Frontiere: uno strumento politico?

Frontiere: uno strumento politico?

“Un bicchiere serve per bere. Ma può servire ache da portamatite, da fermacarte, per catturare una mosca, per tirarlo in testa a un seccatore, oppure per romperlo e tagliarsi le vene. Ogni oggetto ha una funzione primaria e numerose funzioni accessorie. Gli oggetti politici non fanno eccezione”

Si apre così il saggio “Frontiere” di Manlio Graziano, professore di geopolitica. Per rendere semplice e alla portata di tutti il concetto di Frontiera. Questo oggetto politico ha carattere pluridimensionale e multifunzionale perché il senso e l’impronta politica, sociale e morale cambia nel tempo.

Secondo Wikipedia “il confine internazionale più antico al mondo è quello fra Italia e Svizzera nel tratto di competenza del Canton Ticino e delle province di Como, Varese e Verbania: tracciato 500 anni fa dal trattato di Friburgo nel 1516, non fu da allora mai più spostato neanche transitoriamente.”

Proprio, quindi, nel ruolo politico e geopolitico che la frontiera manifesta se stessa al massimo grado la sua polivalenza, che sia essa un muro, una dogana, un fossato o un tagliente filo spinato. La sua importanza nell’attualità è indecifrabile: se fino a pochi anni fa la tendenza generale era il suo depauperamento e assorbimento in insiemi regionali più grandi, oggi la tendenza pare invertita.

Tuttavia anche se la frontiera è tornata ad essere un argomento d’attualità, non solo in Europa e nel mondo occidentale, non significa che questa corrisponda a ciò che il mondo oggi avrebbe bisogno. Storicamente nella forma più attuale possiamo studiarne la loro nascita con il Congresso di Vestfalia e il principio di sovranità, quando da semplici linee disegnate sugli atlanti diventarono l’aspirazione profonda dello Stato-nazione di quei popoli che, all’apice della loro gloria, le scolpivano nelle loro costituzioni proclamandole sacre e inviolabili nel principio di cuius regio eius religio (diritto del principe di imporre la propria religione e la propria autorità ai suoi sudditi senza inteferenze di altri Stati).

Nella Costituzione italiana all’articolo 5 possiamo leggere:La Repubblica [italiana], una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento [cfr. art. 114 e segg., IX].

Considerare quindi le frontiere da un punto di vista dinamico può significare che esse siano più uno strumento che un fine. Come ogni attrezzo politico il loro significato muta nel tempo anche opposto. a seconda delle circostanze e delle convenienze.

Il crollo del Muro di Berlino dal 1989 ad oggi è diventato il simbolo di un entusiasmo unanime per l’inizio della fine di tutti i muri e barriere che separano gli individui. Il simbolo di quel crollo inaugurò la stagione della liberalizzazione dei mercati, l’espansione delle aree di libero scambio e la nascita di una nuova unione politicae monetaria che portò a credere che molte altre barriere sarebbero scomparse.

La stessa sensazione non si ebbe quando Saddam Hussein abbattè quel “muro”, disegnato dalla Gran Bretagna, che divideva l’Iraq dal Kuwait, una coalizione di 39 paesi a guida statunitense si scagliò contro. Oggi indigna una parte del mondo anche l’ipocrisia russa che annette la Crimea e allo stesso tempo disegna confini nel Caucaso e nei Balcani, o anche Israele che si espande raddoppiando la lunghezza della linea di armistizio del 1949.

Dalla crisi economica del 2008, con la fobia del terrorismo ma soprattutto col notevole l’esodo di migranti e profughi sono aumentate le campagne per il ristabilimento della sovranità nazionale. Questo ha portato a credere che la frontiera, da luogo astratto, sia diventata una necessità di tipo fisico dove la sovranità “deve” (secondo la retorica dei sovranisti) tornare ad essere visibile, invertendo la tendenza “post-muro di berlino”.

Queste campagne sono diventate decisive in contesti elettorali. Basti pensare al referendum britannico della Brexit sull’uscita dall’Unione Europea o anche nell’elezione di Donald Trump (in merito alla barriera sul confine messicano o sulle tesi isolazioniste).

Ma se oggi le frontiere sono l’ostacolo dei popoli, il futuro è un mondo senza frontiere? La risposta a questo quesito potrebbe essere pescata dal passato. John Lennon, quasi in contrapposizione al concetto di nazione e nazionalità inserì nel testo di Imagine “Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do”. Prima di lui il filosofo francese Montesquieu nel 1748 inaugurava il pensiero cosmopolita moderno scrivendo: “sono necessariamente uomo, e francese solo per caso”. Il suo pensiero attiribuisce all’uomo la cittadinanza del mondo, ritenendo irrilevanti le differenze tra le nazioni.

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

…e fu così che vinse Donald Trump: la prima settimana da presidente

Quando ci ritroveremo a raccontare nei prossimi anni le elezioni americane del 2016 sicuramente concluderemo il nostro racconto con una frase simile a quella del titolo. Una frase che può essere ironica e celare al suo interno anche un forte rammarico e risentimento. Eppure l’8 novembre il magnate Donald J. Trump è riuscito davvero a diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America nella totale incredulità dei sondaggisti e analisti internazionali che davano per vinta Hillary Clinton. Tutti sono rimasti stupiti tranne i Simpsons che l’avevano predetto. Le immagini in diretta del 20 gennaio di Trump hanno riportano alla mente la stessa data del 2009 in cui Barack Obama portò negli States e la sua voglia di cambiamento ma questa volta i giardini presidenziali non sembravano animati dalla stessa atmosfera di festa delle scorse cerimonie. Questa prima settimana è andata così:

Cerimonia Trump

Cerimonia d’inaugurazione per Trump immagine da washingtonpost.com

«I PRIMI 3 GIORNI» Il giorno precedente all’insediamento i newyorchesi hanno organizzato un sit-in di protesta chiamato “We Stand United” proprio sotto la Trump Tower. Il giorno successivo diverse manifestazioni gemelle hanno coinvolto molte città dello stato, alcune poi sfociate in violenza. Infine, il terzo giorno, c’è stata la pacifica Women Rally, la marcia femminista formata da donne e uomini di tutte le generazioni e nazionalità estesa fino in Europa coinvolgendo anche le femministe cinesi per contestare la xenofobia del neo-presidente.

Logo dell'Obamacare immagine da New York Post

Logo dell’Obamacare immagine da New York Post

«OBAMACARE» Lo smantellamento dell’operato di Obama è subito iniziato. Trump, come ha promesso in campagna elettorale, ha firmato subito il decreto contro la riforma sanitaria nota come Obamacare, la prima delle riforme dell’ex-presidente, per sostituirla con una propria a vantaggio del libero mercato e della competitività. Questa riforma è stata sempre contestata dai repubblicani e dai cittadini già assicurati in sostanza perché concedeva dei sussidi statali per acquistare o migliorare una copertura sanitaria a discapito proprio del libero mercato e libera concorrenza del settore sanitario. La riforma era dedicata alla piccola fetta di cittadini in difficoltà che non avendo un lavoro non disponeva di una copertura assicurativa.

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

Ambasciata USA a Tel Aviv immagine da lavoixdeceluiquicrie

«AMBASCIATA A GERUSALEMME» Questa è la mossa che nessun Presidente USA aveva mai osato avviare dalla creazione di Israele. L’amministrazione Trump ha subito annunciato il piano per spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Il posizionamento-schieramento dell’ambasciata a Gerusalemme o Tel Aviv sta ad indicare il riconoscimento o meno della legittimità dei rispettivi paesi. Per i palestinesi infatti questo spostamento significherebbe l’accettazione da parte di Washington dell’occupazione israeliana della parte palestinese della città e nessun paese vi ha mai collocato la propria rappresentanza dall’altra parte. Inoltre questa mossa potrebbe innescare nuovi eventi destinati ad ostacolare il processo di pace.

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

Mappa della Trans-Pacific Partnership immagine da Vox

«TPP» Ritirato anche uno dei più grandi accordi commerciali mai sottoscritti. Il Partenariato Trans-Pacifico (Trans Pacific Partnership), siglato da dodici paesi delle due sponde del Pacifico, è stato fortemente voluto da Obama che lavorò diplomaticamente per due anni proprio a causa del governo di Tokyo. Il suo testo è stato firmato, alla fine del 2015, ma è stato attualmente archiviato dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Senza gli Stati Uniti questo accordo è inutile ma molti analisti vedrebbero in questa archiviazione un vantaggio per il Giappone o per la Cina.

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

Stato attuale sul muro con il Messico immagine da Avvenire

«MURO CON IL MESSICO» È stato il principale argomento della campagna elettorale. Nella scorsa settimana è saltato il bilaterale previsto per martedì con il presidente messicano Enrique Peña Nieto perché rifiuta di pagare a proprie spese il muro voluto da Trump. The Donald non punterebbe solamente una barriera fisica al confine ma le sue ambizioni vorrebbero anche un muro politico ed economico tra i due paesi rinegoziando l’accordo di libero scambio tra Canada, USA e Messico, il Nafta. Ci sarebbe anche la possibilità di una tassa del 20% sulle importazioni dal Messico che servirebbero a coprire i costi della costruzione del muro.

L'oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

L’oleodotto DAPL sulle acque della tribù dei Siux immagine da Washington Post

«OLEODOTTO SULLA TERRA DEI SIUX» Firmati i due ordini esecutivi per permettere la costruzione dei due controversi oleodotti precedentemente bloccati da Obama il Keystone e il Dakota Access. Quest’ultimo era stato al centro di una controversia con i nativi americani Sioux che aveva mobilitato un movimento di protesta a Standing Rock denunciando il fatto che nel caso di incidenti l’oleodotto, che passa sotto la loro riserva, rischia di inquinare le falde acquifere del fiume Missouri.

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

Incontro tra Theresa May e Donald Trump immagine da The Telegraph

«INCONTRO CON THERESA MAY» Donald Trump e Theresa May sembrano d’accordo su tutto: commercio, lotta all’Isis, persino sulla Nato. Lui elogia la Brexit lei spera in una nuova collaborazione bilaterale. Ricordano gli anni 80 di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Ma c’è un grosso problema che rischia di rovinare tutto: si chiama Vladimir Putin. È un passaggio delicato: “gli Stati Uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia?” Chiede uno dei giornalisti alla conferenza provocando un’inevitabile imbarazzo a causa delle differenti posizioni sull’argomento. Trump risponde “Troppo presto per parlarne, non conosco Putin. Non posso garantirlo, ma penso che potremo cominciare un grande rapporto. Stati Uniti e Russia possono combattere insieme contro l’Isis, che è il vero male. Una buona relazione con la Russia, con la Cina e altri Paesi sarebbe una cosa positiva“.

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

Trump firma gli ordini esecutivi al Pentagono immagine da Diario Las Américas

«CONGELATA L’ACCOGLIENZA» Nel weekend è stata congelata l’accoglienza per 120 giorni e stop all’ingresso dei cittadini di sette paesi musulmani per 3 mesi. L’obiettivo di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri” è l’ultimo dietrofront delle politiche della precedente amministrazione. Questa di Trump è stata una settimana piena e nonostante sia sicuramente troppo presto per azzardare conclusioni o previsioni sul futuro del paese e del sistema internazionale già si sente prepotentemente “l’olezzo” delle intenzioni isolazioniste.

 

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

I riflettori stranieri sono puntati tutti sull’Italia

Le votazioni sul referendum costituzionale si sono concluse. Il Sì ha perso totalizzando il 40% di preferenze. Ironia della sorte, Matteo Renzi ha incontrato lo stesso risultato che lo aveva inizialmente lanciato ed in parte legittimato nelle elezioni europee. Il tifo per lui l’hanno fatto in tanti: da Obama all’Unione Europea, tutti erano espressamente a favore di questa revisione costituzionale anche se secondo Philippe Aghion, professore di economia ad Harvard, proprio l’Europa “avrebbe dovuto (?) fare di più” per aiutare il premier italiano.

Principali pagine estere il 5 dicembre

Principali pagine estere il 5 dicembre

Un referendum non dovrebbe essere qualcosa di cui preoccuparsi. Dopotutto è solamente una procedura democratica e semplice espressione della volontà popolare. Tuttavia, dopo la “sorprendente” vittoria di Donald Trump e il risultato inglese della Brexit, ed ancor prima con la minaccia di Marine Le Pen alle regionali francesi, i media internazionali hanno incominciato a preoccuparsi sempre più dei risultati “improbabili”, categorizzando tutti i voti allo stesso modo. Lo stesso è accaduto con il risultato del referendum italiano.

“Che cosa sta succedendo?”

Alcuni analisti, come qualcuno del Financial Times, hanno previsto uno scenario economico quasi “apocalittico” supponendo anche la plausibilità di un’eventuale Italexit (come ha poi titolato il Daily Mail). Il vuoto di potere lasciato da Renzi potrebbe essere un’opportunità di governo irripetibile per i partiti anti-establishment, come la destra lepenista della Lega Nord e il Movimento 5 Stelle, che hanno intenzione di uscire dall’Euro o peggio ancora dall’Unione Europea. L’altra previsione sarebbe poi quella di rendere l’Italia ancora meno attraente agli investitori internazionali, considerato il già precario equilibrio di alcune delle banche italiane come Monte dei Paschi di Siena, che in questo caso sarebbe la prima a saltare.

La rivista inglese theEconomist suppose, ancor prima del 4 dicembre, che la confusione generata dalla difficile comprensione del quesito referendario, avrebbe spinto gran parte degli italiani a votare non più pensando al testo della riforma Boschi, ma secondo la considerazione che avevano di “Mr Renzi” e del suo corso di riforme del mercato del lavoro, adottate e poi destinate in particolar modo a coloro che poi hanno deciso (in larga misura) di votare “No”: i giovani.

Per i media tedeschi questo è un nuovo “stress test” per l’Ue. Gli orari di chiusura tradizionalmente anticipati

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

Manifestazione a Roma dopo la vittoria del NO

dei giornali cartacei tedeschi hanno permesso inizialmente il dibattito sull’esito del referendum nelle edizioni online. “Renzi regala all’Europa il prossimo stress test” è il titolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung online, che nota come “il fallimento del tentativo del premier e le sue dimissioni possono dare spinta ai populisti anti-Ue”. “Con il voto non è solo fallita in maniera spettacolare la riforma della Costituzione ma l’intero progetto politico di Renzi”, scrive invece la Zeit online, sottolineando come le annunciate dimissioni del premier siano l’inevitabile conseguenza. Anche se è chiaro che il premier non abbia l’intenzione di mollare.

È forse l’intervento di Silvia Mazzini, assistente professore presso l’Università Humboldt di Berlino, su Al Jazeera, l’unico a sottolineare come gli italiani che abbiano votato per il NO non siano tutti (e neanche totalmente) euroscettici, oltre che vicini agli schieramenti della destra populista. Così come invece hanno strumentalizzato (troppo?) i riflettori esteri.

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

Brexit, cinque proposte per il Regno Unito. Fate la vostra scelta

In copertina: protesta dei Remain durante una manifestazione Brexit. ADRIAN DENNIS/AFP/Getty Images. Originale qui

Traduzione da The Independent: “Britain, these are the five realistic choices for Brexit – take your pick” di Ben Chu

Il referendum del Regno Unito sulla Brexit è stato, come sappiamo, incentrato, mediaticamente parlando, tutto sul “riprendere il controllo”. Ed ora sembrerebbe che i Ministri del Governo britannico e i giornali di destra vogliano riprendere il controllo della lingua inglese da quei furbacchioni dei “Piagnucoloni” (traduzione di “Remoaners”, neologismo nato dall’aggiunta del termine “Moan”, lamentarsi, a Remainers, coloro che volevano rimanere nell’Unione Europea. Il termine ha accenzione dispregiativa, N.D.R.)

“Non è mai esistita la possibilità di scelta tra una dolce o dura Brexit” ha recentemente dichiarato Theresa May, Primo Ministro Britannico. Fa eco alla May il cancelliere Philip Hammond: “Non vogliamo riconoscere la polemica sulla distinzione tra una Brexit dura ed una dolce. Noi vogliamo la giusta Brexit”. E Micheal Gove, Lord Cancelliere e Segretario di Stato della Giustizia inglese, ha protestato riguardo la pessima associazione che il termine “dura Brexit” ha creato nella pubblica opinione, collegandolo a cose come “imparare la dura lezione, affrontare un brutto atterraggio o impegnarsi duramente”.

Brexit 1 – Fuori dalle istituzioni, ma nel mercato unico

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europa. Non avremmo alcun membro nel Parlamento Europeo, nessun seggio nel Consiglio Europeo dei leader e nessun ruolo di sostanziale importanza nel regolamento del mercato unico. Potremmo avere tale posizione e rimanere in ogni caso nel mercato unico europeo ed anche nell’Unione Doganale Europea (EUCU). Questo significherebbe contribuire annualmente al budget dell’Unione Europea.

Il Regno Unito dovrebbe anche accettare il libero movimento di persone, anche se potrebbe riuscire a negoziare alcune eccezioni per “gravi difficoltà economiche, sociali ed ambientali”, similmente agli accordi che Norvegia e Liechtenstein hanno stretto con l’Unione Europea. L’opzione Brexit 1 sarebbe quella con il minor numero di disagi per le imprese britanniche che commerciano con l’Europa.

Brexit 2 – Temporaneamente nel mercato unico

Come per Brexit 1, il Regno Unito lascia l’Unione Europea e rimane nel mercato unico e nell’unione doganale, ma solo per un periodo limitato di tempo, mentre un accordo commerciale a lungo termine viene concordato con l’Europa. Il Regno Unito avrebbe anche la possibilità di stringere accordi commerciali con il resto del mondo.

I disagi per gli imprenditori britannici sarebbero minimi, come per Brexit 1, oltre che fornire il grande vantaggio di far guadagnare tempo al Regno Unito. Molti esperti di commercio, infatti, ritengono insufficienti i due anni, prima che la procedura dell’Articolo 50 si attivi forzatamente, a disposizione del governo britannico per negoziare un nuovo accordo con i maggiori protagonisti dell’economia europea ed ogni singola istituzione europea. Raoul Ruparel, il nuovo consigliere del Segretario alla Brexit, David Davis, ha consigliato un accordo di transizione come questo durante l’ultimo incontro del Think Tank Open Europe.

Brexit 3 – Fuori con accordo speciale

Il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europea ed anche dall’Unione doganale ma firmerebbe un accordo unico di libero commercio con il resto dell’Unione. Questa opzione sarebbe gradita dagli esportatori britannici che fanno affari in Europa, ma aggiungerebbe costosi dazi doganali.

Bisognerebbe, inoltre, creare un confine doganale tra il Nord dell’Irlanda e la Repubblica, con potenziali conseguenze politiche di seria portata. E se l’accordo non dovesse includere i fornitori di servizi, cosa che solitamente gli accordi di libero commercio non fanno, gli esportati di servizi britannici in Europa, in particolare servizi finanziari, sarebbero particolarmente svantaggiati.

È possibile che un accordo speciale sui servizi possa essere finalizzato con il resto dell’Unione Europea, ma questo significherebbe doversi attendere alle regole dell’Unione senza poter in alcun modo partecipare alla loro stesura.

Brexit 4 – Commercio secondo WTO

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio ed utilizzare le regole della WTO, Organizzazione per il Commerciale Mondiale, per il commercio con l’Europa. Questo significa che l’Unione Europea potrebbe imporre, secondo il regolamento del WTO, la sua tariffa comune extracomunitaria sugli esportatori britannici. L’impatto iniziale sull’economia britannica, secondo una ricerca del “The Independent” , sarebbe di circa 4.5 miliardi di sterline, con una ricaduta più pesante sull’economia reale.

Anche il Regno Unito potrebbe imporre dazi sulle merci importate dall’Europa, sempre che queste non siano più alte di quelle già stabilite per le importazioni da altri stati. Questo porterebbe si più gettito fiscale, ma i dazi sulle importazioni aumenterebbero i costi di importazione e l’inflazione interna. Per di più, se il Regno Unito non riuscisse a finalizzare accordi specifici con gli altri 52 stati con i quali al momento liberamente ha scambi commerciali, in quanto membro dell’Unione Europea, sarebbe impossibile evitare l’istituzione di dazi doganali di importazione ed esportazione, con conseguenti danni all’economia britannica.

Brexit 5 – Soli contro tutti

Uscire dal mercato unico e l’unione doganale senza alcun tipo di accordo di libero commercio, e togliere ogni tipo di dazi per le importazioni. Questo permetterebbe letteralmente una inondazione di cibo, merci e prodotti a basso costo nel Regno Unito. I prezzi nei negozi sarebbero si in discesa, ma con una ricaduta catastrofica sui settori primario e secondario britannico.

Sarebbe una scelta politicamente incauta da parte del governo togliere ogni tipo di dazio alle importazioni, ma lasciando le esportazioni alla mercè delle tasse altrui. Inoltre, secondo questo scenario, il Regno Unito non cercherebbe neppure di stringere accordi di libero commercio, e neppure quelli specifici per i servizi. Questo significa che le imprese fornitrici di servizi, che sono la parte dominante dell’economica britannica, riceverebbero zero aiuti per entrare nei mercati stranieri e contrastare le loro barriere senza dazi.

Quindi, che cosa dovremmo pensare di questi scenari Brexit? Brexit 1 sembrerebbe la preferibile, sebbene sia un compresso troppo inferiore allo status di membro dell’Unione Europea. Brexit 2 è preferibile sicuramente a Brexit 3 e la quarta opzione, invece, sarebbe un disastro economico. Brexit 5, invece, è una utopia ultraliberale che sarebbe politcamente impossibile.

Gli esperti di Oxford Economics stimano che Brexit 1 e 2 fino al 2030 farebbero scivolare l’economia britannica in una recessione tra lo 0.1 e il 1.8%. Brexit 3, invece, sarebbe più pesante, con una diminuzione tra l’0.8 e il 3,1% e Brexit 4 tra l’1.5 e il 3.9%.

Gli economisti vicini al gruppo Brexit affermano che il Regno Unito riviverebbe un boom economico fino al 2020 se si seguisse il piano Brexit 5. Gli economisti della London School of Economics, però, affermano che è una pseudoscienza guidata dall’ideologia, e che, anzi, un piano del genere ridurrebbe il PIL britannico di percentuali tra il 6.3 e il 9.5% entro il 2030. Circa tra le 4.200 e 6.300 sterline per ogni famiglia.

Chiamate i vari piani come volete, ma la realtà è che alcuni di essi infliggerebbero danni molti più importanti per ogni famiglia ed impresa nel Regno Unito di altri.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Cara nuova vecchia Europa

Cara nuova vecchia Europa

In copertina: Angela Merkel, Francois Hollande e Matteo Renzi a Ventotene. Originale qui

Il futuro europeo dopo il vertice di Ventotene

Nella giornata di lunedì si è tenuto a Ventotene il trilaterale Germania-Francia-Italia per la rinascita dell’Europa post Brexit. Come noto, la meta stabilita per l’incontro Merkel, Hollande e Renzi richiama il celebre manifesto europeo targato Altiero Spinelli.

 

Intitolato “Per un’Europa libera ed unita. Progetto d’un manifesto”, il documento prese vita nell’agosto 1941, per poi essere pubblicato tre anni dopo da Eugenio Colorni sotto il titolo “Progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea”. Protagonisti furono, oltre allo stesso Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann. Il documento ha una valenza storica per le cause che i quotidiani della stampa estera ed italiana hanno ricordato: uno scritto di liberazione dall’esilio per motivi politici nell’isola di Ventotene. Un esilio forzato in nome dell’antifascismo e della lotta ai totalitarismi del secondo conflitto bellico. Un simbolo di un’Europa che cerca di ritrovare se stessa, liberandosi dalla inaccettabilità di quegli anni bui e controversi per i valori di pace e libertà professati da quello stesso documento.

(altro…)

Pin It on Pinterest