Francesca Woodman: fotografia e tormenti

Francesca Woodman: fotografia e tormenti

Ho conosciuto Francesca, la sua anima e il suo corpo una sera di novembre, con una buona compagnia, sotto una luce calda, davanti un piccolo schermo e una sottile musica in sottofondo, in un ambiente quasi da salotto.

Si parlava e si imparava tanto di fotografi come Mccurry, Salgado il salva foreste, Bresson l’occhio del secolo, e altri grandi uomini.

E poi sono comparse sullo schermo le fotografie di questo spirito delicato, di questa piccola donna del XX secolo, Francesca Woodman.francesca woodman

Molto vicina a noi se parliamo di anni intesi come periodo storico, di secoli, di epoche, ma anche come età, i numeri a cui la sua età si è fermata sono molto vicini a quelli che compongono la mia. Lei INVECE ha deciso che sopportare il peso del mondo per 22 anni poteva bastare.

Figlia d’America e dell’arte, amante dell’Italia, dove ha trascorso alcuni anni della sua vita, nasce nel 1958 a Denver e soggiorna a lungo a Roma. Lì studia e dà sfogo al suo talento, oltre che in Toscana, nella casa dei genitori.

Insomma, così vicina a noi e così quasi sconosciuta.

Ha vissuto così poco, ma ci ha lasciato tanto, tanto da osservare.

Ha iniziato a fotografare intorno ai 13 anni, smettendo poco prima della sua morte. Una breve vita per la bellezza e le sfumature della fotografia.

In soli 8 anni ci ha lasciato qualcosa come 10.000 pellicole, di cui 600 ancora inedite. Ha pubblicato una raccolta fotografica “Some disordered interior Geometries” e dopo pochi giorni dalla pubblicazione decise di gettarsi da un palazzo in costruzione a New York. Un atto di ribellione? O di affermazione?francesca woodman

Numerose le raccolte pubblicate dopo la sua morte, non solo fotografiche ma contornate di pensieri, annotazioni, simbolo di un tormento generazionale. In un documentario, “The Woodmans”,  pubblicato nel 2010, la famiglia racconta la breve e fragile vita di Francesca.

I soggetti delle sue fotografie? Raramente il suo compagno o una sua cara collaboratrice. Il soggetto era invece spesso ella stessa, perché “E’ una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile” – diceva ai suoi amici (Un po’ come Frida Khalo che dipinge se stessa, ovvero l’unica persona che conosce meglio). Ritrae il suo corpo nudo, fugace, etereo, in posizioni sinistre e confuse, fuso con l’ambiente, quasi nascosto. Corre, si agita, si mimetizza, si dissolve.  Crea atmosfere ovattate e cupe, cerca luoghi decadenti, degradati.francesca woodman

La sua ossessione è stata quella di essere se stessa. Decide di spogliarsi non solo dei suoi abiti lasciando nell’angolo, dietro la macchina fotografica, anche la corazza con cui lottava contro il mondo, contro la sua depressione.

Ci mostra così la sua debolezza. Il suo sguardo tormentato e impaurito. Il desiderio di sparire dietro un muro, finalmente tranquilla. Il bisogno disperato di aggrapparsi a qualcosa.

Ma l’espressività e il dolore dirompenti, che spingono i bordi delle sue pellicole per travolgerci, non sono dati solo dal modo in cui si ritrae e dalle atmosfere che crea. Giocano un ruolo importante anche le pellicole in bianco e nero. Le doppie esposizioni rendono la sua figura quasi un fantasma, una presenza-assenza.

Niente è affidato al caso. La Woodman mira a creare qualcosa unitario e di coerente. Questa abilità, unita al peso che l’ha a lungo oppressa,  offre al mondo la visione di una grande fotografa giunta sino ai giorni nostri.

Tratti d’Autore: Martina Pesce

Tratti d’Autore: Martina Pesce

Immagine di copertina, galleria a fondo pagina ed altre illustrazioni nell’articolo a cura di Martina Pesce. Originali qui

Conosco Martina dai tempi del Liceo. Da sempre, ho visto Martina come uno dei talenti più estrosi che io abbia mai conosciuto e devo contendere con tanti altri il titolo di fan numero uno. Martina Pesce è una bomba ad orologeria, e la sua arte è l’esplosivo. I suoi disegni sono unici, una linea a tratti spezzata, a tratti ballerina. Martina riesce a racchiudere in se una duplice natura, l’insicurezza è un tratto che. istintivamente, la caratterizza. Con questo sentimento, Martina trasforma questa ansia da prestazione in magia. Questa timidezza è vinta dalla vivacità artistica che ripone in ogni disegno. Assieme a questa intervista, che sono riuscito ad estorcere dopo mesi di tentativi, troverete solo alcuni degli ultimi disegni di Martina Pesce. In ogni singolo tratto, ritroverete tutta la maestria di Martina. Vi suggerisco di continuare a seguire Martina, perché disegnatrici con il suo talento, attitudine e brio sono rari, e vederla crescere ed esplodere come artista sarà una gioia unica.

Martina Pesce è una illustratrice di Stornara. Ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti ed ora si sta specializzando nell’arte del fumetto. Ma chi è davvero Martina Pesce?

Eh, bella domanda!! (ride) Parlando seriamente, ho studiato Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Foggia e mi sono diplomata a marzo 2016. Prima di allora non avevo mai studiato roba inerente al disegno, ne fatto corsi o altro: tutto quello che facevo era dovuto al fatto che mi piacevano un sacco i disegni dei cartoni animati che guardavo e dei fumetti che avevo iniziato a leggere (W.I.T.C.H. è stato il primo in assoluto, poi mi sono buttata su manga/anime) e mi divertivo a copiarli… anche se non sono un granchè a copiare e siccome non uscivano mai uguali mi ritrovavo sempre ad inventare personaggi o a disegnare quelli esistenti in modo diverso. Quest’anno ho finalmente deciso di iscrivermi ad una scuola di fumetto, così da dedicarmi esclusivamente a questo, con la speranza che un giorno la mia passione possa diventare il mio lavoro.

Una passione travolgente la tua. Ma quando hai capito di voler diventare una fumettista?

Guarda, non saprei dirlo con certezza. Io disegno praticamente da sempre (anche se le prime vignette risalgono alle superiori, quando immortalavo i momenti più disastrosi e imbarazzanti della vita scolastica), ma penso di aver maturato la certezza di volerlo fare di mestiere quando ho intrapreso il percorso accademico, quattro anni fa.

“L’opera è l’uomo. Una cosa non spunta dal nulla” diceva Edward Hopper. Qual è lo stile che ti rappresenta più di altri?

Penso si possa dire che i miei scarabocchi sono un miscuglio di stili tendente al grottesco, caratterizzato da una spessa linea di contorno e dalla quasi totale assenza di colori. Almeno fino ad ora, dato che è in continua evoluzione.

I tuoi lavori partono da una cultura moderna, dei manga, videogiochi e fumetti. Quali sono i personaggi e le storie che più preferisci ritrarre?

Beh, questa risposta potrebbe essere più lunga del normale, ma farò lo sforzo di essere breve: fino ad ora, purtroppo, non sono ancora riuscita a tirar fuori un fumetto vero e proprio (anche se ci sto lavorando); mi sono limitata, in tutto questo tempo, a disegnare personaggi di cartoni animati, film o serie tv, spesso ad inventarne di miei, ma lasciandoli poi a marcire tra i vari fogli sparsi per la mia disordinatissima scrivania. A volte è capitato di tirar fuori singole vignette, ma per lo più mi limito a veloci sketch o, al massimo, a semplicissime illustrazioni in bianco e nero inchiostrate con i pennarelli. In ogni caso, i miei soggetti preferiti sono i personaggi comici e disastrosi (non a caso ho ritratto moltissime volte la mia amica e compagna di banco delle superiori che combinava un sacco di guai ed assumeva espressioni “da cartone animato” sempre diverse).

I disegnatori che più ti hanno segnata nella creazione del tuo stile?

Tralasciando i disegnatori dei Walt Disney Animation Studios (soprattutto Glen Keane… darei un rene per poter disegnare come lui!), che forse insieme a Capena e Barbucci sono stati quelli che mi hanno catapultato nel mondo del disegno, devo ringraziare anche cartoni animati come “Adventure Time”, “Lo straordinario mondo di Gumball”, “Due Fantagenitori”, “Le Superchicche”, “Mucca e Pollo”, “Ed, Edd & Eddy”, “Leone il cane fifone”, ecc. Ma ci sono talmente tanti altri disegnatori che stimo e seguo che se dovessi nominarli tutti si farebbe notte! Giusto per citarne qualcuno: Veronica “Veci” Carratello, Vanessa Cadinali, Davide Toffolo, Sarah Andersen, Anna Cattish, Francesca De Martino, Steve Thompson, Bill Watterson… vabbè, mi fermo qui, ma giuro che ce ne sono ancora tantissimi.

martina pesce

Scott McCloud, parlando del fumetto, lo definisce come “immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore”. Qual’è il messaggio di fondo della tua arte?

Più che ad un messaggio di fondo io punto alla “reazione estetica”. Rimanendo molto spesso incantata dai lavori di alcuni autori, mi piacerebbe diventare in grado di suscitare le stesse sensazioni in chi si ritrova davanti ai miei scarabocchi. E, perché no, anche strappare una risata.

Quali sono i tuoi piani per il futuro? Ci sono aspetti della tua formazione che vorresti ampliare? Un sogno del cassetto da realizzare?

Per quanto riguarda l’ampliare alcuni aspetti della mia formazione, ci sto lavorando: proprio quest’anno mi sono iscritta alla scuola di fumetto Inkiostro (che ha alle spalle proprio l’omonima casa editrice) e mi sto impegnando tanto per diventare una disegnatrice completa, in grado di disegnare anche cose differenti dal grottesco in modo tale da avere più opportunità lavorative nel campo. I piani per il futuro non sono ancora ben definiti, se non per il desiderio di lavorare, in qualche modo, nel mondo del fumetto. Chissà, speriamo bene!

Martina, a nome di Cronache ti ringrazio per questa intervista. Dacci qualche informazione per poter continuare a seguire il tuo mirabolante percorso

Grazie a te e tutti i ragazzi di Cronache dei Figli Cambiati. Colgo l’occasione per salutare e ringraziare tutti i vostri lettori ed invitarli a seguire i miei lavori sulla pagina Facebook Tram. In questo momento sono nel pieno dell’Inktober, 31 disegni per 31 giorni. Seguitemi per scoprirli tutti. Ciao!

Mani: espressività e comunicazione umana

Mani: espressività e comunicazione umana

Tutte le foto a cura dell’autrice

Alla complessa  domanda “Cosa distingue l’uomo dagli animali?” il buon Charles Darwin avrebbe semplicemente risposto: “Le mani”. Già, le nostre semplici mani, strumento principale di cui l’uomo si serve nella sua quotidianità. Secondo le teorie di Darwin, quest’ultimo nel suo percorso evolutivo ha sviluppato una gestualità, un’abilità e una capacità motoria superiore anche a quella dei primati, tanto vicini a noi, che lo ha portato a rivestire quel ruolo predominante di cui esso gode.

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