Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Mettete di svegliarvi un giorno e sentirvi totalmente incompleti. Mettete il percepire la sofferenza per il vostro vuoto. Mettete il tornare a teatro e ritrovarvi immedesimati nel dolore di due figlie d’arte stroncate dal mal d’amore. Dal dolore più atroce. Da una disfatta esistenziale ben peggiore dei vostri mattutini disturbi d’umore.

Il consiglio è presto detto: andare a guardare al Teatro “Out Off” di Milano la prima nazionale di “Victor Hugo e Adele- George Simenon e Marie Jo – Una promessa d’amore”.  Storie di vita parallele, abbandoni “diversamente temporali” eppure così simili. Così simili da portare la scrittrice e poeta Lucrezia Lerro, con regia di Lorenzo Loris, a portare a teatro l’immaginario incontro tra i suicidi di Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Da una parte la figlia del padre del romanticismo, del politico liberale capace di navigare tra destra e sinistra storica francese. Dall’altra l’estro del ‘padre’ di Maigret. Ovvero di uno dei commissari maggiormente noti della scrittura contemporanea.

Ne esce un’opera estremamente cruda ma a tratti anche umoristica, evasiva e di lotta rispetto a quel dolore più atroce del quale si accennava. Adele Hugo moriva centro anni prima, ad 85 anni, dopo essere stata rinchiusa in una clinica. Nel culmine della propria follia, divorata dal dramma sentimentale per un amore non corrisposto e da una disastrata famiglia, quella degli Hugo, già colpita dalla perdita alla tenera età di Leopoldine, sorella di Adele ed altra figlia dello scrittore Victor, deceduta a soli 19 anni assieme al proprio compagno ed a sei mesi dalla nascita del loro primo figlio. Cento anni dopo, si materializza un altro dramma: quello di Marie Jo Simenon, adolescente tormentata, donna mai esplosa. Suicida a 25 anni, ma solo prima di un’ultima telefonata al suo papà scrittore. Maledetti scrittori. Uomini di successo, ma spesso torchiati da quella realtà che credono tanto di saper raccontare con precisione ed onestà intellettuale.

Immaginatelo allora, questo incontro tra Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Immaginate le voci e le interpretazioni di Monica Bonomi (Adele) e Silvia Valsesia (Marie Jo) fluttuare nella scenografia dei ricordi più amari e del rimpianto esistenziale. Immaginatele, ormai docili, ammaestrate dalla durezza e dal travaglio di vita, rivivere e richiedere costantemente a quella stessa esistenza il dono madre: quel po’ d’amore, perché «forse mai nessuno si sentirebbe amato come vorrebbe». Soprattutto se quel rapporto genitoriale si riveli così speciale ed intenso dall’essere chiamati forsennatamente alla rivendicazione di quel dolore, del tormento, della sopportazione del vissuto. Non lasciandosi nulla alle spalle, perché cercare l’amore è anche saper cogliere e ‘pescare’ dalle noie del passato. Come dire, ho visto persone volersi talmente bene da non parlarsi più.

C’è tanto in questa nuova storia teatrale di Lucrezia Lerro; c’è prima di tutto un autobiografico viaggio di reciprocità, che intervalla i comuni deliri di Adele e Marie Jo. Che tuttavia lottano. Non si arrendono e premono per andare avanti, perché non è tempo di fermarsi. Soprattutto quando in ballo vi è la partita dell’amore e la necessità di essere ascoltate, comprese. Sostenute.

Ed in questo viaggio non potranno che emergere le drammatiche vicissitudini delle famiglie Hugo e Simenon. Scrittori di grido, patrimoni della Francia* letteraria (Simenon, pur scrivendo in francese, nacque a Liegi). Eppur incompresi, puniti dalla vita e dai loro stessi eccessi. Forse giustamente, forse no. Ma ancor oggi a chiedersi se davvero la felicità abbia dato loro una mano. E soprattutto quando e per quanto abbia fatto parte di quelle gloriose quanto strazianti esistenze.

Siamo dinanzi ad un dialogo che ci appare tutt’altro che immaginario, nonostante i 100 anni di distanza ‘reale’ tra Adele e Marie Jo. Ma nulla sembra distoglierci dalla ‘fantasia’ dell’opera. Perché forse, immaginarle assieme si può. Pur nelle loro diversità. Dopotutto era l’atteggiamento del Simenon padre. Di uno scrittore ‘atemporale’ e che tendeva alla separazione dell’individuo dalla società. Storie in cui magari l’uomo è perdente, ma non si può fare a meno di raccontare l’uomo stesso.

Ma la perdita di un figlio, anche per uno scrittore, è molto più di una consacrazione per un’opera o un Nobel per la Letteratura. Lo dimostra il dolore e la depressione di Victor Hugo, che perse suo figlio Leopold alla dir poco prematura età di tre mesi. E perse, si anticipava, sua figlia Leopoldine alla beffarda età di 19 anni. Lo dimostra il silenzio iniziale di Simenon per il suicidio di Marie Jo (Adele Hugo morì invece successivamente alla morte del padre).

Un dolore che Simenon proverà a descrivere a circa tre anni dalla morte di Marie Jo. Che, nel proprio labirinto e fatale complesso mentale, aveva sperato di divenire una scrittrice o di pubblicare come suo padre. Senza esito. Ma non importa, perché ciò che resta è ritrovarsi domani: «Sei sempre qui – scriveva Simenon padre a sua figlia – nel nostro giardino, dove un giorno ti raggiungerò».

En Marche, s’il vous plait!

En Marche, s’il vous plait!

Il voto francese di ieri ci ricorda come i primi ad essere ancora vivi siano i sondaggisti, dopo le beffe subite in altri appuntamenti cruciali come Brexit e l’elezione alla presidenza americana di Donald J. Trump.

Non hanno infatti fallito questa volta le previsioni. Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono i candidati che si contenderanno la poltrona all’Eliseo, dopo aver sbaragliato una numerosa concorrenza formata da altri ben nove candidati. L’appuntamento del 7 maggio molto dirà sul futuro dell’Europa, dato che la partita in ballo non può riguardare solo ed esclusivamente il popolo francese, in considerazione della elevata e delicatissima posta in gioco.

Il primo aspetto che senza dubbio emerge è la crisi dei partiti tradizionali, con destra e sinistra chiamate a guardare la partita del secondo turno da spettatrici. La sconfitta della politica tradizionale ha tuttavia aspetti diversi, a ben guardare le situazioni di Fillon e Hamon. Se infatti i gollisti devono la propria sconfitta a questioni personali del proprio candidato, la cui corsa è stata travolta dagli scandali giudiziari che ne hanno pesantemente condizionato la campagna elettorale, diverso discorso deve essere fatto per la sinistra ed il socialismo francese.

La sconfitta di Benoit Hamon, a differenza dell’insuccesso di Fillon, non è infatti circoscrivibile al proprio appeal elettorale (o meglio, non solo) ma ad un generale ridimensionamento della sinistra francese, tramortita dalla discutibile gestione Hollande e dall’ondata terroristica che ne ha ulteriormente minato consensi e credibilità.

Al netto di queste prime due considerazioni, appare evidente come il successo dell’homo novus della politica francese, quel Emmanuel Macron che nel suo discorso ha già parlato da presidente in pectore, ci riveli come di questi tempi anche una start up politica fondata da appena un anno possa avere le qualità per dissuadere il popolo francese dal richiamo ai partiti tradizionali, ormai defunti rispetto all’antitesi tra ‘sovranismo’ ed europeismo post-ideologico. Un europeismo con riserva, purché sganciato da soggetti considerati relitti e non più credibili. Con tanti saluti al Novecento e alla supremazia dei partiti di massa.

Detto status quo tocca non solo la politica francese ma una Europa sempre più a corto di consensi. Ogni tornata elettorale che conti non fa altro che rivelarci la presenza di un voto di protesta, spesso proveniente da classi sociali devastate dalla crisi economica e pertanto intenzionate ad offrire un segnale all’establishment comunitario e non solo (vedasi Donald Trump).

Certo, un diverso andamento delle diatribe personali di Fillon avrebbe forse oggi portato a compiere analisi diverse sul voto di ieri. Ma se la politica non si fa con i se e con i ma, bisogna ammettere come il voto di ieri rappresenti un rigetto di ciò che essa è stata. Di un passato che ormai non può più tornare e deve guardare al presente e al nuovo che avanza. Ovvero all’invenzione politica di Emmanuel Macron, ultima àncora di salvezza rispetto al leitmotiv sovranista di Marine Le Pen.

Tutto fa pensare alla clamorosa vittoria dell’ex ministro 39enne. Un uomo in grado da solo di spazzare il partito socialista, per quanto Hamon affermi che la sinistra non sia morta e con lo stesso Melenchon non oltre la soglia del 20%. La guerra a sinistra, fatta di scontri ed ideologie, si disperde rispetto alla candidatura vincente e post-ideologica di un neonato leader che sente ormai la vittoria in pugno.

L’endorsement successivo ai risultati fornito da Fillon e Hamon apre ad un fronte repubblicano che inviterà l’elettorato ad esprimersi contro il programma politico del Front National e della candidata Marine Le Pen. Non si è invece espresso, come d’altronde prevedibile, Jean Luc Melenchon. L’estrema sinistra s’è infatti mostrata nel corso della campagna elettorale tutt’altro che ammiratrice del progetto europeo, ed anzi molto più vicina a temi che invocavano al rilancio del popolo francese basato sulla rivendicazione di una sovranità nazionale preferita alle politiche di Bruxelles.

Ed allora, se è vero che si formerà una sorta di grande coalizione elettorale per portare Macron all’Eliseo (o meglio per sconfiggere l’insidia populista Le Pen, come del resto già accaduto in passato con suo padre) nulla ancora è possibile dire su quel consistente 19% a firma Melenchon. L’impressione è che se chi ha deciso di fare affidamento su di lui decidesse di tornare alle urne, parrebbe molto più probabile una scelta ai danni di Macron e a vantaggio di Marine Le Pen.

L’altro punto cruciale è il seguente: la scelta elettorale di appoggio politico a Macron ad opera di Fillon e Hamon non corrisponderà quasi certamente in maniera univoca alle menti pensanti dell’elettorato. Perciò, se a primo impatto la corsa alla presidenza della Le Pen termina con il voto di ieri sera, con un risultato considerevole ma non di sfondamento, non pare che l’esito possa dirsi del tutto scontato.

I fattori in campo sono infatti tantissimi: il primo è ciò che si diceva, ovvero la non garanzia che gli elettorati di Fillon e Hamon convergano automaticamente su Macron. Il secondo è legato alla partecipazione dei cittadini, ed è su questo piano che i candidati alla presidenza saranno chiamati a sfidarsi. Per confermare il dato elettorale o addirittura migliorarlo, modellandolo a proprio vantaggio e a spese dell’avversario.

Ma non si può certamente ignorare il ridimensionamento di Marine Le Pen. Un risultato, si diceva, “considerevole ma non di sfondamento”, poiché non può eludere le aspettative iniziali ed i sondaggi che la vedevano addirittura favorita con picchi del 25%. Non è andata così e probabilmente il voto del 7 maggio ci dirà che questo parziale successo è servito davvero poco alla leader del Front National.

Altrettanto non trascurabile è la considerazione ultima, ma non certo di inferiore importanza, che tocca il sistema elettorale francese. L’elezione presidenziale sarà infatti immediatamente seguita dalle Legislative dell’11 giugno. Il voto tra Presidente e Parlamento è un voto separato che avviene nel giro di un mese. Considerata la grande ventata di novità apportata dai candidati in campo, appare molto difficile la presenza di un governo che non passi da una coalizione e dal rischio della cosiddetta coabitazione, ovvero quel fenomeno secondo cui Presidente e maggioranza parlamentare potrebbero non corrispondere politicamente. Uno scenario possibile e che aveva già impantanato in passato presidenti del calibro di Mitterrand e Chirac. Ma questa è un’altra storia, ancora tutta da raccontare.

foto da: ouest-france.fr

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Francia: Il voto che demolirebbe l’Unione Europea

Perché le conseguenze delle elezioni presidenziali in Francia supereranno i suoi confini

Sono passati molti anni da quando in Francia c’è stata l’ultima rivoluzione, o comunque sia l’ultimo tentativo di riforma seria. Un ristagno, politico ed economico, è stato il marchio di garanzia di un paese che è cambiato poco nei decenni, il cui potere si alternava perennemente fra gli stabili partiti di destra e sinistra.

Tutto questo fino ad oggi: le elezioni presidenziali di quest’anno sono le più emozionanti a memoria d’uomo e sembrano promettere un sollevamento. I partiti socialisti e repubblicani, che hanno mantenuto il potere dalla Fondazione della Quinta Repubblica nel 1958, potrebbero essere eliminati al primo turno di un ballottaggio presidenziale il 23 aprile. Gli elettori francesi potranno scegliere fra due candidati: Marine Le Pen, il carismatico capo del Front National e Emmanuel Macron, capo del movimento liberale, “en Marche!”, fondato l’anno scorso.

Sono l’esempio lampante della “tendenza globale”: il vecchio pensiero bipolare fra Destra e Sinistra, sta diventando sempre meno importante rispetto a questa nuova era che divide i favorevoli e i contrari all’integrazione. Il nuovo assetto sconfinerà ben oltre i confini francesi e potrebbe dare nuova vita all’Unione Europea oppure distruggerla.

Les misérables 

La prossima causa della rivoluzione potrebbe essere la furia degli elettori per l’inutilità della loro classe dirigente, ed il modo che hanno di confrontarsi solo fra di loro. Il presidente socialista, François Hollande, è così poco popolare da astenersi alla corsa per farsi rieleggere. L’opposizione, il partito repubblicano di centro-destra ha visto affondare le sue opportunità il 1° marzo quando il capo del movimento, François Fillon, ha rivelato di essere indagato per aver stipendiato la moglie ed i figli, con quasi 1 milione di euro con denaro pubblico, per presunti falsi posti di lavoro. Il sig. Fillon non si è ritirato dalla corsa, malgrado l’aver promesso di farlo. E così le sue probabilità di conquista si sono indebolite drammaticamente.

Ciò che alimenta ulteriormente la rabbia degli elettori è l’angoscia che provano verso il loro stato. Secondo un recente sondaggio i francesi sono il popolo più pessimista del pianeta, infatti l’81% di essi borbotta che il mondo sta peggiorando e soltanto il 3% afferma di vedere miglioramenti. La maggiore causa di questo malcontento è di natura economica: l’economia francese è cresciuta fiacca e lentamente; il suo vasto stato, che contiene un PIL al 57%, ha indebolito la vitalità del paese. Un quarto della gioventù francese è disoccupata e di quelli che hanno un lavoro, solo in minima parte trova la certezza di un lavoro stabile e duraturo, come quello che hanno avuto i loro genitori. Di fronte alle imposte elevate ed alle regolamentazioni pesanti, i lavoratori con spirito imprenditoriale si sono spostati all’estero, per lo più a Londra.

Ma il malessere va ben oltre gli stagnanti standard di vita. I continui attacchi terroristici hanno scosso i nervi, e forzato i cittadini a vivere in un perenne stato d’emergenza; ha esposto il paese con la più ampia comunità musulmana d’Europa ad una grave crepa culturale. Molti di questi problemi si sono accumulati nel corso dei decenni ma né la sinistra né la destra son stati capaci di affrontarli.

L’ultimo serio tentativo di riforma economica ambiziosa, quella sulle pensioni e sulla sicurezza sociale francese, è stato a metà degli anni ’90, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Riforma crollata dopo una serie di scioperi di massa. Da allora, pochi ci hanno riprovato. Nicolas Sarkozy parlava di grandi progetti, ma il suo programma di riforme è stato abbattuto dalla crisi finanziaria del 2007-08. Hollande ha avuto un inizio disastroso, incrementando l’aliquota fiscale del 75% ed è stato subito fortemente impopolare per poter fare qualcosa.

Sia Macron che Le Pen attingono da questa frustrazione generale, ma offrono due diagnosi differenti di ciò che affligge la Francia, e due rimedi radicalmente differenti. Le Pen incolpa forze esterne alla nazione e promette di proteggere gli elettori con una combinazione di più barriere e maggiore benessere sociale; ha efficacemente preso le distanze dal passato antisemita del suo partito (sfrattando persino suo padre dal partito che egli stesso ha fondato), e fa appello soprattutto alle persone che vogliono chiudersi dal resto del mondo. Denigra la globalizzazione, vedendola come una minaccia all’occupazione francese, e reputa gli islamiti fomentatori di terrore che rendono pericoloso anche indossare una minigonna in pubblico. L’Unione Europea è un “mostro anti-democratico”. Promette di chiudere le Moschee fondamentaliste, di ridurre il flusso degli immigranti a qualche goccia, ostacolare il commercio estero, scambiare l’Euro per il Franco francese e chiedere un referendum per uscire dall’UE.

L’istinto di Macron è l’opposto: egli pensa che un’apertura maggiore renda più forte la Francia. È fermamente favorevole al commercio estero, alla concorrenza, agli immigrati ed all’Unione Europea. Abbraccia il cambiamento culturale, e la disgregazione tecnologica. Pensa che il modo migliore per far sì che più francesi lavorino sia ridurre le gravose protezioni del lavoro, non aggiungerle. Macron sta lanciando sé stesso come un rivoluzionario pro-globalizzazione.

Marine Le Pen ha passato la sua vita in politica. Il suo maggior successo l’ha ottenuto rendendo socialmente accettabile un partito estremista. Emmanuel Macron è stato ministro dell’economia durante il mandato di Hollande. Il suo programma di liberalizzazione sarà probabilmente meno audace di quello dell’assediato Fillon, che ha promesso di sistemare le retribuzioni statali dei 500.000 lavoratori, e di tagliare il codice del lavoro. Entrambi i rivoluzionari troveranno difficoltà nel promulgare i propri programmi. Anche se dovesse prevalere, il partito di Marine Le Pen non otterrebbe comunque la maggioranza nell’assemblea generale, e Macron ha a malapena un partito.

Una Francia aperta o chiusa come una fortezza?

Tuttavia, essi rappresentano un ripudio dello status quo. Una vittoria per Macron sarebbe la prova che il liberalismo fa ancora appello agli europei. Una vittoria per Le Pen renderebbe la Francia più povera, più ristretta e più cattiva. Se dovesse portare la Francia fuori dell’euro, provocherebbe una crisi finanziaria e condannerebbe un’unione che, nonostante tutti i suoi difetti, ha promosso pace e  prosperità in Europa per sei decadi. Vladimir Putin non potrebbe che ammirare la situazione. Non è forse un caso che il partito di Marine Le Pen ha ricevuto un pesante prestito da una banca russa e l’organizzazione di Macron ha subito più di 4.000 attacchi di pirateria informatica.

A soli pochi giorni dalle elezioni, sembra improbabile che Le Pen possa arrivare alla presidenza. I sondaggi mostrano la sua possibile vittoria al primo turno, ma una probabile sconfitta al ballottaggio. Ma in questa elezione straordinaria può accadere qualsiasi cosa. La Francia ha scosso il mondo già una volta. Potrebbe farlo ancora.

Questo articolo è stato pubblicato nella versione cartacea di “Leaders section of the Economist” sotto il titolo di “France’s next revolution”

Articolo originale qui

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Honoré de Balzac, l’amore per Laure de Berny e “La duchessa di Langeais”

Honoré de Balzac, l’amore per Laure de Berny e “La duchessa di Langeais”

Balzac aveva davanti a sé le sue mani. Mani tremanti che cercò di rilassare allungando il polso della camicia. Fogli, appunti..e l’inchiostro sbavato per una lacrima caduta. “Come concludo?” si chiedeva e si tormentava. Glielo doveva..

“Eccoti rinsavito. Nutri solo delle passioni, d’ora in avanti; ma l’amore bisogna saperlo dare a chi lo merita, e soltanto l’ultimo amore di una donna può soddisfare il primo amore di un uomo.”

Con queste struggenti parole si chiude la seconda edizione del romanzo breve “La duchessa di Langeais”.

Honoré de Balzac, il dandy ribelle di sinistra, fu un abile studioso della realtà.
L’osservazione e l’ascolto furono preliminari all’invidiabile padronanza di argomentazione e descrizione dei molteplici movimenti sociali e storici, a cui intrecciò aspre critiche nei confronti della borghesia francese. Descrisse il mondo e le sue trasformazioni.

Il suo fu un lavoro di storicizzazione dei personaggi e focalizzazione sul dettaglio, sulla scia dei cambiamenti realizzati da Walter Scott nell’ambito del romanzo. Tutta la sua vita sarà finalizzata alla creazione di un’architettura letteraria, che nasce e si sviluppa con la trasformazione di sé stesso come figlio e personaggio di quella stessa società che rigettava e lo rigettava. Sino ad assumersi la paternità del Realismo. Un uomo sensibile all’eleganza, animato, quasi per contrasto, da sorprendente fantasia e immaginazione.

Nel 1821, giovane e curioso trascorse la sua estate a Villeparisis. L’aria fresca e umida e il verde dei paesaggi del Nord della Francia contribuivano ad alimentare il suo animo di sognatore.
Quanto gli era gradito stendersi all’aperto, tra lo sgargiante dei prati e la nebbia offuscante, e cimentarsi nella lettura di un buon libro per deviare i suoi pensieri troppo concentrati sui diverbi famigliari e sulla povertà.

Un fugace incontro cambiò ogni cosa.

Un rapido scambio di idee segnò nel ventiduenne Honorè un’attrazione ossessiva per quella mente matura, e ai suoi occhi così stimolante, della contessa Laure Antoinette Hinner, o semplicemente Laure de Berny, di vent’anni più grande. La donna era sposata con due figli. Dolce e premurosa, di indole romantica, non seppe tuttavia resistere alle lusinghe del caloroso giovane. Nel 1822 cominciava ufficialmente la loro relazione. Relazione a cui tutti si opposero, non condivisa dal punto di vista culturale, e ritenuta offensiva in quanto macchiata di adulterio.

 

Ritratto di Madame Laure de Berny di Henri Nicolas van Gorp
Originale qui

« O Laure,
E’ nel mezzo di una notte piena di te, all’insegna del silenzio, e perseguitato dal ricordo dei tuoi baci deliranti che ti scrivo. E quali idee posso avere, tu le hai prese tutte, si, tutta la mia anima si è attaccata alla tua e ormai tu non camminerai se non con me.
O, sono circondato da un prestigio teneramente incantevole e magico; non vedo che la panchina, non sento che il tuo dolce contatto, e i fiori che sono davanti a me, anche se secchi, conservano un odore inebriante.
Tu testimoni le paure e le esprimi con un tono straziante per il mio cuore. Ahimè, ora sono sicuro di ciò che ho giurato, perchè i tuoi baci non hanno cambiato niente.
Io sono cambiato.
Ti amo alla follia. »

Lettera di Balzac a Laure de Berny 

Il loro era un amore spregiudicato ma non solo passionale. Il loro era, soprattutto, un legame intellettuale. Laure era la sua musa, oltre che benefattrice. Fonte continua di incitazione, fu colei che lo guidò alla conoscenza del suo genio. In qualche modo sostituiva la figura materna, quella autorevole, da cui invece non aveva mai ricevuto approvazione. Gli fu sempre accanto, affettivamente ed economicamente.

Da buon artista, decise di sperimentare. Rimanere ancorato a una sola persona sarebbe stato controproducente per il suo essere ‘oppressato’ dalla noia, e su cui l’ambizione prevalse. Nonostante ciò, lei continuò ad essere la sua “Dilecta”.
Tra le sue altre esperienze amorose decisivo fu per Balzac l’impeto provato per Claire Clemence Henriette Claudine de Maillé de La Tour-Landry , la duchessa di Castries.

La donna era stata protagonista in passato di diversi scandali dovuti alla fuga con Victor Metternich, nipote del cancelliere austriaco, Klemens von Metternich. Rappresentante dell’alta aristocrazia, emblema della raffinatezza, ritratta con una candida pelle e amante della cultura, godeva della reputazione di regina dei salotti quando, una volta morto l’amante per tubercolosi, decise di tornare a Parigi per reintegrarsi nella società di appartenenza. E fu in questo momento, nel 1832, che fece conoscenza dell’ora più maturo Honoré. La donna assunse nei confronti dello scrittore un atteggiamento di subdola civetteria che culminò con un rifiuto e una diatriba dialettica, a Ginevra (come ci è dato sapere da alcune corrispondenze epistolari). Laure, per alleviare le sue pene, spinse Balzac ad abbandonarsi totalmente alla scrittura e a diffidare degli aristocratici. Balzac seguì solo il primo dei suoi consigli.

Decise dunque di comporre ciò che oggi è noto come “La duchessa di Langeais”. Un romanzo di ‘nonamore’ nel quale ogni episodio è portato ad una estremizzazione senza mezze misure. Immediata fu l’associazione tra il racconto e gli ultimi avvenimenti di Balzac. Tutto ciò portò sotto shock la società parigina in quanto vide nel protagonista della narrazione l’alter-ego dello scrittore, personaggio che nella dimensione letteraria si macchia di atti di necrofilia e misoginia in generale. Ma ebbe modo di dare le sue spiegazioni.

La prima pubblicazione si ebbe nel 1834, data segnata anche al termine del libro. Non casuale in quanto, con una condotta che inizialmente verrà valutata come mera vendetta, si lega alla contessa Medame Hanska, di cui si innamorerà follemente.

Due anni dopo, lontano ormai da quelle pene, Honorè si ritrovò a cercare la quiete passeggiando per le piazze milanesi. Quanto aveva auspicato vedere la sua amata Italia, patria e culla dei suoi modelli letterari.
Alzò lo sguardo, si sistemò i baffi, facendo per arricciarseli, e si girò intorno con aria scrutatrice come era sua abitudine. Nonostante l’uscita piacevole, rimase preda di un’intensa malinconia immotivata. ll cielo era grigio e le nubi si stavano infittendo. Nel tornare in albergo venne bloccato da degli uomini. Lo informarono di aver ricevuto una lettera.

“Cosa sarà mai?” La malinconia mista a curiosità, come le nubi, si infittì…
Le mani davanti a sè, una lacrima che cade, l’inchiostro, sul foglio che mantiene, che si sbava:

Laure de Berny est morte.

“Plaque commemorative de Laure de Berny”
Originale qui

“Ho perso più di una madre, più di un’amante, più di quanto una creatura possa rappresentare. Nelle mie peggiori tempeste lei mi ha sostenuto con le parole, con i fatti, con la devozione. Se vivo, lo devo a lei. Era tutto per me”.

Parole con cui Balzac descrive Laure de Berny in una lettera a sua sorella

 

Glielo doveva.

Pensieri frenetici e rimpianti lo dilaniavano. Doveva delle spiegazioni anche a Eva Hanska per quel dolore, Eva Hanska che mai più avrebbe lasciato. Non avrebbe più commesso i medesimi errori:

“Dovrei essere uno stolto se non ammettessi che dal 1823 al 1833, fino alla fine di quella battaglia, un angelo mi ha sostenuto. Mme. de B…, benché sposata, è stata come un angelo per me. È stata una madre, un’amante, la mia dimora, un’amica e una consigliera; lei ha formato lo scrittore,lei ha consolato l’uomo, ha creato il mio gusto; ha pianto e riso con me come una sorella, lei che giorno dopo giorno e tutti i giorni è venuta a cullare le mie sofferenze, conducendomi al sonno benefico. Ma lei ha fatto anche di più, perché, nonostante le sue finanze fossero sotto il controllo di suo marito, ha trovato il modo di prestarmi non meno di 45 000 franchi, e io le ho restituito gli ultimi 6 000 franchi solo nel 1836, con il 5 % di interessi, naturalmente. Ma venne a parlarmi del mio debito solo dopo, con delicatezza. Senza lei io sarei certamente morto. Spesso si rendeva conto che io non avevo nulla da mangiare per parecchi giorni; provvedette a tutti i miei bisogni con angelica bontà. Lei ha fomentato in me quell’orgoglio che preserva un uomo da tutte le bassezze, quello stesso orgoglio che oggi i miei rivali mi rinfacciano come se fosse una sciocca auto-soddisfazione, e che Boulanger nel descrivermi ha un po’ esagerato a evidenziare”.

Lettera di Balzac alla sua amata Mme. E. Hanska

La “Duchessa di Langeais” rappresentava un inno alla rivalsa. Così Balzac decise di rendere onore alla donna più importante della sua vita dedicandole, attraverso la “tecnica occulta”, le ultime parole di questo romanzo nella sua seconda edizione. Un gesto simbolico e di riconoscenza. Dopotutto, dietro ogni suo scritto vi era la mano di Laure. L’immagine di una donna con un amaro sorriso che aveva dato tutto al suo ultimo amore.

Gasdotti europei: indipendenza UE vs Divide et Impera di Mosca

Gasdotti europei: indipendenza UE vs Divide et Impera di Mosca

Il gas è lo strumento politico e diplomatico attraverso il quale la Russia punta per conquistare i mercati dell’Occidente e dell’Estremo Oriente. Questa risorsa energetica è davvero un potente strumento geopolitico che permette di agire unilateralmente sui prezzi e/o sui volumi. Oltre l’80% del gas viene venduto con contratti di lungo periodo a indicizzazione automatica, e non si sono mai sognati di annunciare un cambio di prezzo. (altro…)

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