Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pericolose provocazioni dell’Iran

Le pesanti rappresaglie statunitensi in Medio Oriente possono impantanare tutti in una guerra.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran rischia di sfuggire di mano. Se dietro gli attacchi del fine settimana contro le strutture petrolifere dell’Arabia Saudita ci fossero gli iraniani, come sostenuto da Washington, la situazione potrebbe provocare un’escalation fuori controllo, sia per la resistenza di Teheran alle pressioni USA sia per la lotta alla supremazia regionale.

Fatto sta che l’incidente ha messo a nudo la vulnerabilità dell’industria petrolifera saudita nonostante le ingenti spese militari e l’influenza che il regno esercita sui prezzi del greggio globale indipendentemente dal boom del petrolio di scisto USA. La pressione su Trump dal trono saudita per rivolvere con i muscoli la questione è irresistibile, ma sarebbe saggio, anche se veramente difficile, cercare di stemperare la situazione.

Quanto agli attacchi non c’è chiarezza su chi sia il mittente. Alcuni credono siano partiti dal territorio iraniano, il che equivarrebbe a un atto di guerra. C’è anche la possibilità che i delegati iraniani abbiano fatto soltanto da registi. Dipende però se l’attacco è stato lanciato dai droni dei ribelli Houthi dallo Yemen o se dai missili lanciati dall’Iraq da milizie iraniane.

Fonte: Aljazeera

Se fossero i primi, l’intuito suggerisce che sarebbe l’assistenza sia dell’Iran. Se gli attacchi provenissero dall’Iraq, alleato degli Stati Uniti, sarebbe complessa la risposta. La prova schiacciante è che si tratta di tecnologia e logistica iraniana che ha colpito i sauditi, nemici di Teheran.

L’attacco all’industria petrolifera saudita è una provocazione più grave del sequestro di petroliere nel Golfo o dell’abbattimento di droni statunitensi. Fino ad ora gli attacchi dell’Iran sono stati attentamente calibrati. Questa situazione, a meno che non sia andata oltre le aspettative di Teheran, sembra alquanto pericolosa e grave.

L’atteggiamento iraniano è ingiustificabile, ma difficilmente imprevedibile. La causa della crisi riguarda la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare dell’era Obama con l’Iran, il Piano d’azione congiunto globale. Sebbene imperfetto, l’accordo funzionava e rappresentava un raro successo per la diplomazia globale.

La successiva strategia di Washington della “pressione massima”, nello strangolare l’economia iraniana così da costringerla a rinegoziare delle condizioni più favorevoli per gli USA, ha ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano; portando l’economia in recessione e schiacciato la moneta.

Di minor rilievo ma non meno importante nelle ultime settimane, è stata la crescente “guerra ombra” da parte degli alleati statunitensi, principalmente di Israele, contro gli Hezbollah il proxy iraniano sciita situato in Siria, Libano e Iraq.

Teheran disse che se che se avessero strozzato le sue esportazioni petrolifere avrebbe risposto cercando di bloccare tutti gli altri. Trump ha ripetuto ieri che le forze statunitensi erano state “fermate e saranno riarmate dopo le verifiche” dei responsabili.

Potrebbero non essere in grado di ritirarsi dalle rappresaglie militari contro l’Iran come successo il mese scorso, nonostante John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, sia stato licenziato. Per quanto sia difficile dopo questa gravissima provocazione, gli Stati Uniti dovrebbero mostrare moderazione.

Una risposta dura giustificherebbe un’altra linea dura per l’Iran. “Ribaltare l’escalation” significherebbe trovare un modo per tornare, passo dopo passo, all’accordo 2015. L’incontro tra Trump e il presidente iraniano Hassan Rouhani questo mese sarebbe potuto essere un inizio, ma Teheran l’ha inteso solo come una sfilata.

Presidente USA Donald Trump e presidente iraniano Hassan Rouhani

Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto un credito di $15 miliardi per aiutare l’economia iraniana per compensare la perdita delle entrate petrolifere, ma a condizione che Teheran torni alla piena conformità con l’accordo nucleare.

Gli Stati Uniti minacciano di escluderli dal sistema commerciale del dollaro ma evitare una guerra totale in Medio Oriente ha un prezzo. Il pericolo è che nessuna delle due parti sia pronta a fare il primo passo.

La guerra fredda tecnologica: contro Huawei

La guerra fredda tecnologica: contro Huawei

Una guerra hi-tech è la prospettiva migliore da seguire? Huawei ha fatto un’offerta di pace così conveniente da non essere respinta del tutto.

L’America ha scatenato una raffica di azioni contro Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni, perché ritiene che sia una spia del governo cinese e una minaccia per gli interessi occidentali, proprio a causa del suo ruolo dominante nelle tecnologie 5G. Da maggio alle aziende americane è stato proibito di fornire Huawei.

Il Dipartimento di Giustizia a stelle e strisce vuole che il Canada estradi un alto dirigente accusato di violazione delle sanzioni. I diplomatici dello Zio Sam hanno esortato i loro Paesi alleati a smettere di usare le tecnologie marcate Huawei. L’America mira a paralizzare questo business che considera una minaccia per sè.

Come riportato questa settimana da Shenzhen, dove ha sede Huawei, il piano americano non ha funzionato (se si guarda alla sezione Affari). È vero però che Huawei sta soffrendo. Le banche occidentali sono diffidenti. I fornitori della Silicon Valley e i proprietari dei set di dati li evitano.

E il 19 settembre Huawei, che oltre a costruire reti è il secondo produttore di smartphone al mondo, affronta l’umiliante lancio di un nuovo smartphone privo delle App americane popolari come Google Maps e WhatsApp.

Eppure l’azienda cinese non è in ginocchio. Non sono stati annullati molti contratti per il 5G cinese. Va bene in casa e in Paesi che non sono vicini agli alleati americani. La crescita dei suoi ricavi si sta stabilizzando, dopo il calo dopo maggio, e prevede di rimanere redditizia.

Huawei ha $36 miliardi di dollari in cassa, inoltre, afferma che ha fonti alternative per la fornitura dei componenti e potrebbe presto lanciare un degno concorrente per Android, il sistema operativo per smartphone di Google. Invece della morte di Huawei, con un’industria cinese sempre più autosufficiente attiva ovunque tranne che in America, il mondo dell’hi-tec deve affrontare le sue tante divisioni.

L’aggiornamento al 5G dell’America e i suoi alleati potrebbe arrivare in ritardo perché le aziende cinesi offrono tecnologia all’avanguardia ad un costo minore. Inoltre, la sostituzione di dispositivi Huawei esistenti sarebbe costosa. La concorrenza ne risentirebbe, specie se Huawei sviluppasse dei rivali di Android, indebolirebbe le aziende tecnologiche occidentali. È giusto quindi diffidare di Huawei.

Nessuna impresa cinese può semplicemente sfidare i sovrani autocratici della Repubblica Popolare Cinese, specialmente in materia di sicurezza nazionale. La domanda è se esiste un meccanismo per mitigare i rischi e creare fiducia laddove ce ne sia poca. Gran Bretagna e Germania hanno istituito organismi di monitoraggio per esaminare i prodotti Huawei, ma ciò non ha affatto impressionato i funzionari americani.

La proposta di Huawei

Ora Ren Zhengfei, il capo di Huawei, ha proposto un’alternativa: clonare il suo “stack” (mucchio) di tecnologia 5g (brevetti, codici, progetti e know-how di produzione) e venderlo a una società occidentale così sarebbe libera di usarlo fuori dalla Cina e sviluppare la tecnologia come meglio crede. Gli acquirenti potrebbero includere Samsung o Ericsson.

I portafogli della proprietà intellettuale delle telecomunicazioni sono già stati venduti. Microsoft ha acquistato parti di Nokia nel 2014. In questo caso, l’acquirente non dovrebbe affrontare alcuna concorrenza da parte di Huawei in America, dove la società cinese non opera (anche se lì avrebbe bisogno di gestire frequenze di spettro diverse).

In altri Paesi, avremmo avuto un concorrenza testa a testa, nonostante questi nuovi competitors avrebbero impiegato anni per accelerare la produzione. La vendita della tecnologia Huawei non garantirebbe però la sicurezza da spie o sabotatori cinesi. Questi “spettri”, cioè le possibilità che vengano hackerate le reti gestite da aziende occidentali, rimarrebbero perfettamente in piedi.

Ma l’Occidente otterrebbe un accesso sicuro alle tecnologie 5G all’avanguardia, evitando ritardi d’installazione. La concorrenza sarebbe rafforzata da un nuovo contendente occidentale o da uno più forte esistente. Il mondo potrebbe purtroppo avere ancora due ecosistemi tecnologici, ma il piano potrebbe comunque aiutare a disinnescare una guerra fredda tecnologica.

Le due superpotenze sono su una strada pericolosa. Se sceglieranno l’escalation, l’America ha una sola scelta: cercare di mettere fuori mercato Huawei e fuori dalla Cina innescando un conflitto con i guantoni da boxe. In circostanze normali, il suggerimento di Ren sarebbe stravagante. In tempi come questi merita di essere ascoltato.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da The Economist dalla numero della rivista September 14th 2019]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Cosa aspettarsi se le cose cadono a pezzi

Da un po’ di tempo i funzionari USA sono d’accordo con la famosa affermazione di Mao Zedong sui rapporti tra Cina e Corea del Nord: i due paesi sono come “labbra e denti”Pyongyang dipende principalmente da Pechino per l’energia, il cibo e la maggior parte del suo magro commercio con il mondo esterno, proprio per questo motivo le amministrazioni statunitensi hanno cercato di arruolare i cinesi nei loro tentativi di denuclearizzare la Corea del Nord. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su questa base logica, ha supplicato un aiuto cinese alternando minacce di provvedimenti per un impegno maggiore. Allo stesso modo, i policymakers hanno ipotizzato che un collasso o un conflitto con gli Stati Uniti della Corea del Nord, avrebbe spinto la Cina a sostenere il suo caro cliente da lontano e a schierare le sue truppe lungo il confine per impedire che una crisi umanitaria la coinvolgesse.

Ma questa teoria è pericolosamente obsoleta. Negli ultimi due decenni, le relazioni Cina-Corea del Nord sono peggiorate drasticamente dietro le quinte, poiché la Cina è stanca dell’insolente vicino e ha rivalutato i propri interessi sulla penisola. Oggi la Cina non è più legata alla sopravvivenza della Corea del Nord. In caso di un conflitto o del collasso del regime, le forze cinesi interverrebbero in misura non prevista in precedenza, non per proteggere il presunto alleato di Pechino, ma per tutelare i propri interessi.

Nell’attuale ciclo di provocazione e di escalation, capire dove si regge realmente la Cina nella Corea del Nord non è un esercizio accademico. Lo scorso luglio, la Corea del Nord ha testato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di raggiungere la costa occidentale statunitense. E a settembre, ha fatto esplodere una bomba all’idrogeno 17 volte più potente di quella lanciata su Hiroshima. La retorica americana, nel frattempo, ha infiammato la situazione. Trump ha preso in giro il leader nordcoreano Kim Jong Un definito “Little Rocket Man”, ha minacciato la Corea del Nord dicendo che “non sarà ancora per molto tra i piedi” e ha annunciato che “le soluzioni militari sono ora completamente a posto, bloccate e caricate”. Con queste minacce, gli Stati Uniti hanno portato i loro bombardieri a lunga gittata e le loro navi militari vicino alla Corea del Nord.

La reale possibilità del caos sulla penisola significa per gli Stati Uniti che è necessario aggiornare il loro approccio sui moventi di Pechino. Nel caso di un’escalation, la Cina probabilmente cercherà di impadronirsi dei punti chiave, compresi i siti nucleari della Corea del Nord. La presenza su vasta scala di truppe americane e cinesi nella penisola coreana solleverebbe il rischio di una guerra in piena regola tra la Cina e gli Stati Uniti, cosa che nessuna delle due parti vuole. Ma viste le deboli relazioni di Pechino con Pyongyang e le preoccupazioni cinesi riguardo al programma nucleare della Corea del Nord, le due grandi potenze potrebbero trovare un terreno comune sorprendente. Con un po’ di lungimiranza, gli Stati Uniti potrebbero ridurre il rischio di un conflitto accidentale e sfruttare il coinvolgimento cinese per ridurre i costi e la durata di una seconda guerra coreana.

AGGIORNARE I DATI

A differenza di quello che la saggezza convenzionale possa pensare, la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord a denuclearizzarsi a causa delle sue stesse insicurezze. Questo pensiero si basa su tre presupposti: che Cina e Corea del Nord sono alleati, che la Cina teme l’instabilità della penisola e il problema dei rifugiati che ne può risultare, e che Pechino ha bisogno che la Corea del Nord sopravviva come stato cuscinetto tra la Cina e la Corea del Sud, un alleato chiave degli Stati Uniti. Queste ipotesi erano vere 20 anni fa, ma da allora le visioni di Pechino si sono evolute in modo significativo.

Xi a Pechino, ottobre 2015

Xi a Pechino, ottobre 2015

La Cina e la Corea del Nord hanno goduto a lungo di una vicinanza nata dalla reciproca dipendenza. Appena un anno dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, Pechino venne in aiuto del suo vicino comunista alle prime armi durante la guerra di Corea. Per prevenire la futura “aggressione” contro Pyongyang, i due firmarono un patto di mutua difesa nel 1961. E quando la fine della Guerra Fredda depredò la Corea del Nord del suo benefattore sovietico, Pechino intervenne per fornire assistenza economica e militare. Ma oggi, la Cina e la Corea del Nord difficilmente possono essere caratterizzati come amici, per non parlare degli alleati. Il presidente cinese Xi Jinping non ha mai nemmeno incontrato Kim e, secondo gli studiosi cinesi con accesso governativo o legami con il Partito comunista cinese, disprezza il regime nordcoreano. La voce nei circoli di politica estera cinese è che persino l’ambasciatore cinese a Pyongyang non ha incontrato Kim.

Xi ha dichiarato pubblicamente che il trattato del 1961 non si applicherà se la Corea del Nord provoca un conflitto, uno standard facilmente raggiunto. Nei miei viaggi in Cina negli ultimi dieci anni per discutere della questione nordcoreana con accademici, responsabili politici e funzionari militari, nessuno ha mai sollevato il trattato o l’obbligo cinese di difendere la Corea del Nord. Invece, i miei colleghi cinesi [] raccontano del deterioramento della relazione e degli sforzi di Pechino nel prendere le distanze da Pyongyang, un cambiamento che suggerisce che un sondaggio di opinione pubblica del Global Times suggerisce un ampio sostegno. Come ha sostenuto lo studioso cinese Zhu Feng in Foreign Affairs, rinunciare alla Corea del Nord sarebbe popolare a livello nazionale e strategicamente concreto.

In effetti, le relazioni bilaterali sono diventate così gravi che gli ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) mi hanno suggerito in riunioni private che Pechino e Pyongyang potrebbero non prendere la stessa parte in caso di una nuova guerra coreana. I militari cinesi presumono che saranno contrari a sostenere le truppe nordcoreane. La Cina si sarebbe impegnata non a difendere il regime di Kim, ma a modellare una penisola post-Kim a suo piacimento.

Queste politiche si sono mosse di pari passo alla crescente fiducia della Cina sulle sue capacità e sull’influenza regionale. La filosofia cinese non è più dominata dalla paura dell’instabilità coreana e dalla conseguente crisi dei rifugiati. La pianificazione di emergenza del PLA si era precedentemente concentrata sulla chiusura del confine o sulla creazione di una zona cuscinetto per trattare con i rifugiati. In effetti, per decenni, probabilmente tutte le forze cinesi potevano sperare di ottenere. Ma negli ultimi 20 anni, l’esercito cinese si è evoluto in una forza molto più sofisticata modernizzando le sue attrezzature e riformando la sua struttura organizzativa. Di conseguenza, la Cina ora ha la capacità di gestire simultaneamente l’instabilità ai suoi confini e condurre importanti operazioni militari sulla penisola.

Se il regime di Kim crollasse, la Polizia armata popolare, che ha circa 50.000 persone nelle province nord-orientali della Cina, sarebbe probabilmente incaricata di proteggere il confine e gestire l’afflusso previsto di rifugiati nordcoreani, liberando il PLA per operazioni di combattimento più a sud. La Cina ha attualmente tre “gruppi armati” nel Northern Theatre Command, uno dei cinque comandi teatrali del PLA, che confina con la Corea del Nord. Ognuno di questi eserciti è composto da 45.000 a 60.000 soldati, oltre alle brigate dell’esercito e delle forze speciali. E se fosse necessario, la Cina potrebbe anche estrarre le forze dal suo Central Theater Command e mobilitare l’aviazione in modo più esteso. Quando la Cina riorganizzò le sue regioni militari in “zone di guerra” nel febbraio 2016, incorporò la provincia dello Shandong nel suo Northern Theater Command, anche se non è contiguo al resto del comando, molto probabilmente perché i leader militari richiederebbero l’accesso al litorale per schierare le forze in Corea del Nord via mare. Gli ultimi due decenni di modernizzazione e riforma militare, insieme ai vantaggi geografici della Cina, hanno assicurato che l’esercito cinese sarebbe stato in grado di occupare rapidamente gran parte della Corea del Nord, prima che i rinforzi USA potessero schierarsi in Corea del Sud per prepararsi ad un attacco.

Kim saluta in Pyongyang, Luglio 2013

In passato, parte di ciò che spiegava l’attaccamento della Cina alla Corea del Nord era l’idea che quest’ultimo servisse da cuscinetto tra la Cina e un tempo capitalista ostile, e successivamente democratico, la Corea del Sud. Ma l’accresciuta potenza e il peso della Cina hanno completamente eliminato quella logica. Pechino potrebbe essere stata in precedenza diffidente nei confronti di una Corea riunificata guidata da Seoul, ma non più. Alcuni eminenti studiosi cinesi hanno iniziato a sostenere l’abbandono di Pyongyang in favore di una migliore relazione con Seoul. Anche Xi è stato sorprendentemente esplicito sul suo sostegno alla riunificazione coreana a lungo termine, anche se attraverso un processo di pace incrementale. In un discorso del luglio 2014 all’Università Nazionale di Seoul, Xi ha affermato che “la Cina spera che entrambe le parti della penisola miglioreranno le loro relazioni e sosterranno l’eventuale realizzazione di una riunificazione indipendente e pacifica della penisola”.

Tuttavia, il calcolo cinese sulla Corea del Sud non è completamente cambiato. L’entusiasmo per la riunificazione ha raggiunto il picco tra il 2013 e il 2015, quando il presidente della Corea del Sud Park Geun-hye ha dato la priorità alle relazioni bilaterali con Pechino. Ma dopo un test nucleare all’inizio del 2016 da parte della Corea del Nord, Seoul ha rafforzato la sua alleanza con Washington e ha accettato di dispiegare il THAAD, un sistema di difesa contro i missili balistici, causando costernazione tra i funzionari cinesi che il loro fascino offensivo non stava ottenendo abbastanza trazione. La principale preoccupazione della Cina rimane la prospettiva delle forze statunitensi in una Corea riunificata. Anche se la Cina sostiene ancora la riunificazione della Corea, vuole anche modellarne i termini. E il suo approccio dipenderà probabilmente dallo stato delle sue relazioni bilaterali con la Corea del Sud.

CHE COSA VUOLE REALMENTE LA CINA

Dati i costi di una guerra nella penisola coreana, i pianificatori statunitensi hanno a lungo pensato che la Cina avrebbe fatto tutto il possibile per evitare di impigliarsi in una grande conflagrazione che coinvolgesse le forze sudcoreane e statunitensi. Un intervento della Cina avrebbe portato i politici a presumere che Pechino avrebbe limitato il suo ruolo nella gestione dei rifugiati vicino al confine o sostenendo il regime di Kim da una distanza attraverso aiuti politici, economici e militari. Ad ogni modo, Washington riteneva che il ruolo della Cina non avrebbe avuto un impatto significativo sulle operazioni statunitensi.

Questo non è più un presupposto sicuro. Invece, Washington deve riconoscere che la Cina interverrà estensivamente e militarmente sulla penisola se gli Stati Uniti sembrano pronti a spostare le proprie forze verso nord. Questo non vuol dire che la Cina intraprenderà un’azione preventiva. Pechino cercherà ancora di impedire a entrambe le parti di condurre tutti sulla via della guerra. Inoltre, se un conseguente conflitto fosse limitato a uno scambio di missili e attacchi aerei, la Cina sarebbe probabilmente rimasta fuori. Ma se i suoi tentativi di dissuadere gli Stati Uniti dall’escalation della crisi a una grande guerra fallita, Pechino non esiterebbe a inviare considerevoli forze cinesi nella Corea del Nord per garantire che i suoi interessi fossero presi in considerazione durante e dopo la guerra.

La probabile determinazione strategica della Cina in una guerra coreana sarebbe guidata in gran parte dalle preoccupazioni per l’arsenale nucleare del regime di Kim, un interesse che costringerebbe le forze cinesi ad intervenire precocemente per ottenere il controllo sugli impianti nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Shen Zhihua, un esperto cinese sulla Corea del Nord, “Se una bomba nucleare coreana esplodesse, chi sarà la vittima della fuga nucleare e delle ricadute? Sarebbe la Cina e la Corea del Sud. Il Giappone è separato da un mare e gli Stati Uniti sono separati dall’Oceano Pacifico “.

La Cina è ben posizionata ad affrontare la minaccia. Sulla base delle informazioni fornite dalla Nuclear Threat Initiative, un’organizzazione no-profit statunitense, se le forze cinesi si spostassero per 100 chilometri (circa 60 miglia) attraverso il confine verso la Corea del Nord, controllerebbero il territorio che contiene tutti i siti nucleari con la priorità più alta del paese e due terzi di i suoi siti missilistici con la priorità più alta. Per i leader cinesi, l’obiettivo sarebbe quello di evitare la diffusione della contaminazione nucleare, e sperano che la presenza di truppe cinesi in queste strutture possa prevenire una serie di scenari spaventosi: la Cina potrebbe prevenire incidenti negli impianti; dissuadere gli Stati Uniti, la Corea del Sud o il Giappone dallo sciopero; e impedisci ai nordcoreani di usare o sabotare le loro armi.

Pechino è anche preoccupata che una Corea riunificata possa ereditare le capacità nucleari del Nord. I miei interlocutori cinesi sembravano convinti che la Corea del Sud voglia armi nucleari e che gli Stati Uniti sostengano quelle ambizioni. Temono che se il regime di Kim cadrà, l’esercito sudcoreano si impadronirà dei siti e dei materiali nucleari del Nord, con o senza la benedizione di Washington. Sebbene questa preoccupazione possa sembrare inverosimile, l’idea di andare al nucleare ha guadagnato popolarità a Seul. E il principale partito di opposizione ha chiesto agli Stati Uniti di ridistribuire le armi nucleari tattiche nella penisola, un’opzione che l’amministrazione Trump è stata riluttante a escludere .

Al di là delle preoccupazioni sul nucleare, la posizione della Cina sulla Corea del Nord si è spostata come parte della sua più generale asserzione geopolitica sotto Xi. A differenza dei suoi predecessori, Xi non è timido riguardo alle grandi ambizioni della Cina. In un discorso di tre ore e mezza pronunciato in ottobre, ha descritto la Cina come “un paese forte” o “un grande paese” 26 volte. Questo è ben lontano dal detto che uno dei suoi predecessori, Deng Xiaoping, preferiva: “Nascondi le tue forze, aspetta il tuo tempo”. Sotto Xi, la Cina sta sempre più assumendo il ruolo di una grande potenza, e ha spinto per le riforme militari per garantire che il PLA possa combattere e vincere guerre future.

Più importante, una guerra nella penisola coreana rappresenterebbe una cartina di tornasole della competizione regionale della Cina con gli Stati Uniti. In effetti, le preoccupazioni cinesi circa l’influenza futura di Washington spiegano meglio perché la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord nella misura in cui l’amministrazione Trump vuole. La Cina non rischierà l’instabilità o la guerra se il risultato potrebbe essere un ruolo più ampio degli Stati Uniti nella regione. Detto questo, la Cina non si sente più a suo agio seduta ai margini. Come un ufficiale del PLA mi ha chiesto, “Perché gli Stati Uniti dovrebbero esserci ma non noi?” Per questa ragione, solo studiosi cinesi e leader militari sostengono che la Cina dovrà essere coinvolta in qualsiasi contingenza sulla penisola.

Soldatesse nordcoreane pattugliano lungo le rive del fiume Yalu, vicino alla città nordcoreana di Sinuiju

LAVORARE INSIEME

La linea di fondo, quindi, è che Washington dovrebbe assumere che qualsiasi conflitto coreano che coinvolga operazioni militari su larga scala innescherà un significativo intervento militare cinese. Ciò non significa che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di dissuadere la Cina: una tale risposta quasi certamente fallirebbe e aumenterebbe le possibilità di uno scontro militare diretto tra le forze cinesi e statunitensi. Le mosse che potrebbero danneggiare il rapporto tra Pechino e Washington ostacolerebbero anche la pianificazione o il coordinamento delle contingenze prima e durante una crisi, aumentando i rischi di errori di calcolo.

Invece, Washington deve riconoscere che alcune forme di intervento cinese sarebbero effettivamente vantaggiose per i suoi interessi, specialmente per quanto riguarda la non proliferazione. In primo luogo, i funzionari statunitensi dovrebbero notare che le forze cinesi probabilmente arriveranno nei siti nucleari della Corea del Nord molto prima delle forze statunitensi, grazie ai vantaggi in termini di geografia, forza fisica, manodopera e accesso agli indicatori di allarme precoce. Questa è una buona cosa, dal momento che ridurrebbe la probabilità che il regime al collasso di Pyongyang utilizzi armi nucleari contro gli Stati Uniti o i loro alleati. La Cina potrebbe anche dimostrarsi utile identificando i siti nucleari (con l’assistenza dell’intelligence statunitense), assicurando e tenendo conto del materiale nucleare in quei siti, e infine invitando esperti internazionali a smantellare le armi.

Nel frattempo, più di ogni altra cosa, i politici statunitensi devono cambiare mentalità per considerare il coinvolgimento della Cina come un’opportunità anziché come un limite alle operazioni statunitensi. Ad esempio, l’esercito americano e i marines devono accettare che, sebbene la sicurezza degli impianti nucleari sia attualmente una missione chiave in Corea del Nord in caso di conflitto, essi dovranno cambiare i loro piani se i cinesi arrivassero per primi.

A livello politico, Washington deve essere disposta a correre rischi maggiori per migliorare il coordinamento con la Cina in tempo di pace. Ciò potrebbe significare una consultazione bilaterale con Pechino, anche se ciò sarebbe in conflitto con la preferenza di Seoul di tenere la Cina a distanza nel mercato. Certo, una condivisione d’intelligence con la Cina nel pianificare e addestrare congiuntamente le contingenze sembrerebbe innaturale, dal momento che gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in una competizione strategica a lungo termine con la Cina. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti considera la Cina una delle sue prime cinque minacce globali, insieme a Iran, Corea del Nord, Russia e organizzazioni estremiste. Ma le sfide strategiche e le gravi minacce spesso mettono in contatto potenziali avversari. Con la Corea del Nord di mezzo, gli Stati Uniti avrebbero più risorse a disposizione per affrontare altre minacce.

Certamente, un tale sforzo di cooperazione richiederebbe un grado elevato di coordinamento. La Cina si è a lungo opposta alle discussioni con gli Stati Uniti su come si sarebbe comportata in caso di un conflitto nella penisola coreana o nel crollo del regime nordcoreano a causa della sua sfiducia nei confronti delle intenzioni degli Stati Uniti e dei timori che Washington avrebbe usato quelle conversazioni per sabotare Pechino tenta di risolvere pacificamente la crisi nucleare. Ma la Cina sembra attenuare la sua posizione. In un op-editor di settembre nel Forum per l’Asia orientale Jia Qingguo, professore all’Università di Pechino, ha affermato che la Cina dovrebbe cooperare con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, in particolare sulla questione dell’arsenale delle armi nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Jia, “I presagi di guerra nella penisola coreana appaiono più grandi di giorno in giorno. Quando la guerra diventerà una possibilità reale, la Cina dovrà essere preparata. E con questo in mente, la Cina deve essere più propensa a considerare i colloqui con i paesi interessati sui piani di emergenza “.

Se Pechino continua a resistere alle proposte per lavorare insieme, Washington dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di comunicare unilateralmente gli aspetti dei piani di emergenza degli Stati Uniti per ridurre il rischio di scontri accidentali. Potrebbe persino fornire al lato cinese l’intelligence per aiutare il PLA a proteggere le più importanti strutture nucleari. In alternativa, i due paesi potrebbero utilizzare meccanismi stabiliti per la cooperazione in materia di sicurezza nucleare nel settore civile, come il Centro di eccellenza sulla sicurezza nucleare istituito congiuntamente o organizzazioni come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica per condurre una formazione tecnica. Nessun paese ha più esperienza nello smantellare e proteggere le armi nucleari degli Stati Uniti. Sebbene la Cina abbia la manodopera per impossessarsi del controllo dei siti, non è chiaro se abbia le competenze necessarie per rendere sicuri, i trasporti, o distruggi armi nucleari e materiale. La condivisione delle migliori pratiche contribuirebbe a garantire che la Cina possa gestire in sicurezza ciò che troverà in questi siti.

Ogni strategia ha i suoi compromessi. Coordinare o concedere il coinvolgimento cinese in una contingenza coreana ha un certo numero di aspetti negativi, come i critici sono tenuti a sottolineare. Per cominciare, i sudcoreani si oppongono completamente all’idea di un coinvolgimento cinese sulla penisola, per non parlare degli stivali cinesi sul terreno. Le mosse degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi con la Cina danneggerebbero le relazioni degli Stati Uniti con Seoul , anche se il vantaggio di gestire la scomparsa della Corea del Nord a un costo inferiore sarebbe valsa la pena.

Potenzialmente più preoccupante è il fatto che l’intervento cinese nella Corea del Nord comporterebbe la perdita di qualche influenza degli Stati Uniti sull’insula della penna. A un livello fondamentale, la Cina agirà non per aiutare gli Stati Uniti ma per assicurare che una Corea riunificata non escluda le truppe statunitensi. Ma potrebbe non essere così male, dopo tutto. In franche discussioni, gli interlocutori cinesi hanno insinuato che Pechino potrebbe ancora aderire a un’alleanza degli Stati Uniti con una Corea riunificata. In tal caso, la fine di una presenza militare statunitense permanente nella penisola sarebbe un prezzo ragionevole da pagare per garantire che una seconda guerra coreana avesse il miglior risultato possibile.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di per Foreign Affair qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Le bugie di Trump e il nostro cervello

Le bugie di Trump e il nostro cervello

[In copertina: Donald Trump in Ottumwa, Iowa – di Evan Guest – Fonte]

Tutti i Presidenti mentono. Richard Nixon disse che non era corrotto, eppure orchestrò la più sfrontata e disonesta messainscena della politica moderna statunitense. Ronald Regan disse che non era a conoscenza degli accordi Iran-Contra, ma ci sono prove del contrario. Bill Clinton affermò che non ebbe rapporti sessuali con quella donna; li ebbe, più o meno. Mentire in politica trascende ere e partiti politici. È, in un certo qual modo, una parte intrinseca della professione del politicante.

Ma Donald Trump è in una categoria differente. La grande frequenza, spontaneità e l’apparente irrilevanza delle sue bugie non ha precedenti. Nixon, Regan e Clinton stavano proteggendo le proprie reputazioni; pare, invece, che Trump menta per il puro piacere di farlo. Il 70% delle dichiarazioni di Trump, scrutinate da PolitiFact durante la campagna (elettorale del 2016 ndr.) erano completamente false, mentre solo il 4% erano vere, e l’11% parzialmente vere. Confrontando le percentuali con quelle del politico che Donald Trump ha rinominato “Corrotta”, solo il 26% delle dichiarazioni di Hillary Clinton sono state riscontrate come false.

Coloro i quali hanno seguito la carriera di Trump affermano che il suo mentire non è solo una tattica, piuttosto una abitudine radicata. Gli scrittori dei tabloid newyorkesi che scrissero di Trump come di un magnate in ascesa negli anni ’80 e ’90, ne sottolinearono la grande differenza con le altre celebrità nella frequenza, e neppure con grande senso, con la quale lui mente. Trump ha utilizzato la frase “iperbole onesta”, un termine coniato dal suo ghostwriter in riferimento all’estensiva quantità della modifica della realtà che ha utilizzato, in continuazione, per concludere affari. Trump, a quanto pare, ama il termine, che ha da subito adottato.

Il 20 Gennaio, le iperboli oneste di Trump non saranno più relegati al mondo degli affari e delle campagne elettorali. Donald Trump diventerà il presidente della più potente nazione al mondo, l’uomo in carica di rappresentare quella nazione nel globo, e, soprattutto, raccontare la storia dell’America, di nuovo, agli americani. Ha a disposizione il megafono dell’ufficio stampa della Casa Bianca, il suo popolarissimo account Twitter e una nuova armata di media di destra, la quale non solo ripeterà la sua versione della realtà ma attivamente proverà a smontare i tentativi di schernirlo con fatti verificabili. A meno che Trump si transformi completamente, gli americani vivranno in una nuova realtà, nella quale il loro leader è una fonte palesemente inaffidabile.

Cosa significa per la nazione, e per gli americani, parte ricettrice della versione della realtà in costante distorsione di Trump? È sia una questione culturale che psicologica. Per decenni, ricercatori hanno lottato con la natura della falsità: come cresce? Come agisce sul nostro cervello? Possiamo combatterla? Le risposte non sono incoraggianti per coloro preoccupati dell’impatto sulla nazione di un regno di non verità per i prossimi quattro, o otto, anni. Le bugie sono estenuanti da combattere, dannose nei loro effetti e, probabilmente il punto peggiore di tutti, quasi impossibili da correggere se i loro contenuti riecheggiano abbastanza fortemente nell’ego dell’ascoltatore, cosa che Trump chiaramente fa.

L’impari battaglia tra il cervello e le bugie

Cosa succede quando una bugia arriva al cervello? Il modello, divenuto ora standard, è stato proposto per la prima volta da psicologo Daniel Gilbert dell’università di Harvard più di 20 anni fa. Gilbert sostiene che la gente vede il mondo in due fasi. In primo luogo, anche solo brevemente, abbiamo la bugia vera: dobbiamo accettare qualcosa per capirlo. Per esempio, se qualcuno dovesse dirci, ovviamente in ipotesi, che in Virginia è avvenuta una grave frode elettorale durante le elezioni presidenziali, dobbiamo per una frazione di secondo accettare che in realtà la frode sia stato compiuta veramente. Solo in un secondo momento, è possibile accertare se l’ipotesi sia vera o falsa. Purtroppo, mentre il primo passo è una parte naturale del processo cognitivo, accade automaticamente, il secondo passo può essere facilmente interrotto. È necessario impegno: bisogna decidere attivamente di accettare o rifiutare ogni affermazione che viene recepita. In certe circostanze, la verifica semplicemente non viene compiuta. Come scrive Gilbert, le menti umane “quando si trovano di fronte a carenze di tempo, di energia o di prove convincenti, possono non verificare le informazioni che recepiscono involontariamente durante la comprensione”.

I nostri cervelli sono particolarmente inadeguati per affrontare bugie quando non vengono singolarmente ma in un flusso costante e Trump, è noto, mente continuamente, da questioni particolarmente gravi come i risultati delle elezioni fino a quelle banali come le piastrelle di Mar-a- Lago. (Secondo il suo maggiordomo, Anthony Senecal, Trump gli disse che le piastrelle in un vivaio al West Palm Beach Club erano state fatte da Walt Disney. Quando Senecal non credette alla storia,Trump ebbe una sola risposta: “A chi importa?”). Quando sopraffatti da affermazioni false o potenzialmente tali, i nostri cervelli vanno così rapidamente in sovraccaricato che smettono di verificare ogni singola affermazione. Si chiama carico cognitivo: le nostre risorse cognitive limitate sono sovraccaricate. Non importa quanto sono implausibili le affermazioni, condividine il giusto quantitativo e la gente inevitabilmente inizierà ad assorbire e credere ad una parte di esse. Alla fine, senza rendersene conto, i nostri cervelli semplicemente rinunciano a cercare di capire cosa sia vero.

Ma Trump va un passo avanti. Se ha una particolare bugia che vuole propagare, non solo un bombardamento indifferenziato, continua a ripeterla ad oltranza. Il risultato della ripetizione pura della stessa menzogna può eventualmente renderla vera nella nostra testa. È un effetto noto come verità illusoria, scoperta negli anni ’70 e recentemente dimostrata con l’aumento delle fake news. Nel suo esperimento originale, un gruppo di psicologi ha chiesto ad un gruppo di persone di classificare alcune dichiarazione come vere o false in tre diverse occasioni per un periodo di due settimane. Alcune delle affermazioni sono apparse solo una volta, mentre altre sono state ripetute. Le dichiarazioni ripetute sono state giudicate come vere molto più facilmente la seconda e terza volta che sono apparse, indipendentemente dalla loro effettiva validità. Continua a ripetere che è avvenuta una grave frode elettorale, e l’idea comincerà a penetrare nelle teste della gente. Ripeti abbastanza volte che eri contro la guerra in Iraq, e il tuo record effettivo su di esso in qualche modo scompare.

Ecco la brutta notizia per tutti quei controllori e pubblicazioni che sperano di contrastare le false pretese di Trump: la ripetizione di qualsiasi tipo, anche per confutare l’affermazione in questione, serve solo a consolidarla. Ad esempio, dichiarando: “Non è vero che ci sia stata una frode elettorale”, o cercare di confutare l’affermazione con prove, spesso ha come risultato l’opposto desiderato. In seguito, quando il cervello ricataloga le informazioni per fare mente locale, la prima parte della frase spesso si perde, lasciando solo la seconda. In uno studio del 2002, Colleen Seifert, uno psicologo dell’Università del Michigan, ha scoperto che anche le informazioni ritrattate, che riconosciamo come tali, possono continuare ad influenzare i nostri giudizi e le nostre decisioni. Ad esempio, anche dopo fu dichiarato che un incendio non fu causato da vernici e bombole di gas lasciati in un armadio, la gente ha continuato ad usare queste informazioni, ad esempio, dicendo che il fuoco era particolarmente intenso a causa dei materiali volatili presenti, anche se riconoscevano che questa informazione non era più ritenuta plausibili. Anche davanti alle contraddizioni nelle loro risposte, alcuni hanno replicato con: “In un primo momento, i cilindri e le lattine erano nell’armadio ma poi furono spostati”, creando nuove giustificazioni per spiegare la loro continua dipendenza da false informazioni. Ciò significa che quando il New York Times, o qualsiasi altra pubblicazione, pubblica un titolo come “Trump dichiara, senza prove, che – Milioni di persone hanno votato illegalmente -” rafforza la stessa dichiarazione che vorrebbe confutare.

Trump, fake news e politica: quando le bugie diventano arma

In politica, le false informazioni hanno un potere speciale. Se le fake news si basano su informazioni preesistenti, magari con argomenti di parte, il tentativo di confutazione può anche ritorcersi contro, insinuandolo ancora più saldamente nella mente di una persona. Trump ha vinto gli elettori repubblicani, così come i democratici che si sono allontanati dal loro partito, dichiarandosi contrario a “Washington”, “l’istituzione” e “politically correct”, e spaventando con affermazioni sullo Stato Islamico, gli immigrati e la criminalità. Leda Cosmides all’Università della California, Santa Barbara, ne parla nel suo lavoro con il suo collega John Tooby sull’uso di indignazione per mobilitare la gente: “La campagna è stata più di oltraggio che di politiche”, dice. E quando un politico può creare un senso di oltraggio morale, la verità cessa d’esser rilevante. Le persone si lasceranno guidare dall’emozione, sostenendo la specifica causa, trincerandosi nella loro identità di gruppo. Il nocciolo della sostanza non ha più rilevanza.

Brendan Nyhan, esperto di politica dell’Università di Dartmouth che studia false credenze e miti politici, ha scoperto che quando le false informazioni sono di natura specificamente politica e parte del nostro retaggio politico, diventa quasi impossibile correggerle. Quando la gente legge un articolo nel cui incipit è presente l’affermazione di George W. Bush che l’Iraq possa aver inviato armi alle reti terroristiche, anche se in seguito nell’articolo è specificato che l’Iraq non ha effettivamente posseduto alcuna arma di distruzione di massa al momento dell’invasione statunitense, la pretesa iniziale persiste tra Repubblicani e, anzi, è stata spesso rafforzata. Di fronte ad un assalto apparente sulla loro identità, non hanno cambiato idea per conformarsi alla verità: invece, sorprendentemente, hanno rinforzato le proprie posizione sulle informazioni non appena confutate.

Riguardo Trump, Nyhan sottolinea che le dichiarazioni legate all’etno-nazionalismo, nello specificio quella ad inizio campagna secondo la quale il Messico stesse mandando “stupratori”, va a toccare il vero nucleo della nostra umanità: “Può rendere le persone meno disposte o in grado di valutare l’affermazione empiricamente”. Se credete già che gli immigrati mettono a rischio il lavoro, chi può dire che la castità delle tue figlie non è in pericolo? Oppure come uno psicologo di Harvard University Steven Pinker ha dichiarato, una volta che Trump completa quella connessione emotiva: “Può dire quello che vuole, e la gente lo seguirà”.

Una battaglia senza difese

Quindi, cosa possiamo fare di fronte a un indiscutibile bugiardo come capo di stato? Qui, purtroppo, la notizia non è particolarmente promettente. In una pubblicazione del 2013 volta a correggere le concezioni politiche false, è stato chiesto ad un gruppo di persone in tutto il paese le loro conoscenze su diverse politiche di governo: ad esempio, quanta familiarità avevano sulla gestione dei loro registri sanitari elettronici? È stata chiesta anche la loro opinione nei confronti di queste questioni: erano a favore o contrari? In seguito, i soggetti hanno letto un articolo appositamente creato per lo studio riguardo la precedente politica: come funzionano i record di salute elettronica, quali sono gli obiettivi di utilizzo e quanto sono ampiamente utilizzati. Successivamente, ogni partecipante ha potuto leggere una correzione dell’articolo, dove si asseriva che nel testo erano presenti un diverso numero di errori relativi ai contenuti, assieme ad una spiegazione degli errori. Ma le uniche persone che in realtà hanno corretto le proprie idee ed informazioni sbagliate sono quelle la cui ideologia politica è già allineata con le informazioni corretta. Coloro i quali hanno concezioni politiche distanti dalle informazioni corrette? Hanno cambiato la propria opinione sui fatti relativamente minori, scartando le informazioni più importanti o che in ogni caso siano contro i loro preconcetti.

Ancora più spaventoso per coloro che non hanno mai sostenuto Trump è l’idea che possa influenza il loro cervello. Quando siamo in un ambiente guidato da qualcuno che si mente così spesso, succede qualcosa di spaventoso: smettiamo di rispondere al bugiardo come bugiardo. La sua menzogna diventa normalizzata. Talmente assuefatti, potremmo diventare noi stessi dei bugiardi. Trump sta creando una visione politica dove tutti quando sono sulla difensiva: tu sei con me o contro di me; se tu vinci, io sono sconfitto, e viceversa. Fiery Cushman, uno psicologo dell’Università di Harvard, ha descritto in questo modo la visione di Trump: “Le nostre intuizioni morali sono deformate dalle regole della partita”. In un ambiente a somma zero, rossi contro blu, vincitori e sconfitti e diventiamo, “disertori intuitivi”, ovvero che il nostro primo istinto non è di cooperare con gli altri ma di agire nel nostro interesse personale, che potrebbe significare diffondere le nostre bugie.

 

 


Traduzione da Politico.com – Trump’s Lies vs Your Brain di Maria Konnikova – Fonte

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