Cosa sta succedendo di nuovo tra Israele e Palestina?

Cosa sta succedendo di nuovo tra Israele e Palestina?

[ In copertina: la spianata delle moschee o monte del tempio, dove a pochi metri di distanza coesistono la moschea di Al Aqsa, il Muro del Pianto e la Basilica del Santo Sepolcro. Foto: Al Jazeera]

Ci risiamo. Il 14 Luglio a Gerusalemme tre arabi israeliani hanno usato armi da fuoco per sparare ed uccidere due soldati israeliani e ferirne un terzo all’interno della spianata delle moschee. Lo stesso giorno, Israele ha cancellato la preghiera del venerdì e chiuso l’accesso alla moschea di Al Aqsa ai fedeli. Immediatamente i riflettori si sono accesi. L’assassinio perpetrato dai tre giovani arabo-israeliani ha, senza dubbio, la colpa di aver riportato l’attenzione internazionale sul conflitto in Palestina, ma di certo non ha la colpa di aver riacceso le violenze, in una terra dove non passa giorno senza che ce ne siano.

Perché aver riportato l’attenzione sul conflitto è una colpa? Perché quando questo accade il pubblico che non segue sistematicamente le notizie provenienti dalla Palestina inizia a giudicare tutto ciò che avviene di conseguenza, prendendo come punto di partenza la notizia più in voga del momento. L’assenza di “Breaking News” e titoloni fa pensare che fino a quel momento la situazione fosse “normale” o perlomeno pacifica e che poi, di punto in bianco, per colpa di tre giovani esaltati tutto ripiombi nella violenza. In quest’ottica è chiaro che è colpa dei tre assassini se israeliani e palestinesi hanno ripreso a farsi la guerra.

Ma le cose non stanno così, e di normalità proprio non si può parlare. Per spiegare il motivo per cui le cose non stanno così prendo a prestito le parole di un comunicato stampa della Commissione giustizia e pace, pubblicato dal Patriarcato latino di Gerusalemme, una voce direttamente riconducibile al Vaticano:

“La situazione in Israele e Palestina è lungi dall’essere normale, dato il conflitto che esiste senza soluzione di continuità tra i due popoli, palestinese e israeliano. Questo conflitto ha un profondo impatto sulla vita quotidiana delle due diverse realtà, lo Stato della Palestina e lo Stato di Israele secondo i confini anteriori al 1967.

Nello Stato di Israele, tutti i cittadini, ebrei e arabi, in linea di principio hanno gli stessi diritti. Ma in realtà i cittadini arabi subiscono discriminazioni in molti settori e in vari modi: nell’accedere allo sviluppo, all’istruzione, al lavoro, al finanziamento pubblico per i comuni arabi, ecc. Alcune di queste forme di discriminazione sono sancite nella Legislazione, ma altre sono indirette e nascoste.

Nello Stato della Palestina, nonostante l’esistenza dell’Autorità palestinese, i palestinesi continuano a vivere sotto occupazione militare, che ne condiziona la vita quotidiana: la costruzione di insediamenti e strade, la legalizzazione di costruzioni israeliane sulla terra palestinese, incursioni militari private, omicidi, arresti arbitrari, detenzioni amministrative e punizioni collettive, confisca delle terre, demolizioni di case, posti di blocco che limitano la libertà di movimento e che creano molti ostacoli allo sviluppo economico, l’interdizione del ricongiungimento familiare, ossia la violazione del diritto naturale dei membri della stessa famiglia di vivere insieme.

In entrambe le società, israeliana e palestinese, la vita dei Palestinesi è lungi dall’essere normale. Comportarsi “come se” le cose fossero normali significa ignorare la violazione dei diritti umani fondamentali. Allo stesso tempo, in entrambi le situazioni, la vita quotidiana richiede alcune relazioni con le Autorità israeliane. Tuttavia, tutte le persone e le istituzioni coinvolte nel mantenere questi rapporti devono essere consapevoli che qualcosa di “anomalo” necessita di essere rettificato invece di permettere che l’“anormale” diventi un dato di fatto.

metal detectors al aqsa

Forze di sicurezza israeliane controllano i fedeli palestinesi e i loro averi. [Alkharouf Mostafa/Anadolu Agency]

In Israele, gli Arabi che hanno la cittadinanza israeliana mantengono rapporti di reciprocità con le autorità civili e sono rappresentati nella Knesset. Oltre 300.000 cristiani vivono in Israele in Israele nel lungo periodo. I cittadini e i residenti di lungo termini rispettano le leggi dello Stato e quindi hanno il diritto e il dovere morale di utilizzare tutti i mezzi legali e non violenti a loro disposizione per promuovere pieni diritti e piena uguaglianza per tutti i cittadini. Ignorare o emarginare questo dovere significa “normalizzare”, collaborando con strutture discriminanti, che alimentano l’ingiustizia e l’assenza di pace.

In questo contesto, la Chiesa ha l’obbligo di garantire il corretto funzionamento delle parrocchie, delle scuole e di molte altre sue istituzioni, dovendo interagire con chi amministra i territori in cui opera. Tutto questo, però, non deve mai prescindere dall’impegno della Chiesa per la giustizia e per la denuncia di ogni ingiustizia.

In Palestina, l’Autorità palestinese è costretta a coordinarsi con le autorità israeliane per operare. Eppure i cittadini palestinesi hanno un controllo molto limitato sulla propria vita, e hanno bisogno di permessi e autorizzazioni degli israeliani per molti aspetti della loro vita quotidiana, per esempio: visitare i Luoghi Santi, avere accesso alle istituzioni palestinesi (parrocchie, scuole, ospedali) nella parte occupata di Gerusalemme, costruire case o avviare commerci nelle aree palestinesi controllate dalle Autorità israeliane.

Allo stesso modo la Chiesa, per le esigenze della vita quotidiana, non può vivere o lavorare senza chiedere permessi e visti alle Autorità israeliane. La Chiesa ha l’obbligo morale di discernere costantemente tra ciò che è inevitabile nei rapporti con la potenza occupante al fine di garantire le esigenze quotidiane e ciò che invece dovrebbero essere evitato, ossia non coinvolgendosi in relazioni e attività che alimentano la sensazione che “la situazione è normale”.”

mahmoud abbas Cina

L’incontro tra Mahmoud Abbas e Xi Jinping. How Hwee Young/European Pressphoto Agency


Proprio negli stessi giorni
in cui a Gerusalemme si scatenava il putiferio, un’altra notizia passata in sordina ma non di poca importanza è quella che riguarda la visita del presidente palestinese Mahmoud Abbas in Cina. Abbas incontrava il presidente Xi Jinping in una quattro giorni a Pechino, portando a casa importanti accordi. Il più significativo impegno assunto dalla Cina è quello che prevede la costruzione della zona industriale di Tarqomia, a ovest della città di Hebron, in cui è previsto anche lo sviluppo di energie alternative. Ma Pechino si è impegnata anche nel sostegno al ministero degli Esteri palestinese, in attività di formazione di risorse umane, e altri accordi di cooperazione economica e culturale. Abu Mazen ha inoltre proposto di avviare in Cina attività di promozione del turismo cinese in Palestina, con la promessa di impegnarsi di rimuovere tutti gli ostacoli burocratici alla concessione di visti turistici.

Parliamo di un conflitto, quello israelo-palestinese, dove la sproporzione dei poteri e delle alleanze è evidente. Si rende, allora, sempre più necessario e fondamentale l’intervento di attori finora marginali, proprio come la Cina e il Vaticano. Sarebbero gli unici in grado di riequilibrare la sproporzione oggi esistente, che è il vero “lasciapassare” al comportamento illegale di Israele.


 

Piedi di Loto: il sottile confine fra bellezza e sofferenza

Piedi di Loto: il sottile confine fra bellezza e sofferenza

“Mia nonna era un’autentica bellezza. Aveva il viso ovale, con le guance rosee e la pelle luminosa. I capelli lunghi, di un nero lucente, erano raccolti in una folta treccia che le arrivava fino alla vita. Quando l’occasione lo richiedeva, e cioè quasi sempre, sapeva mantenere un atteggiamento riservato, ma sotto la compostezza esteriore fremeva di energia repressa. Era piccola di statura, circa un metro e sessanta, con una figura snella e le spalle cadenti, che erano considerate l’ideale. Il suo pregio maggiore, però, erano i piedi fasciati, che in cinese venivano chiamati ‘gigli dorati di otto centimetri’ (san-tsun-gin-lian). Ciò significava che si muoveva ‘come un tenero virgulto di salice alla brezza primaverile’, per usare l’espressione tradizionale degli intenditori di bellezza muliebre cinesi. Si riteneva che la vista di una donna che vacillava sui piedi fasciati avesse un effetto erotico sugli uomini, in parte perché la sua vulnerabilità avrebbe dovuto ispirare a chi la osservava il desiderio di proteggerla.”

Loto d’oro o Gigli d’oro è il poetico nome che veniva dato ai piedi fasciati in Cina a partire dall’origine di quello che è un fenomeno oggi ormai praticamente estinto. Il nome deriva dall’andatura precaria e oscillante cui le donne erano costrette a causa della fasciatura, un ondeggiare che ricordava quello dei fiori di loto scossi dal vento, associati ad un particolare ideale di bellezza che si diffuse a partire dal 900 d.C circa.

Reportage di Jo Farrell

Vi sono diverse teorie riguardo l’origine di questa pratica, dalle più fantasiose alle più verosimili. Una leggenda popolare cinese racconta di una volpe che aveva provato ad assumere le sembianze dell’imperatrice Shang fasciandosi le zampe in modo da celare la propria natura animale. Secondo un’altra leggenda l’imperatrice aveva un piede equino ed impose la compressione dei piedi in modo da poter esibire la propria deformità come sinonimo di grazia ed eleganza.

La versione più quotata è però quella rilevata da Zhang Bangji, un chiosatore vissuto agli inizi del XII secolo, secondo la quale la pratica ebbe inizio sotto il regno di Li Yu (961-75), imperatore e poeta della dinastia meridionale dei Tang. Li Yu aveva a palazzo una concubina chiamata Fanciulla Soave, una danzatrice di estrema bellezza, che si fasciò i piedi per eseguire la Danza della luna sul fiore del Loto. I suoi piedi infatti dovevano assumere la forma della mezzaluna in modo che potesse volteggiare con leggerezza intorno al fiore di loto dorato che si fece costruire.

Quel che pare più certo è che furono le danzatrici di corte a dar vita questo fenomeno, il che sembra suggerire che il tipo di fasciatura originaria dovesse essere molto più leggero in modo da rendere agevoli i loro movimenti.

Fu quindi prima di tutto un fenomeno cortigiano e nei secoli successivi si diffuse fino a raggiungere borghesia e proletariato e a diventare un elemento fondamentale nel delineare lo status sociale.

Le donne con il loto d’oro infatti venivano associate ad uno stato di benessere economico del marito e della famiglia di provenienza in virtù del fatto che erano impossibilitate a lavorare e dunque dispensate dal contribuire al reddito famigliare.

Fra le frange popolari e contadine spesso si fasciavano i piedi alle ragazze in età più avanzata in modo da poterle sfruttare come forza lavoro il più a lungo possibile. In genere l’età in cui veniva avviato il processo era tra i 4 e i 5 anni in modo da permettere al piede di conformarsi durante la crescita.

“A quei tempi quando una donna si sposava, la prima cosa che la famiglia dello sposo faceva era esaminarle i piedi. Si riteneva che i piedi grandi, cioè normali, fossero un disonore per la famiglia dello sposo. La suocera sollevava l’orlo della lunga gonna della sposa e, se i piedi erano lunghi più di una decina di centimetri, lo riabbassava di scatto con un gesto di ostentato disprezzo e si allontanava con sussiego, lasciando la sposa esposta agli sguardi critici degli invitati alle nozze, che le fissavano i piedi e manifestavano il loro disdegno borbottando insulti. A volte una madre aveva pietà della figlia e le toglieva la fascia; ma quando la bambina cresceva e doveva subire il disprezzo della famiglia del marito e la disapprovazione della società, arrivava a rimproverare la madre per la sua eccessiva debolezza.”

Con il passare degli anni la pratica assunse svariati significati man mano che si inseriva all’interno di un paradigma socio-culturale nel quale si trovò a contribuire alla costruzione di un’immagine di donna ideale

sempre più canonizzata.

 

Camminare a passi piccoli e misurati faceva parte in realtà di un modello estetico comportamentale precedente in cui si valorizzavano della figura femminile

“Il Ventaglio Segreto” – Wayne Wang (2011)

grazia ed equilibrio.

In un manuale del XIX secolo si legge: “Quando cammini, non girare la testa; quando parli, non aprire la bocca; quando siedi, non muovere le ginocchia; quando sei in piedi, non agitare le vesti; quando sei felice, non ridere forte; quando sei arrabbiata, non alzare la voce”.

La mobilità limitata della donna divenne garanzia di castità e fedeltà coniugale. La fasciatura infatti impediva alle spose di fuggire e le rendeva dunque proprietà acquiescente del marito. Le donne erano quindi escluse anche dagli spazi sociali, che diventavano prerogativa degli uomini, riducendosi a simulacro di un’essenza che nutriva il piacere e l’immaginario maschile dell’epoca. Il giglio d’oro comunicava docilità, sopportazione e coraggio ma portava con sé anche forti connotati di erotismo. La fasciatura infatti stimolava l’immaginazione maschile in un gioco di vedo/ non vedo in cui l’idea di ciò che potesse celare era più importante di ciò che in realtà nascondeva. Si diffuse inoltre l’idea che le difficoltà nel movimento provocassero un irrigidimento dei muscoli adduttori favorendo il restringimento della vagina e rendendo il piacere sessuale maschile più intenso.

Le calzature venivano spesso realizzate dalle donne stesse per esaltare la forma acquisita ma anche per mettere in mostra le loro doti artigianali.

La pratica ovviamente creava non poche sofferenze. La fasciatura, anche se allentata, andava portata anche la notte per impedire alle fratture di ricomporsi. La carne spesso andava in suppurazione anche a causa della crescita delle unghie. Setticemia, cancrena e perdita delle dita erano rischi cui si incorreva costantemente. Il dolore dominava soprattutto la prima fase perché il piede continuava a crescere anche se deformato. La sopportazione era dunque una dote che veniva allenata fin dalla tenera età.

“Per anni mia nonna visse in preda a un dolore incessante e tormentoso. Quando pregava la madre di toglierle le fasciature, la mia bisnonna si metteva a piangere e le diceva che i piedi non fasciati le avrebbero rovinato la vita, e che lei lo faceva per la sua felicità futura.”

Come molti altri riti invasivi e brutali perpetrati per secoli nei confronti delle donne, anche in questo caso sono state le donne stesse le più agguerrite conservatrici di una pratica che man mano che si avvicinava il XX secolo veniva sempre più messa da parte. Ogni tentativo di riforma fu infatti inizialmente osteggiato dalle donne più anziane che minacciavano di disconoscere le nipoti se vi avessero rinunciato.

Reportage di Jo Farrell

Nel 1898 il celebre riformatore politico cinese Kang Youwei scrisse un memoriale all’imperatore chiedendo l’abolizione della pratica. Nel 1902 furono emanati i primi editti dalla dinastia imperiale e nel 1911, dopo la fondazione della Repubblica di Cina, la fasciatura dei piedi diventò illegale. Ma fu soltanto negli anni Cinquanta, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, che la pratica si estinse del tutto: le donne dovevano lavorare e non potevano permettersi di avere i piedi fasciati.

Quella dei piedi di loto è in realtà una questione oggi soggetta a revisione da parte di chi vorrebbe sottolineare come  l’Occidente stesso nel raccontare questa pratica e denunciarla abbia di fatto invisibilizzato fenomeni restrittivi propri come il corsetto che di fatto provocava gravi danni alla fisicità della donna e ne limitava la libertà di movimento, rendendosi anch’esso simbolo più o meno palese di oppressione e controllo. Inoltre lo stigmatizzare tale pratica non tiene spesso in conto quelle più o meno socialmente accettate che vedrebbero la donna oggi ancora vittima di soluzioni estetiche pagate a duro prezzo.

I vari passaggi sono tratti da Cigni Selvatici, Tre figlie della Cina di Jung Chang, Longanesi&C Editore

 

La Germania sta divorando l’Unione Europea

La Germania sta divorando l’Unione Europea

L’Europa oggi e il ruolo della Germania

Se c’è una cosa ben chiara a tutti nell’attuale quadro europeo, è che qualcosa non va.

Il progetto di unione politica e monetaria aveva l’obiettivo di mettere fine agli antichi rancori tra Stati, vecchi di secoli e causa di infinite guerre, ma aveva anche il fine di riunire i popoli in una nuova unione continentale, che fosse in grado di competere con i giganti dell’economia e della politica odierna. Di chi parliamo? Di Usa, Russia e Cina.

E’ chiaro che in una prospettiva di competizione tra giganti di tali dimensioni, piccoli Paesi come il Portogallo, l’Austria, l’Italia non ce l’avrebbero mai fatta autonomamente, in un mondo che corre ad alta velocità. Ma con l’ Unione europea sì: anche l’Irlanda, l’Italia o la Francia avrebbero avuto il modo di competere con le grandi sfide globali attraverso il progetto comunitario (stando almeno alle intenzioni di base).

Qualcosa però si è incrinato, e oggi rischia davvero di spezzarsi. Nello scenario attuale, l’Europa non è una forza diplomatica ed economica unitaria, ma una unione frammentata in cui la Germania definisce le regole dell’economia e della politica. Chiunque neghi questo, negherebbe di fatto l’evidenza.

La perdita di potere dell’UE a vantaggio della Germania è sicuramente imputabile alla incapacità degli altri Stati membri, ma non esclusivamente. Oltre a tale incapacità di concepirsi come entità unitaria e di andare oltre gli interessi nazionali, vi è stata la consapevolezza tedesca di beneficiare di un sistema economico favorevole solo a sé, ma, nel complesso, estremamente dannoso per l’Europa.

Il ruolo della Germania è senza dubbio quello di Leader, seppure nel progetto di Unione Europea non sia stata così “Europeista” come tutti credono. Ciò è evidente e qui proviamo a spiegarlo.

Economia: la Germania predica male e razzola bene

La Germania ha avuto un ruolo guida soprattutto nell’economia. Quella tedesca cresce più di quella dei partners europei, e tutti voglio scoprire il segreto. Le ricette economiche che la Germania consiglia sono quelle che conosciamo: austerità, risanamento dei conti pubblici, meno spesa. E sono le stesse che da anni vengono applicate ai Paesi europei in crisi, Italia compresa. I risultati? Deflazione (diminuzione dei prezzi e dei salari), debito pubblico in aumento, produzione industriale stagnante. Risanare i conti pubblici in una congiuntura già esasperata dalla crisi economica (partita negli USA nel 2008) è stato completamente disastroso, fallimentare. E ciò, più di ogni altra cosa, ha portato alla sfiducia nell’Europa tutta e nelle sue istituzioni e dato nuova vita ai populismi. Chiunque avrebbe cambiato strategia: d’altronde c’è il futuro dell’Europa tutta in gioco. Chiunque, tranne la Germania. Per anni Berlino ha difeso questa linea, anche quando tutti i leader europei chiedevano un cambio di rotta. Ma per quale motivo, se si è visto che non funzionano? I risultati parlano chiaro.

fonte: Wikipedia

Viene allora da chiedersi, quali solo le modalità di successo del governo tedesco? E’ presto detto: mentre la Germania ha detto per anni che la spesa pubblica e il debito sono il male assoluto, la locomotiva tedesca era alimentata proprio dalla spesa pubblica. Attraverso il KfW, la Germania ”canalizza tutta una serie di operazioni che altrove figurerebbero nei conti dello Stato per cifre ingenti”. Esatto, la Germania ha trovato il modo per non far rientrare la spesa pubblica nel debito pubblico. Mentre il resto d’Europa soffre la fame a causa dei vincoli di Maastricht e del fiscal compact, la Germania fa spesa pubblica per miliardi di euro.

L’iniquità di una tale atteggiamento è sotto gli occhi di tutti e rivela il ruolo demolitore che interpreta la Germania in Europa. E pensare che in italia continuano a dirci che la spesa pubblica è il male!

Politica: che fine ha fatto Bruxelles?

Nella politica, gli Stati, affannati dai problemi economici hanno “colpevolmente spostato il potere dalla commissione europea al consiglio europeo” 1, cioè da un “organo di Individui” (i commissari nazionali) ad un “organo di Stati” (riunione dei capi di governo). L’operazione ha totalmente sbilanciato il peso delle decisioni europee, consegnando di fatto il potere a Berlino, con la Merkel a rappresentare la figura politica più abile presente al momento. Gli esempi di questa situazione sono numerosi:

Proteste dei profughi sulla rotta balcanica

Accordo con Turchia sui profughi. L’ondata di profughi diretti verso l’EU arriva da due versanti, quello libico e quello turco, cioè rotta del Mediterraneo e rotta dei Balcani. La Germania ha abilmente condotto un accordo con il governo turco per fermare l’arrivo di profughi dalla rotta balcanica, fornendo mezzi e fondi alla Turchia. Per alcuni l’accordo è stato uno scandalo, per altri un esempio di pragmaticità politica. In effetti oggi la rotta balcanica è chiusa, mentre quella del mediterraneo è totalmente incontrollata.

Ancora una volta, la Germania agisce come Stato “unico”, curando i propri interessi nazionali e commerciali, senza spingere verso l’unificazione politica europea, ma scavalcandola e ponendosi come unico interlocutore. A dimostrazione di questo le dichiarazioni della Casa Bianca, secondo cui, da ora in poi, le comunicazioni tra USA-UE non avverranno più tra Washington-Bruxelles, ma tra Washington-Berlino, come detto recentemente da Steve Bannon. La cosa curiosa è che dichiarazioni simili sono state fatte anche dal governo canadese guidato da Justin Trudeau, a dimostrazione che non si tratti solo di un colpo di testa del governo Trump, ma di una presa d’atto delle forze in gioco in Europa.

Sanzioni alla Russia e accordi Russia-Germania. La vicenda delle sanzioni europee alla Russia è piuttosto esplicativa del modo di muoversi della Germania in ambito internazionale. Berlino, si è a lungo fatta fatta promotrice e guida delle sanzioni economiche alla Russia come reazione europea alla crisi ucraina. Non tutti in Europa hanno gradito, per via delle conseguenze economiche. Solo all’Italia, le sanzioni sono costate una perdita di export di 3,6 miliardi di euro tra il 2014 al 2016.

fonte: fort-russ.com

Al di là del giudizio di valore riguardo le cause e le conseguenze di questa crisi, c’è un dato importante da notare. I russi hanno definitivamente deciso di spostare la rotta dei gasdotti, fermando le forniture che passano dall’Ucraina, di cui Mosca non si fida più. Quelle forniture arrivavano in Europa per alimentare Italia, Ungheria, Austria e Repubblica Ceca.

Qui entra in gioco la Germania. Dopo essersi fatta portabandiera delle sanzioni alla Russia, i tedeschi entrano in trattativa con la russa Gazprom riguardo la questione gasdotti. La proposta è di aggirare il problema Ucraino, costruendo un gasdotto che non passi più da Kiev, ma che attraversi tutto il Mar Baltico e giunga in Germania. Si tratta del North Stream 2. Si, 2. Perché c’è già un gasdotto che percorre il Baltico, e questo sarebbe il secondo. In questo modo, tutto il gas proveniente dalla Russia passerebbe per la Germania, rendendoci di fatto dipendenti da Berlino.

L’incoerenza tedesca non è passata inosservata, e persino l’ex premier Renzi ha accusato la Germania di fare il doppio gioco, sanzionando Mosca e allo stesso tempo facendoci affari.

Trump, la Nato e la bomba atomica tedesca

Nel 2015, in piena crisi ucraina, i Paesi Nato hanno concordato l’aumento delle spese militari fino al 2% del PIL dei Paesi sotto quella soglia. Se la Francia si trovava appena sotto quella soglia, la Germania si assestava al 1,3 % del Pil e l’aumento consisteva circa in 35 miliardi. A inizio 2016 Berlino però rincara la dose, la ministra della difesa Ursula von der Leyen dichiara di voler aumentare la spesa militare di 130 miliardi entro il 2030.

In assenza di un esercito europeo unitario, o quantomeno coordinato, e alla luce della crisi economica, la difesa dei membri europei è affidata sostanzialmente a loro stessi e alle loro capacità di spendere e innovare. Con una Nato sempre più distaccata, tutto ciò potrebbe essere un problema: gli Stati europei non possono spendere autonomamente per il proprio esercito, e con vincoli di spesa così bassi finiranno per non avere mai i mezzi finanziari necessari per far fronte alle recenti

Bandiera della NATO (fonte: huffingtonpost.com)

richieste di Trump di aumentare prima possibile i contributi alla Nato. La forza della Germania non solo affossa le economie, ma mette in difficoltà gli stati, i loro conti e la loro capacità di spesa militare.

Nel frattempo nel Paese si è riaperto un dibattito a lungo rimasto tabù, alla luce del passato bellico della Germania: la bomba nucleare. Da qui nasce un interrogativo molto cupo, ma che purtroppo diventa necessario alla luce delle dinamiche europee. Le difficoltà finanziarie dei Paesi europei e la politica isolazionistica di Trump, lasceranno che la Germania sfrutti i suoi vantaggi per diventare il primo esercito europeo?

In conclusione, quindi, perché dovremmo ispirarci ad un modello tedesco che continua a imporre regole che non rispetta, affossando le economie e le capacità di Stati e disgregando di fatto il progetto europeo? Non eravamo fieri, all’inizio, di essere parte dell’Unione Europea, fondatori e protagonisti di questo progetto? Si tratta di un controsenso pazzesco. Oggi, essere europeisti significa ancora una volta arginare il ruolo tedesco, ridimensionare la Germania a membro dell’Unione. Perché neppure la Germania potrà mai davvero giocare un ruolo globale tra i giganti.


 1. (Prodi 3/03/2017)

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

La Cina rurale soffre il peso maggiore dell’invecchiamento del Paese

Dong e Gao preparano il pranzo nel cortile della loro casa della Cina rurale. Photographer: Stefen Chow for Bloomberg Businessweek

Articolo originale di Bloomberg qui.


Shangxule è un povero villaggio di contadini situato nelle montagne della provincia di Hebei, nel nord della Cina. L’elevata altitudine non permette coltivazioni redditizie, come le fragole, quindi gli abitanti coltivano mais, grano, arachidi e patate, principalmente per il loro fabbisogno. Negli ultimi anni, la maggior parte dei giovani del villaggio sono partiti per cercare lavoro nelle industrie della zona costiera, o nei cantieri. Chi vive qui? Oltre ai bambini qui vive soltanto vecchia gente, che cerca di non ammalarsi per continuare a coltivare la terra” dice Dong Xiangju, 69 anni, mentre siede nel cortile della sua malmessa fattoria in mattoni e cemento, in un freddo pomeriggio di Dicembre. I suoi tre figli lavorano a Shijiazhuang, e solo raramente hanno il tempo di tornare a casa, dice.


Mentre suo marito settantenne, Gao Chouni, brandisce un grosso bastone per guidare maiali e galline nel loro recinto, Dong parla della sua più grande preoccupazione: il costo di andare da un dottore. “La vita non è affatto facile, e la mia salute continua a peggiorare” , dice, schiaffeggiandosi il ginocchio artritico per enfatizzare.


Lo scorso anno, le medicine per i suoi problemi di cuore e pressione alta, necessarie durante un ricovero in ospedale, sono costate fino a 8000 Yuan ($1154), più del guadagno di un anno di lavoro, dice. “Se possiamo sopportare il dolore, non andiamo in ospedale. E’ troppo costoso“. I loro figli di solito non mandano soldi a casa, ma quando necessario contribuiscono alle spese mediche.


La sfida demografica che la Cina dovrà affrontare è ben nota: nel 2050 quasi il 27 percento della popolazione sarà oltre i 65 anni, da un 10 percento del 2015, secondo le stime delle Nazioni Unite e del China Research Center on Aging. Meno noto è che questa crisi colpirà con più violenza villaggi come Shangxule, che soffrono gli effetti sia della politica del figlio unico, sia quelli della migrazione verso le città.


Ottanta milioni di anziani, il 60 percento degli anziani del Paese, vivono fuori dalle città, lontani dalle strutture sanitarie. Un quinto degli anziani che vivono in zone rurali hanno salari che vanno sotto la soglia di povertà ufficiale. In molti casi, a causa dei costi sanitari, molte famiglie finiscono con l’indebitars. Il tasso di suicidi degli anziani delle aree rurali è tre volte superiore rispetto a quello degli anziani che vivono in città, dice Xiangming Fang, economista alla Georga State University’s School of Public healt.

Rivolgendosi ai membri del Partito Comunista Cinese, il Maggio scorso, il presidente Xi Jinping ha affermato: “C’è una grande differenza tra le aspettative e la realtà di vita che gli anziani hanno della loro vecchiaia“.
I contadini cinesi lavorano nei campi fino a oltre 70 anni, diice John Giles, capo economista del gruppo di ricerca sullo sviluppo alla Banca mondiale. “Non si tratta solo di curare il proprio giardino – dice- è duro lavoro. E se gli anziani hanno figli che sono migrati altrove, è più probabile che lavoreranno ancora più a lungo e più duramente”. Gli anziani delle campagne hanno un tasso magiore di disibabilità fisica rispetto agli abitanti delle città.
Molti hanno difficoltà nello svolgere semplici funzioni come vestirsi, mangiare e farsi il bagno. Sono inoltre sempre più affetti da malattie croniche quali ipertensione, patologie cardiache, problemi respiratori e diabete, in parte, causate dell’elevato tasso di fumatori e bevitori, ma soprattutto a causa dell’inadeguato servizio sanitario.

Al contrario della maggior parte degli altri Paesi, i cittadini cinesi, più invecchiano, e meno spendono in cure mediche, spiega Albert Park, economista alla Hong Kong University.”Quindi anche se gli anziani si ammalano sempre di più nella Cina rurale, stanno ricevendo sempre meno cure”, dice Park.

Le legioni di medici a piedi scalzi di Mao (cittadini con una preparazione medica basilare che ricevevano una minima paga) portarono un grande miglioramento nel servizio sanitario rurale. Ma molte di queste conquiste iniziarono a divenire obsolete con l’apertura dei mercati alla fine degli anni ’70. Oggi, le città cinesi ricevono una sproporzionata fetta della spesa sanitaria nazionale e dei migliori dottori, così gli abitanti delle campagne devono sopportare un servizio sanitario che è costoso ma scadente. Il costo medio di una visita ospedaliera rappresenta il 50 percento dello stipendio annuale di un abitante di città; per un cittadino delle campagne, quel costo è 1,3 volte lo stipendio annule, secondo Gerard La Forgia, autore di Healthy China. Nel frattempo, un sondaggio del 2014 della Stanford’s Rural education Action Program ha scoperto che i pazienti delle cliniche mediche rurale ricevono una giusta diagnosi solo una volta su quattro. La prescrizione inutile di medicinali è dilagante. “A volte ti danno la medicina sbagliata”, dice Dong, la contadina di Shangxule. L’anno scorso ha sofferto di una reazione allergica dovuta ad un medicinale erroneamente prescritto.

Ma i legislatori cinesi sono a conoscenza del fatto che il problema dell’abbandono degli anziani potrebbe diventare una bomba finanziaria e sociale se ignorato. Oggi, tramite agevolazioni fiscali, lo Stato sta incoraggiando sempre più ospedali ad offrire servizi in aree rurali, secondo Mao Qunan, portavoce della Commissione di Salute Nazionale e della famiglia. E mentre le strutture di accoglienza per anziani stanno spuntando numerose nelle città (nella Cina confuciana, tradizionalmente sono i figli a doversi occupare dei genitori anziani), le autorità stanno incoraggiando le strutture ad espandersi nelle campagne. Un programma pensionistico sperimentale rivolto alle aree rurali e introdotto nel 2009, è stato oggi ampliato e copre tutte le persone oltre i 60 anni (prima di tale programma, nessun abitante rurale godeva di trattamenti pensionistici). Similmente, molti anziani dei villaggi hanno ora accesso ad un’assicurazione medica rurale, introdotta più di dieci anni fa. Entrambi i programmi, però, garantiscono una protezione limitata; la pensione rurale ammonta intorno agli 80 yuan al mese (circa 12$), molto lontani dai pagamenti medi ricevuti nelle città. “Sulla carta sembra ottimo, 90 percento della popolazione rurale è coperta, è questo è probabilmente vero. Il problema, però, è cosa questa assicurazione copre.” dice La Forgia.

La Cina ha una politica dei permessi di residenza molto restrittiva: ciò rende difficile per i genitori anziani riconciliarsi con i loro figli nelle città, e le assicurazioni di cui dispongono non offrono copertura negli ospedali urbani. Alcuni figli stanno tornando nei villaggi per prendersi cura dei genitori, ciò potrebbe intaccare la crescita economica, in quanto i più giovani cinesi andranno a fare lavori meno produttivi lasciandone altri. “Dopo dovrò tornare nella mia città, perchè i miei genitori stanno diventando vecchi”, dice il 25enne Zhang Chi, che lavora in una fabbrica di giocattori a Dongguan, a più di 1300 km dalla sua città natale, Xi’an, nella Cina centrale. “Lavorando lontano, riesco a vedere i miei genitori raramente, e questo non va bene“. “Alcuni pensano che tornare nei villaggi non sia fattibile e nemmeno desiderabile. Alcuni migranti hanno paura di non poter fare abbastanza per aiutare le proprie famiglie, e mentre la vita nelle città industriali cinesi ha le sue difficoltà, i lavoratori delle fabbriche possono però godere di comfrot sconosciuti ai loro genitori o amici delle campagne. “Ovviamente, vedere i nostri figli così lontani non è facile“, dice Dong. “Ma c’è lavoro lì, quindi devono allontanarsi per trovare un lavoro. Tutto qui. Certo mi mancano, ma a cosa servirebbe?”.

L’ascesa e il declino dell’impero americano

L’ascesa e il declino dell’impero americano

Le elezioni americane e la campagna elettorale appena conclusasi hanno fatto molto discutere su come uno o l’altro candidato potrebbe gestire il Paese in caso di grave crisi o peggio di guerra atomica e mondiale. Un Paese diviso, tra chi affermava che la Clinton fosse più guerrafondaia, chi invece ammirava Trump per la volontà di distensione con la Russia. La verità è che gli Stati Uniti sono un Paese  in guerra fin dalla nascita, a prescindere dal candidato. E’ l’anima del Paese e del suo popolo che modellerà il futuro di se stesso, non il presidente. Non sono solo un Paese ma un vero e proprio Impero: un impero che sta crollando. Non è un mistero come gli USA abbiano da sempre  voluto dichiararsi Paese virtuoso e destinato alla supremazia.  (altro…)