Esiste una soluzione per la Macedonia?

Esiste una soluzione per la Macedonia?

[In copertina: manifestazione in Macedonia. Fonte: realclearworld.com ]

Appena entrati nella FYROM, l’interclusa Repubblica dei Balcani compie uno sforzo di non poco conto nel ricordare che la Macedonia è esattamente lì dove ti trovi. Tutte le svariate asserzioni sull’identità macedone risulteranno gradevoli come la sua bandiera, un esuberante sole a raggiera dicromo meglio noto come il Sole della Libertà.

Le medesime possono presentarsi sgargianti come la lascivia ristrutturazione in stile Las Vegas del centro storico di Skopje, o possono addirittura prendere una forma piumosa, come il pavone lasciato libero di vagare alla frontiera con la Grecia. Il pennuto incede impettito in quell’idillio, tra gli indistinti monti dei laghi di Ocrida e Prespa in lontananza, e lo stretto fossato dove gli ufficiali frontalieri si infilano per ispezionare i veicoli in transito. (Il pavone è un simbolo nazionale, o qualcosa di simile).

Quando gli orpelli di una statualità indipendente risultano particolarmente fragili, spesso i simboli della nazionalità emanano più luce. È la lezione dei Balcani, e in particolar modo della Macedonia – un granello di Stato i cui territori sono stati da sempre contestati. Con la sfaldatura di secoli di controllo imperiale Ottomano cominciata nel XIX secolo, la “Questione Macedone” divenne tra le controversie più sanguinose e difficili da gestire, con in campo battaglie etniche in ultima analisi intraprese per manipolazioni di potenze straniere, come Gran Bretagna e Germania. Attualmente, a creare tensioni che potrebbero minare il controllo territoriale di Skopje è l’Albania; in passato è stata la Grecia ad opporsi attivamente al nome stesso del paese, portando alla bizzarra denominazione ufficiale di “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”; mentre, negli anni ‘90, le proteste scoppiate ad Atene costrinsero Skopje a cambiare la propria bandiera. Troppo da gestire, per un paese di 2,1 milioni di abitanti. La storia della FYROM rimane oltremodo confusa, e risulta perciò facile per un viaggiatore comprendere il motivo per cui gli sfoggi di una capitale come Skopje tendono all’esuberante. Si tratta in un certo senso della celebrazione di ciò che il paese agogna a diventare: uno stato-nazione stabile al pari dei suoi consimili europei.

E a tale scopo, la Macedonia sa di aver bisogno di un aiuto dall’esterno. Ma le dispute regionali l’hanno frenata, colpendo proprio al cuore dell’identità nazionale: la Grecia, contrariata per il nome del paese, ha chiuso le porte della NATO proprio quando un invito alle procedure di ingresso sembrava prossimo, e insieme alla Bulgaria ha messo i freni anche all’ingresso nell’Unione Europea. Dieci anni dopo, tutti i paesi limitrofi risultano virtualmente molto più prossimi all’obiettivo NATO o a quello europeo (o a entrambi), in un’area dove una sorta di integrazione euro-atlantica è ritenuta vitale al consolidamento
nazionale.

Successivamente, la Macedonia ha cominciato a frenarsi da sola. In carica da circa dieci anni (a partire dal 2006), il governo dell’ex Primo Ministro Nikola Gruevski ha portato al degrado le istituzioni del paese, chiudendosi nei propri palazzi e mettendo sotto assedio la libertà di stampa, mentre rigonfiava l’apparato burocratico nazionale in modo da ottenere maggiore fedeltà al partito, il VMRO-DPMNE (Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Ad ogni modo, in seguito ad uno smaccato cambio di politica verso un nuovo governo, avvenuto questa estate, d’improvviso la Macedonia è apparsa molto meglio preparata a portare avanti il processo di integrazione europea. L’Occidente ritiene oggi che è nel suo stesso interesse avere buoni rapporti con Skopje.

Un cammino tortuoso

Il nuovo governo macedone, guidato dal devoto filo-occidentale Zoran Zaev (Unione Socialdemocratica di Macedonia – partito di centro-destra), ha davanti a sé un cammino alquanto tortuoso per reggere un potere piuttosto fragile.

Appena un decennio fa, la Macedonia si prestava benissimo ad un ruolo che simboleggiava progresso nei Balcani, tuttavia è stata rifiutata. Scampata appena alle guerre civili che hanno coinvolto i suoi vicini con la caduta della Jugoslavia, i macedoni elessero il governo di Gruevski sulla base di un cammino di riforme proiettato verso l’accesso all’Unione Europea
e alla NATO. Da ex ministro delle finanze con fare da tecnocrate, Gruevski era diventato un modello di potere politico altamente partitico e alimentato dal clientelismo, condito di fervore nazionalista. Gli analisti che ho avuto modo di incontrare a Skopje hanno descritto una situazione in cui l’impresa privata è tutta nelle mani delle élite – un destino toccato pure ai
più popolari canali di informazione, una situazione che ha costretto la maggior parte del giornalismo indipendente ad affidarsi a sostegni esterni. Il debito è salito alle stelle: la dimostrazione più evidente delle spese scellerate del VMRO è il tempio della pacchianeria del XXI secolo in Piazza Macedonia a Skopje, dove i moderni palazzoni sono stati ricoperti da bizzarre facciate neoclassiche dai costi esorbitanti.

Il precedente governo avrebbe potuto continuare il proprio percorso senza ostacolo alcuno, se non fosse per uno scandalo saltato fuori secondo cui, a quanto si dice, agenti dei servizi segreti avrebbero passato delle registrazioni ai socialdemocratici, allora all’opposizione. Tra le tante accuse, ve ne è una legata al coinvolgimento in brogli elettorali. Le indiscrezioni portarono a massicce proteste nel 2015, la nomina di un procuratore speciale, nuove elezioni, per arrivare infine alla formazione di un nuovo governo, guidato dai socialdemocratici con il supporto della coalizione dei partiti della minoranza etnica albanese.
In seguito al clamoroso attacco al Parlamento per mano dei sostenitori del VMRO, lo scorso maggio il vacillante presidente della Macedonia, Georgi Ivanov, ha approvato il mandato per un nuovo gabinetto. Zaev ha portato i socialdemocratici al potere, mentre Gruevski si ritrova adesso a respingere accuse che potrebbero portarlo a scontare ben 27 anni di carcere.

Nuovi scenari pericolosi

Nessuna delle considerazioni precedenti è intesa a prendere una posizione nelle politiche interne della Macedonia – piuttosto, le medesime dimostrano quanto velocemente le cose possano peggiorare. Skopje ha evitato per un pelo una guerra civile tra le fazioni etniche albanesi e macedoni, quando ha preso parte alla stesura dell’Accordo di Ocrida nel 2001 insieme a partner esterni. I principali partiti del paese si sarebbero volentieri scambiati il potere subito dopo le elezioni. L’intrinseco interesse macedone di ottenere il consenso occidentale nasce dalla necessità di solidificare le proprie istituzioni e di ammodernare la
propria economia. Le istituzioni occidentali sembrano garantire una via d’uscita alle fasi di transizione di Stati come quelli balcanici.

Quando le ambizioni NATO e UE della Macedonia giunsero allo stallo, l’Europa era in una fase diversa – un periodo in cui i pacifici confini della democrazia parevano protesi al solo progresso. Era la stessa fase in cui gli sforzi della Turchia di entrare nell’Unione venivano trattati con derisione e quando a paesi come Ucraina e Georgia veniva offerta la remota possibilità di entrare a far parte della NATO (facendo arrabbiare la Russia) ma senza fornire un chiaro piano di adesione. Come ha sottolineato Michael O’Hanlon, ciò ha reso i due paesi doppiamente vulnerabili. In effetti, con un minimo di premura in più, numerosi errori erano evitabili.

Attualmente i Balcani Occidentali sono tornati sulla scena e rappresentano la nuova sfida per i leader occidentali; per la Macedonia, in condizioni peggiori rispetto a dieci anni fa, sono state ipotizzate delle pessime soluzioni. La Questione Macedone è tornata alla ribalta negli ultimi anni, spogliata di qualsiasi contesto storico e conseguenza geografica, come si evince dalle parole del repubblicano Dana Rohrabacher (R-Calif.), il quale lo scorso febbraio ha dichiarato, ai microfoni di una rete televisiva albanese, che la Macedonia non è una nazione e che dovrebbe concedere il proprio territorio ai paesi limitrofi seguendo le linee etniche territoriali. Iterazioni in campo accademico di questa errata argomentazione sono state riciclate più volte negli ultimi mesi.

Il modo in cui l’etnicità ammanta l’intera mappa dei Balcani non è affatto semplice, da un punto di vista topografico o politico, ma la sua manifestazione risulta ancor più irruente quanto più il suo potere è messo in discussione. Il profondo rosso del drappo albanese tappezza le strade e i villaggi di tutto il nord-ovest della Macedonia, laddove la popolazione albanese risiede in maggioranza – molto più “rosso” e “profondo” di quanto se ne possa vedere nella stessa Albania. Esattamente come nella Repubblica Serba in Bosnia, dove il vessillo di tale entità costituzionale dominata dai serbi addobba le strade che perimetrano Sarajevo, capitale della Bosnia. Così si presentano le micro-realtà sulle linee di confine della civilizzazione.

E risulterebbe particolarmente facile giungere ad erronee conclusioni partendo da tali presupposti. La partizione etnica possiede una sorta di attrazione “ctonia”, che riemerge continuamente dalle profondità per offrire una nuova epifania, come se l’identità fosse scolpita nella roccia o come se le linee etniche fossero tracciate nitide e nette sulla mappa. L’ultima cosa di cui ha bisogno l’intera regione è una nuova revisione dei confini.

Di certo, in Macedonia ci sono ragioni a sufficienza da lasciar comprendere che la minoranza albanese ambirebbe ad una maggiore partecipazione all’interno dello Stato esistente, piuttosto che forgiare un’alleanza alternativa con l’Albania. Vorrebbe vedersi garantiti i propri diritti all’interno dello stato, il che spiega pure il motivo per cui nel 2001 l’Accordo di Ocrida ha fermato un conflitto crescente. Analogamente in Montenegro, il governo ha alla fine riconosciuto l’indipendenza del Kosovo nonostante una dura opposizione iniziale, ammettendo in questo modo di aver agito per i propri interessi. Al di là della retorica nazionalista, è probabile che la Serbia vorrebbe fare lo stesso.

Le aspirazioni etniche all’interno di un paese necessitano di un determinato contesto politico per potersi affermare, a meno che non siano tese a scatenare un conflitto. La Macedonia ha vissuto un prolungato periodo di transizione dal comunismo, in cui le élite economiche hanno instaurato una cleptocrazia, mentre le masse sono rimaste irreparabilmente povere, e in cui le deboli istituzioni hanno limitato l’ambito della democrazia a favore di una feroce competizione tra partiti politici per accaparrarsi il potere assoluto. Il fallimento dei processi di ingresso nella NATO e nell’Unione Europea rischia di provocare sfiducia e disillusione crescenti che potrebbero peggiorare ulteriormente le cose.

Nessuna soluzione semplice

L’Unione Europea non si trova oggi nella posizione di poter pensare ad una sua espansione, presa com’è dai suoi problemi interni, e di certo dovrebbe presentarsi come modello più solido prima di provare ad attrarre nuovi paesi nella propria orbita. I problemi che intercorrono tra l’UE e l’Est Europa delucidano al meglio la situazione: l’ultima cosa che Bruxelles si auspica in questo momento è di portare tra i propri membri paesi che traghetterebbero al Consiglio un nuovo Orban, un nuovo Szydlo, o un futuro Gruevski. E così rimarrà, tanto a lungo finché l’Unione Europea continuerà a considerarsi come un progetto civilizzazionale omnicomprensivo. Allo stesso modo in cui Bruxelles si scontra con Budapest sull’immigrazione, molti dei principi normativi che l’Unione esige dai suoi membri falliscono miseramente in condizioni come quelle in cui vessa Skopje. In ultima analisi, anche se il processo di adesione UE risulta lento, la tutela a lungo termine che garantisce è piuttosto considerevole.

La NATO avrebbe maggiore rapidità d’azione, nonostante il supporto ai propri membri risulti pressoché limitato. Un piano di adesione per la Macedonia era operativo qualche anno fa, e le forze armate macedoni erano considerate altamente competenti — probabilmente molto più di quelle montenegrine, che hanno aderito alla NATO di recente. Come ha fatto notare
O’Hanlon, la NATO è passata da un precedente ruolo di pura autodifesa, a una funzione attraverso la quale tenderebbe ad aprire un varco per tutta una serie di Stati, affinché questi possano migliorare i propri governi e portare a termine le proprie transazioni da politiche post-comuniste.

Non v’è nessun traguardo prossimo o alla portata. Ma un’opportunità per entrare in Occidente è stata offerta alla Macedonia, un paese che è interno all’Europa, a circa 1.000 km da Vienna. Se l’Europa non definisce appieno le proprie azioni nei Balcani, vi sono in verità già numerosi attori esterni pronti a farlo al posto suo.


[Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto. Analisi di Joel Weickgenant su RealClearWorld. Originale in inglese (13/08/2017) qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

“Solo il tempo ci appartiene”: riconoscere e gestire l’inestimabile valore del tempo

“Solo il tempo ci appartiene”: riconoscere e gestire l’inestimabile valore del tempo

Quando il filosofo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) scriveva in latino le sue riflessioni sul senso del tempo, non si sarebbe certo immaginato che esse si sarebbero tramandate così a lungo tra i posteri, per quasi duemila anni, né che, dopo tanti secoli, sarebbero ancora risultate attuali. Se leggessimo, infatti, alcune delle Lettere scritte da Seneca a Lucilio, suo allievo e amico, oppure certi passi del trattatello La brevità della vita, rimarremmo stupiti nel vedere come le considerazioni presenti in questi testi potrebbero adattarsi alla realtà contemporanea, in cui la frenesia dell’azione fa sì che il tempo scorra a velocità doppia, senza lasciarci riflettere su quanto esso sia prezioso e come valga la pena impiegarlo.

seneca tempo

Busto dello Pseudo-Seneca, bronzo. Ercolano – I sec. d.C.

Tra le altre cose, Seneca esortava Lucilio a rivendicare per sé il possesso della sua persona: lo spronava, cioè, a dedicarsi a coltivare se stesso e la propria dimensione intellettuale e morale, piuttosto che a spendersi per futili incombenze, immischiandosi negli affari altrui.

Alla cura di se stessi è strettamente legata una buona amministrazione del tempo di vita che ciascuno dei mortali ha a disposizione. “Non è poco il tempo che abbiamo; piuttosto è molto quello che abbiamo perduto”, afferma il filosofo ne La brevità della vita, consapevole che il tempo è “perduto” nel momento in cui, concentrati sulle occupazioni quotidiane, gli uomini dimenticano di guardare dentro il proprio animo e di perseguire la propria felicità. Si tratta di un fenomeno tangibile anche nel mondo contemporaneo, in cui, travolti dagli impegni di lavoro o di studio, dediti al raggiungimento dei nostri obiettivi e preoccupati per un futuro che sembra cadere nel vuoto, non riusciamo a cogliere la vera essenza di ciò che veramente potrebbe renderci felici. Dimenticando la cura di noi stessi, delle piccole cose e dei rapporti di ogni giorno.

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In realtà, per liberarsi dell’incertezza del domani, basterebbe dare la giusta importanza al momento di vita in corso, dedicando tutta la propria attenzione alla persona che siamo, per costruire quella che saremo, senza che l’assillo del futuro attanagli la nostra esistenza. Quante volte vediamo, soprattutto tra i giovani, persone rincorrere il voto di un esame, un aumento di stipendio, una promozione o un risultato importante, in affanno per la continua ricerca della performance, ma incapaci di rendersi conto che la loro felicità, insieme a una parte cospicua del loro futuro, sta inesorabilmente scorrendo via?

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Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931. Museum of Modern Art, New York.

Secondo Seneca, infatti, la vera felicità consisterebbe nella cura di sé, della sapienza e della virtù morale. Nel contesto contemporaneo, tali valori potrebbero tradursi nella capacità di individuare un percorso e uno stile di vita che ci facciano sentire bene con noi stessi, nel rispetto e nella comprensione degli altri. Il compito può risultare difficile ed è aggravato, sempre più spesso, dal senso di inadeguatezza nei confronti del mondo che ci circonda e dalla mancanza di punti di riferimento sicuri. Alla base di queste sensazioni, sta la paura di non avere tempo a sufficienza, per agire, per dedicarci ai nostri cari o per essere noi stessi, per sognare e affermare ciò che vorremmo diventare.

Il concetto di tempo, dunque, è all’origine di gran parte delle problematiche della nostra quotidianità: il cattivo uso e, soprattutto, l’abuso di esso (ne sono esempio le ore trascorse davanti allo schermo del computer o dello smartphone) causano un senso di insicurezza e di smarrimento, mentre averne una corretta percezione porta a vivere bene nella realtà che ci circonda. Il tempo è, così, l’unica cosa che ci appartiene realmente. Farne un buon uso significa rendere la nostra vita completa di tutto il necessario.

Gazprom: il gigante gassoso russo

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Gazprom, come abbiamo anticipato nello scorso articolo sui gasdotti è la più grande compagnia russa. Rappresenta il 70% della produzione russa di gas naturale e controlla il 18% delle riserve mondiali di gas conosciute. Negli anni con l’acquisizione di alcune compagnie petrolifere, Gazprom, si posta subito dopo Arabia SauditaIran come il maggior possessore mondiale di petrolio e petrolio equivalente in gas naturale. Il colosso non partecipa solamente all’estrazione e vendita di gas e petrolio ma controlla soprattutto società bancarie, di assicurazioni, mediatiche, di costruzioni ed agricole. Inoltre è proprietaria (e sponsor) della squadra di calcio dello FC Zenit San Pietroburgo e sponsor del Chelsea Football Club, dello Schalke 04 e della UEFA Champions League. (altro…)

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In un tempo indefinito e fermo nove bellissime sorelle si divertivano a trascorrere le loro giornate sul Monte Elicona, in Beozia, danzando e dilettandosi nelle arti, recitando poesie, cantando e osservando il cielo. Sono note come le Muse, allieve del dio Apollo e figlie del re degli Dei e di Mnemosyne, Memoria. Le fanciulle incarnavano l’ispirazione e il merito della gloria, ognuna con la sua peculiarità. Parole, parole in musica, stelle e numeri. Ma nessuna immagine. L’arte figurativa, pur esistendo, non aveva nessuna fonte di ispirazione antropomorfa. Apelle, un certo Bularco, Melanzio di Sicione erano noti pittori dell’antichità: a chi si rivolgevano affinché le loro opere e il loro nome raggiungessero l’eternità? A quanto pare nessuno.

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Era il 5 giugno 1947 e l’allora segretario di Stato statunitense George Marshall annunciò al mondo la decisione degli Stati Uniti di avviare l’elaborazione e l’attuazione di un piano di aiuti economico-finanziari per l’Europa che poi sarebbe stato noto sui libri di scuola come “Piano Marshall”. Uno dei momenti più importanti della politica internazionale perché questo piano consentì all’economia europea di superare un momento di indubbia crisi e favorì una evidente ripresa.

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