Hallelujah, stanno tornando i Gorillaz!

Hallelujah, stanno tornando i Gorillaz!

Quando parliamo di qualsiasi forma artistica, ci sono gli artisti. E poi ci sono i pionieri. Inutile dire a quale categoria appartenga Damon Albarn. Everyday robots, il suo disco solista [pubblicato nel 2014, ndr] contiene alcune delle più belle canzoni scritte negli ultimi anni ed è inutile dire cosa siano stati i Blur per chiunque  sia stato inondato dalla “Febbre a 90” del Britpop. Scadere nel confronto con gli Oasis è semplice, entrambe le band si sono alimentate della “rivalità” dal punto di vista delle vendite, ma a noi non serve. Non serve nemmeno a un uomo che un giorno suona per la chiusura delle Olimpiadi ad Hyde Park un mega-concerto coi Blur e il giorno dopo suona con l’ensemble dell’Orchestra dei Musicisti Siriani. Tutto ciò per dire cosa? Traiamo due conclusioni. Il nostro ha una forte coscienza sociale, essendosi schierato contro la guerra in Iraq. Non solo,durante il Live 8 ha denunciato l’inesistenza di performer di colore, solo dopo ciò al cartellone si sono aggiunti Youssou N’Dour e Snoop Dogg.

E musicalmente parlando, davvero bisogna provare a definire un artista così poliedrico?
Damon è anche il cervello musicale dei Gorillaz, a cui il fumettista Jamie Hewlett contribuisce attraverso i disegni e le animazioni dei 4 membri fittizi di questa cartoon band. I Gorillaz si configurano come una cartoon band anche dal vivo, dove vengono accompagnati da un collettivo di musicisti a volte “diretti” da Albarn stesso, che spesso agisce senza mostrarsi, dietro degli specchi.

Senza essere megalomani, non appare ardito affermare che da circa 20 anni Mr. Albarn sta influenzando la musica internazionale in un percorso continuamente fatto di scelte rischiose e in continuo mutamento, che risente fortemente della geografia e delle influenze dei diversi continenti: The Magic Whip, l’ultimo album dei Blur, è caratterizzato dalla claustrofobia e dall’atmosfera della Corea del Nord vista dai suoi occhi, critici verso la società dittatoriale e le conseguenze di quest’ultima. (ascoltate il singolo There are too many of us, per capire di cosa sto parlando.)

La definizione più azzeccata se si parla di Gorillaz è quella di collettivo. Sebbene sia la mente di Albarn a concepire le melodie, il progetto musicale ha una marcia in più per la rete di artisti che negli anni ne ha preso parte, gente come Lou Reed, Bobby Womack e De La Soul. Un esempio?

Dopo Plastic Beach e The Fall (pubblicato nel 2011), le voci su un ritorno del gruppo si sono fatte insistenti alla fine del 2016 nonostante lo stesso Albarn avesse parlato di divergenze creative tra lui ed Hewlett. Qualche giorno fa, senza nessun avviso, attraverso l’account Twitter di Uproxx, un’organizzazione media americana, i Gorillaz sono usciti allo scoperto in tono quasi profetico. Il link della nuova canzone,Hallelujah Money”, recava una didascalia piuttosto schierata: “Questo è un lampo di verità in una notte nera. Ora levatevi dalle scatole! La nuova roba non si scrive da sola”. La didascalia quindi non lascia dubbi, i Gorillaz sono in studio a comporre per il nuovo album, ma intanto hanno voluto palesarsi non a caso con una canzone fortemente politica, che vede la partecipazione del raffinato Benjamin Clementine.

Il solco è stato tracciato nello stesso giorno anche dagli Arcade Fire, il cui nuovo singolo “I give you power” è una riflessione sul totalitarismo e sugli effetti che esso ha sull’uso del potere. Entrambe le riflessioni non arrivano a caso il giorno stesso dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Albarn invece utilizza il potere delle immagini citando il progetto del neo-presidente.

Here is our tree 
That primitively grows 
And when you go to bed 
Scarecrows from the far east 
Come to eat 
Its tender fruits 
And I thought the best way to perfect our tree 
Is by building walls 

“Ed ho pensato che il miglior modo per perfezionare il nostro albero è quello di costruire muri.”

Il bridge della canzone arriva a metà tra la speranza e la responsabilità:

When the morning comes 
We are still human 
How will we know? 
How will we dream? 
How will we love? 
How will we know?

E allora Hallelujah Money!

Alleluia al potere del denaro, alleluia. L’ironia del titolo che ricorre nella canzone è devastante, una rappresentazione dell’iconografia del Trump uomo e presidente, nient’altro che una maschera imprenditoriale.

L’unica nota positiva di tutto ciò è quel “la roba nuova non si scrive da sola”, i Gorillaz stanno tornando.

Alleluia, alleluia.

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Starbucks assume 10,000 rifugiati in risposta al Bando dei Musulmani di Trump

Traduzione da Independent.co.uk a cura di Silvia Fortunato. Fonte qui

Starbucks sostiene che assumerà 10,000 rifugiati nei prossimi cinque anni, in risposta alla sospensione a tempo indeterminato dell’accoglienza dei rifugiati siriani e al blocco temporaneo delle immigrazioni di Donald Trump, applicato ad altre sei nazioni a maggioranza Musulmana.

Howard Schultz, presidente e amministratore delegato dell’azienda, ha detto in una lettera ai dipendenti che le assunzioni si rivolgeranno ai punti vendita di tutto il mondo e che la manovra comincerebbe a partire dagli Stati Uniti dove il focus principale saranno le assunzioni degli immigrati che “hanno servito l’esercito degli Stati Uniti come interpreti e personale ausiliario”.

Schultz, sostenitore di Hillary Clinton durante la corsa alle presidenziali, ha preso di mira altri punti “dell’agenda” di Trump focalizzati sull’immigrazione, sull’abrogazione della legge Health Care (riforma sanitaria, ndt) dell’ex presidente Barack Obama, e sulla ridefinizione dei rapporti commerciali con il Messico. La lettera diceva che Starbucks sosterrà i coltivatori di caffè in Messico, provvederà all’assicurazione sanitaria per i lavoratori idonei, nel caso in cui la riforma sanitaria sarà abrogata, e sosterrà un programma di immigrazione in linea con quello di Obama, che conceda ai giovani immigrati introdotti da bambini nel Paese una proroga di due anni per l’espatrio e un permesso di lavoro.

La mossa riflette la crescente complessità che incontrano gli affari quando si tratta di confrontarsi con l’amministrazione Trump. Trump ha incontrato gli amministratori delegati di Ford, General Motors e Boeing, chiedendogli di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, e nel mentre acclamava ogni annuncio di incremento di impiego nelle aziende come un successo, sebbene quegli incrementi fossero stati programmati ben prima della sua vittoria presidenziale.

Ma non tutti i leaders delle aziende si sono avvicinati a Trump. Schultz ha aggiunto che Starbucks cercherà di comunicare più frequentemente con i lavoratori, dicendo “Anche io sento la preoccupazione che tutti voi state provando: la civiltà e i diritti umani che noi tutti abbiamo dato per scontati così a lungo sono sotto attacco”.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

Quando ci ritroveremo a raccontare nei prossimi anni le elezioni americane del 2016 sicuramente concluderemo il nostro racconto con una frase simile a quella del titolo. Una frase che può essere ironica e celare al suo interno anche un forte rammarico e risentimento. Eppure l’8 novembre il magnate Donald J. Trump è riuscito davvero a diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America nella totale incredulità dei sondaggisti e analisti internazionali che davano per vinta Hillary Clinton. Tutti sono rimasti stupiti tranne i Simpsons che l’avevano predetto. Le immagini in diretta del 20 gennaio di Trump hanno riportano alla mente la stessa data del 2009 in cui Barack Obama portò negli States e la sua voglia di cambiamento ma questa volta i giardini presidenziali non sembravano animati dalla stessa atmosfera di festa delle scorse cerimonie. Questa prima settimana è andata così:

Cerimonia Trump

Cerimonia d’inaugurazione per Trump immagine da washingtonpost.com

«I PRIMI 3 GIORNI» Il giorno precedente all’insediamento i newyorchesi hanno organizzato un sit-in di protesta chiamato “We Stand United” proprio sotto la Trump Tower. Il giorno successivo diverse manifestazioni gemelle hanno coinvolto molte città dello stato, alcune poi sfociate in violenza. Infine, il terzo giorno, c’è stata la pacifica Women Rally, la marcia femminista formata da donne e uomini di tutte le generazioni e nazionalità estesa fino in Europa coinvolgendo anche le femministe cinesi per contestare la xenofobia del neo-presidente.

Logo dell'Obamacare immagine da New York Post

Logo dell’Obamacare immagine da New York Post

«OBAMACARE» Lo smantellamento dell’operato di Obama è subito iniziato. Trump, come ha promesso in campagna elettorale, ha firmato subito il decreto contro la riforma sanitaria nota come Obamacare, la prima delle riforme dell’ex-presidente, per sostituirla con una propria a vantaggio del libero mercato e della competitività. Questa riforma è stata sempre contestata dai repubblicani e dai cittadini già assicurati in sostanza perché concedeva dei sussidi statali per acquistare o migliorare una copertura sanitaria a discapito proprio del libero mercato e libera concorrenza del settore sanitario. La riforma era dedicata alla piccola fetta di cittadini in difficoltà che non avendo un lavoro non disponeva di una copertura assicurativa.

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

«AMBASCIATA A GERUSALEMME» Questa è la mossa che nessun Presidente USA aveva mai osato avviare dalla creazione di Israele. L’amministrazione Trump ha subito annunciato il piano per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Il posizionamento-schieramento dell’ambasciata a Gerusalemme o Tel Aviv sta ad indicare il riconoscimento o meno della legittimità dei rispettivi paesi. Per i palestinesi infatti questo spostamento significherebbe l’accettazione da parte di Washington dell’occupazione israeliana della parte palestinese della città e nessun paese vi ha mai collocato la propria rappresentanza dall’altra parte. Inoltre questa mossa potrebbe innescare nuovi eventi destinati ad ostacolare il processo di pace.

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

«TPP» Ritirato anche uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti. Il Partenariato Trans-Pacifico (Trans Pacific Partnership), siglato da dodici paesi delle due sponde del Pacifico, è stato fortemente voluto da Obama che lavorò diplomaticamente per due anni proprio a causa del governo di Tokyo. Il suo testo è stato firmato, alla fine del 2015, ma è stato attualmente archiviato dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Senza gli Stati Uniti questo accordo è inutile ma molti analisti vedrebbero in questa archiviazione un vantaggio per il Giappone o per la Cina.

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

«MURO CON IL MESSICO» È stato il principale argomento della campagna elettorale. Nella scorsa settimana è saltato il bilaterale previsto per martedì con il presidente messicano Enrique Peña Nieto perché rifiuta di pagare a proprie spese il muro voluto da Trump. The Donald non punterebbe solamente una barriera fisica al confine ma le sue ambizioni vorrebbero anche un muro politico ed economico tra i due paesi rinegoziando l’accordo di libero scambio tra Canada, USA e Messico, il Nafta. Ci sarebbe anche la possibilità di una tassa del 20% sulle importazioni dal Messico che servirebbero a coprire i costi della costruzione del muro.

L'oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

L’oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

«OLEODOTTO SULLA TERRA DEI SIUX» Firmati i due ordini esecutivi per permettere la costruzione dei due controversi oleodotti precedentemente bloccati da Obama il Keystone e il Dakota Access. Quest’ultimo era stato al centro di una controversia con i nativi americani Sioux che aveva mobilitato un movimento di protesta a Standing Rock denunciando il fatto che nel caso di incidenti l’oleodotto, che passa sotto la loro riserva, rischia di inquinare le falde acquifere del fiume Missouri.

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

«INCONTRO CON THERESA MAY» Donald Trump e Theresa May sembrano d’accordo su tutto: commercio, lotta all’Isis, persino sulla Nato. Lui elogia la Brexit lei spera in una nuova collaborazione bilaterale. Ricordano gli anni 80 di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ma c’è un grosso problema che rischia di rovinare tutto: si chiama Vladimir Putin. È un passaggio delicato: “gli Stati Uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia?” Chiede uno dei giornalisti alla conferenza provocando un’inevitabile imbarazzo a causa delle differenti posizioni sull’argomento. Trump risponde “Troppo presto per parlarne, non conosco Putin. Non posso garantirlo, ma penso che potremo cominciare un grande rapporto. Stati Uniti e Russia possono combattere insieme contro l’Isis, che è il vero male. Una buona relazione con la Russia, con la Cina e altri Paesi sarebbe una cosa positiva“.

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

«CONGELATA L’ACCOGLIENZA» Nel weekend è stata congelata l’accoglienza per 120 giorni e stop all’ingresso dei cittadini di sette paesi musulmani per 3 mesi. L’obiettivo di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri” è l’ultimo dietrofront delle politiche della precedente amministrazione. Questa di Trump è stata una settimana piena e nonostante sia sicuramente troppo presto per azzardare conclusioni o previsioni sul futuro del paese e del sistema internazionale già si sente prepotentemente “l’olezzo” delle intenzioni isolazioniste.

 

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Perché la copertina del Time di Trump è un lavoro sovversivo di arte politica

Traduzione da: Why Time’s Trump Cover Is a Subversive Work of Political Art

L’annuncio annuale  del ’ personaggio dell’anno’ del Time è, anno dopo anno,  grossolanamente frainteso. Il periodico tuttavia,  è molto chiaro sul suo unico criterio ” la persona che ha avuto la maggiore influenza, in bene o in male, sugli eventi dell’anno”. Fate una semplice ricerca su Twitter e troverete innumerevoli persone che credono che la scelta del ‘personaggio dell’anno’ equivalga a un’approvazione.

Tra i precedenti vincitori erano inclusi Stalin (1939, 1942), Ayatollah Khomeini (1979), Adolf Hitler (1938), e altre figure che credo si possa presumere non siano appoggiate dallo staff del Time.

Quest’anno, non dovrebbe sorprendere che l’eletto presidente Donald Trump sia stato scelto per onorare la copertina dell’edizione annuale del Time (ripreso dal fotografo ebraico Nadav Kander).

”In bene o in male,” Trump, durante la sua campagna, e ora dopo la sua elezione, è stato certamente tra le maggiori influenze sugli eventi dell’anno.

Per cercare indizi utili a capire come il Time si senta in merito alla domanda – è ” nel bene e nel male?” – si può guardare l’immagine scelta per la copertina del numero. Le decisioni che il Time ha preso sulle modalità di fotografare Trump rivelano uno stratificato, variegato  settore di  riferimento che pone l’immagine tra le migliori copertine della rivista.

Al fine di scomporre l’immagine, concentriamoci su tre elementi chiave (tralasciando la posizione della ‘M’ di ‘Time’ che fa sembrare che Trump abbia delle corna rosse)

IL COLORE

Notiamo come i colori appaiano leggermente slavati, tenui, delicati. La tavolozza crea ciò che possiamo definire un effetto vintage. La nitidezza e i dettagli dell’immagine rivelano la contemporaneità dell’immagine, ma i colori indicano un tipo di pellicola più vecchia, chiamato Kodachrome.

La Kodachrome, la pellicola recentemente sospesa prodotta dalla Kodak, fu progettata all’inizio del 1900 per creare una riproduzione accurata dei colori. Divenne estremamente popolare tra la fine degli anni 30 e gli anni 70, e il suo aspetto distintivo definisce il nostro comune concetto visivo di nostalgia.

Riproducendo la tavolozza dei colori della Kodachrome, il Time ci fa immaginare la copertina  come se l’immagine appartenesse al periodo di popolarità della Kodachrome.

Questo spostamento visivo-temporale in un certo senso rispecchia molte delle guide che hanno alimentato l’ascesa di Trump.

Trump ha condotto una campagna basata su politiche regressive e atteggiamenti Anti- protezione ambientale, anti-aborto, pro-carbone, ecc.

Questa elezione non riguardava solo scelte politiche regressive, ma anche valori tradizionali (definiti in primo luogo dalla destra cristiana), di nostalgia per la grandezza americana e la sicurezza, di nostalgia per un mondo pre-globalizzato.

LA POSA

La posa di Trump può essere interpretata come un gioco sovversivo sulle tradizionali pose dei ritratti dei potenti.

I quadri dei monarchi possono detenere due funzioni estetiche- al suolo l’associazione tra il soggetto e il trono, consolidando in tal modo la metonimia, e aumentare il senso di assoggettamento nello spettatore. Lo spettatore deve avvicinarsi al monarca, il monarca non si scomoda per lo spettatore.

Nella nostra epoca post-monarchica, il potere del trono è ampiamente passato, ma l’importanza della figura seduta rimane. La sedia in se è irrilevante, ciò che conta è l’atto di essere seduti.  Inserendo un ritratto in questa tradizione, la sedia assume il ruolo del trono, e il soggetto il ruolo di re (o regina)- l’effetto visivo è lo stesso.

Consideriamo l’immagine seguente del Memoriale di Lincoln ( per ulteriori riferimenti osservate questa immagine di Putin).

Esse sono una versione esagerata delle pose tradizionali. Vediamo i nostri soggetti con la testa sollevata, ma cosa più importante, li osserviamo dal basso- L’angolazione ci costringe a cercare i soggetti, e fa sembrare che a sua volta il soggetto guardi in basso verso di noi. Questa posizione e angolazione, con lo spettatore apparentemente (e letteralmente nel caso del memoriale di Lincoln ), ai piedi del soggetto, lo  fa apparire dominante, potente, a giudicare.

Ma, capovolgiamo l’immagine, e improvvisamente abbiamo una nuova serie di significati.  Sulla copertina del time invece di vedere Trump con la testa sollevata e dal basso, lo vediamo seduto da dietro e circa all’altezza degli occhi. Il rapporto di potere si è completamente spostato.

La posizione di Trump girato verso la fotocamera rende il tono cospiratorio, piuttosto che di giudizio. Ci sono due immagini in gioco qui-  l’immaginario potere-immagine  dell’immagine presa dalla parte anteriore, e l’immagine reale, in cui Trump sembra offrire allo spettatore un occhiolino complice, come a dire, guardate come abbiamo gabbato quei polli (sia Trump che lo spettatore stanno guardando in basso verso coloro che si trovano davanti). Sovvertendo la tipica potenza dinamica, il Time, in un certo senso, coinvolge lo spettatore nelle elezioni di Trump, nel suo essere in copertina, in primo piano .

Su un altro livello, gran parte di ciò che sappiamo di Donald Trump è stato raccolto aattraverso le immagini. E’ un maestro di branding, una star dei reality che è stata per molto soggetto favorito dei tabloid. Scegliendo di non fotografare Trump con la testa alta, la copertina del Time ci offre quasi uno scorcio ‘dietro le quinte’ dell’uomo che ha passato molto del suo tempo di fronte alla macchina fotografica- aumentando il tono cospiratorio e la complicità dello spettatore. La natura altamente posata ed elaborata della fotografia offre un altro livello di ironia. Infine, dobbiamo notare l’ombra minacciosa in agguato sullo sfondo. E ‘un piccolo, ma importante e brillante dettaglio.  Proprio come questa immagine ci fornisce due punti di vista, ci fornisce anche due Trump- Trump il neoeletto presidente, e il suo spettro, inquietante dietro le quinte, in attesa di prendere forma.

LA SEDIA

Il colpo da maestro, il singolo  dettaglio che completa l’immagine intera, è la sedia.  Trump è seduto su quella che sembra essere una sedia Vintage  “Luigi XV” (così chiamata perché  fu progettata in Francia sotto il regno del re Luigi XV nella metà del XVIII secolo). La sedia non suggerisce solo i regni ciecamente ostentati dei re francesi poco prima della rivoluzione, ma anche, più specificamente, il regno di Luigi XV che, secondo lo storico Norman Davies, “ha prestato maggiore attenzione alla caccia di donne e cervi che al governo del paese”, e il cui regno è stato caratterizzato da “debilitante stasi”, “guerre ricorrenti,” e “continue crisi finanziarie” (suona familiare?). La brillantezza della sedia però, è visiva piuttosto che storica. E ‘un simbolo vistoso di ricchezza e prestigio’, ma se si guarda in alto a destra, si può vedere uno strappo nella tappezzeria, a significare l’immagine deteriorata di Trump stesso.

Dietro la furia, dietro i display luminosi della ricchezza, dietro le promesse scintillanti, abbiamo il debito, la mancanza di gusto, la demagogia, il razzismo, la mancanza di esperienza di governo o conoscenza (tutte cosi che, purtroppo, conosciamo già troppo bene ). Una volta notato lo strappo, le macchie sul legno vengono mese a fuoco, come le crepe nel trucco di Trump, la sottigliezza dei suoi capelli, la macchia nell’angolo in basso a sinistra della sedia – l’intera illusione di grandezza comincia a crollare. La copertina  dona meno l’immagine di un uomo potente rispetto alla ferma immagine di un leader, e il suo paese, in uno stato di degrado. L’ombra spettrale fa gli straordinari qui – suggerisce uno splendore che è già passato, se mai è esistito.

Nel loro insieme, questi elementi si aggiungono ad una profonda interpretazione di ansia per i prossimi anni. Abbiamo il collocamento implicito di Trump a metà del 1900 (guardando attraverso gli archivi delle copertine del Time, non ci sono immagini che somiglino propriamente a questa, salvo quella qui a sinistra [un confronto puramente visivo]). Abbiamo un’ipotesi di complotto, squallore al di sotto del potere. Abbiamo la facciata fatiscente di ricchezza, che, come “Il ritratto di Dorian Gray”, suggerisce più di un deterioramento fisico.

Come  fotografia, è un successo raro. Come copertina, è una dichiarazione.

 

 

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

Le votazioni sul referendum costituzionale si sono concluse. Il Sì ha perso totalizzando il 40% di preferenze. Ironia della sorte, Matteo Renzi ha incontrato lo stesso risultato che lo aveva inizialmente lanciato ed in parte legittimato nelle elezioni europee. Il tifo per lui l’hanno fatto in tanti: da Obama all’Unione Europea, tutti erano espressamente a favore di questa revisione costituzionale anche se secondo Philippe Aghion, professore di economia ad Harvard, proprio l’Europa “avrebbe dovuto (?) fare di più” per aiutare il premier italiano.

Principali pagine estere il 5 dicembre

Principali pagine estere il 5 dicembre

Un referendum non dovrebbe essere qualcosa di cui preoccuparsi. Dopotutto è solamente una procedura democratica e semplice espressione della volontà popolare. Tuttavia, dopo la “sorprendente” vittoria di Donald Trump e il risultato inglese della Brexit, ed ancor prima con la minaccia di Marine Le Pen alle regionali francesi, i media internazionali hanno incominciato a preoccuparsi sempre più dei risultati “improbabili”, categorizzando tutti i voti allo stesso modo. Lo stesso è accaduto con il risultato del referendum italiano.

“Che cosa sta succedendo?”

Alcuni analisti, come qualcuno del Financial Times, hanno previsto uno scenario economico quasi “apocalittico” supponendo anche la plausibilità di un’eventuale Italexit (come ha poi titolato il Daily Mail). Il vuoto di potere lasciato da Renzi potrebbe essere un’opportunità di governo irripetibile per i partiti anti-establishment, come la destra lepenista della Lega Nord e il Movimento 5 Stelle, che hanno intenzione di uscire dall’Euro o peggio ancora dall’Unione Europea. L’altra previsione sarebbe poi quella di rendere l’Italia ancora meno attraente agli investitori internazionali, considerato il già precario equilibrio di alcune delle banche italiane come Monte dei Paschi di Siena, che in questo caso sarebbe la prima a saltare.

La rivista inglese theEconomist suppose, ancor prima del 4 dicembre, che la confusione generata dalla difficile comprensione del quesito referendario, avrebbe spinto gran parte degli italiani a votare non più pensando al testo della riforma Boschi, ma secondo la considerazione che avevano di “Mr Renzi” e del suo corso di riforme del mercato del lavoro, adottate e poi destinate in particolar modo a coloro che poi hanno deciso (in larga misura) di votare “No”: i giovani.

Per i media tedeschi questo è un nuovo “stress test” per l’Ue. Gli orari di chiusura tradizionalmente anticipati

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

dei giornali cartacei tedeschi hanno permesso inizialmente il dibattito sull’esito del referendum nelle edizioni online. “Renzi regala all’Europa il prossimo stress test” è il titolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung online, che nota come “il fallimento del tentativo del premier e le sue dimissioni possono dare spinta ai populisti anti-Ue”. “Con il voto non è solo fallita in maniera spettacolare la riforma della Costituzione ma l’intero progetto politico di Renzi”, scrive invece la Zeit online, sottolineando come le annunciate dimissioni del premier siano l’inevitabile conseguenza. Anche se è chiaro che il premier non abbia l’intenzione di mollare.

È forse l’intervento di Silvia Mazzini, assistente professore presso l’Università Humboldt di Berlino, su Al Jazeera, l’unico a sottolineare come gli italiani che abbiano votato per il NO non siano tutti (e neanche totalmente) euroscettici, oltre che vicini agli schieramenti della destra populista. Così come invece hanno strumentalizzato (troppo?) i riflettori esteri.

Pin It on Pinterest