Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Nuove elezioni in Regno Unito. Quale futuro?

Due settimane prima di Natale, festeggiamenti invernali e presepi scolastici saranno sospesi per convertire le aule in seggi elettorali, per la terza volta in quattro anni.

Le prossime elezioni britanniche pre-natalizie saranno l’ennesimo colpo di scena di una Brexit che non pare trovare la sua strada. Quando il 23 giugno 2016 i cittadini del Regno Unito fecero prevalere l’exit sul remain nel referendum consultivo votarono a scatola chiusa senza conoscere i termini.

Quando poi sono cominciati i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea c’è chi ha sollevato alcuni dubbi sulla fattibilità della Brexit e delle sue varie sfumature Deal e No-deal; hard e soft brexit.

La prossima tornata elettorale, la terza in meno di 4 anni, potrebbe cambiare le cose. Sarà incentrata molto di più sul futuro delle relazioni con l’Europa che sul resto dei temi. Attualmente i deputati della camera dei comuni non hanno un’idea condivisa su come lasciare l’Unione Europea, o se restare.

Cosa vogliono Johnson e Corbyn

Il premier conservatore Boris Johnson promette che con una sua maggioranza porterà, in un modo o nell’altro, il paese fuori dall’UE. Jeremy Corbyn, l’avversario laburista, propone un secondo referendum, con la possibilità di annullare tutto.

Già queste due proposte basterebbero a farci capire che i cittadini saranno difronte a una scelta importante. Anche se il tema principale sarà la Brexit, sono in gioco molti altri temi che potrebbero condizionare la scelta nelle urne. La sinistra di Corbyn promette di mettere lo stato al centro dell’economia, mentre i Tories di Johnson preferiscono una forma statale più liberista.

Questa Christmas challange tra sondaggi volatili, partiti in crescita e nuovi poli ideologici, sarà la meno prevedibile. Secondo il settimanale The Economist, un secondo referendum sarebbe il modo migliore per rompere l’impasse.

Nella camera dei comuni non piace a tutti l’accordo preso da Johnson con l’UE, così come non lo erano su quello negoziato dal suo predecessore, Theresa May, secondo alcuni più vantaggioso. La soluzione più chiara e trasparente sarebbe quella di chiedere nuovamente agli elettori, una volta comprese le condizioni sull’accordo per la Brexit, se vogliono continuare ad essere cittadini dell’UE.

Il Parlamento è stato incapace di organizzare un secondo referendum. E piuttosto che modificare la sua proposta, Johnson ha scelto le elezioni. Per ora, un referendum è fuori discussione.

Le proposte

Le proposte dei partiti sull’argomento Brexit sono formulate per soddisfare tutte le esigenze:
Brexit Party: no deal, uscita immediata senza accordo;
Tories: barebone deal o “Canada-minus” come preferisce Boris Johnson, accordo striminzito commerciale tradizionale che riduce le tariffe doganali. Non implica né pagamenti all’UE, né che il Regno Unito sia soggetto alla giurisdizione UE, né la necessità di accettare la libera circolazione;
Labour: nuovo referendum;
Liberal: annullare del tutto la Brexit.

Secondo gli analisti Corbyn, entrerebbe a Downing Street soltanto in coalizione con altre forze politiche, una strada in salita se prendiamo in considerazione il fatto che gli altri partiti non gradiscono molti punti del suo programma.

Anche i sondaggi rendono impossibile ogni previsione. Secondo i sondaggi i Tories sono 12 punti avanti rispetto ai Labour. Ma i sondaggi negli ultimi tempi sono altamente volatili. Solo pochi mesi fa i Tories erano al terzo posto. Theresa May ha iniziato la sua campagna nel 2017 con un vantaggio di 20 punti e in cinque settimane dopo ha perso la maggioranza.

I vecchi schieramenti di sinistra e destra resistono sulle argomentazioni economiche, ma hanno gradualmente lasciato sempre più spazio ad una nuova cultura politica. La Brexit ha accelerato il fenomeno ridisegnando il campo politico. I Tories si recheranno nei posti della classe operaia promettendo una Hard Brexit e conservatorismo sociale. I Labour, nel frattempo, saranno tra i ceti benestanti a predicare il Remain e il liberalismo sociale.

Le tattiche potrebbero non funzionare: Theresa May ha già tastato il polso agli operai del nord nel 2017, scoprendo che la classe operaia era ancora allergica ai Tories. Ma in generale i voti della classe media fanno gola a tutti i partiti, grandi e piccoli, solo che se le questioni economiche possono spesso essere risolte trovando un compromesso, le distanze ideologico-culturali no.

Ma esiste la possibilità che anche quest’ultimo esercizio democratico non riesca a produrre un risultato decisivo? Probabilmente si, perché l’ascesa dei partitini ha reso difficile per chiunque essere in maggioranza.

Le prossime elezioni avranno profonde conseguenze per la Gran Bretagna. Ma non dobbiamo sorprenderci se tra un anno il Paese starà ancora discutendo su come chiudere definitivamente il capitolo Brexit.

Brexit no-deal: quale impatto sull’economia del Regno Unito?

Brexit no-deal: quale impatto sull’economia del Regno Unito?

Ministro degli Esteri nel Governo di Theresa May, il nuovo Premier Boris Johnson – subentratole il 24 luglio scorso – sta infiammando la scena europea. Come in una partita a scacchi dal finale imprevedibile, ogni mossa risulta fondamentale per rimettere tutto in discussione. Proprio quando la prospettiva di un’uscita dall’Unione Europea senza lo straccio di un accordo sembrava concretizzarsi, BoJo è costretto a rivedere le proprie mosse. 

Il 28 agosto Johnson aveva chiesto (ed ottenuto) la sospensione dell’attività parlamentare (cd. prorogation) per cinque settimane (fino al 14 ottobre) in modo da evitare qualunque sgradita (per quanto legittima) interferenza. Il Parlamento era corso ai ripari approvando in tempi record una legge anti no-deal che impone al Governo di chiedere una proroga dei termini di recesso al 31 gennaio 2020

Pur non essendovi certezza che il Consiglio Europeo la conceda (del resto, ad oggi, manca sul tavolo europeo una proposta realistica di accordo alternativo), la recente decisione della Corte Suprema del Regno Unito riporta Johnson alla realtà e ai valori democratici. Con sentenza del 24 settembre, gli 11 giudici del collegio presieduto da Lady Hale hanno unanimemente dichiarato l’illiceità della sospensione in quanto l’unico effetto di tale azione – data l’eccezionalità delle circostanze – era stato quello di “vanificare o impedire il ruolo costituzionale del Parlamento (tdr)” in vista della scadenza del 31 ottobre

A prescindere da come finirà, è lecito chiedersi: quale tipo di scenario prospetterebbe una Brexit no-deal? Un finale che i più definiscono come lo scenario peggiore possibile a differenza di chi, invece, ne sminuisce la portata rispetto agli effetti (ritenuti) ben peggiori che avrebbe una no-Brexit.

Backstop irlandese: le opzioni che potrebbero porre fine al caos Brexit

La backstop solution, nodo della discordia

Ha da subito infervorato il dibattito tra l’UE e lo UK: è il backstop. Il 10 Downing Street ritiene imprescindibile rinegoziare l’accordo ed eliminare tale clausola: diversamente, l’unica alternativa sarebbe una Brexit no-deal. Bruxelles continua a sostenere che l’accordo del 2018 sia il migliore possibile e che l’integrità del mercato unico ed il backstop irlandese vadano preservati. Ma di cosa si tratta e perché è così importante?

È un meccanismo di sicurezza di ultima istanza volto a impedire l’istituzione di un confine rigido tra le due Irlande, in assenza di un miglior accordo di regolamentazione dei rapporti commerciali UE-UK. Qualora entro un periodo transitorio di due anni non dovesse raggiungersene uno valido, il backstop diverrebbe pienamente operativo e lo UK rimarrebbe nell’Unione doganale, l’area di libero scambio commerciale priva di dazi e frontiere rigide.

Un finale che nemmeno l’UE è interessata a perseguire, ma anche soluzione necessaria per preservare la pace nell’Irlanda del Nord consacrata con il Trattato del Venerdì Santo.

Brexit: gli scenari possibili

No-deal: meglio di un cattivo accordo?

Per ogni scenario, la conclusione è sempre la stessa: un’economia più povera. Tuttavia, un’hard Brexit avrebbe un impatto maggiore sul Pil in termini di decrescita economica pari a quasi l’8% per i prossimi 15 anni, con un impatto addizionale pari a 6.1 punti percentuale rispetto allo scenario EEA e di 2.9 punti percentuale rispetto allo scenario FTA. Una stima ottimistica che dà per scontate alcune soluzioni (fra cui la conclusione di accordi commerciali con Stati Uniti e UE) e non tiene conto degli impatti a breve termine, come il costo di adeguamento al nuovo regime doganale. Difatti, con la ricostituzione della frontiera, ne deriverebbero per le imprese maggiori costi oltre che notevoli ritardi: secondo le stime governative (operazione Yellowhammer), al porto di Dover si formerebbe una fila lunga ben 17 miglia con attese fino a due giorni e mezzo e disagi fino a tre mesi.

Il ritorno alle condizioni commerciali OMC avrà ripercussioni significative su produttori, fornitori di servizi e consumatori. L’attenuazione di tali effetti dipenderà dal successo dei negoziati con ogni membro OMC. La situazione si complicherebbe ulteriormente qualora i negoziati con l’UE si interrompessero, rivestendo quest’ultima un ruolo cruciale che va anche oltre l’aspetto meramente commerciale. 

Banca d’Inghilterra: rischio shock economico 

Le recenti stime della Bank of England lasciano presagire uno scenario poco raccomandabile: deprezzamento della sterlina, aumento dell’inflazione e rallentamento della crescita con un tasso di variazione del Pil dell’1,3% per il biennio 2019-2020 rispetto alle stime iniziali rispettivamente dell’1,5% e dell’1,6%. Crescita che, in caso di Brexit no-deal, potrebbe essere ancora più lenta

Un effetto domino che si ripercuoterebbe soprattutto sul settore trasporti, sull’industria chimica e su quella alimentare temendosi, tra l’altro, una grave interruzione nell’approvvigionamento di alimenti e medicinali come si legge nella contestata valutazione del rischio del Governo Johnson. 

Per approfondire:

Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Brexit: la tempesta infinita di Boris Johnson

Prima in Parlamento, poi nel partito, infine in tribunale: Boris Johnson sta collezionando sconfitte nella sfida per la Brexit. Cos’altro può fare? Le strade percorribili sono sempre di meno e sono tutte su terreni scivolosi.

Martedì scorso Boris Johnson è andato in una scuola del distretto di Pimlico, a Londra, scontrandosi con gli studenti delle elementari un più presuntuosi. Ha scherzato molto, che è parecchio per i suoi standard, e non ha dato la parola all’insegnante; quando voleva intervenire, alzava il braccio. Per un attimo è sembrato che volesse ricominciare gli studi.

Johnson è in carica da sette settimane. Ma in questo periodo, il Conservatore, con un bel po’ di trambusto, ha messo in secondo piano una serie di fallimenti, mettendo in ombra ognuno dei suoi 76 predecessori. Qualunque bel trucco di prestigio avrebbe voluto fare, nel grande gioco di illusioni chiamato Brexit, è sempre stato un perdente: ha perso sei voti su sei voti in Parlamento.

Dopo aver cacciato 21 colleghi moderati dal partito e mentre un altro traballa, la sua maggioranza di governo non c’è più. Nel tentativo di mettere i conservatori contro le istituzioni democratiche, ha perso il Ministro del Lavoro Amber Rudd e persino suo fratello Jo, che fino ad oggi era sottosegretario di Stato al Ministero della Scienza.

Mercoledì Johnson ha perso in tribunale. L’Alta Corte Civile scozzese presume che Johnson abbia mentito ai deputati britannici e forse anche alla Regina sui veri motivi che hanno portato alla chiusura del Parlamento per cinque settimane. Un’accusa enorme, senza precedenti, che il capo del governo ha respinto come «completamente falsa». Tuttavia, se la Corte Suprema si unisce alla sentenza di martedì, Johnson potrebbe, nel peggiore dei casi, essere costretto a dimettersi.

E poi c’è Johnsons Mantra, che «preferirebbe finire morto in un fosso» piuttosto che chiedere all’Unione Europea un ulteriore proroga della Brexit oltre il 31 ottobre. Il problema è che questa settimana il rinvio è diventato legge. Se Johnson non negoziasse un accordo di uscita con l’UE entro la metà di ottobre, dovrebbe rispettarlo. In caso contrario, gli esperti ritengono che potrebbe addirittura perdere la libertà. Che è troppo per un uomo abituato a vincere.

Con il suo fare, Johnson non ha solo danneggiato casa sua e la sua monarchia, la giustizia, il suo partito e la fiducia nella democrazia britannica. Si è anche cacciato in un angolo disperatamente chiuso e nessuno sa come farà a scoprirlo.

Chi, in questo momento, è in grado di dire con certezza se Johnson ha agito di proposito o si tratta di una svista? Avrà sottovalutato i suoi avversari? O vuole solo farcelo credere? Sette settimane dopo l’arrivo dell’uragano Boris nel Regno Unito, il Paese è così sconvolto che non c’è più nulla di certo. E così a Londra si prendono in considerazione anche gli scenari più stravaganti e vengono discussi come se fossero del tutto plausibili.

Mentre Johnson è sconfitto, il Paese perde le staffe. Qualcosa il capo del governo l’ha ottenuta: la fiducia dei cittadini. Il fatto che molti pensino che la pazzia possa dipendere dal consulente capo di Johnson, Dominic Cummings.

Dominic Cummings consigliere di Boris Johnson. Fonte: Mirror.co.uk

Lo stratega delle pubbliche relazioni, un tempo «psicopatico di carriera» del primo ministro David Cameron, è stato uno dei principali responsabili della riuscita della campagna di Brexit nel 2016.

Inoltre, non si deve mettere in guardia il suo frontman Johnson come il predecessore Cameron, dai «77 milioni di turchi» che potrebbero entrare nel Regno Unito in modo incontrollato se la Turchia entrasse all’Unione europea. Ironia della sorte anche Johnson ha radici turche: suo bisnonno – padre Ali Kemal viene da lì.

Cummings, 47 anni, ammiratore del leggendario cinese Sun Tzu e del suo libro «L’arte della guerra». Nel lavoro di duemila anni e mezzo, il filosofo scrive che ogni mezzo per raggiungere un obiettivo è legittimo. L’oratore ha affermato che l’Europa non è pronta ad affrontare il problema. E:«Se hai in mente qualcosa, fingi di non avere idee».

Una lezione che Cummings e il suo team hanno imparato a Downing Street, quindi cosa sta tramando Johnson? Ha detto che rispetterà la legge e al tempo stesso ha giurato di non chiedere «in nessun caso» una proroga del termine per il Brexit.

Una contraddizione praticamente insolubile, a meno che Johnson non voglia danneggiare ulteriormente i fondamenti della democrazia a rischio di crollo. Ma ogni sua scelta comporta dei rischi, sia per lui che per il suo Paese, o per entrambi.

Uno degli scenari più seriamente discussi è che Johnson potrebbe ignorare la legge che obbliga a chiedere una proroga per la Brexit, per arrivare alla resa dei conti. Se la controversia dovesse protrarsi fino al 31 ottobre, il Regno Unito potrebbe uscire dall’UE. Johnson rischierebbe persino la prigione, ma manterrebbe la sua promessa.

In alternativa, potrebbe inviare a Bruxelles la lettera con la richiesta di proroga che il Parlamento gli ha chiesto, ma poi spedirne un’altra successivamente che annulli la prima. Anche in questo caso, però, il Consiglio si piega.

Gli analisti politici hanno addirittura ipotizzato uno scenario con dimissioni di Johnson in ottobre e la Regina suggerirebbe di nominare Premier il leader del Partito laburista Jeremy Corbyn.

Non appena quest’ultimo avrà richiesto la proroga del termine per la Brexit, i Tories potrebbero tentare di rovesciare Corbyn con un voto di sfiducia, per andare a nuove elezioni con Johnson al vertice. Il problema è che, attualmente per sfondare con la forza bruta di Johnson, ai conservatori della Camera dei Comuni mancano attualmente decine di voti alla maggioranza.

Infatti in questi giorni tutto può succedere, secondo alcuni Johnson potrebbe tentare qualcosa di molto folle tra poche settimane, diversamente dalle promesse: un nuovo accordo con l’Unione Europea. Fino ad ora, la strada sembrava bloccata. Proprio a causa del cosiddetto back-stop, una soluzione d’emergenza per evitare che in futuro si ripetano i controlli alle frontiere tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Mentre l’UE ha giudicato insostenibile un backstop, Johnson lo ha sempre definito «morto».

Tuttavia, in occasione di una visita a Dublino lunedì, sembrava stesse preparando un compromesso: all’improvviso ha affermato che nel back-stop si doveva garantire «una via d’uscita per il suo Paese». In precedenza pensava alla creazione di una zona di commercio alimentare uniforme per l’intera isola irlandese.

I diplomatici UE l’hanno interpretata come una vecchia idea che potrebbe tornare sul tavolo dei negoziati: far restare solo l’Irlanda del Nord nel mercato unico e nell’unione doganale, mentre il resto del Regno sceglie le proprie regole e conclude liberamente accordi commerciali con il resto del mondo. I controlli doganali sarebbero effettuati nei porti di carico del Mare d’Irlanda.

Il predecessore di Johnson, Theresa May, aveva sempre respinto l’idea di Bruxelles: «Nessun Primo Ministro britannico approverebbe mai un accordo che trattasse una parte del Paese in modo diverso dal resto del Paese». May, tuttavia, doveva tener conto del suo partner de facto, il Partito Unionista dell’Irlanda del Nord (DUP). Johnson non ne ha più bisogno, anche con il DUP non ha più la maggioranza.

Il commissario irlandese Phil Hogan non poteva che gioire per questa prospettiva. A Bruxelles si sta pensando di conferire al governo regionale dell’Irlanda del Nord il diritto di parola sulle nuove norme europee che la riguarderebbero.

Poi mercoledì, in occasione di un Question time online con i cittadini, Johnson ha dichiarato che «non avrebbe accettato una soluzione speciale dell’Irlanda del Nord». Anche se così fosse, i Brexit-Hardliner sotto i Tories, che siedono in Parlamento come blocco chiuso, hanno fatto capire che non si oppongono solo al blocco di fondo. Vogliono sbloccare l’intero accordo di uscita negoziato da May e introdurre modifiche.

Ma quello che invece farà lo sa soltanto lui. E se continuerà ad andare male, potrebbe dover richiamare il Parlamento con un’ordinanza giudiziaria. È piuttosto certo che, per lo spirito del Sun Tzu, lui e il suo consulente capo continueranno per il momento a creare confusione. In una recente riunione interna, Dominic Cummings ha affermato che tutto ciò che è stato fatto finora non è niente in confronto a quello che verrà dopo di lui, «Questo è solo l’inizio».


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Jörg Schindler da Der Spiegel dalla numero della rivista Nr. 38 / 14.9.2019 articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Frontiere: uno strumento politico?

Frontiere: uno strumento politico?

“Un bicchiere serve per bere. Ma può servire ache da portamatite, da fermacarte, per catturare una mosca, per tirarlo in testa a un seccatore, oppure per romperlo e tagliarsi le vene. Ogni oggetto ha una funzione primaria e numerose funzioni accessorie. Gli oggetti politici non fanno eccezione”

Si apre così il saggio “Frontiere” di Manlio Graziano, professore di geopolitica. Per rendere semplice e alla portata di tutti il concetto di Frontiera. Questo oggetto politico ha carattere pluridimensionale e multifunzionale perché il senso e l’impronta politica, sociale e morale cambia nel tempo.

Secondo Wikipedia “il confine internazionale più antico al mondo è quello fra Italia e Svizzera nel tratto di competenza del Canton Ticino e delle province di Como, Varese e Verbania: tracciato 500 anni fa dal trattato di Friburgo nel 1516, non fu da allora mai più spostato neanche transitoriamente.”

Proprio, quindi, nel ruolo politico e geopolitico che la frontiera manifesta se stessa al massimo grado la sua polivalenza, che sia essa un muro, una dogana, un fossato o un tagliente filo spinato. La sua importanza nell’attualità è indecifrabile: se fino a pochi anni fa la tendenza generale era il suo depauperamento e assorbimento in insiemi regionali più grandi, oggi la tendenza pare invertita.

Tuttavia anche se la frontiera è tornata ad essere un argomento d’attualità, non solo in Europa e nel mondo occidentale, non significa che questa corrisponda a ciò che il mondo oggi avrebbe bisogno. Storicamente nella forma più attuale possiamo studiarne la loro nascita con il Congresso di Vestfalia e il principio di sovranità, quando da semplici linee disegnate sugli atlanti diventarono l’aspirazione profonda dello Stato-nazione di quei popoli che, all’apice della loro gloria, le scolpivano nelle loro costituzioni proclamandole sacre e inviolabili nel principio di cuius regio eius religio (diritto del principe di imporre la propria religione e la propria autorità ai suoi sudditi senza inteferenze di altri Stati).

Nella Costituzione italiana all’articolo 5 possiamo leggere:La Repubblica [italiana], una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento [cfr. art. 114 e segg., IX].

Considerare quindi le frontiere da un punto di vista dinamico può significare che esse siano più uno strumento che un fine. Come ogni attrezzo politico il loro significato muta nel tempo anche opposto. a seconda delle circostanze e delle convenienze.

Il crollo del Muro di Berlino dal 1989 ad oggi è diventato il simbolo di un entusiasmo unanime per l’inizio della fine di tutti i muri e barriere che separano gli individui. Il simbolo di quel crollo inaugurò la stagione della liberalizzazione dei mercati, l’espansione delle aree di libero scambio e la nascita di una nuova unione politicae monetaria che portò a credere che molte altre barriere sarebbero scomparse.

La stessa sensazione non si ebbe quando Saddam Hussein abbattè quel “muro”, disegnato dalla Gran Bretagna, che divideva l’Iraq dal Kuwait, una coalizione di 39 paesi a guida statunitense si scagliò contro. Oggi indigna una parte del mondo anche l’ipocrisia russa che annette la Crimea e allo stesso tempo disegna confini nel Caucaso e nei Balcani, o anche Israele che si espande raddoppiando la lunghezza della linea di armistizio del 1949.

Dalla crisi economica del 2008, con la fobia del terrorismo ma soprattutto col notevole l’esodo di migranti e profughi sono aumentate le campagne per il ristabilimento della sovranità nazionale. Questo ha portato a credere che la frontiera, da luogo astratto, sia diventata una necessità di tipo fisico dove la sovranità “deve” (secondo la retorica dei sovranisti) tornare ad essere visibile, invertendo la tendenza “post-muro di berlino”.

Queste campagne sono diventate decisive in contesti elettorali. Basti pensare al referendum britannico della Brexit sull’uscita dall’Unione Europea o anche nell’elezione di Donald Trump (in merito alla barriera sul confine messicano o sulle tesi isolazioniste).

Ma se oggi le frontiere sono l’ostacolo dei popoli, il futuro è un mondo senza frontiere? La risposta a questo quesito potrebbe essere pescata dal passato. John Lennon, quasi in contrapposizione al concetto di nazione e nazionalità inserì nel testo di Imagine “Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do”. Prima di lui il filosofo francese Montesquieu nel 1748 inaugurava il pensiero cosmopolita moderno scrivendo: “sono necessariamente uomo, e francese solo per caso”. Il suo pensiero attiribuisce all’uomo la cittadinanza del mondo, ritenendo irrilevanti le differenze tra le nazioni.

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

Quando ci ritroveremo a raccontare nei prossimi anni le elezioni americane del 2016 sicuramente concluderemo il nostro racconto con una frase simile a quella del titolo. Una frase che può essere ironica e celare al suo interno anche un forte rammarico e risentimento. Eppure l’8 novembre il magnate Donald J. Trump è riuscito davvero a diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America nella totale incredulità dei sondaggisti e analisti internazionali che davano per vinta Hillary Clinton. Tutti sono rimasti stupiti tranne i Simpsons che l’avevano predetto. Le immagini in diretta del 20 gennaio di Trump hanno riportano alla mente la stessa data del 2009 in cui Barack Obama portò negli States e la sua voglia di cambiamento ma questa volta i giardini presidenziali non sembravano animati dalla stessa atmosfera di festa delle scorse cerimonie. Questa prima settimana è andata così:

Cerimonia Trump

Cerimonia d’inaugurazione per Trump immagine da washingtonpost.com

«I PRIMI 3 GIORNI» Il giorno precedente all’insediamento i newyorchesi hanno organizzato un sit-in di protesta chiamato “We Stand United” proprio sotto la Trump Tower. Il giorno successivo diverse manifestazioni gemelle hanno coinvolto molte città dello stato, alcune poi sfociate in violenza. Infine, il terzo giorno, c’è stata la pacifica Women Rally, la marcia femminista formata da donne e uomini di tutte le generazioni e nazionalità estesa fino in Europa coinvolgendo anche le femministe cinesi per contestare la xenofobia del neo-presidente.

Logo dell'Obamacare immagine da New York Post

Logo dell’Obamacare immagine da New York Post

«OBAMACARE» Lo smantellamento dell’operato di Obama è subito iniziato. Trump, come ha promesso in campagna elettorale, ha firmato subito il decreto contro la riforma sanitaria nota come Obamacare, la prima delle riforme dell’ex-presidente, per sostituirla con una propria a vantaggio del libero mercato e della competitività. Questa riforma è stata sempre contestata dai repubblicani e dai cittadini già assicurati in sostanza perché concedeva dei sussidi statali per acquistare o migliorare una copertura sanitaria a discapito proprio del libero mercato e libera concorrenza del settore sanitario. La riforma era dedicata alla piccola fetta di cittadini in difficoltà che non avendo un lavoro non disponeva di una copertura assicurativa.

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

«AMBASCIATA A GERUSALEMME» Questa è la mossa che nessun Presidente USA aveva mai osato avviare dalla creazione di Israele. L’amministrazione Trump ha subito annunciato il piano per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Il posizionamento-schieramento dell’ambasciata a Gerusalemme o Tel Aviv sta ad indicare il riconoscimento o meno della legittimità dei rispettivi paesi. Per i palestinesi infatti questo spostamento significherebbe l’accettazione da parte di Washington dell’occupazione israeliana della parte palestinese della città e nessun paese vi ha mai collocato la propria rappresentanza dall’altra parte. Inoltre questa mossa potrebbe innescare nuovi eventi destinati ad ostacolare il processo di pace.

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

«TPP» Ritirato anche uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti. Il Partenariato Trans-Pacifico (Trans Pacific Partnership), siglato da dodici paesi delle due sponde del Pacifico, è stato fortemente voluto da Obama che lavorò diplomaticamente per due anni proprio a causa del governo di Tokyo. Il suo testo è stato firmato, alla fine del 2015, ma è stato attualmente archiviato dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Senza gli Stati Uniti questo accordo è inutile ma molti analisti vedrebbero in questa archiviazione un vantaggio per il Giappone o per la Cina.

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

«MURO CON IL MESSICO» È stato il principale argomento della campagna elettorale. Nella scorsa settimana è saltato il bilaterale previsto per martedì con il presidente messicano Enrique Peña Nieto perché rifiuta di pagare a proprie spese il muro voluto da Trump. The Donald non punterebbe solamente una barriera fisica al confine ma le sue ambizioni vorrebbero anche un muro politico ed economico tra i due paesi rinegoziando l’accordo di libero scambio tra Canada, USA e Messico, il Nafta. Ci sarebbe anche la possibilità di una tassa del 20% sulle importazioni dal Messico che servirebbero a coprire i costi della costruzione del muro.

L'oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

L’oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

«OLEODOTTO SULLA TERRA DEI SIUX» Firmati i due ordini esecutivi per permettere la costruzione dei due controversi oleodotti precedentemente bloccati da Obama il Keystone e il Dakota Access. Quest’ultimo era stato al centro di una controversia con i nativi americani Sioux che aveva mobilitato un movimento di protesta a Standing Rock denunciando il fatto che nel caso di incidenti l’oleodotto, che passa sotto la loro riserva, rischia di inquinare le falde acquifere del fiume Missouri.

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

«INCONTRO CON THERESA MAY» Donald Trump e Theresa May sembrano d’accordo su tutto: commercio, lotta all’Isis, persino sulla Nato. Lui elogia la Brexit lei spera in una nuova collaborazione bilaterale. Ricordano gli anni 80 di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ma c’è un grosso problema che rischia di rovinare tutto: si chiama Vladimir Putin. È un passaggio delicato: “gli Stati Uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia?” Chiede uno dei giornalisti alla conferenza provocando un’inevitabile imbarazzo a causa delle differenti posizioni sull’argomento. Trump risponde “Troppo presto per parlarne, non conosco Putin. Non posso garantirlo, ma penso che potremo cominciare un grande rapporto. Stati Uniti e Russia possono combattere insieme contro l’Isis, che è il vero male. Una buona relazione con la Russia, con la Cina e altri Paesi sarebbe una cosa positiva“.

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

«CONGELATA L’ACCOGLIENZA» Nel weekend è stata congelata l’accoglienza per 120 giorni e stop all’ingresso dei cittadini di sette paesi musulmani per 3 mesi. L’obiettivo di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri” è l’ultimo dietrofront delle politiche della precedente amministrazione. Questa di Trump è stata una settimana piena e nonostante sia sicuramente troppo presto per azzardare conclusioni o previsioni sul futuro del paese e del sistema internazionale già si sente prepotentemente “l’olezzo” delle intenzioni isolazioniste.

 

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