Piedi di Loto: il sottile confine fra bellezza e sofferenza

Piedi di Loto: il sottile confine fra bellezza e sofferenza

“Mia nonna era un’autentica bellezza. Aveva il viso ovale, con le guance rosee e la pelle luminosa. I capelli lunghi, di un nero lucente, erano raccolti in una folta treccia che le arrivava fino alla vita. Quando l’occasione lo richiedeva, e cioè quasi sempre, sapeva mantenere un atteggiamento riservato, ma sotto la compostezza esteriore fremeva di energia repressa. Era piccola di statura, circa un metro e sessanta, con una figura snella e le spalle cadenti, che erano considerate l’ideale. Il suo pregio maggiore, però, erano i piedi fasciati, che in cinese venivano chiamati ‘gigli dorati di otto centimetri’ (san-tsun-gin-lian). Ciò significava che si muoveva ‘come un tenero virgulto di salice alla brezza primaverile’, per usare l’espressione tradizionale degli intenditori di bellezza muliebre cinesi. Si riteneva che la vista di una donna che vacillava sui piedi fasciati avesse un effetto erotico sugli uomini, in parte perché la sua vulnerabilità avrebbe dovuto ispirare a chi la osservava il desiderio di proteggerla.”

Loto d’oro o Gigli d’oro è il poetico nome che veniva dato ai piedi fasciati in Cina a partire dall’origine di quello che è un fenomeno oggi ormai praticamente estinto. Il nome deriva dall’andatura precaria e oscillante cui le donne erano costrette a causa della fasciatura, un ondeggiare che ricordava quello dei fiori di loto scossi dal vento, associati ad un particolare ideale di bellezza che si diffuse a partire dal 900 d.C circa.

Reportage di Jo Farrell

Vi sono diverse teorie riguardo l’origine di questa pratica, dalle più fantasiose alle più verosimili. Una leggenda popolare cinese racconta di una volpe che aveva provato ad assumere le sembianze dell’imperatrice Shang fasciandosi le zampe in modo da celare la propria natura animale. Secondo un’altra leggenda l’imperatrice aveva un piede equino ed impose la compressione dei piedi in modo da poter esibire la propria deformità come sinonimo di grazia ed eleganza.

La versione più quotata è però quella rilevata da Zhang Bangji, un chiosatore vissuto agli inizi del XII secolo, secondo la quale la pratica ebbe inizio sotto il regno di Li Yu (961-75), imperatore e poeta della dinastia meridionale dei Tang. Li Yu aveva a palazzo una concubina chiamata Fanciulla Soave, una danzatrice di estrema bellezza, che si fasciò i piedi per eseguire la Danza della luna sul fiore del Loto. I suoi piedi infatti dovevano assumere la forma della mezzaluna in modo che potesse volteggiare con leggerezza intorno al fiore di loto dorato che si fece costruire.

Quel che pare più certo è che furono le danzatrici di corte a dar vita questo fenomeno, il che sembra suggerire che il tipo di fasciatura originaria dovesse essere molto più leggero in modo da rendere agevoli i loro movimenti.

Fu quindi prima di tutto un fenomeno cortigiano e nei secoli successivi si diffuse fino a raggiungere borghesia e proletariato e a diventare un elemento fondamentale nel delineare lo status sociale.

Le donne con il loto d’oro infatti venivano associate ad uno stato di benessere economico del marito e della famiglia di provenienza in virtù del fatto che erano impossibilitate a lavorare e dunque dispensate dal contribuire al reddito famigliare.

Fra le frange popolari e contadine spesso si fasciavano i piedi alle ragazze in età più avanzata in modo da poterle sfruttare come forza lavoro il più a lungo possibile. In genere l’età in cui veniva avviato il processo era tra i 4 e i 5 anni in modo da permettere al piede di conformarsi durante la crescita.

“A quei tempi quando una donna si sposava, la prima cosa che la famiglia dello sposo faceva era esaminarle i piedi. Si riteneva che i piedi grandi, cioè normali, fossero un disonore per la famiglia dello sposo. La suocera sollevava l’orlo della lunga gonna della sposa e, se i piedi erano lunghi più di una decina di centimetri, lo riabbassava di scatto con un gesto di ostentato disprezzo e si allontanava con sussiego, lasciando la sposa esposta agli sguardi critici degli invitati alle nozze, che le fissavano i piedi e manifestavano il loro disdegno borbottando insulti. A volte una madre aveva pietà della figlia e le toglieva la fascia; ma quando la bambina cresceva e doveva subire il disprezzo della famiglia del marito e la disapprovazione della società, arrivava a rimproverare la madre per la sua eccessiva debolezza.”

Con il passare degli anni la pratica assunse svariati significati man mano che si inseriva all’interno di un paradigma socio-culturale nel quale si trovò a contribuire alla costruzione di un’immagine di donna ideale

sempre più canonizzata.

 

Camminare a passi piccoli e misurati faceva parte in realtà di un modello estetico comportamentale precedente in cui si valorizzavano della figura femminile

“Il Ventaglio Segreto” – Wayne Wang (2011)

grazia ed equilibrio.

In un manuale del XIX secolo si legge: “Quando cammini, non girare la testa; quando parli, non aprire la bocca; quando siedi, non muovere le ginocchia; quando sei in piedi, non agitare le vesti; quando sei felice, non ridere forte; quando sei arrabbiata, non alzare la voce”.

La mobilità limitata della donna divenne garanzia di castità e fedeltà coniugale. La fasciatura infatti impediva alle spose di fuggire e le rendeva dunque proprietà acquiescente del marito. Le donne erano quindi escluse anche dagli spazi sociali, che diventavano prerogativa degli uomini, riducendosi a simulacro di un’essenza che nutriva il piacere e l’immaginario maschile dell’epoca. Il giglio d’oro comunicava docilità, sopportazione e coraggio ma portava con sé anche forti connotati di erotismo. La fasciatura infatti stimolava l’immaginazione maschile in un gioco di vedo/ non vedo in cui l’idea di ciò che potesse celare era più importante di ciò che in realtà nascondeva. Si diffuse inoltre l’idea che le difficoltà nel movimento provocassero un irrigidimento dei muscoli adduttori favorendo il restringimento della vagina e rendendo il piacere sessuale maschile più intenso.

Le calzature venivano spesso realizzate dalle donne stesse per esaltare la forma acquisita ma anche per mettere in mostra le loro doti artigianali.

La pratica ovviamente creava non poche sofferenze. La fasciatura, anche se allentata, andava portata anche la notte per impedire alle fratture di ricomporsi. La carne spesso andava in suppurazione anche a causa della crescita delle unghie. Setticemia, cancrena e perdita delle dita erano rischi cui si incorreva costantemente. Il dolore dominava soprattutto la prima fase perché il piede continuava a crescere anche se deformato. La sopportazione era dunque una dote che veniva allenata fin dalla tenera età.

“Per anni mia nonna visse in preda a un dolore incessante e tormentoso. Quando pregava la madre di toglierle le fasciature, la mia bisnonna si metteva a piangere e le diceva che i piedi non fasciati le avrebbero rovinato la vita, e che lei lo faceva per la sua felicità futura.”

Come molti altri riti invasivi e brutali perpetrati per secoli nei confronti delle donne, anche in questo caso sono state le donne stesse le più agguerrite conservatrici di una pratica che man mano che si avvicinava il XX secolo veniva sempre più messa da parte. Ogni tentativo di riforma fu infatti inizialmente osteggiato dalle donne più anziane che minacciavano di disconoscere le nipoti se vi avessero rinunciato.

Reportage di Jo Farrell

Nel 1898 il celebre riformatore politico cinese Kang Youwei scrisse un memoriale all’imperatore chiedendo l’abolizione della pratica. Nel 1902 furono emanati i primi editti dalla dinastia imperiale e nel 1911, dopo la fondazione della Repubblica di Cina, la fasciatura dei piedi diventò illegale. Ma fu soltanto negli anni Cinquanta, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, che la pratica si estinse del tutto: le donne dovevano lavorare e non potevano permettersi di avere i piedi fasciati.

Quella dei piedi di loto è in realtà una questione oggi soggetta a revisione da parte di chi vorrebbe sottolineare come  l’Occidente stesso nel raccontare questa pratica e denunciarla abbia di fatto invisibilizzato fenomeni restrittivi propri come il corsetto che di fatto provocava gravi danni alla fisicità della donna e ne limitava la libertà di movimento, rendendosi anch’esso simbolo più o meno palese di oppressione e controllo. Inoltre lo stigmatizzare tale pratica non tiene spesso in conto quelle più o meno socialmente accettate che vedrebbero la donna oggi ancora vittima di soluzioni estetiche pagate a duro prezzo.

I vari passaggi sono tratti da Cigni Selvatici, Tre figlie della Cina di Jung Chang, Longanesi&C Editore

 

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Tra mito e realtà: le “Bad Women” dell’Antichità

Nel mondo contemporaneo assistiamo al progressivo tentativo di rendere la condizione della donna quanto più uguale possibile a quella dell’uomo e, sebbene lo scorso 8 marzo ci abbia ricordato che ancora molto resta da fare, soprattutto in alcuni paesi del mondo, possiamo dire che rispetto a poche decine di anni fa le donne hanno acquisito maggiori diritti e indipendenza, sia a livello lavorativo, sia politico, sia sociale.

Nel mondo classico greco e romano la vita delle donne era molto più complicata rispetto a come è oggi nei paesi occidentali e paragonabile, forse, a quella che caratterizza le donne di alcuni paesi africani o islamici a spiccato orientamento integralista. Tuttavia, potevano esistere alcune eccezioni, per cui le donne ricoprivano posizioni di potere (si pensi a Cleopatra, regina d’Egitto), gestivano il patrimonio familiare al posto degli uomini o, silenziosamente, da dietro le quinte, determinavano le decisioni dei propri mariti, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata.

Di questa forza e potere nascosti si resero conto anche i poeti e gli scrittori antichi, che sospettavano che le donne potessero essere qualcosa di più di semplici spose o madri e trasferirono nelle loro opere questa consapevolezza, inconscia o no, insieme alla paura che esse sovvertissero in qualche modo l’ordine ‘maschile’ prestabilito. Tra le figure di “Bad Women” tramandate dal mito classico ne spiccano soprattutto due.

Fedra e Medea: donne empie, ‘madri’ assassine

Fedra, figlia di Pesifae e Minosse, sposa Teseo, re di Atene. Durante l’assenza del marito, si innamora perdutamente del figliastro, Ippolito. Nel momento in cui, però, Ippolito la rifiuta, Fedra lo accusa di fronte al popolo di Atene e, poi, davanti allo stesso Teseo, rientrato dal suo viaggio, di aver tentato di violentarla. Per questo motivo, Teseo scaglia sul figlio la maledizione di suo padre Nettuno, re dei mari, che porta Ippolito a una morte atroce. Alla fine, dopo aver confessato a Teseo la verità, Fedra si toglie la vita.

La vicenda di Fedra ci è tramandata dall’Ippolito di Euripide, dalle Eroidi Ovidio e dalla Fedra di Seneca.

Medea, figlia di Eeta e principessa di Colchide, fugge dal regno del padre con Giasone e i compagni (gli Argonauti). Una volta a Corinto, però, Giasone abbandona Medea, ormai madre dei suoi figli, per sposare Creusa, figlia di Creonte, re di Corinto. A questo punto, Medea, invasa da una terribile ira, cova la sua vendetta: manda, quindi, una veste avvelenata a Creusa, causandone la morte, e uccide di sua stessa mano i figli avuti con Giasone.

La vicenda di Medea è nota principalmente attraverso le Argonautiche di Apollonio Rodio, le Eroidi e Metamorfosi di Ovidio e la Medea di Seneca.

Donne assassine (e assassinate) di ieri e di oggi

Episodi di questo genere, come infanticidi o omicidi del partner, sono purtroppo abbastanza frequenti anche nella cronaca di oggi, da parte di entrambi i sessi. Tuttavia, non mancavano nemmeno nella realtà del tempo. Gli storici affermano infatti che Agrippina, moglie dell’imperatore Claudio (I sec. d.C.), abbia ucciso il marito per favorire il figlio Nerone. Poi stesso Nerone, una volta diventato imperatore, ordinò che la madre fosse uccisa (59 d.C.) non appena si rese conte che essa avrebbe potuto ostacolarlo nella sua ascesa al potere – della serie: “buon sangue, non mente!”

Questi omicidi tra parenti potrebbero ricordare fatti della cronaca odierna, come il delitto di Ferrara dello scorso 11 gennaio, e vanno letti come il risultato di sentimenti estremi di rabbia e frustrazione e, molto spesso, come conseguenza di disagi psichici radicati in profondità. A volte, questi disagi, per vergogna o per paura del giudizio altrui, sono tenuti nascosti proprio dalle persone più vicine a chi ne è soggetto, le quali intuiscono o sono a conoscenza di qualcosa che sfugge agli altri, per poi essere esse stesse a cadere vittime delle violenze.

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Traduzione da: Queste sono le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele – Huffington Post  These Are The Women Of Gustav Klimt And Egon Schiele’s Paintings

In copertina: Eugenia Primavesi (1913–14), Gustav Klimt

I nomi Gustav Klimt, Egon Schiele ed Oskar Kokoschka sono abbastanza noti. Anche il più casuale fan dell’arte conosce Klimt e “Il Bacio”, e sarebbe anche capace di evocare un’immagine dell’iconico pittore dell’oro di fronte ad un cavalletto, avvolto in uno dei suoi accappatoi firmati, (senza sottovesti spesso.)

Schiele e Kokoschka sono, forse, sequenzialmente più sconosciuti. Se si sfoglia la prima enciclopedia a portata di mano, tuttavia troveremo  i tre pittori austriaci preservati nei ranghi della storia. Ma avete sentito parlare del nome di Eugenia(Mäda) Primavesi? E di Gerti ed Edith Schiele? Martha Hirsch vi dice qualcosa? La risposta: probabilmente no.

Egon Schiele: Portrait of Edith | Ritratto di Edith, la moglie del pittore (1915)

Questi sono i nomi delle donne congelate per l’eternità nelle tele degli artisti  menzionati in precedenza. Mogli, figlie, amanti, amiche; Appaiono sia elaboratamente vestite di ricchi abiti sia innegabilmente nude nei rispettivi stili dei tre uomini.  Tratti di sessualità esplosiva dei tempi e dei luoghi nei quali le donne sono state dipinte (Vienna agli inizi del 20°secolo) le notiamo con lo sguardo assorto, piuttosto che no, sfidando lo stereotipo di musa tranquilla.

“Gli intellettuali della Vienna di fine secolo erano addirittura ossessionati dalla sessualità femminile” sottolinea Jane Kalir, possessore della galleria d’arte, in un saggio sull’Österreichische Galerie Belvedere. – E lo erano anche artisti come Klimt, Schiele and Kokoschka. Dipinsero le loro amanti e modelle in pose espressionistiche, concentrandosi sui volti in modi in cui pochi avevano fatto prima di loro. In un periodo in cui le donne venivano finalmente, timidamente, viste come esseri sensuali, e cittadine indipendenti, queste immagini hanno sottolineato un periodo di grande cambiamento.

donne

Oskar Kokoschka: Martha Hirsch (1909)

Le rappresentazioni erotiche delle donne in particolare, che raffiguravano apertamente il sesso e la masturbazione, erano offensive secondo i conservatori, ipnotiche per il resto della gente.

Oltre ad introdurre il pubblico ad opere ricche di colori, ritratti con gote arrossate che un tempo suscitavano scalpore, hanno anche puntato i riflettori su donne senza nome o conosciute, delle quali non si sente spesso parlare nelle lezioni di storia dell’arte. Mentre Klimt viveva con sua madre e due sorelle, e Schiele stava passando del tempo in prigione per il suo lavoro “sporco”, le donne ancora più senza nome a Vienna stavano combattendo per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione in un secolo di emarginazione.

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Gustav Klimt: Ritratto di Fritza Riedler (1906)

L’esposizione al Belvedere si focalizza principalmente sulle preoccupazioni dei tre pittori circa il corpo femminile, e del modo in cui hanno cambiato l’immagine della donna nei media popolari.  I dipinti in mostra, tuttavia, sono ancora immagini create da uomini che guardano donne guardare gli uomini, come sottolinea il Kalir.

Alcune pubblicazioni di esperti, quali Alfred Weidinger, riportano l’attenzione verso gli sforzi di alcuni gruppi come l’Associazione Generale delle Donne Austriache (Allgemeine Österreichische Frauenverein) o la Federazione delle Associazioni Femministe Austriache (Bund Österreichischer Frauenvereine), che hanno combattuto per la parità sociale ed economica delle donne. Altri esperti, invece, attribuiscono a questi dipinti un contesto politico e culturale, sottolineando come il classico pensiero patriarcale fosse in declino.

Weidinger, parlando dell’epoca di Klimt, Schiele e Kokoschka, descrive come: “Un numero sempre maggiori di donne della borghesia iniziavano ad organizzarsi nei movimenti femministi, ma furono le lavoratrici le prime a guidare le proteste. Non erano solo interessate nel rinnovamento del sistema educativo, il quale era a prevalenza maschile, del loro status di mogli, che all’epoca era semplicemente rappresentativo, e delle norme sociali prive di senso, ma esigevano apertamente i loro diritti e la rivalutazione e reinterpretazione dei ruoli di genere”.

Mentre le donne dorate di Klimt e le eccitanti linee di Schiele sono simboli di un’arte promettente, estasiato da nuove idee e linee di pensiero radicamente moderne, sono le storie delle leader donne che dovrebbero risaltare in questo periodo. Queste storie, spesso non raccontate, hanno la stessa, se non maggiore, importanza.

 

 I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati
Francesca Woodman: fotografia e tormenti

Francesca Woodman: fotografia e tormenti

Ho conosciuto Francesca, la sua anima e il suo corpo una sera di novembre, con una buona compagnia, sotto una luce calda, davanti un piccolo schermo e una sottile musica in sottofondo, in un ambiente quasi da salotto.

Si parlava e si imparava tanto di fotografi come Mccurry, Salgado il salva foreste, Bresson l’occhio del secolo, e altri grandi uomini.

E poi sono comparse sullo schermo le fotografie di questo spirito delicato, di questa piccola donna del XX secolo, Francesca Woodman.francesca woodman

Molto vicina a noi se parliamo di anni intesi come periodo storico, di secoli, di epoche, ma anche come età, i numeri a cui la sua età si è fermata sono molto vicini a quelli che compongono la mia. Lei INVECE ha deciso che sopportare il peso del mondo per 22 anni poteva bastare.

Figlia d’America e dell’arte, amante dell’Italia, dove ha trascorso alcuni anni della sua vita, nasce nel 1958 a Denver e soggiorna a lungo a Roma. Lì studia e dà sfogo al suo talento, oltre che in Toscana, nella casa dei genitori.

Insomma, così vicina a noi e così quasi sconosciuta.

Ha vissuto così poco, ma ci ha lasciato tanto, tanto da osservare.

Ha iniziato a fotografare intorno ai 13 anni, smettendo poco prima della sua morte. Una breve vita per la bellezza e le sfumature della fotografia.

In soli 8 anni ci ha lasciato qualcosa come 10.000 pellicole, di cui 600 ancora inedite. Ha pubblicato una raccolta fotografica “Some disordered interior Geometries” e dopo pochi giorni dalla pubblicazione decise di gettarsi da un palazzo in costruzione a New York. Un atto di ribellione? O di affermazione?francesca woodman

Numerose le raccolte pubblicate dopo la sua morte, non solo fotografiche ma contornate di pensieri, annotazioni, simbolo di un tormento generazionale. In un documentario, “The Woodmans”,  pubblicato nel 2010, la famiglia racconta la breve e fragile vita di Francesca.

I soggetti delle sue fotografie? Raramente il suo compagno o una sua cara collaboratrice. Il soggetto era invece spesso ella stessa, perché “E’ una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile” – diceva ai suoi amici (Un po’ come Frida Khalo che dipinge se stessa, ovvero l’unica persona che conosce meglio). Ritrae il suo corpo nudo, fugace, etereo, in posizioni sinistre e confuse, fuso con l’ambiente, quasi nascosto. Corre, si agita, si mimetizza, si dissolve.  Crea atmosfere ovattate e cupe, cerca luoghi decadenti, degradati.francesca woodman

La sua ossessione è stata quella di essere se stessa. Decide di spogliarsi non solo dei suoi abiti lasciando nell’angolo, dietro la macchina fotografica, anche la corazza con cui lottava contro il mondo, contro la sua depressione.

Ci mostra così la sua debolezza. Il suo sguardo tormentato e impaurito. Il desiderio di sparire dietro un muro, finalmente tranquilla. Il bisogno disperato di aggrapparsi a qualcosa.

Ma l’espressività e il dolore dirompenti, che spingono i bordi delle sue pellicole per travolgerci, non sono dati solo dal modo in cui si ritrae e dalle atmosfere che crea. Giocano un ruolo importante anche le pellicole in bianco e nero. Le doppie esposizioni rendono la sua figura quasi un fantasma, una presenza-assenza.

Niente è affidato al caso. La Woodman mira a creare qualcosa unitario e di coerente. Questa abilità, unita al peso che l’ha a lungo oppressa,  offre al mondo la visione di una grande fotografa giunta sino ai giorni nostri.

Violenza sulle donne: “Io ti voglio lasciare e lasciami viva”.

Violenza sulle donne: “Io ti voglio lasciare e lasciami viva”.

Mi chiamo Giulia. Ho 16 anni.

Chiudo la porta a chiave e guardo l’armadio. Cerco di scegliere qualcosa di veramente carino. Stamattina ci sarà pure lui. No, questo m’ingrassa. Gesù, ti prego, ti prometto che sarò bravissima a scuola e butterò la spazzatura tutte le sere senza lamentarmi, ma ti prego, puoi fare in modo che per una volta guardi me? Che si accorga che esisto? Metto la gonna. Questa, che mi fa carina. Se oggi non mi guarda, mi arrendo. (altro…)

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