L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

 [In copertina: rovine della Grande moschea di Al Nuri, Mosul. Foto da: nydailynews.com]

Nell’Ottobre 2016 l’esercito iraqeno lanciava la battaglia per riconquistare Mosul dallo stato islamico. Sotto il caldo cocente dei primi giorni di Luglio, cioè nove mesi dopo, gli scontri non sono ancora conclusi ma il califfato è alle strette. Poche centinaia di uomini dell’ISIS resistono negli ultimi ottocento metri quadri di Mosul ancora in mano al califfo. Secondo le stime più accurate sono ancora 300 i combattenti asserragliati nella città vecchia, mentre tutti gli altri sono morti in battaglia o fuggiti verso la città siriana di Deir el-Zor.

Mosul è la seconda città dell’Iraq, ma ha una storia antichissima, essendo uno dei più antichi centri urbani formatisi in Mesopotamia. Prima dell’avvento del califfato ci vivevano 1.500.000 iraqeni, ma durante l’occupazione sono state almeno 850.000 le persone fuggite verso il sud del Paese o sfollati nei campi profughi. Oggi Mosul è ampiamente distrutta e porta i segni di combattimenti feroci durati mesi.

Durante la fuga degli ultimi giorni, gli uomini dell’ISIS hanno fatto esplodere la Grande moschea di Al Nuri, a dimostrazione del fatto che sono le ragioni militari e politiche, e non quelle religiose, a dettare le scelte del califfato. Resistita ai mongoli, all’impero ottomano, a Saddam Hussein e all’invasione americana, la storica moschea di Al Nuri è oggi distrutta, e con essa finisce simbolicamente l’era dello stato islamico in Iraq. Fu dal pulpito della stessa moschea, infatti, che il califfo Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la nascita del califfato il 29 Giugno del 2014, in quella che fu la sua prima e ultima apparizione pubblica. Esattamente tre anni dopo, il primo ministro iraqeno Haider Al-Abadi annuncia su twitter: “Stiamo assistendo alla fine del falso Stato di Daesh (Isis), e la liberazione di Mosul lo prova” e aggiunge “Non ci fermeremo fino a quando l’ultimo di loro sarà stato ucciso o portato davanti alla giustizia“.

Esplosione della moschea di Al Nuri

Esplosione della moschea di Al Nuri. Fonte: RT.com

L’Iraq è dove l’incubo del califfato ha avuto inizio e dove certamente inizierà la sua fine. Militari e fedelissimi di Saddam, giovani reduci della tragedia dell’occupazione america e foreign fighters nel 2014 diedero inizio alla sciagurata marcia dell’ISIS. saccheggiando depositi di armi e munizioni dell’esercito iraqeno, ancora troppo debole e diviso. Molti miliziani sono morti in battaglia. Gli altri sono fuggiti, nascondendosi tra i fiumi di sfollati delle zone dei combattimenti. Chi invece viene oggi catturato dall’esercito iraqeno è sottoposto a processi che rapidamente si concludono in sentenze. Come racconta La Stampa, decine di ex miliziani dell’ISIS vengono giudicati ogni giorno in alcuni edifici di Qaraqosh, città cristiana alle porte di Mosul. Le pene minime sono di 15 anni, tutte per “terrorismo”.

Dopo la sconfitta definitiva dell’ISIS, in Iraq, resterà lo spettro dell’ideologia politica di cui il califfato faceva le veci, quell’ideologia che ha raccolto molti vecchi iraqeni orfani di Saddam Hussein, prima, e molti giovani iraqeni vittime dell’occupazione americana, dopo.

Ma non finisce qui. L’Iraq dovrà affrontare la ricostruzione di intere città e infrastrutture del nord dell’Iraq. Dovrà risolvere il problema delle possibili vendette e dei profughi adulti e bambini. Proprio i bambini, oggi, rappresentano una situazione difficilissima. Migliaia sono nati sotto lo stato islamico, registrati con certificati di nascita del califfato o non registrati affatto. Ancor peggio, molti dei bambini in età scolastica sono stati indottrinati dai miliziani dell’ISIS, gli hanno inculcato l’odio per tutti quelli che non facevano parte del califfato e gli hanno insegnato come combatterli con le armi. Molti di loro sono stati usati nei combattimenti, e i sopravvissuti portano con sè orribili memorie e un grande dilemma: cosa fare, oggi, con i figli inconsapevoli dell’ideologia del califfo?

La riconquista quasi totale di Mosul, seppur pregna di grande valore simbolico e militare, non significa la sconfitta dello stato islamico. I territori dell’ISIS si sono ridotti di due terzi tra il 2015 e il 2017 e 4 milioni di persone che prima vivevano sotto il califfato oggi sono state liberate.

Perdita di territorio dello Stato Islamico

Perdita di territorio dello Stato Islamico dal 2015 al 2017

Questo significa che la presenza territoriale del califfato si è ampiamente ridotta ma non è finita. L’ISIS controlla Raqqa e buona parte della Siria sud orientale, e dall’Iraq continuano a giungere i jihadisti in fuga dai combattimenti. La battaglia di Raqqa è iniziata appena un mese fa, e sarà solo la caduta di questa città a segnare la sconfitta dello stato islamico.

 


 

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

La Regione autonoma del Kurdistan iracheno, o, come preferiscono chiamarla i curdi: Kurdistana Başūr (Kurdistan del Sud) riferendosi all’area geografica e all’ideale unitario del Kurdistan, sembra vicino alla sua indipendenza dal governo di Baghdad che potrebbe essere sancito con un referendum.

L’attuale primo ministro curdo Nachirvan Barzani dichiarò: “Uno Stato curdo è il nostro sogno e non ci si può impedire di sognare ma noi oggi siamo una regione dell’Iraq e rispettiamo la Costituzione”. Proprio nella Costituzione approvata nel 2005 che la soluzione è stata parzialmente trovata: formare uno stato federale con un certo grado di indipendenza al Kurdistan.

Nechervan Barzani presidente del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

Nachirvan Barzani primo ministro del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

La questione curda oltre ad avere un forte carattere internazionale ha sempre rappresentato un problema vivo per l’Iraq. Dagli anni Sessanta in poi si contano diverse rivolte con una parentesi negli anni Ottanta dove Saddam Hussein iniziò una dura e feroce repressione anche con l’impiego di armi chimiche. A seguito della disfatta dell’Iraq di Saddam nel corso della prima guerra del Golfo, le forze curde riuscirono a ritagliarsi una parte del territorio curdo iracheno. Dal 2004 in poi, dopo la caduta del regime, il Kurdistan iracheno approfittò delle difficoltà dello Stato centrale iracheno per ricompattarsi e diventare sempre più autonomo ben distinto da Baghdad. Un processo in un territorio dove sono poi piovuti fiumi di investimenti occidentali e turchi.

Oggi Erbil, nonché il capoluogo, è la città più grande e rappresentativa del Kurdistan iracheno lì dove Masud Barzani (nonno di Nachirvan) ha impiantato un vero e proprio feudo che dal 2005 in poi garantisce al suo partito i due terzi dei voti ad ogni elezione. Il fallimento iracheno però ha portato anche quest’area in profonda crisi. Infatti, il Kurdistan iracheno non è più quell’isola prospera, stabile e felice. Anzi, oggi gravi difficoltà finanziarie, forti tensioni interne, dinamiche internazionali e il Daesh minacciano il suo futuro. Dunque, il paese è investito da una crisi economica e sociale, oltre che politica e militare.

L’economia e la società curda dipendono quasi esclusivamente dal petrolio, e nonostante la prosperità degli ultimi anni molti settori critici come l’agricoltura sono rimasti molto arretrati. Il settore privato, come costruzioni, servizi e telefonia, è direttamente o indirettamente nelle mani di pochissime famiglie tra cui quella di Barzani e Talabani (famiglia curda che ha formato un partito d’opposizione a Barzani). Dunque l’economia, sia pubblica che privata, è stata gestita con nepotismo e corruzione.

Ad azzoppare l’economia curda ha soprattutto contribuito l’attuale crisi mondiale del settore petrolifero ovvero l’andamento della domanda e prezzo del petrolio degli ultimi anni (vedi OPEC). Dopotutto, l’esportazione di petrolio, come per alcuni paesi del medio-oriente, è la principale leva della politica estera curda.

Probabilmente è proprio per riacquistare un po’ della legittimità e del supporto popolare perduto, che Barzani sta spingendo, già dal 2014, per indire un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. A fronte della crisi del paese, nonché delle future e probabili (?) problematiche con Baghdad, Ankara e Teheran, sono in molti a considerare questa mossa più diretta a rinvigorire il nazionalismo curdo piuttosto che un piano effettivamente realizzabile.

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

L’obiettivo reale però potrebbe potrebbe essere Kirkuk, abbandonata dagli iracheni con l’avanzata dello Stato Islamico prima e poi occupata dai peshmerga. Anche se in teoria secondo l’art. 1404 della costituzione irachena è prevista “l’espressione popolare per decidere a chi [tra arabi o curdi] assegnare Kirkuk” attualmente sotto il controllo curdo e Barzani ora minaccia il referendum sull’indipendenza dell’intero Kurdistan.

Questa rapida indipendenza stuzzica solamente a una fazione del partito di Barzani che conta sul presunto appoggio politico turco (e non solo) per i proventi della vendita indipendente del petrolio; però molti dei politici curdi temono che, in tal modo, il paese diventerebbe un vassallo incapace di una propria politica finanziaria e militare. 

Semplificando le possibili traiettorie del Kurdistan iracheno sono l’indipendenza, l’autonomia e l’implosione:

  1. Nel dicembre 2016, Barzani ha affermato che la regione potrebbe spingere per l’indipendenza al termine della battaglia per liberare Mosul dall’IS sia terminata. Una mossa non solo malvista dagli USA e dall’Iran ma anche don chisciottesca per le inevitabili implicazioni conflittuali sul controllo di territori strategici senza istituzioni solide e una robusta economia.
  2. L’autonomia, ovvero il permanere dello stato federale iracheno, parrebbe l’opzione più auspicata e saggia, ma nemmeno tanto semplice senonché richiede la stabilizzazione in seno alle forze politiche curde e un riavvicinamento con Bagdad sulla gestione delle risorse petrolifere e per il destino di Kirkuk.
  3. La terza opzione dell’implosione è forse quella che rischia di verificarsi se non si avverano le due precedenti.

Dal suo canto Barzani può far conto su qualcosa di certo, ovvero che alla fine della guerra allo Stato Islamico la pace busserà anche alle porte del Kurdistan.

Focus on: Medio-Oriente, la regione destabilizzata

Focus on: Medio-Oriente, la regione destabilizzata

L’argomento del “Focus” di oggi è il medio-oriente. Questa macro-regione ha vissuto da protagonista la sua storia moderna, grazie ad una posizione che l’affaccia sul mediterraneo orientale e l’apre sull’Asia minore.

Il “disordine” politico e sociale di oggi è chiaramente il risultato degli ultimi settant’anni di vicende politiche nazionali e internazionali, basti pensare alla geopolitica in medio-oriente negli anni della Guerra Fredda o alle vicende successive alle “primavere” degli stati arabi. Nel 2015 un’articolo del Washington Post ha messo insieme sette attuali crisi che rendono oggi quell’area “la più instabile del mondo”.

Lo scorso settembre, lo stesso giornale, ha invece ipotizzato degli scenari probabili post-guerra allo Stato Islamico. Rispondendo all’interrogativo di alcuni occidentali: “che ne sarà dei curdi che combattono oggi l’ISIS?” La mia domanda è invece adesso: cos’è che ha reso così fragile il medio-oriente? Ma a questa provo a rispondere io. (altro…)

La sposa del Deserto: un racconto su Palmira

La sposa del Deserto: un racconto su Palmira

In copertina: ruderi di Palmira. Originale qui

L’antica Tadmor, o meglio detta Palmira, è un’oasi a 240 km a nord-est di Damasco e a 200 km a sud-ovest della città di Deir ez-Dor che si trova sul fiume Eufrate. Soprannominata appunto “la sposa del deserto” fungeva da sosta per i viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto Siriaco.  In antico, era un luogo di collegamento tra Occidente, ovvero Roma, e l’Oriente cioè Mesopotamia, Cina, India e Persia. I resti di questa città di incommensurabile importanza storica e archeologica nei giorni che ci riguardano, sono stati catturati e devastati dalle forze militari dell’Isis.

Palmira Oggi

“In posti dove ci sono gravi conflitti è incredibile quanti eroi del patrimonio culturale ci siano” Dice l’archeologo Fredrik Hiebert “fa parte del carattere umano fa parte del nostro patrimonio genetico di preservare la nostra identità”.

Eroe sicuramente è Kaled Al Assad archeologo che per una vita ha scavato e restaurato rovine millenarie della Città di Palmira. Ma questa passione lo ha portato alla morte: torturato e decapitato dalle forze militanti dell’Isis, è stato appeso ad una colonna romana con un cartello che riferiva le sue colpe ovvero quelle di aver sovrinteso le collezioni degli idoli. Ma analizziamo nel particolare quali sono le devastazioni che subisce il sito:

Viene prima fatto saltare il tempio di Baalshamin risalente al II secolo d.C.  dedicato al dio Mercurio, distrutto successivamente il tempio di Bel o Baal, simile all’adorazione del dio Zeus per i greci e Giove per i romani, datato al I secolo d.C. Il giorno seguente le Nazioni Unite per mezzo di foto satellitari confermano la totale distruzione. Il quotidiano britannico “The Independent” fa girare la notizia: reperti e rovine sono già in vendita sul mercato nero internazionale. Non è un caso quindi che L’Isis abbia deciso di prendere Palmira. Mentre far saltare con l’esplosivo grandiosi templi serve a fare notizia, gli oggetti piccoli, quelli che si rubano o si nascondono, servono a fare cassa. Così non schedati e né inventariati, una volta venduti, diventano introvabili.

Il 27 marzo viene annunciata, dall’esercito regolare siriano, la definitiva riconquista di Palmira. Il direttore delle antichità siriane Maamoun Abdulkarim ha accurato che nell’insieme il complesso è in buono stato di conservazione.

Le ricchezze saccheggiate

Tra il I e il II sec. d.C , come già detto, vengono eretti i due templi: si tratta del periodo in cui la città di Palmira diviene provincia Romana. Plinio il vecchio infatti nella sua “Naturalis Historia”, descrivendola, ne mette in rilievo la sua enorme ricchezza del suolo e la forte importanza come via di commercio.

Nel sito archeologico riconducibili all’antica prosperità di Palmira (adesso non più visibili) erano: Il tempio di Baal e il tempio di Baalshamin. Analizziamo ora nel particolare i due monumenti.

Il tempio di Baal

Nelle immagini: panoramica del tempio di Baal, prima, ed ingresso al tempio, seconda.

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Relativo al periodo partico, è il tempio di Bal parte di un enorme santuario, questo mostra influenze di tipo greco-corinzie e babilonese, il tempio fu consacrato tra il 32 e il 38.

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Il tempio di Baalshamin

Nell’immagine: panoramica del Tempio di Baalshamin

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Il tempio di Baalshamin invece era parte di un ampio complesso formato da tre cortili. Rappresentava anch’esso una fusione tra lo stile architettonico orientale e occidentale, infatti i capitelli erano romani mentre gli elementi che sovrastavano l’architrave e le finestre laterali appartenevano alla tradizione siriana. Foglie di acanto e capitelli corinzi erano fedeli invece alla tradizione egiziana. Il tempio era costituito da un pronao con sei colonne attraverso il quale si accedeva alla cella.

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