Il bistrot h 24 di The Place

Il bistrot h 24 di The Place

 [ Foto in copertina da comingsoon.it ]

Dopo aver fatto molto parlare di sé per la regia di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese si fa abituè del grande schermo con una pellicola per niente banale che ambisce a sovvertire i luoghi comuni della morale dello spettatore.

Nato come un remake della serie televisiva statunitense The Booth at the End, il neonato The Place racconta i tormenti e i desideri di nove personaggi che frequentano un bistrot ad angolo, il the place appunto, abitato giorno e notte da un uomo misterioso. Valerio Mastrandrea interpreta un deus ex machina meticolosamente seduto ogni giorno allo stesso tavolino del bar, intento a scrivere appunti su una poderosa agenda, mentre ascolta i suoi “clienti” parlare di se stessi. Interpretando un moderno Faust in giacca e camicia, l’uomo sottopone soluzioni a coloro che disperati gli si rivolgono per le più svariate ragioni: una giovane suora vuole ritrovare il suo Dio, un poliziotto riavvicinarsi a suo figlio, una giovinetta desidera essere più bella, una moglie riconquistare la passione di un giovane e annoiato marito, o un attempato meccanico passare una sola notte con una pin-up. Qualsiasi richiesta essi facciano, la soluzione è letteralmente a portata di mano, nascosta tra le fittissime righe di quell’agenda. A sancire il patto col diavolo, i richiedenti però hanno l’obbligo di svolgere un compito, pagando il pegno delle loro velleità con un’azione crudele e, il più delle volte, criminale.

La questione centrale di The Place sta tutta in “cosa si è disposti a fare per realizzare i propri desideri”. E a quanto pare la sceneggiatura indovina realisticamente l’acme del punto di non ritorno: i personaggi raschiano il fondo, e, prima di subire le pesanti conseguenze dei loro gesti, decidono di risalire la china.

La tecnica narrativa è costruita grazie ad una impalcatura stilistica che non annoia, e anzi canalizza l’attenzione dello spettatore sulle preoccupazioni dei personaggi attraverso un linguaggio estetizzante. Sta qui, infatti, il pregio della sceneggiatura, che funzionerebbe debolmente se l’intera pellicola non fosse girata in un’unica unità di luogo e d’azione. Il bistrot riecheggia evidentemente l’appartamento di Perfetti sconosciuti, e, nonostante inquadrature siano sicure, fisse, tra campi e contro-campi attorno ad un tavolino, condivide con quello il format narrativo: i dialoghi si nutrono dell’immaginazione dello spettatore, che, dal canto suo, vive i flash-back dei personaggi senza assistervi. Non c’è azione, non c’è suspance; non c’è lotta, non c’è sangue. Eppure tutti ne escono trafitti, come confessa Angela (Sabrina Ferilli), cameriera in cerca di felicità e personaggio funzionale più nel finale, che nella trama.

Probabilmente un po’ troppo ingombrante il sottofondo musicale di Maurizio Filardo che aiuta tuttavia le emozioni a srotolarsi e a scandire il ritmo della recitazione. Gli attori, più che mostrare un approccio cinematografico alla recitazione, sembrano interpretare la corale di una pièce teatrale, mentre trasmettono allo spettatore l’emozione nei volti e la vibrazione nelle voci. A conti fatti, The Place soddisfa le aspettative, a patto che esse siano superiori all’umile e tradizionale sceneggiato tv, ma lascia spazio a sbavature e lacune su cui è necessario ritornare.


Agnese Lovecchio

La La Land, la recensione

La La Land, la recensione

Forse con un po’ di ritardo, mi sono sentito in dovere di esprimere la mia sul film del momento:La La Land”. Esaltato per la sua atmosfera magica e la sua musica spensierata, deriso per la clamorosa gaffe durante la notte degli Oscar, “La La Land” è, piaccia o no, un film che ha fatto e fa parlare di sé.

La storia d’amore tra Sebastian (Ryan Gosling), appassionato pianista jazz col sogno di aprire un locale, e Mia (Emma Stone, aggiudicatasi la statuetta come miglior attrice protagonista), aspirante attrice e barista negli studi della Warner Bros. per necessità, nasce nella pittoresca Los Angeles.

Inverno. La scena iniziale della pellicola è uno stupendo piano sequenza (tecnica molto usata per tutta la durata del film) in pieno stile musical, in cui avviene il primo incontro/scontro tra i due protagonisti: questo tracking shot culminato in un campo lunghissimo ci immerge totalmente in quel paese dei balocchi per sognatori che è L.A., attraverso l’allegria trasmessaci dagli acrobatici movimenti della macchina da presa.

A contatto col mondo del cinema ogni giorno, Mia ne ammira ogni dettaglio, attrici snob comprese, col sogno di essere un giorno al loro posto. Ma al momento non è che una ragazza disposta a fare ore di fila per poi essere bistratta ad ogni casting, con la speranza che il prossimo andrà meglio. Uscita con le amiche per distrarsi, al ritorno viene ammaliata da un incantevole suono di pianoforte, che la conduce in un locale: il pianista è Sebastian, che non rispettando la scaletta, si diletta col free jazz. Colpo di testa non apprezzato dal suo capo, che lo licenzia sotto gli occhi di Mia, il cui tentativo di complimentarsi con lui viene ignorato.

Primavera. I due si rincontrano ad una festa, e questa volta l’aria è meno tesa. Escono insieme e improvvisano un ballo sulle note di “A lovely night” sul Cathy’s Corner. Sebastian e Mia si danno poi appuntamento al cinema per vedere Gioventù bruciata, ma dimentica di avere già un impegno col suo fidanzato, che dribblerà scappando: è l’inizio della loro storia d’amore.

Estate. Quando Keith (John Legend) propone a Sebastian di suonare per la sua band pop/jazz, qualcosa sembra cambiare tra di loro, o meglio Mia vede qualcosa cambiare in Sebastian, ora preso dal tour con la band, impegnato nel suonare una musica che non gli appartiene.

Autunno. Convinta da Sebastian, Mia decide di dedicarsi anima e corpo alla scrittura di un proprio monologo teatrale, ma alla sua prima, visionata peraltro da pochissime persone, Sebastian non riesce ad arrivare in tempo: è la fine della loro storia d’amore. Mia decide di andare a casa dei suoi per schiarirsi le idee. Quando Sebastian riceve una chiamata da una direttrice di casting presente alla prima di Mia, che la invita a presentarsi l’indomani ad un provino, scappa da lei per spronarla a provarci. Lei segue il suo consiglio, ma malgrado i due si giurino amore eterno, il loro futuro appare incerto e destinato a separarli per sempre.

Inverno di cinque anni dopo. Mia ce l’ha fatta: ora è lei l’attrice di successo che ordina un caffè nel bar nel quale rivestiva il ruolo di semplice barista. È ricca, sposata, ha una figlia e una babysitter. Una sera decide di uscire con suo marito a cena, e attirati dalla musica, i due entrano in un locale:il Seb’s. Il nome del locale le ricorda che fu proprio lei a suggerirlo a Sebastian, se un giorno egli avesse realizzato il sogno di aprirne uno. Accortosi di lei, Sebastian decide di eseguire la stessa canzone che Mia sentì quando venne licenziato, e ciò ci porta a fantasticare insieme agli ex fidanzati su ciò che sarebbero potuti essere se non fosse stato per gli errori di lui, o forse di lei, o se non fosse stato per Los Angeles, che come Saturno che divora i suoi figli nel celebre dipinto di Goya, li ha creati e poi distrutti.

“La La Land”, film pluripremiato del 2016 scritto e diretto dal giovane Damien Chazelle (miglior regista agli Oscar 2017), è un continuo omaggio del cinema anni ’50: dai costumi al sistema di ripresa Cinemascope, passando per le musiche e i continui riferimenti a capolavori assoluti di quegli anni. Grande attenzione viene riposta nei dettagli.
“La La Land” mi ha ricordato molti dei motivi per cui amo la settima arte.

Echo, la recensione

Echo, la recensione

Durante il mio cammino nel corso di filmmaking della National Film and Television School, mi sono imbattuto in ‘Echo’ di Lewis Arnold, un interessante cortometraggio riguardante le vicende della diciassettenne Caroline(Lauren Carse) e del suo disperato bisogno di affetto e comprensione.

Nottingham, tarda mattinata. Caroline riceve una chiamata in cui le comunicano che suo padre ha appena fatto un incidente di moto e si trova ora al City Hospital. La giovane si dispera in maniera evidente, attirando l’attenzione di un uomo e una donna propensi ad aiutarla. Senza che lei lo chiedesse, le vengono prestati dei soldi per il taxi al fine di raggiungere l’ospedale. Ma qualche secondo dopo essere entrata nel taxi, Caroline scende, pagando al tassista qualche spicciolo per il disturbo e prendendosi il resto dei soldi.

La visione totalmente oggettiva dello spettatore lo porta prima ad un profondo dispiacere per la ragazza, e poi ad un forte risentimento nei confronti della stessa e della sua sfacciataggine nel prendersi gioco di passanti comprensivi. Inoltre, questa sensazione di oggettività è rafforzata anche da un particolare della stessa scena: quando l’uomo si avvicina per aiutare Caroline, il suo approcciarsi in maniera pensierosa e taciturna alla borsa poggiata a terra della ragazza ci mette il dubbio che egli abbia la sola intenzione di derubarla.

Quando Caroline torna a casa conosciamo anche la sua famiglia, composta da sua madre (Carolina Giammetta) e suo fratello piccolo Ollie(Oliver Woollford), che le chiedono con preoccupazione il motivo della sua assenza all’uscita di scuola. La sua risposta non convince il fratello, che la segue la mattina seguente trovandola a rifare la sceneggiata dell’incidente del padre. Quando Ollie si avvicina e chiede spiegazioni, il piano di Caroline va a monte, la vittima comprende la situazione e minaccia di chiamare la polizia se l’avesse rivista fare una cosa simile. I due fratelli tornano a casa in treno, e la loro apparente separazione fisica non fa che in realtà farli sembrare più uniti che mai a livello emotivo.

Questa volta la scena appare ai nostri occhi come qualcosa di già conosciuto:non appena la rivediamo alle prese con la stessa recita, proviamo puro disprezzo. Poco dopo, Ollie chiede a Caroline come mai l’uomo di quella mattina fosse a conoscenza dell’incidente del loro padre, ed è qui che comprendiamo a fondo la psicologia della protagonista:tutte quelle messe in scena non erano indirizzate a trarne beneficio economico, ma comprensione e affetto per un trauma non ancora metabolizzato.

Nella scena finale Caroline è seduta in un bar, e la macchina da presa punta sul dettaglio del suo pollice mentre accende la fiamma di un accendino, ampliando la ferita già presente sul dito:questa forma di masochismo ci riporta alla sua persona in maniera profonda. Ha ora luogo una terza telefonata, stesso copione, ma questa volta tutto il disprezzo che avevamo provato per lei nella telefonata precedente, si trasforma in comprensione, elemento chiave di tutto il film e la cui disperata ricerca porta Caroline ad agire disperatamente. Ora il nostro pensiero verso la scena è influenzato dalla nostra conoscenza: stiamo pensando soggettivamente.

‘Echo’ è un lavoro molto valido nella sua semplicità, in cui Lewis Arnold ci fa capire come talvolta la nostra visione della realtà possa essere distorta ed incompleta, e ci possa dunque portare a pensare erroneamente.

foto da: vimeo.com

Rogue One: In una galassia lontana lontana tutti possiamo diventare eroi

Rogue One: In una galassia lontana lontana tutti possiamo diventare eroi

In copertina: collage dei poster ufficiali di Rogue One: A Star Wars Story. Fonte qui

Questa è una recensione SPOILER FREE.

Dopo i 4 film su Star Wars (sì, 4 e non 7 fingendo la non esistenza dei primi tre per amore di tutti) la Disney ci propone un nuovo capitolo che dal punto di vista cinematografico prova a dare un punto di vista diverso rispetto a quello visto nei capitoli precedenti, ampliando la nostra percezione di quel magnifico universo.

Il regista e gli sceneggiatori di questo film sono liberi da tutti i vincoli nei quali si era trovato Abrams per il capitolo VII. Qui, stiamo osservando un retroscena: una sorta di ‘dietro le quinte’ di ciò che poi porterà al primo film uscito nelle sale cinematografiche. Questa libertà narrativa ed espressiva ci mette davanti un qualcosa che costruisce un proprio ecosistema a sé stante ma perfettamente in simbiosi con l’ecosistema principale. Si viene quindi a creare un film dalla narrazione multiforme, toccando differenti generi. Si va così dallo spy-movie sino a concludersi con un più classico war-movie. Il tutto, mantenendo comunque l’anima di un vero film di Star Wars.

Un’altra libertà evidente e presente nella pellicola è quella di non utilizzare la figura dello Jedi in senso fisico, ma facendone percepire l’esistenza attraverso la forza, che non viene controllata come era stato fatto fino ad ora, ma lasciando che sia essa stessa a controllare gli eventi. Dunque, la forza si trasforma qui in una rappresentazione di una religione che aiuta ed alimenta la speranza dei protagonisti.

Questa assenza di esseri superiori come gli Jedi mette ancora di più in evidenza la sensazione di vivere un evento avvenuto dietro le quinte, riempiendo la narrazione di quei personaggi che in un qualsiasi altro film (non solo della saga) sarebbero semplici comprimari, elevandoli inoltre a protagonisti e paladini assoluti. Ciò non stona affatto e pare una scelta azzeccata. Anzi, ne è punto focale e complessivo.

Unico essere superiore presente nel film è Darth Vader, la cui superiorità è talmente importante ed imponente che anche in assenza dallo schermo riusciamo a percepire la sua presenza, personaggi in campo compresi. Nei primi film abbiamo assistito alla nascita del personaggio, attraverso le varie fasi che lo hanno portato verso al lato oscuro, provando a comprenderne le ragioni. Negli ultimi tre invece osserviamo una drastica ma graduale caduta. Un ritorno alle origini sino al raggiungimento della più totale redenzione.

Mancava la parte centrale della sua parabola, il punto massimo in assoluto. In questo film possiamo finalmente vederci chiaro. La verità ci viene spiattellata in faccia senza remore attraverso le scelte del regista. Questo suo dominio è ancora più enfatizzato dal fatto che intorno a lui vi sono solo esseri normali, assolutamente incapaci di poterlo contrastare e indebolire. Ma nonostante tutto questo, la forza si fa portatrice di speranza e aiuta tutti i personaggi in determinati momenti catartici.

Un altro elemento apprezzabile del film è che la sua attesa circa il compimento e lo sviluppo della trama. L’evoluzione della narrazione si nutre di quella tensione capace di incollare lo spettatore allo schermo.

Possiamo definire questa pellicola come pura Pornografia Nerd. Sembra infatti di guardare un fan-film: vengono messi in atto tutti gli elementi del vero fan di Star Wars. Tutto ciò che egli vorrebbe e che abbia sempre desiderato. Con un pregio su tutti: la auto concessione di quella libertà creativa considerata elemento cardine nel complesso di un soddisfacente prodotto.

Un ultimo aspetto da non trascurare è il classico tono di epicità. Una storia ‘autoconclusiva’ composta da comprimari e personaggi estremamente normali porta al via una delle saghe cinematografiche più amate e apprezzate di tutti i tempi.

In conclusione, per poter comprendere tutto quello che il film vuole lasciare allo spettatore, vi consiglio di entrare in sala e guardare ciò che verrà proiettato davanti, con lo sguardo di un bambino pieno di speranze e voglia di conoscere grazie a chi e come sono nati gli eroi e le storie che hanno conquistato generazioni intere.

Rocco Schiavone, quando vogliamo cancellare le cose belle

Rocco Schiavone, quando vogliamo cancellare le cose belle

In copertina: Rocco Schiavone nelle sue poco corrette abitudini, fonte Panorama

Nelle ultime settimane sui canali di mamma Rai, precisamente su RAI2, ha fatto la sua comparsa una nuova serie tv. Sì, voglio definirla SERIE TV perché è ben fatta e realizzata quindi non la definirò fiction.

Con la sua comparsa sugli schermi è naturalmente cresciuta dal nulla la solita polemica all’italiana, dove si definiva il vicequestore protagonista della serie troppo estremo, troppo fuori dagli schemi e dalle regole per poter essere trasmesso in prima serata su un canale della televisione nazionale.

Quali sono questi atteggiamenti estremi che tanto hanno destato scalpore nei giornalisti nostrani? Beh, il suo atteggiamento spocchioso, con un linguaggio colorito, sono i meno criticato; il vero peccato originale, in realtà, è il fatto che nella serie si veda con estrema tranquillità e assoluta naturalezza il Vicequestore consumare uno spinnello, sì uno spine, sì quello (citazione impropria a Fabri Fibra), che egli stesso, nella seconda puntata, prendendo spunto da una citazione di Hegel, lo definisce come la sua preghiera del mattino.

La droga, sempre che la cannabis si possa definire tale, si dimostra ancora nel 2016 un argomento tabù per l’utente televisivo di vecchio stampo, soprattutto quello italiano, nonostante negli USA vengano trasmesse serie televisive nella quale la si produce a livelli industriali e la si distribuisce a livello nazionale e internazionale come farebbe una multinazionale qualsiasi. Ovviamente mi riferisco a prodotti come Breaking Bad, Narcos e Weeds, per citare alcune delle serie più conosciute. Forse il fatto che il soggetto a farne uso sia un pubblico ufficiale e non il solito personaggio stereotipato della fiction alla italiana, può scombussolare il fragile buonismo dei telespettatori nazionali.

Altra cosa che ha destato scalpore è l’atteggiamento tenuto da Schiavone nella seconda puntata, nella quale si sta indagando su di un suicidio-omicidio di una giovane ragazza trovata impiccata in casa. Nel corso della puntata vengono trattati due argomenti che hanno contraddistinto, purtroppo, la cronaca recente: uno stupratore seriale torna a piede libero dopo una lunga sfilza di accuse accreditate e la vittima del caso principale della puntata si pensa possa aver subito violenze fisiche dal marito.

Entrambi i temi vengono affrontatati in maniera molto delicata e rispettosa senza eccedere nelle descrizioni o in dettagli che avrebbero potuto portare il tutto a un livello di retorica da 4 soldi.

Leggendo questo uno potrebbe chiedersi “Ma di cosa si sono lamentati gli spettatori?”. Beh, si sono lamentati del modo di operare e di reagire alle due dinamiche da parte del protagonista, il quale senza pensarci due volte torna nella sua Roma per ridare una lezione allo stupratore. Evidentemente, la prima volta non era stato convinto a dovere. 

In ogni caso Schiavone, riesce verso la fine a trovare la prova schiacciante: l’assassino della donna è il marito! Torchiato psicologicamente dal protagonista, ammette di averla picchiata più volte per via della sua mancanza di fede e della sua presunta relazione con la proprietaria della libreria. È nei 5 minuti finali, però, che le nostre certezze crollano. Schiavone, leggendo il diario della vittima posseduto dalla sua amica, collega tutto e capisce che il marito non ha ucciso la moglie inscenando un suicidio, ma questa ha fatto esattamente il contrario, con l’aiuto dell’amica e presunta amante. E Schiavone che fa? Elimina la prova che potrebbe collegare l’amica alla scena del crimine,facendo in modo che il marito, innocente, venga accusato dell’omicidio.

Due atteggiamenti che potrebbero mettere in discussione la morale di molte persone, ma che comunque hanno avuto una eco minore rispetto a quella del consumo di sostanze. Questo serve a farci capire quanto ancora un semplice spinello sia moralmente meno accettato di un violentatore che viene accusato ingiustamente di omicidio.

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