testi è stato Father John Misty, con Pure Comedy. E anche i Grizzly Bear hanno tirato fuori un album fantastico, intitolato Painted Ruins

CRONACHE: Come pensate sia possibile riuscire a coniugare la qualità con la fruizione liquida? Pensarci, sembra assurdo. Il consumo si è velocizzato tantissimo, negli ultimi anni. Eppure Drake fa uscire un album all’anno, facendo incetta di premi e di critiche positive. Leonard Cohen, che di certo non era un autore giovane, è stato molto produttivo nell’ultima parte della sua vita e carriera, facendo uscire tre album di inediti dal 2012 al 2016.

Superga:  In realtà sarebbe come scoprire un nuovo teorema matematico. Non è difficile però, molte cose come quelle elencate precedentemente mischiano una grande qualità e anche una buona dose di successo. Ci sono milioni di variabili, che intercorrono principalmente con il metodo di lavoro di ogni artista, con quante persone sono coinvolte nei loro progetti musicali e di certo intercedono negli stessi. Tutto dipende principalmente da ciò che uno vuole fare, cosa vuole comunicare e lo scopo per cui fa musica.

CRONACHE: Chi pensate stia portando avanti un discorso musicale originale in Italia?

Superga: Escludendo Motta di cui abbiamo già parlato, Giorgio Poi è un artista che sicuramente ci sentiamo di nominare come “esempio” positivo. La cosa che ci ha incuriosito molto è stato il modo in cui è riuscito a combinare un sound esterofilo con un cantato che è italiano e segue la musica in maniera particolare e affascinante.

Il miglior modo con cui abbiamo pensato di salutare l’anno uscente per il classico cambio con il successivo è stato raccogliere tutto il 2017 musicale in una playlist, da ascoltare e riascoltare, grazie ai Superga.

Buon anno ragazzi, tenete gli occhi, la mente e soprattutto le orecchie aperte e vigili.

Ci vediamo nel 2018.

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Kendrick Lamar: DAMN. e l’onnipotenza del rap

Ricordo quando eri indeciso
E abusavi dell tua influenza.
A volte ho fatto la stessa cosa:
Ho abusato del mio potere, pieno di risentimento.
Risentimento che si è trasformato in una depressione nera.
Mi sono trovato a urlare in una stanza d’albergo.
Non volevo autodistruggermi,
Il male di Lucy1 era tutto attorno a me.
E così sono corso via in cerca di risposte.

Kendrick Lamar, Alright.

 

Ormai l’industria artistica vive di hype e periodicamente rivolge i suoi occhi in maniera adorante ad un artista. Tutti, gli addetti ai lavori, la stampa, la scena specifica in cui l’artista si colloca ne tessono le lodi per poi girare gli occhi e, a cadenza mensile, adorare qualcun altro. Altre volte la adorazione è giustificata, accompagnata da artisti ed opere il cui status più che un riconoscimento, sono il giusto tributo da pagare per ciò che riescono a fare e dire con i loro linguaggi, qualsiasi essi siano. E’ il caso di Kendrick Lamar, che pochi giorni fa ha pubblicato il suo nuovo album: DAMN. E a giustificare ciò ci sono le mosse di marketing di cui il rapper di Compton non ha fatto a meno, rilasciando a fine marzo il primo singolo, HUMBLE., che ha fatto salire le aspettative dei fan.

L’artista losangelino ha dato alle stampe quello che personalmente ho trovato uno dei più bei album del 2015, To Pimp a Butterfly: l’album è musicalmente eccelso, dove la sezione musicale sfocia nel free-jazz e ha ispirato Blackstar, l’ultimo album di David Bowie, parola del produttore storico Tony Visconti. I testi partono da alcune riflessioni molto intime di Kendrick, non è un mistero sia nato da un periodo di forte depressione ma si allarga così tanto da riflettere in un disegno sempre più ampio il rapporto col denaro, il potere politico e la sua relazione con la comunità nera. L’artwork, che è sempre importantissimo nella cultura rap, ha il suo punto di forza nella copertina, che vede un gruppo di ragazzi neri davanti alla casa Bianca che stappano bottiglie e mostrano “verdoni” sul cadavere di un giudice.

La foto è stata scattata da Denis Rouvre, sotto la supervisione di Kendrick Lamar e Vlad Sepeltov, che ha anche curato l’artwork di DAMN.

Pochi album rivendicano il ruolo sociale e l’orgoglio nero quanto To Pimp a Butterfly, la Casa Bianca non è un posto scelto a caso, gli edifici del potere americano come la stessa Casa Bianca, il Campidoglio, sono stati costruiti infatti da afro-americani schiavi e non. Due anni fa inoltre eravamo ancora nell’era Obama, un presidente che mai come nessuno ha aperto le porte agli artisti neri (tra cui lo stesso Lamar) chiamandoli in causa per riflettere insieme sulla riforma della giustizia.

                                    Uno scatto della visita di Kendrick Lamar nello studio Ovale.

La genialità di Kendrick Lamar sta nella costruzione: i suoi testi hanno migliaia di riferimenti, che passano dalla cultura di massa alla religione senza dimenticare il suo legame con Los Angeles e in particolare la zona di Compton. E il disegno si amplia quando si passa ad analizzare l’album: l’opera è concepita come un  “concept album”, racconta una storia attraverso i brani, pieni di collegamenti e autoriferimenti. Per capire bene la magnificenza dell’opera di Lamar bisogna quindi viaggiare con lui nei suoi brani, parola dopo parola.

BLOOD.

 

Anche DAMN. racconta una storia, che racchiude al suo interno le confessioni del rapper, che si mischiano alla storia che racconta. Il disco si apre con un BLOOD., un interludio, ossia una parte che di solito è all’interno dell’album e contiene una traccia parlata: il rapper ci racconta di aver visto una vecchia non-vedente per strada ed essersi avvicinato per aiutarla. La vecchietta però lo spara.
Un inizio del genere lascia di stucco ma se c’è un modo di seguire K-Dot (il soprannome di Kendrick) è solo attraverso i testi e gli indizi nascosti nei suoi versi.

Ma c’è un interrogativo che Kendrick pone a chi ascolta, anche se a posteriori sembra più una domanda rivolta a se’ stesso: deve riconoscere quale indole si nasconde dentro di sé, se quella di un uomo debole, schiavo dei suoi vizi ma nonostante la natura di peccatore, di indole buona oppure quella di un uomo malvagio. Questa dicotomia guida la comprensione e le due facce della personalità del rapper di Los Angeles che emergono a fasi alterne.

Metaforicamente la vecchia rappresenterebbe, usando una simbologia che risale al Deuteronomio, le conseguenze che portano alla dannazione, e in base alla scelta tra l’obbedienza a Dio o la ribellione al suo messaggio, spiega i due destini possibili a Kendrick: vita o morte.

DNA.

 

In DNA., probabilmente una delle vette dell’album a livello metrico, ritorna il tema dell’orgoglio black che però viene anche criticato adottando una visione a tutto tondo di ciò che ne circonda la cultura: Kendrick adotta il concetto del DNA vedendo se stesso e il suo sangue come immagine per il popolo afroamericano, il suo sangue contiene la regalità, di cui Lamar risale al significato etimologico citando la radice della parola negus: negus, è un vocabolo etiope che può significare sia Imperatore nero che regalità.

Non ha paura nel dire che ha la cocaina nel sangue, per i trascorsi di suo padre e addirittura paragona la sua nascita all’Immacolata Concezione per il ruolo che ha, sia per la scena rap americana che per la comunità nera.

YAH.

 

Il motivo religioso però esplode in YAH, dove cerca di allontanarsi dalla politicizzazione a tutti i costi della sua musica, preferendo vedersi come promotore di un messaggio di amore. Kendrick si identifica con la visione religiosa degli israeliti di colore: questa comunità vede gli afro-americani, i neri e i latino-americani come i discendenti delle tribù di Israele e per questo, essendo gli Israeliti i prescelti da Dio, lui li punirà per le loro iniquità, riferisce Kendrick attraverso una telefonata del cugino che cita una profezia contenuta nel Deuteronomio.

FEEL.

 

Un altro dei motivi ricorrenti e forse il più difficile da affrontare ed elaborare per lui, è la negatività con cui affronta la sua vita e che è alla base di una conclamata ed ammessa depressione. In FEEL. Kendrick diventa intimo e confessa di essere il suo stesso peso sulle spalle, ammette una disillusione fortissima per gli amici che non si son dimostrati tali, la paura per chi verrà dopo di lui, in quanto sente che partirà in una condizione di forte svantaggio economico e sociale, di chi lo guarda dall’alto in basso per capire perché ce l’abbia fatta. In To Pimp a Butterfly, la depressione era stata esplorata in “u”, dove Kendrick aveva detto di aver scelto “la strada, l’alcool e le troie” (cit.) riferendosi allo stile di vita in tour. Qui si esplorano le conseguenze: Lamar rimpiange la scelta rinchiudendosi nell’isolamento più totale. Il bersaglio, a metà del brano si sposta e ad essere sotto torchio ci va l’America, dove i neri vengono uccisi (non a caso, Alright di Kendrick è stato uno dei  brani simbolo di Black Lives Matter) o costretti alla strada da un sistema economico esclusivo, e alla contemporaneità, riempita di inutilità e gossip.

(Kendrick mentre si esibisce ai BET Awards del 2015, foto di Christopher Polk, Getty Images)

LUST.

 

In LUST., c’è un’analisi sul vizio come rappresentativa del mondo umano, in cui Lamar immerge anche se’ stesso. Il ritornello in cui domina la frase “I need some water” rievoca il bisogno di purezza a cui Kendrick aspira nonostante il mondo pieno di peccato che lo domina e lo strozza. L’immagine metaforica dell’acqua è stata utilizzata con lo stesso intento in un’altra opera nera che quest’anno è stata lodata, ossia Moonlight.

Bisogna vedere l’evoluzione di questi pezzi come dei piccoli passi che avvicinano la testa di Kendrick a quel proiettile sparato all’inizio del disco.

XXX.

 

In XXX, brano che vede la collaborazione degli U2, se nella prima strofa c’è un K-Dot che scivola ancora di più nel peccato, incitando un amico il cui figlio era stato ucciso per un debito di gioco ad una vendetta violenta, la seconda strofa è una dichiarazione lucidissima dell’America, impaurita e aggressiva, al termine della presidenza Obama e con lo spettro Trump alle porte: ricordiamo che il giorno in cui è uscito il disco, l’America ha sganciato la MOAB in Afghanistan.

Ave Maria, Gesù e Giuseppe,
La grande bandiera americana
È piegata e avvolta di esplosivi.
Disordine compulsivo, figli e figlie,
Quartieri barricati e confini.
Guardate quello che ci avete insegnato!
Ci sono morti sulla mia strada, sulla vostra strada, nei vicoli,
Negli uffici di Wall Street.
Banche, impiegati e boss con
Pensieri omicidi; Donald Trump è il presidente,
Abbiamo perso Barack e ci siamo promessi di non dubitare mai più di lui.
Ma l’America è onesta? O ci stiamo crogiolando nel peccato?

DUCKWORTH.

 

La chiusura dell’album è quasi nietszcheana, mostra un disegno ciclico, tutto basato sul rapporto tra vita e morte. DUCKWORTH racconta di come il padre di Kendrick e Top Dawg, al secolo Anthony Tiffith, il patron dell’etichetta discografica del rapper si conobbero: Ducky, Lamar Sr. lavorava in un KFC ed era a conoscenza dei giri in cui Top Dawg era immischiato. Per scongiurare qualsiasi illecito violento, era p solito offrire pane e pollo in più quando Tiffith visitava il negozio. Sarà questo a far sì che nella rapina al KFC, Top Dawg non sparerà al padre di Kendrick, lasciandolo libero.

La decisione cambierà totalmente le loro vite: grazie a questa decisione, la catena degli eventi porterà innanzitutto Kendrick ad avere un modello paterno che eviterà il suo coinvolgimento nella criminalità e nelle gang che avrebbero potuto portarlo alla morte. E Top Dawg avrebbe potuto essere arrestato, di conseguenza non avrebbe fondato la etichetta discografica che ha messo sotto contratto Kendrick a 15 anni. La traccia, che si interrompe con degli spari, vede tornare la voce di Kendrick nel finale, che ripete il primo verso dell’album, che introduce l’incontro con la vecchia cieca, mostrando la natura ciclica e contraria dell’album.

Come una moneta lanciata verso il soffitto. Testa, vivi. Croce, muori.

 

Con Kendrick Lamar, il rap ha raggiunto un nuovo livello di trama. Divisa, costantemente in bilico, che rispecchia la personalità dicotomica del suo creatore. DAMN. è immagine e somiglianza di Kendrick. E’ una estensione allegorica del suo cervello. E’ una metafora in costante evoluzione, da psicanalizzare. E’ la sua storia, filtrata e adattata per connettersi ad un tempo, ad un luogo specifico e soprattutto a noi che ascoltiamo.

 

 

 

note:

1) Lucy si riferisce a Lucifero, soggetto dell’album e simbolo delle tentazioni terrene che causano conflittualità nella psiche dell’autore.

Pin It on Pinterest