Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

Gorbaciov: nel 1989, il mondo scelse la pace

“Nel 1989, il mondo ha scelto la pace; oggi dobbiamo tornare ad avere quella stessa prospettiva.

Il muro di Berlino, che per decenni aveva diviso non solo una città ma anche una nazione e l’Europa stessa, cadde nel novembre 1989 e la storia accelerò la sua marcia.

Quei momenti mettono alla prova la responsabilità e la saggezza degli statisti. I cambiamenti attesi da tempo nei paesi dell’Europa centrale e orientale avevano ricevuto un forte impulso dal processo democratico già in atto nell’Unione Sovietica. Le richieste della gente stavano diventando sempre più urgenti e radicali.

Nell’autunno del 1989 la situazione nella Germania dell’Est, la D.D.R., si fece esplosiva. Grandi gruppi di persone stavano lasciando il paese; la gente fuggiva in massa attraversando Ungheria e Cecoslovacchia, che nel frattempo avevano aperto i loro confini occidentali. Nelle principali città, i cittadini scesi in piazza, manifestarono pacificamente, ma la violenza con conseguenze al di fuori del controllo di chiunque non poteva essere esclusa.

Nell’ottobre 1989, partecipai ai festeggiamenti di Berlino Est, in occasione del 40° anniversario della D.D.R. Mentre ero in piedi sul podio, e salutavo le file dei partecipanti alla sfilata, sentii quasi fisicamente lo scontento della gente. Sapevamo che erano stati accuratamente scelti, il che rendeva il loro comportamento ancora più sorprendente.

Cantavano: Perestrojka! Gorbachev, aiutaci! Gli eventi successivi confermarono il rapido sgretolamento del regime della D.D.R. Le proteste e le richieste politiche – dalla libertà di emigrare alla libertà d’espressione e dallo scioglimento degli organi di governo alla riunificazione della Germania – stavano crescendo. La caduta del muro di Berlino non è stata quindi una sorpresa per noi.

Quel che accadde il 9 novembre 1989 fu il risultato di circostanze specifiche e dell’evoluzione dell’umore popolare. In quelle condizioni, il primo passo della leadership sovietica fu quello di rimpatriare la forza militare delle truppe sovietiche di stanza nella D.D.R. Allo stesso tempo, abbiamo fatto del nostro meglio per assicurarci che il processo procedesse lungo linee pacifiche, senza violare gli interessi vitali del nostro paese o minare la pace in Europa.

Ciò era estremamente importante, perché dopo la caduta del muro gli sviluppi nella D.D.R. si fecero turbolenti. La riunificazione della Germania era ormai all’ordine del giorno e questo processo era destinato a preoccupare anche i cittadini sovietici, molti dei quali si allarmarono.

La loro preoccupazione fu comprensibile, sia storicamente che psicologicamente. Dobbiamo fare i conti con la memoria della gente sulla guerra, sui suoi orrori e sulle sue vittime. Naturalmente i tedeschi erano cambiati; avevano imparato le lezioni del reich di Hitler e della seconda guerra mondiale. Ma ci sono cose che non possono essere cancellate dalla storia.

Dissi al cancelliere Kohl: “è importante che i tedeschi, nel gestire l’unificazione, rispettino i sentimenti degli altri popoli e i loro stessi interessi”. Non eravamo gli unici ad essere preoccupati. Gli alleati NATO della Repubblica Federale Tedesca (F.R.G.) – Francia, Gran Bretagna, Italia – non volevano una rapida riunificazione. L’ho capito dai miei colloqui con i loro leader.

In tutti quei paesi che erano stati aggrediti [dalla Germania], c’era il timore che l’unificazione della F.R.G. e D.D.R. avrebbe accresciuto molto il potere della Germania. Avevano serie ragioni non dette, storiche e politiche per tali paure. Credo che i paesi europei membri della NATO non sarebbero stati contrari a sfruttare Gorbachev per frenare l’unificazione.

Oggi, leggendo alcuni commenti e reminiscenze di quel tempo, si potrebbe avere l’impressione che il processo di riunificazione sia stato un gioco da ragazzi, che tutto sia sceso come la manna dal cielo, o che tutto sia avvenuto sulla scia di una buona opportunità o addirittura con l’ingenuità di alcune parti . Ma non fu così.

I due più quattro negoziati che coinvolsero le due Germanie, l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna non potevano procedere facilmente. Ci furono discussioni controverse e scontri di opinioni, e talvolta sembrava che un solo malinteso avrebbe fatto saltare i negoziati. Ma si conclusero con successo, perché tutte le parti di questo complesso processo diplomatico mostrarono lungimiranza, nonché coraggio e un senso di alta responsabilità.

Tuttavia, quando mi chiedono chi considero l’eroe principale di quel periodo di drammaticità e tumulto, rispondo sempre: il popolo. Non sto negando il ruolo dei politici. Erano molto importanti. Ma erano le persone – i due popoli – che contavano di più. I tedeschi, che manifestavano il loro desiderio di unificazione nazionale e con un processo pacifico.

E naturalmente i russi, che capivano le aspirazioni dei tedeschi, credevano che la Germania fosse davvero cambiata e sostenevano la volontà del popolo tedesco. Russi e tedeschi possono essere orgogliosi del fatto che dopo il tragico spargimento di sangue della guerra si siano capiti.

Se non lo fossero, il governo sovietico non sarebbe stato in grado di agire come ha fatto. Abbiamo tirato una linea conclusiva alla guerra fredda. Il nostro obiettivo era una nuova Europa: un’Europa senza linee di demarcazione. I leader che sono venuti dopo non sono riusciti a perseguire questo obiettivo.

In Europa non sono state create delle moderne architetture per la sicurezza e nemmeno un’istituzione forte per prevenire e risolvere i conflitti. Oggi nascono da qui i dolorosi problemi e conflitti che affliggono il nostro continente. Esorto i leader mondiali ad affrontare questi problemi e a riprendere il dialogo per il bene del futuro.

Gorbaciov, vincitore del premio Nobel per la pace, era l’unico presidente dell’Unione Sovietica


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Questo articolo è apparso sulla rivista Time]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’inesauribile interesse per Leonardo Da Vinci

L’inesauribile interesse per Leonardo Da Vinci

L’interesse per Leonardo da Vinci non si è ancora esaurito, nemmeno 500 anni dopo la sua morte.

Leonardo da Vinci non era estraneo alla Francia. Trascorse i suoi ultimi tre anni nel paese, morendo a 67 anni in un castello della Valle della Loira esattamente 500 anni fa. La sua Gioconda, appesa al Museo del Louvre dalla Rivoluzione francese, caratterizza Parigi come una città di tesori d’arte.

E così è Parigi – nonostante l’irritazione di molti italiani, in particolare della città nativa di Leonardo, Firenze – che celebra quell’anniversario ospitando la più grande collezione delle sue opere di sempre.

Mandatory Credit: Photo by Thibault Camus/AP/Shutterstock (10452900i) Journalists watch the painting “La Belle Ferronniere” by Leonardo Da Vinci, at the Louvre museum, in Paris, . The Louvre, the home of the “Mona Lisa,” is commemorating the 500th anniversary of Leonardo Da Vinci’s death with a landmark new exhibit Da Vinci, Paris, France – 22 Oct 2019

Dopotutto, il Louvre possiede già cinque dei suoi 15 dipinti che ci rimangono. “Leonardo da Vinci” è il titolo della mostra che dal 24 ottobre resterà aperta al pubblico per quattro mesi. È già un successo straordinario, con gli oltre 410.000 prevendite staccate nei primi 5 giorni. E passeggiando per le stanze scure, si capisce il perché del successo.

Le quasi 120 opere spaziano da schizzi di quaderni a dipinti magistralmente illuminati, come la Madonna Benois e San Giovanni Battista, nonché i grafici a raggi infrarossi. Tutti esposti con l’obiettivo di far cogliere allo spettatore le inarrestabili indagini di Leonardo nelle varie discipline: biologia, architettura, meccanica, luce e trama.

La realizzazione non è stata facile. Il Louvre ha trascorso dieci anni per sollecitare gli altri musei, compresi quelli negli Stati Uniti, per farsi prestare i pezzi delle loro collezioni su Leonardo.

Foto del Museo del Louvre: Xinhua

Così, il celebre disegno dell’uomo vitruviano è arrivato da Venezia pochi giorni prima dell’apertura dopo una difficile battaglia giudiziaria in Italia sul fatto che fosse troppo fragile per sopportare il viaggio fino a Parigi.

Mancano all’appello Salvator Mundi e Monna Lisa!

“Nessun offerta riuscirà a portare a Parigi il dipinto Salvator Mundi”, venduto nel 2017 per 450,3 milioni di dollari, secondo quanto da detto il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. L’opera fa parte di una collezione privata ad Abu Dabi.

La Gioconda non sarà tra le opere esposte all’interno della mostra. L’opera occuperà infatti il suo classico posto al Louvre, dove ogni giorno oltre 30.000 persone passano davanti alla sua teca per scattarsi i selfie.

Il Louvre non voleva che quell’ossessione travolgesse la sua mostra di Leonardo, che richiede un biglietto a parte che include però un’esperienza della Gioconda in realtà aumentata.

“Se fosse presente la Gioconda, non ci sarebbe più una mostra generale su Leonardo” ha detto Louis Frank alla rivista americane TIME, uno dei curatori della mostra. “È l’opera più venerata nel museo.”

La Gioconda, dicono alcuni operai del Louvre, crea una calca massiccia di persone. A maggio, lo staff del museo ha scioperato, perché i 10,2 milioni di visitatori annuali stavano trasformando il Louvre in una “Disneyland culturale”, rendendo insostenibile il loro lavoro. “Il Louvre è soffocante”, ha dichiarato il loro sindacato. Questa mostra di successo di Leonardo farà poco per alleviare questa cosa.

Ma dato che tutti i biglietti dovranno essere prenotati in anticipo, sarà almeno per questo un’esperienza più ordinata, che potenzialmente attirerà i parigini che in genere si tengono alla larga dal Louvre. “Le persone vogliono vedere opere che conoscono, che riconoscono”, dice Frank. E la Francia, dopo tutto, non è di certo impermeabile a Leonardo.

America First.. e l’Italia?

America First.. e l’Italia?

Da oggi, 18 ottobre, diventano pienamente operativi i nuovi dazi americani che colpiscono l’import europeo per un valore di 7,5 miliardi di dollari annui. Una manovra che si inserisce nella disputa Airbus-Boeing che, dal 2004, vede contrapposti USA ed UE a causa dell’illegittima corresponsione dei sussidi pubblici al colosso americano Boeing e all’europea Airbus. Contromisure che potrebbero condurre ad una nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, incidendo anche sull’export italiano.   

La black list di prodotti-bersaglio del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) non si limita difatti a colpire i soli Stati Membri parte del consorzio europeo aeronautico Airbus (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna), ma – tra gli altri – anche il Bel Paese.

Il Made in Italy agroalimentare è colpito con tariffe addizionali del 25% a fronte di un danno pari a mezzo miliardo di euro (stima Coldiretti).
Tuttavia, da Oltreoceano non escludono la possibile futura estensione della manovra ad altri prodotti men che meno l’aumento dei dazi. La Federalimentare ha stimato un possibile danno tra i 650 mln (per tariffe al 30%) e gli oltre 2 mld (in caso di dazi al 100%).

All’indomani della decisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il timore di una guerra commerciale si è tradotto in una ricaduta dei mercati, facendo registrare a Piazza Affari un Ftse Mib al ribasso del 2,87%.

Pur circoscrivendosi la manovra ad una categoria di prodotti piuttosto ristretta (lo 0,8% dell’export totale verso gli USA), ad essere maggiormente colpito è il settore lattiero caseario, con in testa: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, provolone e pecorino. Colpiti anche superalcolici, bevande, insaccati, frutta e agrumi. Al momento, rimangono esclusi: conserve di pomodoro, olio d’oliva, pasta e vino.

Infografica export Italia

Se, in una prospettiva più ampia, guardiamo ai nostri competitor francesi e spagnoli direttamente colpiti da dazi addizionali su vino e olio d’oliva, l’export nostrano ne potrebbe uscire favorito. Nel 2018, l’export di questi prodotti ha registrato introiti, rispettivamente, per 1.500 mln e 436 mln di euro. Beh, nulla di personale, cari vicini.. ma sapete come si dice: mors tua, vita mea!

Quali prospettive?

L’export è la vocazione e il motore dell’Italia.

Beniamino Quinteri, Presidente SACE SIMEST

L’export si è dimostrato fattore trainante dell’economia italiana, a conferma dell’eccellenza dell’offerta del made in Italy. L’Italia deve prendere coscienza delle potenzialità del proprio sistema industriale e affrancarsi dai mercati tradizionali per collocarsi più incisivamente su quelli emergenti: dal continente asiatico (non solo la Cina) all’America Latina, passando per l’Africa subsahariana.

Nonostante le tensioni internazionali (sanzioni russe, rischio di una Hard Brexit, trade war USA-Cina e USA-UE), l’agrifood – insieme ai settori farmaceutico e della moda – ha avuto negli ultimi anni un peso non indifferente nell’export complessivo, per il quale si stima nel 2022 una crescita superiore ai 540 mld di euro.

Le imprese italiane dovrebbero diversificare la propria offerta, specie nel settore tecnologico. Il rafforzamento della competitività deve tuttavia passare attraverso programmi di innovazione e di potenziamento delle infrastrutture, nonché mirate politiche di sostegno, nazionali e sovranazionali, con un occhio di riguardo alle imprese del Mezzogiorno e alle PMI.
L’Unione Europea si sta già muovendo stipulando accordi commerciali di libero scambio (si pensi al CETA e all’EPA col Giappone).

O Canada, we stand on guard for thee!
L’export italiano verso il Canada è in crescita. Dopo la straordinaria performance del 2017 (+6,3% con un introito complessivo di 3,9 mld), l’anno 2018 ha registrato un +4,8% permettendo di superare i 4 mld di euro.

CETA, accordo Canada-UE
26 gennaio 2016. Lussemburgo, Camera dei Deputati: Pierre-Marc Johnson, negoziatore canadese per il CETA. Photo Credits: Chambre des Députés/Flickr (CC BY-ND 2.0).

Nuovi mercati da coltivare

Africa subsahariana

L’economia di questa parte del continente africano è in crescita. Lo sviluppo futuro dipenderà dal processo di industrializzazione e, non indifferentemente, dall’African Continental Free Trade Area, un accordo commerciale tra i Paesi dell’Unione Africana diretto all’abbattimento graduale delle barriere tariffarie e non.

Ponderando tutti i rischi connessi, pur con la consapevolezza che in certi casi la percezione del rischio è maggiore rispetto a quello reale, le imprese italiane dovrebbero puntare su tre settori chiave: infrastrutture e costruzioni, macchinari agricoli e per la trasformazione alimentare e digitale business to consumer.

Brasile

In ripresa dopo la recessione del 2015-2016, il Brasile è la prima economia dell’America Latina. Le migliori opportunità sono offerte dai settori delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e dell’agribusiness.

Emirati Arabi Uniti

È l’ottavo Paese al mondo col più alto Pil pro capite medio annuo. Infrastrutture, turismo, energie rinnovabili e servizi finanziari sono i nuovi settori su cui gli Emirati Arabi Uniti stanno puntando per affrancarsi dalla dipendenza dal settore petrolifero.

India

Pur con importanti criticità (deficit fiscale, debito pubblico e basso reddito pro capite), l’India è tra i Paesi del G20 col più alto tasso di crescita. Un risultato favorito da un tessuto produttivo dinamico, da una classe media dotata di un notevole potere di acquisto e una politica governativa improntata alla facilitazione delle attività d’impresa.

L’Italia dovrebbe tuttavia ampliare la propria quota di mercato (che attualmente si attesta sull’1%) puntando specialmente su infrastrutture, farmaceutica e agroalimentare (con una percentuale dell’11%, il Bel Paese è il terzo fornitore di vino).

Barolo, vino rosso italiano tra i più amati e conosciuti al mondo.
Il Barolo è tra i vini rossi italiani più apprezzati e conosciuti al mondo. Credits Photo: Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

Export, l’agroalimentare spinge la crescita, ANSA, 30 maggio 2019.
Belladonna A. & Gili A., Arrivano i dazi americani: ecco gli effetti per l’Italia, ISPI, 03 ottobre 2019.
Cappellini M., A rischio 2 miliardi di export agroalimentare italiano, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
Dazi Usa, colpito 1/2 miliardo di export alimentare, Coldiretti, 03 ottobre 2019.
I dazi affossano il record del Made in Italy in Usa (+8,3%), Coldiretti, 04 ottobre 2019.
Rapporto Export 2019 di Sace, Giansanti (Confagricoltura): “Agrifood traina l’esportazione made in Italy”, Confagricoltura, 31 maggio 2019.
D’Argenio A., 7,5 miliardi – Il Wto dice sì ai dazi Usa contro i prodotti europei per lo scontro Boeing-Airbus, La Repubblica, 03 ottobre 2019.
Di Donfrancesco G., Dalla Wto sì a dazi Usa su merci Ue per 7,5 miliardi, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
AgrOsserva. La congiuntura agroalimentare. II trimestre 2019, ISMEA, settembre 2019.
Dazi, danni fino a 2 miliardi. Federalimentare: ”Con gli USA si trovi un compromesso o via ai controdazi”, Federalimentare, 02 ottobre 2019.
Lops V., Venti di recessione in Europa e Usa. Borse in picchiata, Il Sole 24 Ore, 03 ottobre 2019.
U.S. wins $7.5 billion award in Airbus subsidies case, Office of the United States Trade Representative, 02 ottobre 2019.
Ufficio Studi, Export Karma. Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri, SACE SIMEST, 30 maggio 2019.

Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Le masse europee potrebbero aver cominciato a fare marcia indietro rispetto alle idee politiche populiste della destra nazionalista.

Sembra un azzardo affermare, proprio nella settimana in cui Alternative für Deutschland (AfD) registra due record nelle elezioni regionali, che il populismo anti-UE potrebbe aver raggiunto il suo picco massimo di consensi in Europa.

Tuttavia, siamo portati a pensarlo analizzando gli eventi e le elezioni in molti Paesi. Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Austria, Slovacchia e Repubblica Ceca segnalano un’inversione di rotta dei cittadini a discapito dei movimenti nazionalisti anti-establishment che hanno sconvolto la politica del continente, lasciando questi barbari soli ad ululare nella loro frustrazione.

Attenzione però a cantar vittoria, perché questo non significa che i disagi sociali ed economici della classe operaia e dei ceti più in difficoltà che erano stufi dei partiti tradizionali, del sistema parlamentare e dell’Unione Europea è svanito.

I populisti sembrano incapaci di ottenere la maggioranza nelle sedi istituzionali a causa del loro radicale antieuropeismo e sembrerebbe che le masse siano stufe del loro nazionalismo inconcludente.

L’esempio più eclatante è l’Italia. L’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che condivideva il governo con il Movimento 5 Stelle nel primo governo populista dell’Europa occidentale, convinto che il paese fosse pronto per una svolta a destra e di poter capitalizzare il successo nei sondaggi ha mollato la coalizione in pieno agosto, chiedendo elezioni anticipate al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Così “Il Capitano” girando le spiagge a petto nudo accompagnato dai sostenitori sognava di prendersi Roma e tenerla tutta per se. Alla fine il suo tentativo di consolidare il potere è crollato.

I suoi ex compagni di coalizione turandosi il naso hanno accettato di formare una maggioranza di governo con il Partito Democratico. L’Italia ha evitato il baratro, almeno per ora, e adesso ci si aspetta di tornare a politiche economiche e migratorie più moderate e favorevoli all’UE.

Il fallimento di Salvini ha leggermente ammaccato la popolarità del partito sollevando i primi dubbi interni sulla sua leadership. Ma la ruota della fortuna italiana gira veloce. L’aspirante uomo forte e padrone dei social media potrebbe tornare presto se l’economia non migliora, e le previsioni non sono rassicuranti, o se la nuova coalizione vacillasse.

L’esempio “B” è la Gran Bretagna. Il tentativo di Boris Johnson di superare i populisti, con gli stessi atteggiamenti, promettendo di condurre il Regno Unito fuori dall’Unione Europea – “do or die” (ora o mai più) – il 31 ottobre, anche a costo di schiantarsi senza un accordo, si è concluso con una spettacolare sconfitta in parlamento.

Il nuovo primo ministro, che aveva promesso di “riprendere il controllo” [della Gran Bretagna n.d.t.] dall’Europa nella campagna per il referendum 2016, ha perso il controllo della Brexit nel suo primo voto alla Camera dei Comuni.

Dato il caos della politica britannica, l’affaticamento civile nelle infinite battaglie sulla Brexit e l’alternativa di sinistra radicale del Partito Laburista di Jeremy Corbyn poco attraente, Johnson potrebbe ancora riuscire a ricollocare il Partito conservatore come unico partito pro-Brexit e vincere le elezioni generali il prossimo mese.

Uno scenario improbabile dopo aver deciso di scommettere sulla sospensione del parlamento per far passare una Brexit senza accordi senza esitazioni.

Nel frattempo Nigel Farage, il cui Brexit-Party ha schiacciato i conservatori e battuto i laburisti alle elezioni europee di maggio, potrebbe ancora una volta affrontare la frustrazione e condizionare l’agenda dei conservatori ma non riuscire a fare il ribaltone nel parlamento del Regno Unito.

Il Presidente francese Emmanuel Macron parla durante la conferenza annuale francese degli ambasciatori all’Eliseo a Parigi il 27 agosto 2019. (Photo by Yoan VALAT / POOL / AFP) (Photo credit should read YOAN VALAT/AFP/Getty Images)

L’esempio “C” è la Francia. Sei mesi fa il presidente Emmanuel Macron sembrava essere nei guai con la base anti-establishment dei Gilets Jaunes (Gilet Gialli) che organizzavano ogni sabato manifestazioni, spesso violente, pompando i consensi del partito di estrema destra di Marine Le Pen.

Ora Macron è tornato in sella, la maggior parte dei gilet gialli sono tornati a casa e almeno per ora Le Pen non è riuscita a vincere la rivoluzionaria partita delle elezioni europee. Con la disoccupazione in calo e l’economia che regge il populismo sembra aver sbattuto contro un tetto di vetro in Francia.

La coalizione austriaca tra conservatori e Partito della Libertà di estrema destra (FPÖ) si è schiantata e bruciata a maggio, quando il leader del movimento anti-immigrazione è finito su video mentre contrattava con una presunta donna d’affari russa in cambio di finanziamenti illeciti al partito.

Espulso dal governo, l’FPÖ ha ancora un consenso del 20% ma sembra improbabile che ritorni al potere dopo le elezioni anticipate di questo mese.

Anche in Spagna, i populisti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra sembrano perdere terreno mentre il governo di minoranza socialista del primo ministro Pedro Sanchez sta guadagnando popolarità.

In Germania, l’ondata di AfD negli Stati di Brandeburgo e Sassonia li ha lasciati ancora in opposizione; tutte le forze politiche principali sembrano determinate ad escluderle dal potere sia livello locale che nazionale.

A dire il vero, i partiti nazionalisti-populisti hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni europee in Polonia e Ungheria e continuano a sfidare l’UE sullo stato di diritto e sui diritti civili.

Ma il leader di fatto della Polonia, Jarosław Kaczyński, potrebbe perdere la sua assoluta maggioranza parlamentare alle elezioni generali di ottobre, nonostante la sua popolare combinazione di welfarismo e conservatorismo sociale nazionalista cattolico.

Andrej Babiš, Primo Ministro della Repubblica Ceca parla ai giornalisti a margine dell’incontro del Consiglio Europeo meeting sulla Brexit. (Photo by Leon Neal/Getty Images)

Nel frattempo, i timori di un’ondata populista illiberale che avrebbe investendo l’intera Europa centrale si sono rivelati esagerati. Un democratico liberale ha vinto le elezioni presidenziali slovacche e il primo ministro ceco miliardario Andrej Babis si trova ad affrontare proteste di massa per i suoi presunti conflitti di interesse.

Tuttavia, i politici tradizionali sbaglierebbero di grosso se considerassero questo affievolirsi dell’ondata populista come una ragione per rilassarsi. Le cause di fondo che scatenano le politiche nazionaliste sono ancora lì.

L’erosione di alcune delle basi della democrazia europea del 20° secolo come i partiti politici, i sindacati, le comunità religiose e i posti di lavoro stabili, hanno reso le società più incerte.

La crescente forbice sociale (differenza tra i redditi), la questione migratoria e la perdita di posti di lavoro degli operai generici a causa della globalizzazione forniscono un terreno costantemente fertile per la politica del rancore, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti.

E i social media offrono uno sbocco immediato per tutte le forme di protesta, amplificate dalle fake news e dalla disinformazione.

C’è anche il fatto che i populisti non hanno bisogno di essere al potere per stabilire l’agenda, in particolare su questioni dolenti come l’immigrazione, dove hanno spostato con successo la discussione da “la miglior ricetta per accogliere e integrare i migranti” a come difendere “i confini europei” e rendere più difficile l’ingresso nel Continente, indipendentemente da quanto siano valide le tue richieste di asilo.

L’ondata potrebbe essersi arrestata ma i problemi sono ancora tutti lì.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di PAUL TAYLOR per POLITICO.eu link qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’Italia, il peso morto d’Europa

L’Italia, il peso morto d’Europa

Giovani sacrificati, impasse di bilancio, debito pubblico esplosivo. L’incapacità del sistema politico di produrre risultati alimenta pericolosamente il pessimismo dei cittadini.

La coalizione tra populisti e sovranisti è crollata questo agosto come il viadotto autostradale di Genova è crollato un anno prima: senza preavviso. Questa tragedia tra le righe lasciava intendere ancora una volta il profondo stato di decadimento del Paese e della sua classe politica.

Uno stato pietoso. Come il contratto di governo che la Lega di Matteo Salvini ha stipulato per governare quattordici mesi con il Movimento 5 Stelle finendo per non ottemperare a nemmeno uno dei problemi reali del nostro Paese.

Peggio ancora, in alcuni casi li ha aggravati distribuendo soldi che non c’erano e che non poteva permettersi in tempo di guerre commerciali. Sia il reddito di cittadinanza che quota 100 hanno preparato le condizioni per un impasse di bilancio così crudele che il prossimo governo deve assolutamente cercare, per cominciare, ben 23,1 miliardi di euro soltanto per evitare l’aumento dell’IVA. C’era da aspettarsi in fondo che le “soluzioni” populiste sono i soliti specchietti per le allodole.

A volte sorge spontaneo chiedersi: ma in questo Paese avranno capito che le soluzioni a breve termine sono un’illusione? E che è importante scegliere bene una classe dirigente saggia che non porti nei periodi più economicamente difficili all’isolamento internazionale?

Certamente, è appurato che abbiamo consolidato da tempo il nostro posto attorno al tavolo delle maggiori potenze industrializzate del G7. Abbiamo ancora aziende di successo, uno standard qualitativo d’insegnamento universitario a livello mondiale, incredibili tesori culturali e turistici, un popolo di ineguagliabile genio creativo. Ma ci siamo mai chiesti se ciò che abbiamo è soltanto l’eredità che ci resta dopo gli splendidi anni dell’epoca passata? E se il Paese è in grado di ricreare gli stessi presupposti di prima?

L’Italia è anche il paese d’Europa che maltratta gran parte dei sui giovani. Quasi il 30% degli italiani della mia generazione, quella tra 20 e 34 anni, secondo Eurostat, non ha né un impiego, né un’istruzione, né una formazione professionale. La mia generazione è fatta da disoccupati, inattivi, indifesi, alla deriva. Non è difficile sentire tra loro il desiderio di fuggire: da casa dei genitori, dal sud, dall’Italia.


Un giovane su sei, il 16.5% della popolazione giovanile né lavora né studiava, sono i cosiddetti Neet . L’Italia ha l’oro su questo triste podio, 28,9%, seguita dalla Grecia che ne ha il 26,8%. Sopra la media europea sono ancora Croazia, Francia, Cipro e Ungheria, mentre i Paesi più virtuosi sono la Svezia con solo l’8% di Neet. Perfino Montenegro e Serbia Paesi extracomunitari superano l’Italia.

Questo malessere italiano si riflette poi: in un tasso di natalità anemico e nella partenza di molti giovani, spesso i più istruiti che scappano in Germania, nel Regno Unito o altrove. Il vero problema dell’Italia, contrariamente a quanto sostengono i populisti, non è l’immigrazione, ma l’emigrazione. Un problema che non si chiude aprendo o chiudendo le frontiere o con un decreto sicurezza.

In un momento in cui le nuvole nere si stanno accumulando sull’economia mondiale, le incertezze italiane rappresentano una minaccia assordante per l’Unione europea. Il debito pubblico, pari a 2,4 trilioni di euro, rappresenta il 132% del PIL del Paese. Se i mercati dovessero perdere la fiducia, l’episodio greco del 2009-2015 potrebbe sembrare a confronto come una cosuccia da niente. Il crollo dell’economia italiana potrebbe far cascare come le tessere di un domino tutto il resto dei Paesi dell’eurozona.

Le opzioni che si sono aperte nell’attuale crisi di governo italiana sono una più brutta dell’altra. Se questa nuova prospettiva di governo, secondo alcuni “il migliore dei governi possibili” con gli attuali seggi, non dovesse prender vita non farebbe altro che prolungare di molti anni questo desolante calvario.

Stando agli ultimi sondaggi nel caso in cui si andasse ad elezioni anticipate, questa offrirebbero un’assist a Salvini e i suoi alleati. L’alternativa giallo-rossa o rosso-gialla preferita dal presidente Sergio Mattarella ancora in trattativa fatica ancora in questa ultime ore nel vedere la luce. Eppure si farà.

Sondaggio politico – Le intenzioni di voto

I 5 stelle, restano il gruppo più numeroso alla Camera nonostante il pessimo risultato delle europee. Sono loro attualmente a fungere da fulcro per formare una maggioranza. Il problema è che rimangono un partito con dei parlamentari che non hanno mai avuto il timore di celare sentimenti complottisti, euroscettici, filo-russi e NO-VAX.

Sta nella loro irrazionale opposizione alla TAV il pretesto su cui Salvini ha pensato di porre fine del governo. E c’è chi addita a questi anche una certa responsabilità nella tragedia di Genova dopo che questi hanno combattuto fortemente contro la costruzione della Gronda, il percorso stradale per evitare il ponte Morandi.

Da quando lo scandalo di corruzione Mani pulite degli anni ’90 ha travolto tutti i partiti politici italiani che si erano consolidati dal dopoguerra, nessuna delle nuove formazioni di governo è riuscita a rimettere il Paese sulla buona strada.

L’instabilità rimane un fatto fondamentale, quasi la normalità agli occhi di chi è nato 20-30 anni fa. Il prossimo governo sarà il 66° in settantacinque anni. L’incapacità del sistema politico di fornire risultati alimenta il pessimismo tra i cittadini. Forse lo stesso “pessimismo cosmico” che percepiva Leopardi.

Per una buona ragione: il reddito reale delle famiglie è rimasto quello di vent’anni fa. La crescita è troppo debole per riportare la speranza tra le nuove generazioni. Quest’anno è prevista solo dello 0,1%, dopo un magro 0,9% nel 2018.

Si sente il disperato bisogno da anni di importanti riforme strutturali. Le stesse che sono state fatte in Germania prima dell’arrivo di Angela Merkel
volute dall’allora cancelliere Gerhard Schroeder a metà del Duemila.

Se mai ci saranno questi passi quale sarà il governo in grado di farli? Fatto sta che questo dramma italiano mette in crisi anche l’Europa.

A quattro anni dall’inizio della questione migratoria, l’UE non è stata ancora in grado di attuare una politica comune a tutti i Paesi in materia di migrazione e asilo.

Si sbagliano gli analisti che guardando alla Lega all’opposizione sono convinti che “il potere logora chi non lo ha”, perché seppur è abbastanza probabile aspettarsi un iniziale ridimensionamento del bacino elettorale nell’arco dei prossimi mesi, Matteo Salvini ritornerà o continuerà, a prosperare proprio sugli stessi temi: immigrazione e altri disagi che colpiscono i ceti più sensibili.

Se un giorno il leader leghista diventaiesse Presidente del Consiglio, l’Europa occidentale e la stessa UE si ritroverebbe di nuovo con leader di destra radicale come fino al dopoguerra. Una sfida storica non solo italiana, ma che deve essere raccolta anche dai nostri stessi vicini.

É probabile che il Regno Unito lascerà a breve l’UE e se i nostri vicini desiderano davvero un’Europa forte, indipendente e prosperosa che non sia solo gigante economico preda di Russia e Cina devono necessariamente lavorare al fianco dell’Italia per renderla più forte e prosperosa.

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