Buon compleanno Giulio

Buon compleanno Giulio

Giulio Regeni avrebbe compiuto oggi trent’anni. Non sarà così per il giovane ricercatore friulano, torturato e ucciso al Cairo in circostanze ancora per certi versi misteriose. Cronaca di una storia infinita, di una vicenda che dopo quasi ben due anni è riuscita a far parlare la professoressa di Giulio. Che tuttavia forse, ancor oggi, tace e ci lascia brancolare, tanto per cambiare, nel buio investigativo e nel silenzio più torbido.

Oggi avrebbe compiuto trent’anni un ragazzo, ormai uomo, innamorato della vita e della ricerca. Degli studi e del lavoro. Dell’impegno quotidiano e di realtà leggermente differenti dalla nostra. Dall’altra parte, ricordando Giulio, constatiamo invece un presente nazionale denso di una campagna elettorale così brutta eppur divertente, senza vincitori né vinti, con un mercato delle promesse che non bada a spese. Tra una dentiera, promesse pensionistiche da mille euro al mese, bonus una tantum, abolizioni da svariati miliardi e assistenzialismo che cancella dall’agenda politica la parola lavoro, tanto chiacchierata quanto dimenticata nelle dinamiche e nelle proposte dell’offerta politica nazionale.

Ecco perché, proprio oggi, ricordare Giulio conta di più. Conta ricordare l’impegno e la dedizione che ha impiegato non solo nella propria attività di ricerca, ma anche nella voglia di scoprire e interpretare la realtà senza la presunzione del sentirsi arrivati o peggio ancora, onnipotenti. Ecco perché resta bello ma soprattutto doveroso ricordarlo. Perché faccio parte di quella frangia generazionale che vorrebbe in campo più Regeni e meno Di Maio. Più desiderio di politiche attive sul lavoro che rassicurazioni pantofolaie come redditi di dignità o di chissà quale altro nominativo. Che non cambia comunque la sostanza delle cose. La sostanza di una politica fondata sulla paura e al tempo stesso su una rassicurazione che puzza di deleghe ed inerzia quotidiana.

Giulio Regeni, voglio ancora ripeterlo, avrebbe oggi compiuto trent’anni. La sua storia ci ha insegnato a non dimenticare che, giorno dopo giorno, in Egitto, a chiunque possono succedere cose simili se non identiche a quanto accaduto quel 25 gennaio 2016. Così drammatico ma in grado di aprirci ulteriormente gli occhi. Di ricordarci il silenzio italiano. Quel silenzio che si piega a beffarde dinamiche geopolitiche e interessi economici difficili da spodestare dinanzi alla bilancia delle priorità di un governo nazionale.

Resta tuttavia il sorriso di Giulio, nonché la caparbietà di chi ancora continua a crederci, e lotta per donare a Regeni la verità vera. Una lotta che continuerà, ora e ancora. Per i prossimi compleanni, per impedire di farlo morire più volte. Perché una può bastare e perché non vi è morte peggiore che quella della dimenticanza e dell’assenza di chiarezza. Una chiarezza che bisogna continuare a chiedere. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, compleanno dopo compleanno.

A Claudio, Paola e Giulio Regeni

Antonio Cassano – What if?

Antonio Cassano – What if?

È il 24 luglio 2017 quando Antonio Cassano, ormai trentacinquenne, risolve consensualmente dopo soli 10 giorni il suo contratto con l’Hellas Verona, e dice addio al calcio.

Cosa ci resterà di questi 18 anni di professionismo di del Genio di Bari?

Prima di iniziare questo viaggio però, dobbiamo darci delle inevitabili coordinate spaziotemporali.

La nostra storia parte il 12 luglio 1982, a Bari.

Mentre l’urlo di Tardelli fa esplodere il Santiago Bernabeu, creando un momento iconico della storia dello sport italiano, mamma Giovanna cerca qualche medico che la faccia partorire. Antonio nascerà alle 3 del mattino, perché il reparto era vuoto, erano tutti a festeggiare.

L’urlo mundial. Bonus un nostalgicissimo Claudio Gentile.

Antonio cresce nella parte vecchia della città, la madre da casalinga si arrangia a vendere per strada la pasta fatta in casa e i dolci tipici baresi, ma evidentemente non basta.

Ha 13 anni quando il dirigente della Pro Inter lo toglie dalla strada per metterlo in un campo da calcio, e Antonio è pronto per esprimere tutto il suo potenziale.

Bari è una delle città più belle del sud Italia, e grazie alla presidenza Matarrese (casuale omonimo dell’autore di questo articolo) sta vivendo uno dei momenti migliori della sua storia.

Lo stadio San Nicola è una perla, frutto del genio di Renzo Piano, e in quel Bari Antonio è pronto ad esordire. Ha solo 17 anni quando il mister Fascetti decide di farlo esordire contro il Lecce in un insipido derby che finirà 1-0 per i giallorossi. Ma è il 18 dicembre il giorno che cambia la sua vita per sempre. Il mister, che stravede per lui, lo schiera titolare assieme ad un altro giovane nigeriano, Hugo Enyinnaya, che apre il match con un gol meraviglioso.

Dopo la marcatura di Vieri che sembra bloccare la partita sul pareggio, Simone Perrotta, campione del mondo e uno dei giocatori più sottovalutati degli ultimi anni, disegna un lancio perfetto per il campione barese, che con uno stop di tacco si libera di Blanc e Panucci, due difensori titolari nelle rispettive nazionali, e trafigge Fabrizio Ferron, portiere che era subentrato a Peruzzi. L’intervista post partita è una delle cose più belle che il giornalismo sportivo ci abbia regalato dai tempi dei neologismi di Gianni Brera.

20 giorni dopo è il turno della Roma. La squadra capitolina vince 3-1, ma la marcatura barese è un colpo di testa di Antonio su Pluto Aldair. Fabio Capello è impressionato, e decide portarlo a Roma.

Antonio si trasferisce nel 2001 alla Roma per 60 miliardi di lire, con un contratto plurimiliardario.

Il figlio di nessuno è già leggenda.

Gli anni a Roma sono probabilmente i più felici della sua carriera. Segna e fa segnare, e il pubblico romano si innamora della sua maglia numero 18. Francesco Totti, che da quelle parti gode di un certo rispetto, lo adora, e la coppia sforna siparietti comici inimitabili. Youtube contribuisce ancora a regalarci queste emozioni con le mitiche barzellette che Totti & Co sfornavano in ritiro nazionale.

Già, la nazionale. Antonio avrà un rapporto travagliato con la nazionale.

Esordisce contro la Polonia, e segna nel giorno della tragedia dell’attentato ai Carabinieri di Nassiriya.

Fa parte dei 23 di Trapattoni per la spedizione italiana in Portogallo.

Struggenti le sue lacrime quando, pur avendo segnato il gol della vittoria contro la Bulgaria, vede che nessuno dei compagni che lo abbraccia. La Danimarca ha appena segnato il 2-2 contro la Svezia, condannando gli azzurri a tornare a casa.

Il pianto di Antonio è il pianto di tutti gli Italiani.

La stagione 2003/2004 è probabilmente la migliore di Antonio. Il 4-0 alla Juventus dell’8 febbraio 2004 forse il punto più alto della sua carriera.

Da quel momento in poi, probabilmente non vedremo mai più il vero Antonio. A fine stagione Capello va via alla Juventus. Gli allenatori successivi non riescono a mantenere la sua sregolatezza, e Antonio giochicchia per 2 stagioni. Fino al gennaio del 2006.

Perché si concretizza uno dei trasferimenti più incredibili della storia del calcio. Antonio Cassano, il ragazzo di strada di Bari Vecchia, arriva al Real Madrid, il miglior club al mondo.

Quella giacca probabilmente costa più della mia macchina.

Non lascerà un bel ricordo in terra spagnola. Il gordito, cosi lo chiamano i tifosi merengues, non entra mai nel cuore della tifoseria. E proprio quando arriva Fabio Capello al Real Madrid, e sembra chiudersi il cerchio, Cassano ne fa una delle sue, e finisce fuori rosa.

Nel 2007 il Real lo sbologna. La meta scelta dal Pibe di Bari è Genova, sponda Samp.

Genova lo adora, e la tifoseria impazzisce per lui, che lo coccola come un figlio. Walter Mazzarri, tecnico con buone idee ma bruciatosi troppo presto, fa fare a Cassano la sua stagione migliore dai tempi dei 2004. Antonio si carica la squadra sulle spalle, gioca 35 (!) partite e segna 12 gol, un unicum della sua carriera.

Porta la squadra alla finale di Coppa Italia, persa ai rigori contro la Lazio.

I mondiali 2010 si avvicinano, e tutti gli italiani implorano che Lippi convochi Cassano. Ma Antonio ha schiaffeggiato pubblicamente fuori da una discoteca il figlio Davide, e quella convocazione non arriverà mai. Qui di seguito un contributo video di un tifoso barese che gentilmente consiglia a Marcello Lippi di schierare il talento di casa.

Antonio cerca di non pensarci, perché ad agosto si giocano i preliminari di Champions League contro il Werder Brema, che prevalse ai supplementari. Alla fine dell’anno la Samp retrocesse, ma Antonio aveva lasciato a gennaio direzione Milano, sponda rossonera. Quegli anni a Milano scorrono leggeri, tra la sponda milanista e rossonera. Tranne il gol al derby su rigore, che regalò di fatto al Milan di Allegri l’ultimo scudetto meneghino, poco altro.

L’ultima vera avventura di Antonio è a Parma.

La parentesi biancoscudata è il canto del cigno dell’artista barese.

Una piazza difficile, ma il primo anno va davvero tutto bene. La squadra parmense, nell’anno del suo centenario, finisce sesta. Ma il mancato ottenimento della licenza UEFA e la stravagante amministrazione della società la portano al naufragio, complice la cessione della società dall’allora presidente Ghirardi a tale Giampietro Manenti. Il Parma è ormai destinata al fallimento, e Antonio a gennaio si svincola. È il punto più basso della sua carriera.

Il ritorno alla Samp è molto nostalgico, ma ormai FantAntonio non ha più motivazioni.

Le due settimane veronesi sono l’esempio più tipico della sua personalità.

Viene da chiedersi se la parabola di questo campione porti con sé più rimpianti che compiacimenti.

Come ha scritto Daniele Manusia, quella di Cassano non è stata neanche un’autodistruzione ma «una pacifica rinuncia a raggiungere il meglio di se stesso». Per questo il suo declino è stato così lento, insignificante e poco luminoso. Cassano non ha brillato come le bombe ma si è lasciato spegnere poco a poco, invecchiando e perdendo la luce nelle sue giocate, nelle sue dichiarazioni, nel suo senso dell’umorismo.

Cassano siamo un po’ tutti noi, che non facciamo nulla per migliorarci.

Cassano è la spensieratezza di chi non ha mai avuto fronzoli per la testa.

Cassano è un talento unico nella storia italiana. Il suo gusto sprezzante per la giocata, la sua continua provocazione in un Paese cattolico che odia l’eccesso, e che invece preferisce il pragmatismo, la sobrietà, il sacrificio. Io adoro i grandi 10 della storia italiana, rispetto l’eleganza senza tempo di Rivera o Del Piero, la classe di Totti, il genio triste di Baggio, ma la sfrontatezza spaccona di Cassano è stata quanto di più divertente io abbia visto su un campo di calcio.

Per certi versi Antonio è molto più vicino ad essere un giocatore sudamericano che italiano.

Cassano è, probabilmente, il più grande “what if” della storia del calcio.

Vincenzo Matarrese

Referendum Omnia Vincit

Referendum Omnia Vincit

E’ (in parte) noto come la parola “referendum”, inteso quale massimo strumento ed istituto di democrazia diretta, derivi etimologicamente dalla lingua latina, nell’arco della più generale espressione “convocatio ad referendum”. Tradotto: convocazione per riferire, essendo “referendum” gerundio del verbo referre, ovvero appunto riferire.

E difatti, un istituto di tale importanza, avrebbe teoricamente la necessità di ‘riferire’ ai propri cittadini per quale motivo si voti, per quali ragioni ci si esprima, ed in quale contesto emerga la necessità di richiamare il popolo tutto ad una consultazione da ritenersi politicamente rilevante. Dalle dichiarazioni di Zaia, evidentemente discordanti rispetto ad un requisito banale ed oltretutto retorico, emerge come tale ‘riferire’ si sia rivelato del tutto incomunicabile e fallimentare.

«Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?» – era il quesito sottoposto ai veneti –  a differenza della più articolata (e giuridicamente sensata) scheda comparsa in Lombardia. In realtà, a prescindere da quanto presente sulle due schede, nessuno dei due quesiti ha mai fatto riferimento alla possibilità di (auto)proclamare Lombardia e Veneto come ‘Regioni a statuto speciale’ (essendo il referendum di natura consultiva, ndr) in aggiunta alle attuali cinque previste dalla Costituzione e dal percorso politico che interessò l’Italia a margine del secondo dopoguerra.

In questo sta il succo dell’inutilità referendaria: non tanto, dunque, rispetto a quanto ampiamente commentato dalle (legittime) polemiche sul dispendio economico e sulle anomalie del voto elettronico in Lombardia, e nemmeno rispetto al citato esempio del modello Bonaccini e dell’ottimizzazione adoperata dall’Emilia-Romagna senza passare dall’utilizzo di 50 e rotti milioni di euro. Il referendum diventa così inutile nel senso di invocazione dello ‘Statuto speciale’, che non ha nulla a che vedere con le possibilità delle maggiori autonomie richiedibili e previste dalla riforma del Titolo V con L. Cost. 3/2001, la quale tentava peraltro allora di ridimensionare le diversità tra regioni speciali e regioni ‘ordinarie’.

In Veneto, dunque, devono aver capito male. Ha capito male Zaia, già designato da alcuni osservatori e politici come homo novus della politica nazionale. Hanno capito male i cittadini, che altro non potranno vedersi riconoscere se non una maggiore autonomia rispetto alle 23 materie delineate dagli artt.116 e 117 della Costituzione nostrana. Forse tutte, forse nessuna. Una autonomia che passa da trattative con l’attuale esecutivo Gentiloni, che non a caso ha aperto sulla scia del referendum lombardo, e non invece rispetto alla distorsione veneta, la quale invece, se quanto espresso da Zaia non fosse mera provocazione, dovrebbe passare da modifiche costituzionali e dal Parlamento nazionale, nell’ambito di un procedimento evidentemente più complesso. E considerato l’ultimo esito circa il tentativo di modificare l’assetto costituzionale, non riuscito all’ex premier Renzi, non resta che augurare buona fortuna. A Zaia e al Veneto intero.

Chi invece giocherà molto probabilmente una partita decisamente credibile pare Roberto Maroni, nonostante il flop del quorum comunque non necessario, considerata la già citata sensatezza e il maggior equilibrio istituzionale del quesito presentato ai cittadini. Tanto è vero che persino il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, ha aperto alla battaglia lombarda ricordando tuttavia un altro aspetto cruciale: «Nessun cittadino lombardo o veneto ha dato mandato per una secessione fiscale, fino ad oggi si è fatta molta propaganda su questo tema. Lavoro, istruzione, ricerca, ambiente, salute e autonomia territoriale: queste sei materie sono la base per ragionare».

Le materie trasferibili alle Regioni in base al disposto costituzionale sono infatti 23, tre di esclusiva competenza statale e venti cosiddette ‘concorrenti’. Difficile dunque ritenere possibile il “trattenimento di nove decimi delle tasse” o una totale ‘disgregazione fiscale’ tra lo Stato e le due Regioni. Del resto, la Lega è chiamata anche a considerare la futura partita delle elezioni nazionali, su cui il progetto del leader e segretario Matteo Salvini muove dal mutato interesse del partito alla questione nazionale, e conseguentemente alla voglia di diventare partito di governo, recante l’abbandono della ormai lontana retorica secessionista, come intuibile anche dall’equilibrio delle dichiarazioni post-referendarie dello stesso Maroni. Da capire se invece verrà a crearsi un doppio binario politico, che coincida con una diversificata battaglia che ‘divida’ Lombardia e Veneto rispetto alle richieste da operare allo Stato centrale e, fattispecie meno probabile, la messa in discussione della leadership salviniana con l’avvento politico del (sempre più) elettoralmente legittimato Zaia, invero già capace di decretare quasi tre anni fa ridimensionamento e fuoriuscita di una personalità come quella dell’ex sindaco di Verona ed ex Lega Flavio Tosi.

Da capire cosa succederà, ma considerati i tempi istituzionali il consiglio per lo ‘spettatore politico’ è di prendersela comoda. Nel frattempo si può (continuare a) godere dell’inconfondibile ed interminabile tran tran tipico dell’analisi referendaria dei partiti politici, dove per magia tutti vincono e nessuno perde. A parte la contrarietà di Fratelli d’Italia e formazioni a sinistra del Pd,  le compagini politiche hanno salutato benevolmente l’esito elettorale, erigendosi addirittura a protagonisti di tale risultato.

Da M5S, estasiato dal nuovo modello di voto elettronico, risultato poi in realtà fonte di sprechi (mentre noi mortali restiamo costretti a sopportare le quotidiane canzonette dei tagli ai costi della politica, piatto preferito del populismo e dell’antipolitica), sino a Forza Italia, con Berlusconi che chiede referendum per le autonomie in tutte le Regioni (bizzarro come le manifestazioni del partito dell’ex Cav contro la violenza sulle donne) per poi finire al Pd, tuttavia profondamente diviso sull’esito (basti pensare alla distanza ideologica sul tema Stato-Regioni tra Maurizio Martina e Giorgio Gori), si è assistito ad un irrefrenabile desiderio di acquisire il ticket più ambito, spesso gratuito: quello del consueto ‘giretto’ sul carro dei vincitori.

Come finirà tra Stato e Lombardia e Veneto è pertanto tutto da scoprire; nulla di nuovo invece sull’atteggiamento della politica italiana rispetto all’accaparrarsi una parte del ‘risultato’ maturato dal voto dei cittadini. Nulla di cui stupirsi. Dopotutto, ripescando l’amore della politica italiana per la riesumazione della lingua latina (vedasi i nomignoli latinizzati su proposte di legge elettorale), non resta che constatare un conseguente ed inevitabile assunto: ‘Referendum Omnia Vincit’.

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

Perché così tanti monumenti fascisti sono rimasti in Italia?

[In copertina: Palazzo della Civiltà Italiana o Colosseo quadrato. Fonte qui]

Alla fine degli anni trenta, mentre Benito Mussolini si preparava ad ospitare a Roma la Fiera del Mondo prevista per il 1942, supervisionava la costruzione del nuovo quartiere, Esposizione Universale Roma, a sud-ovest della città, per mostrare la rinvigorita grandezza imperiale d’Italia. Il fiore all’occhiello era il Palazzo della Civiltà Italiana, una prodigiosa meraviglia rettangolare formato da archi astratti sulle facciate e una fila di statue neoclassiche che fiancheggiano la base. Successivamente la fiera fu annullata per colpa della guerra, ma il palazzo, noto proprio come Colosseo Quadrato, esiste ancora oggi con all’esterno ancora incisa una frase del discorso di Mussolini, quando nel 1935, annunciando l’invasione dell’Etiopia, descrisse gli italiani come “un popolo di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmutanti”. L’invasione, e la sanguinosa occupazione che seguirono, portarono ad accuse di crimini di guerra contro il governo italiano. L’edificio, in altre parole, è una reliquia dell’aggressività fascista. Eppure, lungi dall’essere ostracizzato, l’edificio è diventato un’icona del modernismo. Nel 2004 l’Italia l’ha riconosciuto come sito di “interesse culturale” mentre nel 2010 è stato completato un restauro parziale, e cinque anni dopo la Fendi l’ha utilizzato come base amministrativa.

L’Italia, primo stato fascista, ha avuto un lungo rapporto con la politica di destra; con l’elezione di Silvio Berlusconi nel 1994 il Paese portò per primo al potere un partito neofascista, come parte della coalizione di centro-destra di Berlusconi. Ma questo da solo non è sufficiente a spiegare la comodità degli italiani con la vita in mezzo  a simboli fascisti. Dopo tutto, l’Italia è stata la dimora della più grande resistenza antifascista dell’Europa occidentale e del suo partito comunista più robusto del dopoguerra. Fino al 2008, le coalizioni di centro-sinistra hanno mantenuto tale eredità, spesso ottenendo più del 40% del voto nelle elezioni. Allora, perché se gli Stati Uniti si sono impegnati in un contenzioso processo di smantellamento dei monumenti legati al suo passato confederato e la Francia si è liberata di tutte le strade chiamate dopo il leader nazionalista di collaborazione Marshall Pétain, l’Italia ha lasciato che i suoi monumenti fascisti sopravvivessero senza problemi?

Il gran numero di queste reliquie è una prima ragione. Quando Mussolini è entrato al potere, nel 1922, guidava un nuovo movimento in un Paese con un terribile patrimonio culturale e sapeva che aveva bisogno di una moltitudine di segni per imprimere l’ideologia fascista sul paesaggio. Progetti pubblici, come il complesso sportivo Foro Mussolini a Roma, dovevano competere con quelli dei Medici e del Vaticano, mentre la figura del Duce, sorvegliava gli italiani sotto forma di statue, fotografie in uffici, poster alle fermate del tram, e perfino le stampe su costumi da bagno. Era facile sentire, come fece Italo Calvino, che il fascismo aveva colonizzato il regno pubblico italiano. “Ho trascorso i primi venti anni della mia vita con il volto di Mussolini sempre in vista”, ha ricordato lo scrittore.

In Germania, una legge promulgata nel 1949 contro l’apologia del nazismo, che vietava i saluti di Hitler e altri riti pubblici, facilitava la soppressione dei simboli del Terzo Reich. L’Italia non ha subito alcun programma comparabile di re-educazione. Sbarazzarsi di migliaia di memoriali fascisti sarebbe stato impraticabile e politicamente imprudente per le forze alleate che avevano la priorità di stabilizzare il Paese e limitare il potere crescente del partito comunista. Dopo la guerra, i bollettini e le relazioni della commissione di controllo alleata raccomandavano di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più ovvie e non estetiche, come i busti di Mussolini; il resto potrebbe essere spostato nei musei o semplicemente essere coperto di stoffa e compensato. Questo approccio ha posto un precedente. La Legge di Scelba del 1953 è stata progettata per bloccare la ricostituzione del Partito fascista ed è stata notevolmente vaga su tutto il resto. Il blocco cristiano-democratico dominante, che comprendeva molti ex fascisti, non ha visto l’abbondante eredità del regime come un problema e pertanto non è mai stata istituita una politica che fosse più pro attiva.

Ciò significa che, quando Berlusconi ha portato al potere il Movimento Sociale Italiano, la sua riabilitazione del fascismo è stata aiutata dall’esistenza di luoghi di pellegrinaggio e monumenti. Il più notevole è stato Predappio, luogo di nascita di Mussolini, dove si trova la sua cripta di sepoltura e dove i negozi vendono camicie fasciste e naziste e altre mercanzie. La Legge Mancino, passata nel 1993, aveva risposto a questa “rinascita! della destra sanzionando la propagazione dell’odio razziale ed etnico, ma fu applicata in modo non uniforme. Vivevo a Roma in occasione di una borsa Fulbright nel 1994, e sono rimasta sveglia più di una volta dalle grida di “Heil Hitler” e “Viva il Duce!” Proveniente da un pub vicino.

Per quanto ne so, il fatto che Berlusconi abbia preso il potere a più riprese ha fatto sì che siti come Predappio crescessero in popolarità e che i conservatori di tutti i partiti politici abbiano forgiato alleanze con il diritto di salvare i monumenti fascisti, che sono stati sempre più considerati parte integrante del patrimonio culturale italiano. Il Foro Mussolini, come il “Colosseo quadrato”, è un soggetto di particolare ammirazione. Nel 2014, Matteo Renzi, primo ministro di centro-sinistra, ha annunciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 proprio all’interno del complesso, ora noto come il Foro Italico, davanti a “l’Apoteosi del Fascismo”, un dipinto coperto dagli Alleati nel 1944, perché rappresenta il Duce come figura divina. Sarebbe difficile immaginare che Angela Merkel fosse in piedi davanti a un dipinto di Hitler in un’occasione simile.

Negli ultimi anni, ci sono stati alcuni sforzi fermi per esaminare il rapporto italiano con i simboli fascisti. Nel 2012, Ettore Viri, sindaco di destra di Affile, ha incluso un memoriale al generale Rodolfo Graziani, un collaboratore nazista e un criminale di guerra accusato, in un parco costruito con fondi approvati dal governo regionale a sinistra. Dopo una audizione pubblica, il governo ha annullato i fondi. Recentemente, Viri è stato accusato di apologia fascista, ma il memoriale resta al suo posto.

A Predappio è in costruzione un nuovo Museo de Fascismo. Alcuni vedono il museo, che è costruito sul modello del Centro Documentazione di Monaco di Baviera per la Storia del nazionalsocialismo, come un esercizio molto necessario nell’istruzione pubblica. (Nel 2016 ero membro del comitato internazionale di storici che si è riunito in Italia per valutare il progetto.) Altri temono che la sua posizione nella città di Mussolini significhi alimentare ulteriormente la nostalgia. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha lottato per la rimozione dei più famosi monumenti fascisti. La sua proposta, nel 2015, di togliere un’iscrizione del nome di Mussolini dall’obelisco di Foro Italico, suscitò l’opinione che un “capolavoro” sarebbe stato sfregiato.

La Boldrini ha spesso messo in evidenza la messa al bando dei simboli nazisti in Germania come esempio per l’Italia da seguire. Ma anche quel modello potrebbe essere presto testato. In una forte vittoria nelle elezioni del 24 settembre, l’Alternativa per la Germania (AfD) è diventata il primo partito di destra a vincere dei seggi nel parlamento tedesco dal 1945. La destra in Germania, priva del beneficio di monumenti pubblici emotivamente impegnati, ha organizzato i suoi incontri intorno ad eventi marginali come i concerti di musica “rock di destra”. Tuttavia, negli eventi dell’AfD, come la marcia tenutasi a nei primi di Settembre a Jena, i canti nazisti hanno cominciato a risentirsi. E, a meno che il partito non prenda una linea dura contro i simboli nazisti, è solo una questione di tempo affinché anche i simboli riappaiano. In Italia, dove non sono mai andati via, il rischio è diverso: se i monumenti vengono trattati semplicemente come oggetti estetici depoliticizzati, allora l’estrema destra può sfruttarne l’ideologia brutale mentre tutti gli altri finiscono per abituarsene. Ci si chiede se i dipendenti di Fendi si preoccupino delle origini fasciste del Palazzo della Civiltà Italiana quando arrivano al lavoro ogni mattina, mentre i loro tacchi calpestano pavimenti in travertino e marmo, i materiali preferiti del regime. Come disse una volta Rosalia Vittorini, capo dell’organizzazione per la conservazione dell’architettura moderna docomomo, quando le si si chiedeva come si sentono gli italiani a vivere tra le reliquie della dittatura: “Perché secondo te dovrebbero pensarci?”


[Traduzione dall’originale: Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? di Ruth Ben-Ghiat per “The New Yorker” Fonte qui]

L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

L’arte del nascondersi: una ‘nuova’ prassi tutta italiana ed europea

Sulla questione migranti in Italia giungono svariate notizie di sindaci sul piede di guerra, rispetto ad una obiettiva emergenza che non accenna a placarsi. E’ l’ennesimo segnale che questo Paese da solo non può farcela, in una situazione che nessun paese Ue riuscirebbe ad affrontare senza altrui voci (vedi aiuti) comunitarie. Pur con questa consapevolezza, l’Europa continua a nascondersi dietro irrisori elogi al Belpaese e improbabili distinzioni tra richiedenti asilo e migranti economici. Il risultato è un ripetuto collasso istituzionale, frutto di un pressappochismo e menefreghismo generale che allontana ed impallidisce il sogno europeo. Ma all’Europa va bene così.

Il vertice di Tallinn ed il G20 di Amburgo hanno del resto confermato come il tema non rivesta priorità. Si pensi che, in Parlamento europeo, i membri presenti alla discussione ‘migranti’ del 4 luglio erano “una trentina” su 751. Un risultato disastroso ed indegno per chi si professa collettività, ed invece al giorno d’oggi altro non può che definirsi mera aggregazione di Stati a sé stanti, senza un minimo interesse alla revisione di Trattati non in linea con l’attualità di problematiche sempre più in espansione e che richiedono pertanto risposte globali.

Il punto d’arrivo del disastro è la debolezza del nostro attuale esecutivo, sempre più a rischio nella (in parte) correlata situazione politica che vede in Parlamento nazionale la difficile partita dello Ius Soli. Nell’isolazionismo della maggioranza e di un Pd esautorato dalla solitudine renzista, le speranze di vedere una Italia forte in Europa sono ridotte al lumicino.

I proclami in vista delle prossime elezioni politiche sono intanto cominciati. Tutti concordi ormai nel ritenere necessario un ripensamento dell’Unione Europea (ne parla oggi a ‘Il Mattino’ anche Silvio Berlusconi). Ma per dare voce ad un ripensamento serve innanzitutto un programma da presentare agli elettori, che non si limiti all’an ma manifesti pubblicamente un come ed un quantum. A questo programma deve poi accompagnarsi un’altra triste consapevolezza, che andrebbe risolta con un intervento su una legge elettorale che spiani la strada alla cosiddetta governabilità.

Come si vincono le elezioni con un proporzionale in un sistema tripolare e con il partito dell’astensione maggioranza del Paese? Sarebbe bene chiedersi soprattutto questo. Per essere forti in Europa, bisognerebbe mettere qualcuno nelle condizioni di vincere. Peccato che questo, alla politica italiana, non interessi affatto. Il proporzionale innesca difatti la madre delle ragioni della resa dei partiti: munirsi di un pezzo di torta, dato che nessuno potrebbe mangiarla tutta.

Mangiarla tutta poi, è rischio di ingordigia e future sconfitte: essere all’opposizione è infatti notoriamente più comodo e facilmente suscettibile di consenso. Perché il punto è sempre quello di partenza: attaccare chi governa, senza necessità di svelare controproposte. L’ideologia, rispetto alla quale i discorsi sul proprio presunto funerale si sprecano, tende ad una inesorabile dissoluzione non a causa del presunto vecchiume, ma di nuovi atteggiamenti ormai consolidatisi e divenuti prassi. Nascondersi, insomma, è molto semplice, ed è rappresentativo di una ideologia ‘moderna’ e (dis)funzionante. In politica pare addirittura portare i suoi frutti.

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