Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita

[In copertina: Mansudae Great Monument, Pyonyang, Nord Corea. Bjørn Christian Tørrissen. Fonte qui]

L’atteggiamento della Nord Corea è divenuto sempre più ostile nel corso degli ultimi anni. Il 19 Giugno, la morte di Otto Warmbier, uno studente americano prigioniero della Nord Corea per oltre un anno, la cui salute durante la detenzione è peggiorata a tal punto da portarlo in uno stato comatoso fatale, è stata solo l’ultima provocazione. La Nord Corea ha condotto test missilistici per circa due settimane dall’inizio dell’anno. Sanzioni occidentali e le promesse di azioni forti da parte della Cina non sono riuscite ad imbrigliare il programma nucleare del regime coreano. Meno noti ma probabilmente più sorprendenti sono i deboli effetti delle sanzioni, che non hanno colpito negativamente l’economia nordcoreana. Sebbene tutte le statistiche e calcoli sulla povera economia coreana rimangano pure supposizioni di settore, la maggior parte degli esperti concordano sulla crescita della Nord Corea, che si aggirerebbe tra l’1% e il 5%. Cosa la rende così resistente?

Questo in parte perchè non tutte le sanzioni sono state pensate per colpire l’economia. La maggior parte, anzi, hanno un obiettivo ristretto. Congelamento di beni e risorse ma anche divieti di viaggio hanno coinvolto personalità vicine al regime, La proibizione del commercio militare è stata intesa per colpire l’efficacia ed efficienza dell’esercito. Ma anche le sanzioni più generiche non hanno sortito l’effetto sperato.

Le Nazioni Unite hanno tentato di bloccare l’accesso a valute forti da parte della Nord Corea mettendo un tetto alla quantità massima di carbone che lo Stato possa esportare. Questa opzione, potenzialmente, depriverebbe la Nord Corea di più di un quarto dei propri ricavi da esportazione. La Cina, il compratore che detiene il 99% delle vendite dichiarate di carbone della Nord Corea, ha dichiarato in Febbraio che avrebbe sospeso ogni tipo di commercio della materia prima. Eppure, nei porti di carbone cinesi attraccano ancora navi merce nordcoreane. La Nord Corea, inoltre, può utilizzare altri canali per guadagnare valuta estera: utilizzando prestanome stranieri, il regime vende droga, armi e merce contraffatta. Il governo di Kim Jong-un può contare anche su più di 1 miliardo di dollari all’anno dalla vendita forza di lavoratori all’estero.

Una struttura di imposizione debole limita gli sforzi per sopprimere il commercio illegale, e le sanzioni potrebbero essere maggiormente estese. Stati e individui che aiutano la Nord Corea nella conduzione di affari non sono stati soggetti di “sanzioni secondarie” che isolerebbero ulteriormente il governo. Tali sanzioni furono essenziali nel persuadere l’Iran ai tavoli di negoziato per il proprio piano nucleare nel 2015. E ciò nonostante, secondo Anthony Ruggiero, ex ufficiale del Tesoro statunitense, collaboratore degli Stati Uniti durante gli ultimi negoziati con la Nord Corea, entità nordcoreane in lista nera continuano ad avere accesso al sistemo bancario internazionale attraverso l’aiuto di reti ed attività fantoccio cinesi. Nuovi sforzi si stanno compiendo per chiudere le falle. Rex Tillerson, Segretario di Stato statunitense ha dichiarato questo mese al Congresso che l’Amministrazione si sta muovendo per porre sanzioni sugli Stati che non rispettano le misure imposte dalle Nazioni Unite.

Ma l’economia nordcoreana potrebbe resistere a questa accresciuta pressione. Sebbene sia ufficialmente illegale, è cresciuto il numero di aziende private che, a seguito delle riforme incoraggiate da Kim Jong-un, hanno reso possibile ad individui di generare profitto. Oltre ciò che deve essere prodotto per lo Stato, agricoltori ed imprenditori industriali hanno ora margine di libertà per cercare clienti in autonomia. Immagini satellitari mostrano una chiara crescita in numero e grandezza di aree mercatali in varie realtà. Piccole e medie aziende stanno proliferando, secondo Rudiger Frank dell’Università di Vienna, sottolineando come sei imprese taxi operano ora nell’area della capitale Pyongyang.

Miniso, una multinazionale cinese operante nella vendita di oggettistica domestica, è stata la prima catena ad aprire le proprie sedi in Nord Corea, in Aprile. Marginali riforme hanno inoltre permesso al regime risolvere parte del proprio deficit in dollari: il Donju, la nuova classe di imprenditori e commercianti della Nord Corea, compra protezione per sé stessa con delle “donazioni” di valuta forte a favore del governo.


[Traduzione dall’originale Perchè l’economia della Nord Corea è in crescita: “The Economist explains: Why the North Korean economy is growing”. Fonte qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

 

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Traduzione da Independent.co.uk a cura di Silvia Fortunato. Fonte qui

Starbucks sostiene che assumerà 10,000 rifugiati nei prossimi cinque anni, in risposta alla sospensione a tempo indeterminato dell’accoglienza dei rifugiati siriani e al blocco temporaneo delle immigrazioni di Donald Trump, applicato ad altre sei nazioni a maggioranza Musulmana.

Howard Schultz, presidente e amministratore delegato dell’azienda, ha detto in una lettera ai dipendenti che le assunzioni si rivolgeranno ai punti vendita di tutto il mondo e che la manovra comincerebbe a partire dagli Stati Uniti dove il focus principale saranno le assunzioni degli immigrati che “hanno servito l’esercito degli Stati Uniti come interpreti e personale ausiliario”.

Schultz, sostenitore di Hillary Clinton durante la corsa alle presidenziali, ha preso di mira altri punti “dell’agenda” di Trump focalizzati sull’immigrazione, sull’abrogazione della legge Health Care (riforma sanitaria, ndt) dell’ex presidente Barack Obama, e sulla ridefinizione dei rapporti commerciali con il Messico. La lettera diceva che Starbucks sosterrà i coltivatori di caffè in Messico, provvederà all’assicurazione sanitaria per i lavoratori idonei, nel caso in cui la riforma sanitaria sarà abrogata, e sosterrà un programma di immigrazione in linea con quello di Obama, che conceda ai giovani immigrati introdotti da bambini nel Paese una proroga di due anni per l’espatrio e un permesso di lavoro.

La mossa riflette la crescente complessità che incontrano gli affari quando si tratta di confrontarsi con l’amministrazione Trump. Trump ha incontrato gli amministratori delegati di Ford, General Motors e Boeing, chiedendogli di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, e nel mentre acclamava ogni annuncio di incremento di impiego nelle aziende come un successo, sebbene quegli incrementi fossero stati programmati ben prima della sua vittoria presidenziale.

Ma non tutti i leaders delle aziende si sono avvicinati a Trump. Schultz ha aggiunto che Starbucks cercherà di comunicare più frequentemente con i lavoratori, dicendo “Anche io sento la preoccupazione che tutti voi state provando: la civiltà e i diritti umani che noi tutti abbiamo dato per scontati così a lungo sono sotto attacco”.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

Digital Currency: la Svezia farà fallire la fatina dei denti

In copertina: la corona svedese. Fonte qui

Gli ultimi report parlano di una fatina dei denti visibilmente sconvolta ed agitata. Diversi enti governativi nel mondo stanno pensando a possibili soluzioni di digital currency, da affiancare alla normale valuta fisica e la Svezia sta studiando il sistema per sostituirla completamente. I suoi analisti prevedono il fallimento certo a seguito della sparizione dell’ultima banconota o centesimo di moneta nel mondo.

Tornando seri, per la Svezia il passaggio alla moneta elettronica potrebbe sembrare così semplice da dover essere automatico, ma molti, in Italia in primis, ma anche in Europa e USA, non vedono la fattibilità del cambio radicale. Facciamo un passetto indietro e cerchiamo, però, di comprendere cos’è esattamente una moneta elettronica, o digital currency.

Le digital currencies sono nate attorno al 1995-2000, quando alcune aziende – che oggi definiremmo start-up – della bolla DotCom, crearono delle valute alternative (la prima importante fu la e-Gold). Queste, però, per dei limiti prima tecnici e poi amministrativi furono bandite dal governo degli Stati Uniti.

Per quanto inseribili nella stessa categoria, è necessaria una ulteriore distinzione tra virtual currency e cryptocurrency:

  • La Banca Centrale Europa definisce le virtual currencies come: “Un tipo di moneta non regolamentata, digitale, la quale è messa e solitamente controllata dai suoi sviluppatori ed utilizzata ed accettata tra i membri di una specifica comunità virtuale”. Queste monete virtuali chiuse sono utilissime per le economie interne di alcuni servizi online, quali, ad esempio, la maggior parte delle app mobile (si veda l’oro in World of Warcraft o qualsiasi altro gioco moderno, per smartphone o multipiattaforma). Queste, assieme alle valute ad unica direzione (come i Facebook Credits o gli Amazon Coins), motorizzano parte delle transazioni della Rete, ma non sono mai uscite dal recinto del Web.
  • Le cyptocurrencies, invece, sono delle valute completamente digitali che, utilizzando sistemi di crittografia avanzata, rendono sicure le transazioni e la generazione della moneta stessa. La più famosa cryptovaluta è sicuramente il Bitcoin, che sfrutta la dispersione del peer2peer, e soprattutto la crittografia, per rendere sicure, anonime ma tracciabili, dato che il sistema proof of work tiene traccia delle transazioni completate, tutti gli scambi di valuta. Questo sistema, a differenza della valuta virtuale, può e vorrebbe assurgere a vero competitor della moneta tradizionale.

Bisognerebbe notare come anche le valute a corso legale possono essere utilizzate elettronicamente: qualunque possessore di un conto corrente bancario ha effettuato un bonifico online o tutti abbiamo utilizzato, almeno una volta, una carta di credito o debito per comprare l’oggetto più inutile del momento su Amazon. Il funzionamento sarebbe lo stesso, ma la base fondante completamente diversa: una digital currency rimarrebbe sempre e comunque elettronica, permettendone la tracciabilità in ogni caso. Una valuta classica, invece, una volta “trasformata” in contante, non sarebbe più rintracciabile se dovesse uscire dai canali elettronici della banca.

Questo non sottintende, però, che le valute classiche siano terribili mentre una digital currency debba essere considerata come una manna dal cielo, ma il sistema del contante è, a mio avviso, indubbiamente arcaico. Una società dove l’elettronica avanzata non è diventata semplicemente importante, ma fondamentale per le nostre vite, passare da un portafoglio in pelle ad uno digitale non è così sbagliata come idea, e lo hanno capito da molto tempo gli svedesi.

La Svezia, infatti, sta seriamente pensando di passare ad una moneta nazionale completamente digitale. Una digital currency svedese, e-Krona: sarebbe una svolta epocale per l’economia, ma difficilmente replicabile, a breve termine, nel resto del Mondo. Possiamo dire che gli svedesi non hanno mai amato il contante, dato che dal 1950 ad oggi il valore del contante rispetto al PIL è sceso dal 10% all’1,5% e la maggior parte delle attività non accettano neppure il contante, anche e soprattutto le banche. Una nazione con un debito statale basso rispetto alle medie internazionali (circa al 50% del PIL), una economia solida (in crescita negli ultimi anni oltre il 2%), matura ed innovativa, focalizzata sull’elettronica, industria tecnologica e terziario avanzato. Potreste pensare che la moderna economia svedese sia il motivo del possibile cambio ad una digital currency, ma la base è sociale, non economica.

Gli svedesi, infatti, si fidano ciecamente del loro governo e, soprattutto, pagano le tasse. In Svezia, sebbene la pressione fiscale sia particolarmente alta, la tracciabilità e il pagamento tributario non sono mai stati un problema. È questione proprio di mentalità: statunitensi, britannici ed europei semplicemente non hanno abbastanza fiducia nel sistema economico della loro zona e della loro nazione (sebbene i presupposti di stabilità economica per un cambio del genere non siano presenti in alcuni stati). La Svezia preferisce il pagamento elettronico proprio perchè non sente la necessità di un denaro “da toccare”. Non ha il timore che la banca X o Y possa fallire o vedere i suoi risparmi andare in fumo perchè lo Stato li ha sequestrati.

In definitiva, la digital currency, o meglio l’economia digitale, sarà il futuro dell’umanità, senza dubbi. I mezzi tecnologici ci sono e, in questo caso più che in altri, ci attendono per migliorare e semplificare la nostra vita. Sarà nostra cura cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del denaro. Il contante, per quanto rassicurare le nostre paranoie con la sua fisicità, ha un costo di mantenimento ed una difficoltà importante nella tracciabilità. Il digitale sta colonizzando le nostre esistenze, non è il caso di rimanere nel vecchio secolo.

 

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Il tradimento della Sinistra sta creando i nuovi nazionalismi

Partiamo da un presupposto: in democrazia si vota. Mettetevi l’anima in pace. La gente vota chi vuole e non importa che abbia i rubinetti d’oro o l’aereo privato. Il voto non è decisione obiettiva sul buongoverno, ma è un misto di credenza e sentimento“. Vince il candidato che meglio sa osservare la realtà, interpretarla, è capace di comunicare agli elettori che la si è compresa e che la si migliorerà. Non tutti gli elettori sono uguali. Ma per vincere devi parlare alla maggioranza. In questo la Sinistra ha miseramente fallito. In Europa, negli Stati Uniti, ovunque. Non solo si è resa colpevole di non aver mosso un dito per fermare la deindustrializzazione di enormi aree industriali dell’Italia, degli Usa, della Grecia, della Francia, ma continua ad interloquire solo con chi tale disastro l’ha prodotto: finanza e grande industria, intellettuali (?) e burocrati, esasperando le enormi masse di disoccupati o precari che ormai si sentono su un altro pianeta, rispetto a quello narrato.

Le sinistre parlano ad un elettorato élitario e privilegiato che maggioranza non sarà mai. Quando si dice che Donald Trump ha vinto grazie alla rabbia dei disoccupati della “Rust Belt” non è un esercizio di retorica: è la realtà. Quando dai salotti in TV i giornalisti di sinistra sbraitano contro i risparmiatori truffati da Banca Etruria perchè in piazza portano un cappio o uno striscione volgare, ecco, è lì che la sinistra sta morendo. O meglio, si sta suicidando, rendendosi odiosa. Questo conglomerato di snob, arrogante ed élitario, continuando a disprezzare il popolo definendolo ignorante, razzista, populista, retrogrado per ogni manifestazione di disagio, sta commettendo un errore fatale.

Gli americani li definirebbero “Snowflakes“, fiocchi di neve: persone troppo delicate per confrontarsi con chi la pensa in modo diverso, che si professano superiori e rimangono così isolate.  Questi snowflakes di Sinistra stanno consegnando pacchi di consenso nelle mani di partiti populisti e nazionalisti. Non in quanto i popoli occidentali, che erano e sono (un pò meno) i popoli più agiati al mondo, siano diventati di colpo violenti razzisti convinti della supremazia bianca, ma perchè tali popoli, ridicolizzati ed ignorati dalla Sinistra, vogliono ora vendetta: hanno bisogno di giustizieri. E allora votano chiunque sia contro il “sistema”. Più questo griderà forte, più sarà aggressivo, maggiori saranno le possibilità di attirare consenso.

Dopo le sonore sconfitte subite (Brexit, Trump, il dimenticato referendum greco tradito 1000 volte) avranno capito la lezione? Macchè! Pensate che dopo l’elezione di Donald Trump, il nostro Napolitano ha rincarato la dose mettendo in dubbio il suffragio universale, definendolo “non sempre portatore di avanzamento”, rivelandosi così persino un sostenitore dell’ancien Règime. Certo, probabilmente si riferiva al Nazismo: quello che lui e quel modo di fare politica sta lentamente risvegliando. L’humus da cui rischia di risorgere un nuovo populismo violento è lo stesso degli anni ’30, ma oggi ha un elemento in più di cui nutrirsi: le ceneri della globalizzazione.

È l’economia, infatti, il perno attorno al quale si muove questa inversione di tendenza politica: la disoccupazione creata dalle delocalizzazioni, gli stipendi al ribasso a causa della crisi e dell’immigrazione incontrollata, e le macerie lasciate dalle follie finanziarie sono le basi su cui si fonda questo “nazionalismo economico“, vera essenza dei nuovi populismi. Non è vero che si tratta di movimenti anti establishment, ma è quello che vogliono far credere. Siamo in politica, d’altronde.

Guardiamo al fenomeno Trump: un milionario con decenni di successi tra luci ed ombre che ha come guru un ex banchiere di Goldman Sachs, ex imprenditore cinematografico, Stephen Bannon. Quindi?

Quindi, far passare Trump come uomo fuori dal sistema non è altro che politica, così come è politica quella di far passare il muro col Messico per una novità, quando è li da 20 anni. Eppure nonostante non sia un Robin Hood o un proletario, Trump vince e proprio Stephen Bannon, ne analizza le ragioni:

I globalisti hanno distrutto l’America dei lavoratori, e hanno creato una classe media in Asia. Se Trump mantiene le promesse, avremo il 60% dei voti dei bianchi, e il 40% dei voti ispanici e neri, e governeremo per 50 anni. E’ qui che i Democratici hanno fallito, loro parlavano a gente con aziende da 9 miliardi di dollari e 9 dipendenti. Non è la realtà. Hanno totalmente perso di vista il mondo”.

Preparatevi, sarà questo il manifesto della nuova politica, e non avete ancora visto niente.

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

In copertina: protesta dei Remain durante una manifestazione Brexit. ADRIAN DENNIS/AFP/Getty Images. Originale qui

Traduzione da The Independent: “Britain, these are the five realistic choices for Brexit – take your pick” di Ben Chu

Il referendum del Regno Unito sulla Brexit è stato, come sappiamo, incentrato, mediaticamente parlando, tutto sul “riprendere il controllo”. Ed ora sembrerebbe che i Ministri del Governo britannico e i giornali di destra vogliano riprendere il controllo della lingua inglese da quei furbacchioni dei “Piagnucoloni” (traduzione di “Remoaners”, neologismo nato dall’aggiunta del termine “Moan”, lamentarsi, a Remainers, coloro che volevano rimanere nell’Unione Europea. Il termine ha accenzione dispregiativa, N.D.R.)

“Non è mai esistita la possibilità di scelta tra una dolce o dura Brexit” ha recentemente dichiarato Theresa May, Primo Ministro Britannico. Fa eco alla May il cancelliere Philip Hammond: “Non vogliamo riconoscere la polemica sulla distinzione tra una Brexit dura ed una dolce. Noi vogliamo la giusta Brexit”. E Micheal Gove, Lord Cancelliere e Segretario di Stato della Giustizia inglese, ha protestato riguardo la pessima associazione che il termine “dura Brexit” ha creato nella pubblica opinione, collegandolo a cose come “imparare la dura lezione, affrontare un brutto atterraggio o impegnarsi duramente”.

Brexit 1 – Fuori dalle istituzioni, ma nel mercato unico

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europa. Non avremmo alcun membro nel Parlamento Europeo, nessun seggio nel Consiglio Europeo dei leader e nessun ruolo di sostanziale importanza nel regolamento del mercato unico. Potremmo avere tale posizione e rimanere in ogni caso nel mercato unico europeo ed anche nell’Unione Doganale Europea (EUCU). Questo significherebbe contribuire annualmente al budget dell’Unione Europea.

Il Regno Unito dovrebbe anche accettare il libero movimento di persone, anche se potrebbe riuscire a negoziare alcune eccezioni per “gravi difficoltà economiche, sociali ed ambientali”, similmente agli accordi che Norvegia e Liechtenstein hanno stretto con l’Unione Europea. L’opzione Brexit 1 sarebbe quella con il minor numero di disagi per le imprese britanniche che commerciano con l’Europa.

Brexit 2 – Temporaneamente nel mercato unico

Come per Brexit 1, il Regno Unito lascia l’Unione Europea e rimane nel mercato unico e nell’unione doganale, ma solo per un periodo limitato di tempo, mentre un accordo commerciale a lungo termine viene concordato con l’Europa. Il Regno Unito avrebbe anche la possibilità di stringere accordi commerciali con il resto del mondo.

I disagi per gli imprenditori britannici sarebbero minimi, come per Brexit 1, oltre che fornire il grande vantaggio di far guadagnare tempo al Regno Unito. Molti esperti di commercio, infatti, ritengono insufficienti i due anni, prima che la procedura dell’Articolo 50 si attivi forzatamente, a disposizione del governo britannico per negoziare un nuovo accordo con i maggiori protagonisti dell’economia europea ed ogni singola istituzione europea. Raoul Ruparel, il nuovo consigliere del Segretario alla Brexit, David Davis, ha consigliato un accordo di transizione come questo durante l’ultimo incontro del Think Tank Open Europe.

Brexit 3 – Fuori con accordo speciale

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europea ed anche dall’Unione doganale ma firmerebbe un accordo unico di libero commercio con il resto dell’Unione. Questa opzione sarebbe gradita dagli esportatori britannici che fanno affari in Europa, ma aggiungerebbe costosi dazi doganali.

Bisognerebbe, inoltre, creare un confine doganale tra il Nord dell’Irlanda e la Repubblica, con potenziali conseguenze politiche di seria portata. E se l’accordo non dovesse includere i fornitori di servizi, cosa che solitamente gli accordi di libero commercio non fanno, gli esportati di servizi britannici in Europa, in particolare servizi finanziari, sarebbero particolarmente svantaggiati.

È possibile che un accordo speciale sui servizi possa essere finalizzato con il resto dell’Unione Europea, ma questo significherebbe doversi attendere alle regole dell’Unione senza poter in alcun modo partecipare alla loro stesura.

Brexit 4 – Commercio secondo WTO

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio ed utilizzare le regole della WTO, Organizzazione per il Commerciale Mondiale, per il commercio con l’Europa. Questo significa che l’Unione Europea potrebbe imporre, secondo il regolamento del WTO, la sua tariffa comune extracomunitaria sugli esportatori britannici. L’impatto iniziale sull’economia britannica, secondo una ricerca del “The Independent” , sarebbe di circa 4.5 miliardi di sterline, con una ricaduta più pesante sull’economia reale.

Anche il Regno Unito potrebbe imporre dazi sulle merci importate dall’Europa, sempre che queste non siano più alte di quelle già stabilite per le importazioni da altri stati. Questo porterebbe si più gettito fiscale, ma i dazi sulle importazioni aumenterebbero i costi di importazione e l’inflazione interna. Per di più, se il Regno Unito non riuscisse a finalizzare accordi specifici con gli altri 52 stati con i quali al momento liberamente ha scambi commerciali, in quanto membro dell’Unione Europea, sarebbe impossibile evitare l’istituzione di dazi doganali di importazione ed esportazione, con conseguenti danni all’economia britannica.

Brexit 5 – Soli contro tutti

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio, e togliere ogni tipo di dazi per le importazioni. Questo permetterebbe letteralmente una inondazione di cibo, merci e prodotti a basso costo nel Regno Unito. I prezzi nei negozi sarebbero si in discesa, ma con una ricaduta catastrofica sui settori primario e secondario britannico.

Sarebbe una scelta politicamente incauta da parte del governo togliere ogni tipo di dazio alle importazioni, ma lasciando le esportazioni alla mercè delle tasse altrui. Inoltre, secondo questo scenario, il Regno Unito non cercherebbe neppure di stringere accordi di libero commercio, e neppure quelli specifici per i servizi. Questo significa che le imprese fornitrici di servizi, che sono la parte dominante dell’economica britannica, riceverebbero zero aiuti per entrare nei mercati stranieri e contrastare le loro barriere senza dazi.

Quindi, che cosa dovremmo pensare di questi scenari Brexit? Brexit 1 sembrerebbe la preferibile, sebbene sia un compresso troppo inferiore allo status di membro dell’Unione Europea. Brexit 2 è preferibile sicuramente a Brexit 3 e la quarta opzione, invece, sarebbe un disastro economico. Brexit 5, invece, è una utopia ultraliberale che sarebbe politcamente impossibile.

Gli esperti di Oxford Economics stimano che Brexit 1 e 2 fino al 2030 farebbero scivolare l’economia britannica in una recessione tra lo 0.1 e il 1.8%. Brexit 3, invece, sarebbe più pesante, con una diminuzione tra l’0.8 e il 3,1% e Brexit 4 tra l’1.5 e il 3.9%.

Gli economisti vicini al gruppo Brexit affermano che il Regno Unito riviverebbe un boom economico fino al 2020 se si seguisse il piano Brexit 5. Gli economisti della London School of Economics, però, affermano che è una pseudoscienza guidata dall’ideologia, e che, anzi, un piano del genere ridurrebbe il PIL britannico di percentuali tra il 6.3 e il 9.5% entro il 2030. Circa tra le 4.200 e 6.300 sterline per ogni famiglia.

Chiamate i vari piani come volete, ma la realtà è che alcuni di essi infliggerebbero danni molti più importanti per ogni famiglia ed impresa nel Regno Unito di altri.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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