Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Prima in Parlamento, poi nel partito, infine in tribunale: Boris Johnson sta collezionando sconfitte nella sfida per la Brexit. Cos’altro può fare? Le strade percorribili sono sempre di meno e sono tutte su terreni scivolosi.

Martedì scorso Boris Johnson è andato in una scuola del distretto di Pimlico, a Londra, scontrandosi con gli studenti delle elementari un più presuntuosi. Ha scherzato molto, che è parecchio per i suoi standard, e non ha dato la parola all’insegnante; quando voleva intervenire, alzava il braccio. Per un attimo è sembrato che volesse ricominciare gli studi.

Johnson è in carica da sette settimane. Ma in questo periodo, il Conservatore, con un bel po’ di trambusto, ha messo in secondo piano una serie di fallimenti, mettendo in ombra ognuno dei suoi 76 predecessori. Qualunque bel trucco di prestigio avrebbe voluto fare, nel grande gioco di illusioni chiamato Brexit, è sempre stato un perdente: ha perso sei voti su sei voti in Parlamento.

Dopo aver cacciato 21 colleghi moderati dal partito e mentre un altro traballa, la sua maggioranza di governo non c’è più. Nel tentativo di mettere i conservatori contro le istituzioni democratiche, ha perso il Ministro del Lavoro Amber Rudd e persino suo fratello Jo, che fino ad oggi era sottosegretario di Stato al Ministero della Scienza.

Mercoledì Johnson ha perso in tribunale. L’Alta Corte Civile scozzese presume che Johnson abbia mentito ai deputati britannici e forse anche alla Regina sui veri motivi che hanno portato alla chiusura del Parlamento per cinque settimane. Un’accusa enorme, senza precedenti, che il capo del governo ha respinto come «completamente falsa». Tuttavia, se la Corte Suprema si unisce alla sentenza di martedì, Johnson potrebbe, nel peggiore dei casi, essere costretto a dimettersi.

E poi c’è Johnsons Mantra, che «preferirebbe finire morto in un fosso» piuttosto che chiedere all’Unione Europea un ulteriore proroga della Brexit oltre il 31 ottobre. Il problema è che questa settimana il rinvio è diventato legge. Se Johnson non negoziasse un accordo di uscita con l’UE entro la metà di ottobre, dovrebbe rispettarlo. In caso contrario, gli esperti ritengono che potrebbe addirittura perdere la libertà. Che è troppo per un uomo abituato a vincere.

Con il suo fare, Johnson non ha solo danneggiato casa sua e la sua monarchia, la giustizia, il suo partito e la fiducia nella democrazia britannica. Si è anche cacciato in un angolo disperatamente chiuso e nessuno sa come farà a scoprirlo.

Chi, in questo momento, è in grado di dire con certezza se Johnson ha agito di proposito o si tratta di una svista? Avrà sottovalutato i suoi avversari? O vuole solo farcelo credere? Sette settimane dopo l’arrivo dell’uragano Boris nel Regno Unito, il Paese è così sconvolto che non c’è più nulla di certo. E così a Londra si prendono in considerazione anche gli scenari più stravaganti e vengono discussi come se fossero del tutto plausibili.

Mentre Johnson è sconfitto, il Paese perde le staffe. Qualcosa il capo del governo l’ha ottenuta: la fiducia dei cittadini. Il fatto che molti pensino che la pazzia possa dipendere dal consulente capo di Johnson, Dominic Cummings.

Dominic Cummings consigliere di Boris Johnson. Fonte: Mirror.co.uk

Lo stratega delle pubbliche relazioni, un tempo «psicopatico di carriera» del primo ministro David Cameron, è stato uno dei principali responsabili della riuscita della campagna di Brexit nel 2016.

Inoltre, non si deve mettere in guardia il suo frontman Johnson come il predecessore Cameron, dai «77 milioni di turchi» che potrebbero entrare nel Regno Unito in modo incontrollato se la Turchia entrasse all’Unione europea. Ironia della sorte anche Johnson ha radici turche: suo bisnonno – padre Ali Kemal viene da lì.

Cummings, 47 anni, ammiratore del leggendario cinese Sun Tzu e del suo libro «L’arte della guerra». Nel lavoro di duemila anni e mezzo, il filosofo scrive che ogni mezzo per raggiungere un obiettivo è legittimo. L’oratore ha affermato che l’Europa non è pronta ad affrontare il problema. E:«Se hai in mente qualcosa, fingi di non avere idee».

Una lezione che Cummings e il suo team hanno imparato a Downing Street, quindi cosa sta tramando Johnson? Ha detto che rispetterà la legge e al tempo stesso ha giurato di non chiedere «in nessun caso» una proroga del termine per il Brexit.

Una contraddizione praticamente insolubile, a meno che Johnson non voglia danneggiare ulteriormente i fondamenti della democrazia a rischio di crollo. Ma ogni sua scelta comporta dei rischi, sia per lui che per il suo Paese, o per entrambi.

Uno degli scenari più seriamente discussi è che Johnson potrebbe ignorare la legge che obbliga a chiedere una proroga per la Brexit, per arrivare alla resa dei conti. Se la controversia dovesse protrarsi fino al 31 ottobre, il Regno Unito potrebbe uscire dall’UE. Johnson rischierebbe persino la prigione, ma manterrebbe la sua promessa.

In alternativa, potrebbe inviare a Bruxelles la lettera con la richiesta di proroga che il Parlamento gli ha chiesto, ma poi spedirne un’altra successivamente che annulli la prima. Anche in questo caso, però, il Consiglio si piega.

Gli analisti politici hanno addirittura ipotizzato uno scenario con dimissioni di Johnson in ottobre e la Regina suggerirebbe di nominare Premier il leader del Partito laburista Jeremy Corbyn.

Non appena quest’ultimo avrà richiesto la proroga del termine per la Brexit, i Tories potrebbero tentare di rovesciare Corbyn con un voto di sfiducia, per andare a nuove elezioni con Johnson al vertice. Il problema è che, attualmente per sfondare con la forza bruta di Johnson, ai conservatori della Camera dei Comuni mancano attualmente decine di voti alla maggioranza.

Infatti in questi giorni tutto può succedere, secondo alcuni Johnson potrebbe tentare qualcosa di molto folle tra poche settimane, diversamente dalle promesse: un nuovo accordo con l’Unione Europea. Fino ad ora, la strada sembrava bloccata. Proprio a causa del cosiddetto back-stop, una soluzione d’emergenza per evitare che in futuro si ripetano i controlli alle frontiere tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Mentre l’UE ha giudicato insostenibile un backstop, Johnson lo ha sempre definito «morto».

Tuttavia, in occasione di una visita a Dublino lunedì, sembrava stesse preparando un compromesso: all’improvviso ha affermato che nel back-stop si doveva garantire «una via d’uscita per il suo Paese». In precedenza pensava alla creazione di una zona di commercio alimentare uniforme per l’intera isola irlandese.

I diplomatici UE l’hanno interpretata come una vecchia idea che potrebbe tornare sul tavolo dei negoziati: far restare solo l’Irlanda del Nord nel mercato unico e nell’unione doganale, mentre il resto del Regno sceglie le proprie regole e conclude liberamente accordi commerciali con il resto del mondo. I controlli doganali sarebbero effettuati nei porti di carico del Mare d’Irlanda.

Il predecessore di Johnson, Theresa May, aveva sempre respinto l’idea di Bruxelles: «Nessun Primo Ministro britannico approverebbe mai un accordo che trattasse una parte del Paese in modo diverso dal resto del Paese». May, tuttavia, doveva tener conto del suo partner de facto, il Partito Unionista dell’Irlanda del Nord (DUP). Johnson non ne ha più bisogno, anche con il DUP non ha più la maggioranza.

Il commissario irlandese Phil Hogan non poteva che gioire per questa prospettiva. A Bruxelles si sta pensando di conferire al governo regionale dell’Irlanda del Nord il diritto di parola sulle nuove norme europee che la riguarderebbero.

Poi mercoledì, in occasione di un Question time online con i cittadini, Johnson ha dichiarato che «non avrebbe accettato una soluzione speciale dell’Irlanda del Nord». Anche se così fosse, i Brexit-Hardliner sotto i Tories, che siedono in Parlamento come blocco chiuso, hanno fatto capire che non si oppongono solo al blocco di fondo. Vogliono sbloccare l’intero accordo di uscita negoziato da May e introdurre modifiche.

Ma quello che invece farà lo sa soltanto lui. E se continuerà ad andare male, potrebbe dover richiamare il Parlamento con un’ordinanza giudiziaria. È piuttosto certo che, per lo spirito del Sun Tzu, lui e il suo consulente capo continueranno per il momento a creare confusione. In una recente riunione interna, Dominic Cummings ha affermato che tutto ciò che è stato fatto finora non è niente in confronto a quello che verrà dopo di lui, «Questo è solo l’inizio».


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Jörg Schindler da Der Spiegel dalla numero della rivista Nr. 38 / 14.9.2019 articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Il populismo in Europa si sta indebolendo?

Le masse europee potrebbero aver cominciato a fare marcia indietro rispetto alle idee politiche populiste della destra nazionalista.

Sembra un azzardo affermare, proprio nella settimana in cui Alternative für Deutschland (AfD) registra due record nelle elezioni regionali, che il populismo anti-UE potrebbe aver raggiunto il suo picco massimo di consensi in Europa.

Tuttavia, siamo portati a pensarlo analizzando gli eventi e le elezioni in molti Paesi. Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Austria, Slovacchia e Repubblica Ceca segnalano un’inversione di rotta dei cittadini a discapito dei movimenti nazionalisti anti-establishment che hanno sconvolto la politica del continente, lasciando questi barbari soli ad ululare nella loro frustrazione.

Attenzione però a cantar vittoria, perché questo non significa che i disagi sociali ed economici della classe operaia e dei ceti più in difficoltà che erano stufi dei partiti tradizionali, del sistema parlamentare e dell’Unione Europea è svanito.

I populisti sembrano incapaci di ottenere la maggioranza nelle sedi istituzionali a causa del loro radicale antieuropeismo e sembrerebbe che le masse siano stufe del loro nazionalismo inconcludente.

L’esempio più eclatante è l’Italia. L’ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che condivideva il governo con il Movimento 5 Stelle nel primo governo populista dell’Europa occidentale, convinto che il paese fosse pronto per una svolta a destra e di poter capitalizzare il successo nei sondaggi ha mollato la coalizione in pieno agosto, chiedendo elezioni anticipate al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Così “Il Capitano” girando le spiagge a petto nudo accompagnato dai sostenitori sognava di prendersi Roma e tenerla tutta per se. Alla fine il suo tentativo di consolidare il potere è crollato.

I suoi ex compagni di coalizione turandosi il naso hanno accettato di formare una maggioranza di governo con il Partito Democratico. L’Italia ha evitato il baratro, almeno per ora, e adesso ci si aspetta di tornare a politiche economiche e migratorie più moderate e favorevoli all’UE.

Il fallimento di Salvini ha leggermente ammaccato la popolarità del partito sollevando i primi dubbi interni sulla sua leadership. Ma la ruota della fortuna italiana gira veloce. L’aspirante uomo forte e padrone dei social media potrebbe tornare presto se l’economia non migliora, e le previsioni non sono rassicuranti, o se la nuova coalizione vacillasse.

L’esempio “B” è la Gran Bretagna. Il tentativo di Boris Johnson di superare i populisti, con gli stessi atteggiamenti, promettendo di condurre il Regno Unito fuori dall’Unione Europea – “do or die” (ora o mai più) – il 31 ottobre, anche a costo di schiantarsi senza un accordo, si è concluso con una spettacolare sconfitta in parlamento.

Il nuovo primo ministro, che aveva promesso di “riprendere il controllo” [della Gran Bretagna n.d.t.] dall’Europa nella campagna per il referendum 2016, ha perso il controllo della Brexit nel suo primo voto alla Camera dei Comuni.

Dato il caos della politica britannica, l’affaticamento civile nelle infinite battaglie sulla Brexit e l’alternativa di sinistra radicale del Partito Laburista di Jeremy Corbyn poco attraente, Johnson potrebbe ancora riuscire a ricollocare il Partito conservatore come unico partito pro-Brexit e vincere le elezioni generali il prossimo mese.

Uno scenario improbabile dopo aver deciso di scommettere sulla sospensione del parlamento per far passare una Brexit senza accordi senza esitazioni.

Nel frattempo Nigel Farage, il cui Brexit-Party ha schiacciato i conservatori e battuto i laburisti alle elezioni europee di maggio, potrebbe ancora una volta affrontare la frustrazione e condizionare l’agenda dei conservatori ma non riuscire a fare il ribaltone nel parlamento del Regno Unito.

Il Presidente francese Emmanuel Macron parla durante la conferenza annuale francese degli ambasciatori all’Eliseo a Parigi il 27 agosto 2019. (Photo by Yoan VALAT / POOL / AFP) (Photo credit should read YOAN VALAT/AFP/Getty Images)

L’esempio “C” è la Francia. Sei mesi fa il presidente Emmanuel Macron sembrava essere nei guai con la base anti-establishment dei Gilets Jaunes (Gilet Gialli) che organizzavano ogni sabato manifestazioni, spesso violente, pompando i consensi del partito di estrema destra di Marine Le Pen.

Ora Macron è tornato in sella, la maggior parte dei gilet gialli sono tornati a casa e almeno per ora Le Pen non è riuscita a vincere la rivoluzionaria partita delle elezioni europee. Con la disoccupazione in calo e l’economia che regge il populismo sembra aver sbattuto contro un tetto di vetro in Francia.

La coalizione austriaca tra conservatori e Partito della Libertà di estrema destra (FPÖ) si è schiantata e bruciata a maggio, quando il leader del movimento anti-immigrazione è finito su video mentre contrattava con una presunta donna d’affari russa in cambio di finanziamenti illeciti al partito.

Espulso dal governo, l’FPÖ ha ancora un consenso del 20% ma sembra improbabile che ritorni al potere dopo le elezioni anticipate di questo mese.

Anche in Spagna, i populisti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra sembrano perdere terreno mentre il governo di minoranza socialista del primo ministro Pedro Sanchez sta guadagnando popolarità.

In Germania, l’ondata di AfD negli Stati di Brandeburgo e Sassonia li ha lasciati ancora in opposizione; tutte le forze politiche principali sembrano determinate ad escluderle dal potere sia livello locale che nazionale.

A dire il vero, i partiti nazionalisti-populisti hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni europee in Polonia e Ungheria e continuano a sfidare l’UE sullo stato di diritto e sui diritti civili.

Ma il leader di fatto della Polonia, Jarosław Kaczyński, potrebbe perdere la sua assoluta maggioranza parlamentare alle elezioni generali di ottobre, nonostante la sua popolare combinazione di welfarismo e conservatorismo sociale nazionalista cattolico.

Andrej Babiš, Primo Ministro della Repubblica Ceca parla ai giornalisti a margine dell’incontro del Consiglio Europeo meeting sulla Brexit. (Photo by Leon Neal/Getty Images)

Nel frattempo, i timori di un’ondata populista illiberale che avrebbe investendo l’intera Europa centrale si sono rivelati esagerati. Un democratico liberale ha vinto le elezioni presidenziali slovacche e il primo ministro ceco miliardario Andrej Babis si trova ad affrontare proteste di massa per i suoi presunti conflitti di interesse.

Tuttavia, i politici tradizionali sbaglierebbero di grosso se considerassero questo affievolirsi dell’ondata populista come una ragione per rilassarsi. Le cause di fondo che scatenano le politiche nazionaliste sono ancora lì.

L’erosione di alcune delle basi della democrazia europea del 20° secolo come i partiti politici, i sindacati, le comunità religiose e i posti di lavoro stabili, hanno reso le società più incerte.

La crescente forbice sociale (differenza tra i redditi), la questione migratoria e la perdita di posti di lavoro degli operai generici a causa della globalizzazione forniscono un terreno costantemente fertile per la politica del rancore, non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti.

E i social media offrono uno sbocco immediato per tutte le forme di protesta, amplificate dalle fake news e dalla disinformazione.

C’è anche il fatto che i populisti non hanno bisogno di essere al potere per stabilire l’agenda, in particolare su questioni dolenti come l’immigrazione, dove hanno spostato con successo la discussione da “la miglior ricetta per accogliere e integrare i migranti” a come difendere “i confini europei” e rendere più difficile l’ingresso nel Continente, indipendentemente da quanto siano valide le tue richieste di asilo.

L’ondata potrebbe essersi arrestata ma i problemi sono ancora tutti lì.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di PAUL TAYLOR per POLITICO.eu link qui]

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L’Italia, il peso morto d’Europa.

L’Italia, il peso morto d’Europa.

Giovani sacrificati, impasse di bilancio, debito pubblico esplosivo. L’incapacità del sistema politico di produrre risultati alimenta pericolosamente il pessimismo dei cittadini.

La coalizione tra populisti e sovranisti è crollata questo agosto come il viadotto autostradale di Genova è crollato un anno prima: senza preavviso. Questa tragedia tra le righe lasciava intendere ancora una volta il profondo stato di decadimento del Paese e della sua classe politica.

Uno stato pietoso. Come il contratto di governo che la Lega di Matteo Salvini ha stipulato per governare quattordici mesi con il Movimento 5 Stelle finendo per non ottemperare a nemmeno uno dei problemi reali del nostro Paese.

Peggio ancora, in alcuni casi li ha aggravati distribuendo soldi che non c’erano e che non poteva permettersi in tempo di guerre commerciali. Sia il reddito di cittadinanza che quota 100 hanno preparato le condizioni per un impasse di bilancio così crudele che il prossimo governo deve assolutamente cercare, per cominciare, ben 23,1 miliardi di euro soltanto per evitare l’aumento dell’IVA. C’era da aspettarsi in fondo che le “soluzioni” populiste sono i soliti specchietti per le allodole.

A volte sorge spontaneo chiedersi: ma in questo Paese avranno capito che le soluzioni a breve termine sono un’illusione? E che è importante scegliere bene una classe dirigente saggia che non porti nei periodi più economicamente difficili all’isolamento internazionale?

Certamente, è appurato che abbiamo consolidato da tempo il nostro posto attorno al tavolo delle maggiori potenze industrializzate del G7. Abbiamo ancora aziende di successo, uno standard qualitativo d’insegnamento universitario a livello mondiale, incredibili tesori culturali e turistici, un popolo di ineguagliabile genio creativo. Ma ci siamo mai chiesti se ciò che abbiamo è soltanto l’eredità che ci resta dopo gli splendidi anni dell’epoca passata? E se il Paese è in grado di ricreare gli stessi presupposti di prima?

L’Italia è anche il paese d’Europa che maltratta gran parte dei sui giovani. Quasi il 30% degli italiani della mia generazione, quella tra 20 e 34 anni, secondo Eurostat, non ha né un impiego, né un’istruzione, né una formazione professionale. La mia generazione è fatta da disoccupati, inattivi, indifesi, alla deriva. Non è difficile sentire tra loro il desiderio di fuggire: da casa dei genitori, dal sud, dall’Italia.


Un giovane su sei, il 16.5% della popolazione giovanile né lavora né studiava, sono i cosiddetti Neet . L’Italia ha l’oro su questo triste podio, 28,9%, seguita dalla Grecia che ne ha il 26,8%. Sopra la media europea sono ancora Croazia, Francia, Cipro e Ungheria, mentre i Paesi più virtuosi sono la Svezia con solo l’8% di Neet. Perfino Montenegro e Serbia Paesi extracomunitari superano l’Italia.

Questo malessere italiano si riflette poi: in un tasso di natalità anemico e nella partenza di molti giovani, spesso i più istruiti che scappano in Germania, nel Regno Unito o altrove. Il vero problema dell’Italia, contrariamente a quanto sostengono i populisti, non è l’immigrazione, ma l’emigrazione. Un problema che non si chiude aprendo o chiudendo le frontiere o con un decreto sicurezza.

In un momento in cui le nuvole nere si stanno accumulando sull’economia mondiale, le incertezze italiane rappresentano una minaccia assordante per l’Unione europea. Il debito pubblico, pari a 2,4 trilioni di euro, rappresenta il 132% del PIL del Paese. Se i mercati dovessero perdere la fiducia, l’episodio greco del 2009-2015 potrebbe sembrare a confronto come una cosuccia da niente. Il crollo dell’economia italiana potrebbe far cascare come le tessere di un domino tutto il resto dei Paesi dell’eurozona.

Le opzioni che si sono aperte nell’attuale crisi di governo italiana sono una più brutta dell’altra. Se questa nuova prospettiva di governo, secondo alcuni “il migliore dei governi possibili” con gli attuali seggi, non dovesse prender vita non farebbe altro che prolungare di molti anni questo desolante calvario.

Stando agli ultimi sondaggi nel caso in cui si andasse ad elezioni anticipate, questa offrirebbero un’assist a Salvini e i suoi alleati. L’alternativa giallo-rossa o rosso-gialla preferita dal presidente Sergio Mattarella ancora in trattativa fatica ancora in questa ultime ore nel vedere la luce. Eppure si farà.

Sondaggio politico – Le intenzioni di voto

I 5 stelle, restano il gruppo più numeroso alla Camera nonostante il pessimo risultato delle europee. Sono loro attualmente a fungere da fulcro per formare una maggioranza. Il problema è che rimangono un partito con dei parlamentari che non hanno mai avuto il timore di celare sentimenti complottisti, euroscettici, filo-russi e NO-VAX.

Sta nella loro irrazionale opposizione alla TAV il pretesto su cui Salvini ha pensato di porre fine del governo. E c’è chi addita a questi anche una certa responsabilità nella tragedia di Genova dopo che questi hanno combattuto fortemente contro la costruzione della Gronda, il percorso stradale per evitare il ponte Morandi.

Da quando lo scandalo di corruzione Mani pulite degli anni ’90 ha travolto tutti i partiti politici italiani che si erano consolidati dal dopoguerra, nessuna delle nuove formazioni di governo è riuscita a rimettere il Paese sulla buona strada.

L’instabilità rimane un fatto fondamentale, quasi la normalità agli occhi di chi è nato 20-30 anni fa. Il prossimo governo sarà il 66° in settantacinque anni. L’incapacità del sistema politico di fornire risultati alimenta il pessimismo tra i cittadini. Forse lo stesso “pessimismo cosmico” che percepiva Leopardi.

Per una buona ragione: il reddito reale delle famiglie è rimasto quello di vent’anni fa. La crescita è troppo debole per riportare la speranza tra le nuove generazioni. Quest’anno è prevista solo dello 0,1%, dopo un magro 0,9% nel 2018.

Si sente il disperato bisogno da anni di importanti riforme strutturali. Le stesse che sono state fatte in Germania prima dell’arrivo di Angela Merkel
volute dall’allora cancelliere Gerhard Schroeder a metà del Duemila.

Se mai ci saranno questi passi quale sarà il governo in grado di farli? Fatto sta che questo dramma italiano mette in crisi anche l’Europa.

A quattro anni dall’inizio della questione migratoria, l’UE non è stata ancora in grado di attuare una politica comune a tutti i Paesi in materia di migrazione e asilo.

Si sbagliano gli analisti che guardando alla Lega all’opposizione sono convinti che “il potere logora chi non lo ha”, perché seppur è abbastanza probabile aspettarsi un iniziale ridimensionamento del bacino elettorale nell’arco dei prossimi mesi, Matteo Salvini ritornerà o continuerà, a prosperare proprio sugli stessi temi: immigrazione e altri disagi che colpiscono i ceti più sensibili.

Se un giorno il leader leghista diventaiesse Presidente del Consiglio, l’Europa occidentale e la stessa UE si ritroverebbe di nuovo con leader di destra radicale come fino al dopoguerra. Una sfida storica non solo italiana, ma che deve essere raccolta anche dai nostri stessi vicini.

É probabile che il Regno Unito lascerà a breve l’UE e se i nostri vicini desiderano davvero un’Europa forte, indipendente e prosperosa che non sia solo gigante economico preda di Russia e Cina devono necessariamente lavorare al fianco dell’Italia per renderla più forte e prosperosa.

Un’alternativa c’è

Un’alternativa c’è

«C’è un referendum sull’Europa il 26 maggio: da una parte la vecchia Europa, dove predominano banca, finanza, élites e poteri forti, e dall’altra l’Europa dei popoli, del lavoro, dei giovani e dei diritti». Con queste parole il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, a due settimane dalle consultazioni europee del prossimo 26 maggio, esponeva a un gruppo di sostenitori nella “sua” Padania, con una sgargiante tenuta da lavoro (attinta, probabilmente, dall’armadio del trasformismo, invaso da divise dei più svariati corpi pubblici, alla cui ostentazione siamo ormai stati abituati), la propria manichea visione del tragico voto che saremo chiamati ad esprimere. Niente di nuovo sul fronte europeo, se non sul piano soggettivo: già a gennaio l’ex-ministro Carlo Calenda aveva lanciato il notorio appello per una «lista unitaria delle forze civiche e politiche europeiste», sviluppo del precedente appello estivo per un «fronte repubblicano» che andasse «oltre gli attuali partiti» e fosse in grado di estendersi
«da Macron a Tsipras», nel minimo comun denominatore della Santa Alleanza contro il fronte unitario dei sovranisti che pareva (ancorché, ad oggi, ben meno solido di quanto potesse sembrare fino a pochi mesi fa) profilarsi all’orizzonte. D’altro canto, solo pochi giorni fa lo stesso Zingaretti, con una diversità solo formale di accenti, ha rilanciato l’idea di «un nuovo centrosinistra», contenitore, a suo giudizio, potenzialmente in grado di legare l’un l’altro niente di meno che PD, +Europa, Verdi e “sinistra”. A voler dare credito a politici e opinionisti, le decisive elezioni di un Parlamento che, fra l’altro, sarà chiamato ad approvare il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e a decidere sulla proposta che (a meno di “ribaltoni” imprevisti) la nuova Commissione formulerà in tema di istituzione di un’agenzia comune europea per il sistema di asilo, sembrano assumere i connotati metafisici di una scelta binaria: approvare in blocco l’UE, concepita come un pastone indistinto difeso dal «fronte repubblicano» all-inclusive, o respingerla in toto, per aderire ad un disegno sovranista e xenofobo, in realtà, altrettanto indefinito (posto che, come giustamente notato da molti analisti, lo psicodramma inglese sembra aver placato i bollori del radicalismo nazionalista pro-exit delle destre europee).

Per l’ennesima volta, dunque, come già tante e troppe volte sul piano nazionale, l’elettore di sinistra si trova spaesato, apparentemente chiamato a, montellianamente e rassegnatamente, turarsi il naso ed esprimere uno stanco voto a favore del PD, con la sua carica di immobilismo post-ideologico, pur di arginare il tracollo di una Lega resa pericolosissima dall’ormai conclamata erosione dei voti espressi, nelle elezioni del 4 marzo, a favore dell’alleato di governo. Fra le pieghe della narrazione dominante, però, sembrano affiorare possibilità di riscatto dall’avvilente ricatto morale del “voto utile”. E, per la prima volta nell’ultimo ventennio, potrebbe essere innescato un cambiamento di paradigma anche, e soprattutto, pro futuro.

UN TERZO SPAZIO

«Oltre establishment e populismo»: il sottotitolo del libro scritto dall’ex-ministro greco Yanis Varoufakis e dall’attivista italiano Lorenzo Marsili, Il terzo spazio, sintetizza meglio di qualsiasi altro slogan la strada che ha tutte le premesse per condurre alla rinascita della sinistra, in Europa e non solo. La proposta politica avanzata è di straordinaria semplicità, quasi banale, e di dirompente innovatività al tempo stesso: opporsi con nettezza alla deriva autoritaria mondiale dei populismi à la Trump, Salvini e Orbàn, senza per ciò solo rifugiarsi nel liberismo progressista sul (solo) piano delle libertà civili del centrosinistra blairiano. Contro ogni retorica riduzionista, gli autori e, con loro, le migliaia di attivisti e attiviste di DiEM25 (acronimo di Democracy in Europe Movement 2025), il movimento da essi fondato con il contributo di artisti e intellettuali come Brian Eno, Noam Chomsky e Srećko Horvat lottano, appunto, perché si apra un fronte di dissenso equidistante tanto dalle regressioni reazionarie dei populismi, quanto dalla preservazione dello status quo contro cui essi sono prosperati e che di essi pretende di essere l’unico, legittimo oppositore, come precondizione imprescindibile perché si possa lavorare ad una politica realmente e integralmente progressista. Il fattore più interessante del soggetto politico nato nel febbraio del 2016 è quello di supportare le proprie rivendicazioni con l’elaborazione di una raffinata cultura politica, che di esse rappresenta il sostrato teorico e il termine di paragone per le conclusioni raggiunte. Fondata su categorie concettuali e stilemi di ragionamento marxiani, ma radicalmente impermeabile a qualsiasi nostalgismo per le storture del socialismo reale; ferma nel denunciare le diseguaglianze dell’esistente, ma refrattaria a porvi rimedio con i consunti strumenti dello Stato novecentesco; edificata sulla centralità della sfida ecologista, ma tesa a restituirla alla sua complessità economica e sociale senza indulgere all’ambientalismo mainstream, incapace di identificare nell’ossatura del capitalismo mondiale le ragioni strutturali del degrado ambientale e di vedere, nella concretezza delle ricadute di questo, la prosecuzione delle diseguaglianze economiche. Sono queste le direttrici di fondo di una proposta politica che coniuga all’entusiasmo della militanza utopistica il rigore concettuale di un’avventura, forse, prima ancora intellettuale, che politica in senso stretto. Attraverso di esse, si giunge a proposte di una freschezza inedita, in grado di coniugare radicalismo e pragmaticità: all’inflessibile denuncia, sul piano politico, tanto dei populismi, quanto della governance liberista si accompagna, su quello istituzionale, una totale indisponibilità ad indulgere alle tentazioni sovraniste, comunque connotate, a sua volta appaiata ad una radicale critica delle politiche neoliberiste dell’UE, come di altre organizzazioni internazionali (quali FMI, Banca Mondiale e WTO). La soluzione è, appunto, individuata nel “terzo spazio”, quello della sinistra “postcapitalista”: uno spazio non solo figurato, ma materialmente identificato nella dimensione transnazionale, luogo del fluire dinamico di persone, beni ed energie, materiali e intellettive, depurata dei suoi elementi liberisti e antidemocratici. Uno spazio occupato con gioia, resistendo alla tentazione di rinchiudersi nella confortante gabbia dello Stato-nazione, in cui opporre alla logica del confine, così come al no borders per i soli capitali, la rivendicazione degli spazi di libertà aperti dalla globalizzazione e della volontà di svilupparli ulteriormente; insomma, spostare avanti, e non indietro, le lancette dell’orologio della Storia. All’atto pratico, ciò si traduce nella formulazione di un articolato programma, che accanto a proposte di immediata fattibilità nel periodo medio-breve, come l’istituzione di un dividendo di cittadinanza universale, richiede la convocazione, al più tardi per il 2025, di una nuova Assemblea Costituente europea, che rimetta al centro dell’agenda del Vecchio Continente la questione democratica e quella sociale. Un programma, beninteso, attuato e concepito al livello europeo: un Green New Deal per l’Europa; «per l’Europa, contro questa Europa», fatto proprio in termini unitari da liste che si presenteranno, per la prima volta, come declinazioni nazionali di un movimento paneuropeo, a testimonianza del genuino internazionalismo di DiEM. Sarebbe, in questa sede, gravoso esaminare tutti i punti del programma di European Spring, l’ala elettorale del movimento – dal già ricordato Green New Deal, colossale piano di investimenti pubblici in grado di traghettare la transizione ad un’economia sostenibile senza traumi occupazionali; all’istituzione di un Sistema Comune d’Asilo fattuale, e non solo sulla carta, che superi l’odiosa distinzione fra migranti economici e rifugiati; passando per l’armonizzazione dei sistemi fiscali nel segno della lotta alla competizione fra ordinamenti. Ciò che preme sottolineare è, qui, l’immane sforzo di enucleare una proposta politica organica partendo da un sistema valoriale chiaro e innovativo, pur nella sua continuità con la tradizione dell’umanesimo radicale e del marxismo filosofico; di elaborare, si diceva, una cultura politica, grande assente del dibattito degli ultimi decenni, come strumentario attraverso il quale interpretare la realtà e orientare i comportamenti quotidiani, prima ancora che assemblare programmi elettorali. Esito coerente dell’internazionalismo che non può non informare un genuini progressismo è l’Internazionale Progressista: appello lanciato congiuntamente da Yanis Varoufakis e Bernie Sanders per la fondazione di un forum di coordinamento globale delle forze politiche che si oppongano da sinistra all’Internazionale Nazionalista di Trump&co. e al neoliberismo mondiale.

Per chi ritenga di poter sottoscrivere pressoché pienamente quanto esposto sinora, ci sono una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che DiEM25 non correrà alle elezioni europee in Italia: a séguito di una consultazione fra gli iscritti, è stata presa la decisione (preso atto dell’incapacità del movimento di raccogliere le firme richieste dalla legge-capestro elettorale perché forze politiche non ancòra presenti nel Parlamento Europeo possano presentarsi autonomamente) di non coalizzarsi con alcuna delle forze politiche che, invece, godano delle più favorevoli condizioni associate alla membership in un gruppo europeo, limitandosi a fornire loro supporto esterno. Quella buona è che i temi sin qui tratteggiati saranno comunque rappresentati nell’agone elettorale: il 14 aprile è stata lanciata a Roma la lista «La Sinistra», mirante a «costruire uno spazio politico alternativo sia alla prosecuzione delle politiche neoliberiste, causa di disuguaglianze e povertà, sia al crescere della barbarie dei razzismi e dei nazionalismi», «per la radicale rifondazione democratica dell’Europa» attraverso un appello ad avviare «un percorso costituente per un’Europa federale che ponga alla sua base i diritti sociali, civili, di libertà, delle persone» (corsivo mio). Basta una veloce scorsa al manifesto programmatico per realizzare la consonanza con la visione di DiEM: accanto alla sottoscrizione del Green New Deal figurano appelli «per un’Europa femminista», «per i diritti dei e delle migranti», per lo «stop ai paradisi fiscali». Se l’elaborazione concettuale è più emotiva e meno raffinata, più sloganistica e meno pragmatica, resta il fatto che la lista della sinistra in Italia riconosce esplicitamente la necessità di un europeismo critico, che riconosca l’intrinseco valore progressista della globalizzazione, pur fra le sue mille storture, senza cedere alle tentazioni regressive dei «nazionalisti di sinistra», che vedono lo Stato-nazione come soluzione, invece che parte, dei problemi della contemporaneità. E in questa direzione rema anche il fortunato appello al voto recentemente pubblicato su Il manifesto, che nel sancire che «occorre rompere la gabbia dei trattati neoliberisti, ma lo spazio europeo è il terreno di lotta sul quale ha senso oggi battersi e costruire una solidarietà tra gli oppressi» dimostra come il mondo della sinistra in Italia, con la significativa eccezione di Potere al Popolo![(che, infatti, non parteciperà al progetto La Sinistra), sia insensibile alla retorica dell’Exit.

La Sinistra è, ovviamente, un progetto pieno di limiti e contraddizioni. In essa trovano collocazione gruppi dirigenti ormai consunti da tatticismi e carrierismi ultraventennali, come quelli di Rifondazione Comunista e (in minor misura) di Sinistra Italiana, e sembra riproporsi il fallimentare copione seguìto dalla sinistra nei più recenti appuntamenti elettorali – il listone dell’ultimo momento, con annessa Notte dei Lunghi Coltelli post-elettorale: da Liberi e Uguali, a L’Altra Europa con Tsipras (per inciso, trasfusa nel nuovo contenitore), a Rivoluzione Civile, alla Sinistra Arcobaleno. Più di una buona ragione sembra, però, suggerire il voto a suo favore. Da un lato veti incrociati e considerazioni estemporanee hanno già troppo danneggiato il campo progressista per queste elezioni: essi hanno, in sostanza, determinato il naufragio dell’iniziale progetto di una lista unitaria che comprendesse anche Verdi e Possibile, nonché significativamente influenzato la stessa decisione di DiEM di defilarsi dalle trattative, sulla base della considerazione dell’oggettiva ambiguità di una lista che, pur aderendo formalmente al Green New Deal, si propone di rilanciare l’occupazione lasciando intendere di voler contrastare gli effetti deteriori della de-industrializzazione. La gravità della situazione politica europea, sul lungo periodo ancora più che sul breve, non sembra permettere di protrarre ulteriormente il gioco dei purismi e delle litigiosità aprioristiche che affliggono la sinistra da ormai troppo tempo. Dall’altro lato, e soprattutto, questa volta le cose sembrano stare diversamente. Proprio l’aspetto culturale su cui si è insistito, cioè, permette di uscire dalla trappola dei raggruppamenti estemporanei. Le forze della sinistra europea stanno recuperando gli strumenti identitari necessari a riprendersi dalla subalternità in cui sono state relegate negli ultimi decenni; i valori e le categorie interpretative dell’esistente le mettono in condizione di tornare ad agire nei tempi lunghi della Storia, e di innescare il circolo virtuoso della formazione orizzontale e della militanza appassionata.

Oggi più che mai, dunque, è importante non lasciarsi blandire dalle lusinghe terroristiche dello sbarramento al 4% e prendere posizione netta: portare all’interno delle istituzioni europee un fronte di dissenso cosciente e generativo, che spezzi il circolo vizioso in cui siamo piombati, nel quale i «populisti» prosperano sulla critica ai «moderati» e i «moderati» sopravvivono agitando lo spauracchio dei «populisti». «L’establishment e i Salvini si aiutano a vicenda», ha dichiarato a più riprese Varoufakis[, e le dichiarazioni bipartisan dei diretti interessati citate in apertura lo dimostrano meglio di qualsiasi analisi dall’esterno. Lo strumento per disinnescare questo dispositivo perverso, finalmente, sta emergendo – che lo si chiami Terzo Spazio, La Sinistra o Progressive Alliance. Sta a noi scegliere se utilizzarlo, o affidarci per l’ennesima volta al palliativo del centrismo, con cui rinviare al prossimo appuntamento la dura resa dei conti con l’involuzione autoritaria e machista dei populisti.

NON ESISTE UNA PATRIA BUONA

All’inizio del mese, ho preso un volo con una nota compagnia aerea tedesca. Nell’elegante corredo appaiato a ciascuna postazione di viaggio era disponibile una rivista edita dalla compagnia medesima, di quelle generaliste che affliggono, coi propri improbabili articoli sulle méte pop delle principali città servite dall’operatore, le lunghe ore aeree degli sprovveduti viaggiatori non munitisi di letture autonome. Alla vorace ricerca di testi in lingua teutonica, ma rassegnato ad infliggermi noiosi sforzi di ricostruzione di panegirici sui formaggi bavaresi, sono stato sorpreso dall’articolo di prima pagina. La rivista era, infatti, aperta da un appello (in cui l’ordine delle parole è più che mai eloquente) a
«Care lettrici e cari lettori!», lanciato dal CEO della compagnia e affiancato (purtroppo, o per fortuna, per me) da una traduzione nel solito, impeccabile inglese dei cugini oltre-Reno dei cugini d’Oltralpe, a partecipare alle elezioni europee. Lungi dall’essere un mero invito all’esercizio del diritto di voto, a prescindere dalle sue modalità, esso conteneva, invece, un’esplicita e determinata presa di posizione: un invito a «contrastare le contemporanee tendenze nazionaliste e protezioniste», in difesa di «un mercato aperto, libertà, pluralismo, trasparenza, democrazia e pace». Che un’impresa che ogni anno fattura 35 miliardi di euro con un’attività consistente nell’attraversare le frontiere nazionali, dovendo quindi disporre di uno staff altamente internazionalizzato e di declinazioni territoriali attraverso le quali stipulare intese con aeroporti e Autorità pubbliche abbia tutto l’interesse a che il modello Schengen resti in piedi e che i confini fra Stati europei  restino permeabili a merci, persone, servizi e capitali non dovrebbe essere particolarmente sorprendente. Che questa sola circostanza basti per indurre interi settori della sinistra europea ad una radicale mutazione genetica dovrebbe, invece, mettere maggiormente in allarme.

A partire, in particolare, dal trauma populista del 2016, si è assistito alla proliferazione di forze identificantesi come “di sinistra”, ma contrarie alla libertà di movimento e favorevoli a politiche migratorie restrittive e all’uscita dei rispettivi Stati da più o meno ogni forum di coordinamento internazionale nonché, in alcuni casi, financo contrari a rivendicazioni femministe e LGBT. Basti una rapida occhiata al «Manifesto per la Sovranità Costituzionale»[ presentato da Patria e Costituzione, associazione promossa da Stefano Fassina (che gode di notevoli influenza e prestigio, ancorché certamente minoritari, in Sinistra Italiana): «la presunta fine dello Stato-nazione esiste solo nella propaganda neoliberista e nelle chiacchiere di una sinistra che ha rimpiazzato l’internazionalismo socialista – che è solidarietà fra classi popolari nazionali – con il cosmopolitismo capitalista»; d’altro canto, «tanto la xenofobia, quanto il principio irrealistico di accoglienza illimitata (“no border”) sono risposte impraticabili per affrontare la sfida epocale delle migrazioni», sicché «va riconosciuto che la regolazione degli ingressi, in relazione alle effettive capacità di integrazione, è condizione essenziale per offrire un’accoglienza degna (fino allo jus soli)»; «i bisogni individuali non sono sempre diritti», con tanto di accostamento nemmeno troppo implicito ai casi di «colonizzazione dei mondi vitali da parte del mercato (utero in affitto, mercificazione di organi e materiale genetico, monopolio delle sementi geneticamente modificate, ecc.)». Dichiarazioni non dissimili sono, poi, riscontrabili diffusamente fra esponenti e dirigenti di Aufstehen (fondata in seno a Die Linke da Sahra Wagenknecht) e di La France Insoumise, e informano abbastanza decisamente la svolta sovranista e radicale di Potere al Popolo! negli ultimi mesi. Nel bello, articolato e informato articolo «Vi presento i nazionalisti di sinistra europei»[citato poco sopra, David Adler, dirigente di DiEM25, identifica tre giustificazioni addotte da forze politiche come quelle menzionate per la propria proposta di rivitalizzazione dello Stato e della sovranità come antidoto alla globalizzazione liberista: uno, di ordine economico, consistente nella constatazione della funzionalità al capitalismo mondiale della politica open borders, utilizzata per indebolire le classi lavoratrici organizzate attraverso il dumping della manodopera poco qualificata riversata in massa attraverso i flussi migratori economici; un altro, di ordine culturale, che criticherebbe gli effetti deleteri sulle identità locali della libertà di movimento, asserita causa ultima di xenofobia e nazionalismo; un ultimo, di ordine politico, per cui le istituzioni inter- e sovranazionali sarebbero intrinsecamente illegittime, perché stabilite a suon di trattati intergovernativi e al di fuori di ogni controllo democratico. C’è probabilmente molto di vero in tutto questo – sia nel senso che gran parte della retorica di questi partiti si fonda su uno di questi tre argomenti, o su una loro combinazione, sia nel senso che i fenomeni storici a cui essi fanno riferimento sono reali e problematici. Che da queste premesse discendano le conclusioni, pressoché integralmente coincidenti con quelle di una Lega qualunque, sembra criticabile e, per la verità, fondato su una serie di salti logici di non poco conto. Si prenda, per tutti, l’articolato ragionamento del Manifesto per la Sovranità Costituzionale citato sopra in difesa del «patriottismo costituzionale», in quanto opposto all’«astratto cosmopolitismo della sinistra liberal». «L’amor patrio che la Costituzione richiede ai cittadini non è un anacronismo storico, un residuo dell’esigenza di riscattare la nazione dal ventennio fascista, era e resta un valore civico fondamentale, un sentimento fondativo della comunità democratica, l’opposto della degenerazione ideologica del nazionalismo», leggiamo nel paragrafo 2; «questo sentimento è condiviso da tutti i cittadini di una determinata comunità territoriale, a prescindere dalla loro origine etnica e dalle loro identità religiose, ideologiche, di genere, ecc.», vediamo poco oltre, a probabile rassicurazione del lettore di sinistra che, memore della critica marxista al nazionalismo come astrazione che occulta la lotta di classe, avrà aggrottato le sopracciglia a vedere una così sperticata lode di un sentimento di appartenenza fondato su un concetto fumoso e irrazionale come quello di “patria”. «Non è, tuttavia, un sentimento astratto: – sobbalzo, N.d.R.-: (…) La patria è, al tempo stesso, popolo, Stato e nazione (…) Questo patriottismo è, appunto, patriottismo costituzionale, indispensabile a generare vincoli di solidarietà, a loro volta condizione necessaria per politiche redistributive e di giustizia sociale». Al di là delle perplessità che l’esaltazione della contingenza storica dello Stato può non suscitare in alcuni lettori, e della sorpresa che in altri sarà, probabilmente, ingenerata da una cosciente appropriazione delle argomentazioni reazionarie per cui storicamente, a sinistra, si è criticato il sentimento di appartenenza alla «comunità immaginaria» della Nazione (che la solidarietà patriottica sia necessaria per la redistribuzione della ricchezza sembra totalmente apodittico; e la Storia non insegna forse che, al più, essa ha seguìto il disegno opposto, neutralizzando il conflitto sociale?), non si può, credo, restare insensibili alla palese contraddizione del sancire che la Patria sia, allo stesso tempo, senso di appartenenza per un patrimonio valoriale condiviso, dunque impermeabile alla retorica esclusivistica dell’appartenenza etnica, e comunanza di fattori assolutamente sottratti al controllo degli individui, nel momento in cui la Patria, si dice, «si incarna in un luogo, in una lingua, in una cultura, in una parola in un popolo e nelle sue istituzioni». Fare propri gli argomenti della destra nazionalista e giungere alle sue stesse conclusioni (accusare gli immigrati di «rubare il pane» ai lavoratori “locali”, come fatto da Mélenchon; supportare i reazionari disegni economici del “Governo del cambiamento” per il solo dato formale dell’opposizione ai parametri di Maastricht, come Fassina) non riesce a non spaventare, per quanto il retroterra culturale sottostante sia lontano anni luce e non si possa certo dubitare del genuino antifascismo di dirigenti e militanti dei movimenti citati. Ancor più che censurabile sul piano ideologico, il sovranismo di sinistra mi pare, però, pericoloso su quello strategico: pensare di «non regalare ai sovranisti il concetto di nazione», assimilando al campo progressista le pulsioni sovraniste, è una pia illusione; come ben insegna il caso Minniti, fare propria la retorica del nemico non serve a sottrarre consensi a quest’ultimo, ma solo a sdoganarne definitivamente le rivendicazioni distruttive, perché, come efficacemente è stato detto, l’originale è sempre meglio della copia.

In un Parlamento europeo nel quale, probabilmente, la stessa sinistra “buona” di cui si è parlato in apertura sarà scarsamente rappresentata, è ragionevole ritenere che la sinistra sovranista sarà pressoché ininfluente. Se, però, nel lungo periodo prevarranno coloro che ritengono che «nessuno dei grandi movimenti che calcano oggi la scena (quello delle donne, quello contro il cambiamento climatico, le azioni di solidarietà con i migranti) [sia] concepibile entro una dimensione nazionale», o coloro che pensano (peraltro, utopisticamente) di poter tornare integralmente al welfare State, con il carico di dislocazione del conflitto al di fuori del proprio territorio che esso comporta, è meno scontato. Che si assista ad un intenso dibattito fra queste due anime del popolo progressista, al livello nazionale e internazionale[è, comunque, positivo. Segnala che il problema della collocazione della sinistra è avvertito ovunque, e che la risposta viene, altrettanto ubiquamente, cercata nella riproposizione della questione culturale (non meno raffinata, anzi, è la proposta analitica della sinistra sovranista; si legga, oltre alle interessanti riflessioni del Manifesto per la Sovranità Costituzionale, l’analisi della situazione europea condotta dalla stessa Patria e Costituzione). La direzione in cui questo sussulto d’orgoglio saprà indirizzare il travagliato cammino delle forze egualitarie e solidaristiche – verso un futuro che superi le contraddizioni della modernità, o ripiombando nella crisi implicita nei suoi elementi costitutivi – sarà determinata dalla forza generativa del dibattito e del confronto democratico.

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