Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Il presidente Trump può vantare, grazie al supporto dei curdi e dei russi, di aver sconfitto finalmente il capo dell’ISIS. Ma si sbaglia se pensa che adesso la missione è compiuta.

Il raid dei commando americani in Siria annunciato dal presidente Trump domenica è riuscito a sconfiggere Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Una vittoria significativa nonostante l’annuncio del ritiro delle forze americane.

I cani dei militari americani hanno inseguito Abu Bakr al-Baghdadi fino in fondo al tunnel dov’era nascosto mentre lui “piagnucolando, piangendo e urlando” correva accompagnato da tre bambini. Addosso aveva un giubbotto esplosivo che poi ha fatto esplodere, per non farsi catturare vivo, uccidendo anche i bambini, secondo l’insolito racconto di Trump.

Aggiungendo poi nello stesso discorso televisivo in diretta dalla Casa Bianca “Ieri sera, gli Stati Uniti hanno fatto giustizia sul leader terrorista numero 1 al mondo, Abu Bakr al-Baghdadi è morto.”

Nonostante il corpo di al-Baghdadi sia stato martoriato dall’esplosione i test hanno confermato la sua identità. Trump ha continuato incessantemente a ritrarlo come un “pazzo depravato” e i suoi seguaci come “perdenti” e “cuccioli impauriti”. Il lessico infuocato e orgoglioso è stato diverso rispetto ai classici approcci solenni dei suoi predecessori. “È morto come un cane”“È morto come un codardo.”

Secondo il racconto del presidente le forze americane a bordo di otto elicotteri hanno attraversato lo spazio aereo controllato dalla Russia con il lasciapassare di Mosca. Sono atterrate nonostante il fuoco ostile nemico e sono entrate nell’edificio designato attraverso un buco nel muro anziché posizionare una trappola esplosiva all’ingresso principale. Nessun americano è morto durante l’operazione, anche se Trump ha detto che uno dei cani dell’esercito è rimasto ferito.

Sabato la Casa Bianca ha pubblicato una foto di Trump circondato dai suoi consiglieri nella Situation Room mentre assisteva al raid, rievocando la stessa scena di Barack Obama che assisteva al raid contro Osama bin Laden nel 2011. Trump sembrava persino suggerire che uccidere al-Baghdadi fosse più importante che uccidere Bin Laden.

Eppure Al-Baghdadi non ha mai intimorito gli americani come Bin Laden pur essendo di fatto un nemico tenace e pericoloso per gli Stati Uniti e suoi alleati in Medio Oriente.

Al-Baghdadi, 48 anni, figlio di un pastore iracheno fu arrestato dagli americani nel 2004. Si è radicalizzato durante gli 11 mesi di prigionia formando poi una forza terroristica più pericolosa di Al Qaeda. Predicava un Islam virulento ed è arrivato a controllare una fascia di territorio delle dimensioni della Gran Bretagna.

La sua posizione è stata scoperta quest’estate dopo l’arresto e l’interrogatorio di una delle sue mogli e di un corriere, come riferito dai funzionari americani. Abitava nel profondo interno della Siria nord-occidentale, fatto che ha sorpreso gli americani perché si tratta di una zona controllata da gruppi di al Qaeda, rivale dell’ISIS.

La presenza di Baghdadi nelle aree dominate da Al Qaeda potrebbe significare molte cose. C’è il pericolo che tra loro siano ripartiti i negoziati per la riunificazione e/o una collaborazione con elementi di Al Qaeda per gli attacchi contro l’Occidente.

Partendo da questo primo indizio, la CIA ha lavorato a stretto giro con l’intelligence curda in Iraq e Siria – compresi quelli presi colti di sorpresa dalla decisione di Trump di ritirare le truppe americane dal nord della Siria all’inizio di questo mese – per identificare la posizione di Baghdadi e sfruttando le spie per monitorare i suoi movimenti.

Per Trump, la missione compiuta contro al-Baghdadi potrebbe essere sia una vittoria strategica nella guerra allo Stato Islamico sia un contrappunto politicamente utile per zittire i critici che lo hanno assalito nelle ultime settimane dopo la scelta di ritirare le truppe, che ha permesso alla Turchia di attaccare e respingere gli alleati curdi dalla Siria settentrionale.

La morte di al-Baghdadi è un’altra importante vittoria nella campagna contro lo Stato islamico, ma gli esperti di antiterrorismo hanno avvertito che l’organizzazione potrebbe essere ancora una potente minaccia.

“Il pericolo qui è che Trump decida ancora una volta di spostare l’attenzione dall’ISIS ora che il suo leader è morto”, ha dichiarato Jennifer Cafarella, direttrice dell’Istituto per lo studio della guerra a Washington. “Sfortunatamente, uccidere i leader non sconfigge le organizzazioni terroristiche. Avremmo dovuto imparare quella lezione dopo aver ucciso Osama bin Laden, dopo di che Al Qaeda ha comunque continuato ad espandersi a livello globale. “

Lo stato islamico ha le sue radici in Al Qaeda in Iraq, un gruppo sunnita fondato nei primi anni della guerra in Iraq da Abu Musab Al-Zarqawi. Nel giugno 2006, Al-Zarqawi è stato ucciso nella sua dimora blindata dalle bombe americane, ma il suo gruppo ha continuato la sua devastante violenza in Iraq e la guerra civile è degenerata nel corso dell’anno successivo. Anni dopo, il Al-Baghdadi, dopo un periodo di debolezza per il gruppo, trasformò l’organizzazione in Stato Islamico, con l’aiuto di funzionari un tempo fedeli a Saddam Hussein.

Se la morte di Al-Baghdadi fosse confermata, darebbe inizio a una lotta di successione tra i massimi leader dello Stato islamico. Negli ultimi anni molti altri leader sono morti negli attacchi e nei raid americani con i droni. Anticipando la propria morte, Al-Baghdadi ha delegato le autorità a luogotenenti regionali e funzionali per garantire che le operazioni dello Stato islamico continuassero.

  • Peter Baker è il principale corrispondente della Casa Bianca e ha ricoperto gli ultimi quattro presidenti per The Times e The Washington Post. È anche autore di cinque libri, di recente “Impeachment: An American History”. @PeterbakernytFacebook 
  • Eric Schmitt è uno scrittore senior che ha girato il mondo occupandosi di terrorismo e sicurezza nazionale. Era anche il corrispondente del Pentagono. Membro del personale del Times dal 1983, ha condiviso tre premi Pulitzer. @EricSchmittNYT
  • Helene Cooper è una corrispondente del Pentagono. In precedenza era redattrice, corrispondente diplomatica e corrispondente della Casa Bianca, e faceva parte del team che ha ricevuto il Premio Pulitzer 2015 per i rapporti internazionali, per la sua copertura dell’epidemia di Ebola. @helenecooper

[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Peter Baker, Eric Schmitt, Helene Cooper dal New York Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Perché la Turchia combatte i curdi in Siria?

Perché la Turchia combatte i curdi in Siria?

Da mercoledì la Turchia ha iniziato un assalto contro una milizia curda nella Siria nord-orientale. Ma come ci sono finiti in questa situazione questi due alleati americani?

Le forze turche mercoledì scorso hanno iniziato il tanto atteso assalto transfrontaliero contro le forze democratiche siriane, delle milizie a guida curda, nella Siria nord-orientale.

La disputa tra Turchia e curdi ha radici profonde nelle dinamiche di potere regionali, al punto che si è creata una fitta rete di interessi. A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che gli Stati Uniti sono alleati sia della Turchia che della SDF, sigla della milizia curda.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che l’obiettivo dell’incursione è di “distruggere il corridoio del terrore”, affermando che le forze curde stavano cercando di stabilirsi sul confine meridionale del suo paese per destabilizzare la regione.

I leader dell’SDF e altri attori regionali affermano che gli attacchi mettono a rischio i civili e mettono in guardia sulle conseguenze di una crisi umanitaria. Gruppi di curdi sul campo condividevano foto e video di persone in fuga dai villaggi mentre il fumo saliva dal luogo degli attacchi.

Per comprendere l’attuale conflitto è necessario conoscere il contesto della disputa tra Turchia e curdi e soprattutto il perché Stati Uniti si inseriscono nella dinamica.

I curdi sono il quarto gruppo etnico mediorientale. Nonostante la loro densità, sono un popolo apolide e spesso emarginato la cui patria si estenderebbe tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia.

Dopo la prima guerra mondiale e la caduta dell’Impero ottomano, molti curdi hanno cercato di formare un proprio stato curdo. Nei primi trattati fu promesso anche ai curdi la creazione di un Kurdistan, ma nella successiva spartizione regionale questa nazione non nacque mai. Negli anni successivi ci furono numerosi tentativi, tutti finiti male.

Le relazioni tra Turchia e curdi apolidi sono state sempre tese. Per la Turchia il crescente potere dei curdi sul suo confine meridionale era una minaccia. Erdogan per anni ha pronunciato dichiarazioni di piani per un intervento militare nell’enclave siriana settentrionale.

Ma in realtà, le origini di questo scontro sono più antiche e intrinsecamente legate ad un conflitto interno turco.

Il nemico della Turchia è stato sempre il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) da quando nei primi anni ’80 diventarono un movimento separatista violento. Sia la Turchia che gli Stati Uniti considerarono il PKK un’organizzazione terroristica.

Dall’altra parte del confine in Siria, una costola di questa milizia, le Unità di protezione popolare curda (YPG), in attività dal 2004, ha cercato a lungo di formare uno Stato autonomo per i curdi.

Intanto il YPG e una milizia associata di combattenti femminili, ben vista in Occidente per il loro sentimento anti-islamista, ha attirato moltissimi volontari americani ed europei per combattere contro lo Stato islamico.

I membri del YPG hanno legami profondi con il PKK sebbene i loro leader minimizzino i legami. All’inizio della guerra civile siriana, la milizia istituì precocemente e con successo un’enclave pacifica – la Rojava – nel nord del paese.

I miliziani YPG uniti ad altri gruppi regionali sono diventati SDF, un gruppo che è stata fondamentale per strappare grandi aree del territorio siriano allo Stato islamico e per cacciare l’ISIS dal suo ultimo punto d’appoggio in Siria all’inizio dell’anno.

Mentre l’SDS ha preso il controllo delle città e dei territori nel nord-est della Siria dall’ISIS, il potere curdo è cresciuto, mentre Erdogan era sempre più preoccupato.

L’operazione turca contro i curdi in Siria ha lasciato Washington in stallo tra due alleati.

L’annuncio di Trump questa settimana sul ritiro delle truppe dal Paese ha effettivamente dato il via libera alla Turchia. Erdogan ha a lungo sostenuto il ritiro americano dalla Siria esortando Trump a togliere il suo sostegno dall’SDF, proprio ultimamente in una telefonata.

Gli Stati Uniti e la Turchia, che sono partner della NATO, sono stati a lungo stretti alleati. Ma anche i curdi e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione. La coalizione guidata dagli americani ha iniziato a lavorare con l’SDF nel 2015, affermando che il gruppo guidato dai curdi era il più capace di respingere lo Stato islamico.

Trump ha preso poi una posizione ambigua dopo essersi espresso a sostegno di Erdogan. Su Twitter ha scritto: “Potremmo essere in procinto di lasciare la Siria, ma non abbiamo mai abbandonato i curdi, che sono persone speciali e combattenti meravigliosi”. In un messaggio successivo ha affermato che gli USA stavano “aiutando i curdi finanziariamente” e ha messo in guardia la Turchia.

Probabilmente si.

La SDF si è mostrata una forza vitale per riprendere il controllo delle aree sequestrate all’ISIS. Ha catturato decine di migliaia di combattenti e le loro famiglie. Oggi sono detenute in prigioni improvvisate nella regione aggredita dalla Turchia. Ma mentre Trump ha detto che la Turchia di questi detenuti dovrebbe preoccuparsene, non ci sono ancora dei piani per il loro trasferimento.

Mentre il territorio dell’autoproclamato “califfato” è stato strappato dall’ISIS, la situazione della sicurezza in gran parte della Siria resta precaria. Alcuni temono che la destabilizzazione nord-orientale della Siria creerà lo stesso vuoto di potere che c’era ai tempi dell’ascesa al potere dello Stato Islamico e lasciando a questi la possibilità di risorgere.

Nonostante le loro perdite territoriali, c’è la possibilità che i militanti dell’ISIS sono ancora attivi in ​​Siria, secondo Melissa Dalton, direttrice del Progetto di difesa cooperativa presso il Center for Strategic and International Studies.

“Con questa incursione turca” – ha affermato – “è possibile che la SDF distoglierà la sua attenzione dai questi nemici”. “Si rischia di avvantaggiare lo Stato islamico sull’SDF e la coalizione americana”. La Dalton mostra preoccupazioni anche per l’aumento potenziale di interferenze e disordini tra i detenuti.

“La ricetta perfetta per il disastro”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Megan Specia dal New York Times.com articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

L’Iraq dichiara sconfitto lo Stato Islamico. Cosa fare con l’eredità del califfato?

 [In copertina: rovine della Grande moschea di Al Nuri, Mosul. Foto da: nydailynews.com]

Nell’Ottobre 2016 l’esercito iraqeno lanciava la battaglia per riconquistare Mosul dallo stato islamico. Sotto il caldo cocente dei primi giorni di Luglio, cioè nove mesi dopo, gli scontri non sono ancora conclusi ma il califfato è alle strette. Poche centinaia di uomini dell’ISIS resistono negli ultimi ottocento metri quadri di Mosul ancora in mano al califfo. Secondo le stime più accurate sono ancora 300 i combattenti asserragliati nella città vecchia, mentre tutti gli altri sono morti in battaglia o fuggiti verso la città siriana di Deir el-Zor.

Mosul è la seconda città dell’Iraq, ma ha una storia antichissima, essendo uno dei più antichi centri urbani formatisi in Mesopotamia. Prima dell’avvento del califfato ci vivevano 1.500.000 iraqeni, ma durante l’occupazione sono state almeno 850.000 le persone fuggite verso il sud del Paese o sfollati nei campi profughi. Oggi Mosul è ampiamente distrutta e porta i segni di combattimenti feroci durati mesi.

Durante la fuga degli ultimi giorni, gli uomini dell’ISIS hanno fatto esplodere la Grande moschea di Al Nuri, a dimostrazione del fatto che sono le ragioni militari e politiche, e non quelle religiose, a dettare le scelte del califfato. Resistita ai mongoli, all’impero ottomano, a Saddam Hussein e all’invasione americana, la storica moschea di Al Nuri è oggi distrutta, e con essa finisce simbolicamente l’era dello stato islamico in Iraq. Fu dal pulpito della stessa moschea, infatti, che il califfo Abu Bakr al-Baghdadi annunciò la nascita del califfato il 29 Giugno del 2014, in quella che fu la sua prima e ultima apparizione pubblica. Esattamente tre anni dopo, il primo ministro iraqeno Haider Al-Abadi annuncia su twitter: “Stiamo assistendo alla fine del falso Stato di Daesh (Isis), e la liberazione di Mosul lo prova” e aggiunge “Non ci fermeremo fino a quando l’ultimo di loro sarà stato ucciso o portato davanti alla giustizia“.

Esplosione della moschea di Al Nuri

Esplosione della moschea di Al Nuri. Fonte: RT.com

L’Iraq è dove l’incubo del califfato ha avuto inizio e dove certamente inizierà la sua fine. Militari e fedelissimi di Saddam, giovani reduci della tragedia dell’occupazione america e foreign fighters nel 2014 diedero inizio alla sciagurata marcia dell’ISIS. saccheggiando depositi di armi e munizioni dell’esercito iraqeno, ancora troppo debole e diviso. Molti miliziani sono morti in battaglia. Gli altri sono fuggiti, nascondendosi tra i fiumi di sfollati delle zone dei combattimenti. Chi invece viene oggi catturato dall’esercito iraqeno è sottoposto a processi che rapidamente si concludono in sentenze. Come racconta La Stampa, decine di ex miliziani dell’ISIS vengono giudicati ogni giorno in alcuni edifici di Qaraqosh, città cristiana alle porte di Mosul. Le pene minime sono di 15 anni, tutte per “terrorismo”.

Dopo la sconfitta definitiva dell’ISIS, in Iraq, resterà lo spettro dell’ideologia politica di cui il califfato faceva le veci, quell’ideologia che ha raccolto molti vecchi iraqeni orfani di Saddam Hussein, prima, e molti giovani iraqeni vittime dell’occupazione americana, dopo.

Ma non finisce qui. L’Iraq dovrà affrontare la ricostruzione di intere città e infrastrutture del nord dell’Iraq. Dovrà risolvere il problema delle possibili vendette e dei profughi adulti e bambini. Proprio i bambini, oggi, rappresentano una situazione difficilissima. Migliaia sono nati sotto lo stato islamico, registrati con certificati di nascita del califfato o non registrati affatto. Ancor peggio, molti dei bambini in età scolastica sono stati indottrinati dai miliziani dell’ISIS, gli hanno inculcato l’odio per tutti quelli che non facevano parte del califfato e gli hanno insegnato come combatterli con le armi. Molti di loro sono stati usati nei combattimenti, e i sopravvissuti portano con sè orribili memorie e un grande dilemma: cosa fare, oggi, con i figli inconsapevoli dell’ideologia del califfo?

La riconquista quasi totale di Mosul, seppur pregna di grande valore simbolico e militare, non significa la sconfitta dello stato islamico. I territori dell’ISIS si sono ridotti di due terzi tra il 2015 e il 2017 e 4 milioni di persone che prima vivevano sotto il califfato oggi sono state liberate.

Perdita di territorio dello Stato Islamico

Perdita di territorio dello Stato Islamico dal 2015 al 2017

Questo significa che la presenza territoriale del califfato si è ampiamente ridotta ma non è finita. L’ISIS controlla Raqqa e buona parte della Siria sud orientale, e dall’Iraq continuano a giungere i jihadisti in fuga dai combattimenti. La battaglia di Raqqa è iniziata appena un mese fa, e sarà solo la caduta di questa città a segnare la sconfitta dello stato islamico.

 


 

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

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Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

Kurdistan: a un passo dall’indipendenza

La Regione autonoma del Kurdistan iracheno, o, come preferiscono chiamarla i curdi: Kurdistana Başūr (Kurdistan del Sud) riferendosi all’area geografica e all’ideale unitario del Kurdistan, sembra vicino alla sua indipendenza dal governo di Baghdad che potrebbe essere sancito con un referendum.

L’attuale primo ministro curdo Nachirvan Barzani dichiarò: “Uno Stato curdo è il nostro sogno e non ci si può impedire di sognare ma noi oggi siamo una regione dell’Iraq e rispettiamo la Costituzione”. Proprio nella Costituzione approvata nel 2005 che la soluzione è stata parzialmente trovata: formare uno stato federale con un certo grado di indipendenza al Kurdistan.

Nechervan Barzani presidente del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

Nachirvan Barzani primo ministro del Kurdistan iracheno immagine da Kurdistan 24

La questione curda oltre ad avere un forte carattere internazionale ha sempre rappresentato un problema vivo per l’Iraq. Dagli anni Sessanta in poi si contano diverse rivolte con una parentesi negli anni Ottanta dove Saddam Hussein iniziò una dura e feroce repressione anche con l’impiego di armi chimiche. A seguito della disfatta dell’Iraq di Saddam nel corso della prima guerra del Golfo, le forze curde riuscirono a ritagliarsi una parte del territorio curdo iracheno. Dal 2004 in poi, dopo la caduta del regime, il Kurdistan iracheno approfittò delle difficoltà dello Stato centrale iracheno per ricompattarsi e diventare sempre più autonomo ben distinto da Baghdad. Un processo in un territorio dove sono poi piovuti fiumi di investimenti occidentali e turchi.

Oggi Erbil, nonché il capoluogo, è la città più grande e rappresentativa del Kurdistan iracheno lì dove Masud Barzani (nonno di Nachirvan) ha impiantato un vero e proprio feudo che dal 2005 in poi garantisce al suo partito i due terzi dei voti ad ogni elezione. Il fallimento iracheno però ha portato anche quest’area in profonda crisi. Infatti, il Kurdistan iracheno non è più quell’isola prospera, stabile e felice. Anzi, oggi gravi difficoltà finanziarie, forti tensioni interne, dinamiche internazionali e il Daesh minacciano il suo futuro. Dunque, il paese è investito da una crisi economica e sociale, oltre che politica e militare.

L’economia e la società curda dipendono quasi esclusivamente dal petrolio, e nonostante la prosperità degli ultimi anni molti settori critici come l’agricoltura sono rimasti molto arretrati. Il settore privato, come costruzioni, servizi e telefonia, è direttamente o indirettamente nelle mani di pochissime famiglie tra cui quella di Barzani e Talabani (famiglia curda che ha formato un partito d’opposizione a Barzani). Dunque l’economia, sia pubblica che privata, è stata gestita con nepotismo e corruzione.

Ad azzoppare l’economia curda ha soprattutto contribuito l’attuale crisi mondiale del settore petrolifero ovvero l’andamento della domanda e prezzo del petrolio degli ultimi anni (vedi OPEC). Dopotutto, l’esportazione di petrolio, come per alcuni paesi del medio-oriente, è la principale leva della politica estera curda.

Probabilmente è proprio per riacquistare un po’ della legittimità e del supporto popolare perduto, che Barzani sta spingendo, già dal 2014, per indire un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. A fronte della crisi del paese, nonché delle future e probabili (?) problematiche con Baghdad, Ankara e Teheran, sono in molti a considerare questa mossa più diretta a rinvigorire il nazionalismo curdo piuttosto che un piano effettivamente realizzabile.

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

Geografia della regione autonoma del Kurdistan iracheno immagine da wikimedia

L’obiettivo reale però potrebbe potrebbe essere Kirkuk, abbandonata dagli iracheni con l’avanzata dello Stato Islamico prima e poi occupata dai peshmerga. Anche se in teoria secondo l’art. 1404 della costituzione irachena è prevista “l’espressione popolare per decidere a chi [tra arabi o curdi] assegnare Kirkuk” attualmente sotto il controllo curdo e Barzani ora minaccia il referendum sull’indipendenza dell’intero Kurdistan.

Questa rapida indipendenza stuzzica solamente a una fazione del partito di Barzani che conta sul presunto appoggio politico turco (e non solo) per i proventi della vendita indipendente del petrolio; però molti dei politici curdi temono che, in tal modo, il paese diventerebbe un vassallo incapace di una propria politica finanziaria e militare. 

Semplificando le possibili traiettorie del Kurdistan iracheno sono l’indipendenza, l’autonomia e l’implosione:

  1. Nel dicembre 2016, Barzani ha affermato che la regione potrebbe spingere per l’indipendenza al termine della battaglia per liberare Mosul dall’IS sia terminata. Una mossa non solo malvista dagli USA e dall’Iran ma anche don chisciottesca per le inevitabili implicazioni conflittuali sul controllo di territori strategici senza istituzioni solide e una robusta economia.
  2. L’autonomia, ovvero il permanere dello stato federale iracheno, parrebbe l’opzione più auspicata e saggia, ma nemmeno tanto semplice senonché richiede la stabilizzazione in seno alle forze politiche curde e un riavvicinamento con Bagdad sulla gestione delle risorse petrolifere e per il destino di Kirkuk.
  3. La terza opzione dell’implosione è forse quella che rischia di verificarsi se non si avverano le due precedenti.

Dal suo canto Barzani può far conto su qualcosa di certo, ovvero che alla fine della guerra allo Stato Islamico la pace busserà anche alle porte del Kurdistan.

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