Frida Kahlo: “A cosa servono i piedi se ho le ali per volare”

Frida Kahlo: “A cosa servono i piedi se ho le ali per volare”

in copertina: Frida sulla panchina bianca, New York, dettaglio, 1939. Nickolas Muray, fotografo e amante della celebre artista. Fonte immagine qui

«⌈…⌉ C’è qualcosa di più sciocco del voler portare continuamente un fardello che vorremmo sempre gettare a terra? Di aver orrore della propria esistenza e di tenersi aggrappati alla propria esistenza? Insomma di accarezzare il serpente che ci divora, finché ci abbia mangiato il cuore?»

Queste sono le parole pronunciate dalla vecchia, personaggio del Candido di Voltaire. Lei che nacque tra gli agi della ricchezza, invecchiò nella sofferenza della guerra e altri indicibili orrori. Ma nonostante questo esclamava: «volli uccidermi mille volte eppure amavo ancora la vita».

Questa frase è riaffiorata in mente durante la lettura di !Viva la Vida! (Pino Cacucci, Feltrinelli, 2014), un libro che ripercorre i momenti di vita e dolore della pittrice Frida Kahlo. Lei, che come la vecchia, fu derubata del suo corpo dal fato crudele, ma rimase sempre attaccata alla vita.

Frida a letto, 1950

Frida a letto, 1950

Nata a Coyoacàn, Città del Messico nel 1907 (o nel 1910, come le piaceva sostenere) nel cuore della rivoluzione messicana, Frida Kahlo è stata spesso definita come l’artista del dolore o colei che ha trasformato il suo dolore in arte. Figlia di un fotografo di origini tedesche e una benestante messicana di origini spagnole ed amerinde, Frida si avvicinò alla pittura in un momento tragico della sua vita.

Un grave incidente all’età di soli 18 anni cambiò la sua vita per sempre. L’autobus sul quale viaggiava  si scontrò con un tram e finì contro un muro. Frida si ritrovò con un corpo devastato: la colonna vertebrale spezzata in tre punti e molte fratture. Il corrimano dell’autobus le entrò nell’anca sinistra e le uscì dal ventre. Nell’urto, lei sostenne di aver urlato con una tale potenza e disperazione che la Morte, la Pelona, che era passata di lì a prenderla, si allontanò lasciandola nel limbo tra la vita e la morte.

«Non provavo niente, non mi rendevo conto della situazione, non mi faceva male da nessuna parte perché mi stavo staccando dalla vita. ⌈…⌉. In ospedale non credevano ai loro occhi..più che un’operazione, hanno dovuto fare un collage, un rompicapo per chirurghi senza fretta.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

Da quel quel 17 settembre 1925, Frida dovette rinunciare al suo corpo e far rinascere la sua anima ogni giorno attraverso la pittura. Da quel giorno, Frida sarebbe morta e rinata allo stesso tempo, come espressione eterna del dolore, della vita e dell’amore.

È  proprio a letto, ingabbiata in busti di gesso e di ferro, che Frida iniziò a dipingere. Non c’è immagine che raffiguri al meglio la sua persona quanto i suoi autoritratti. Frida iniziò a dipingere se stessa, perché era l’unica cosa che poteva vedere da vicino.

Frida Kahlo- Autoritratto con vestito di velluto, 1926

Frida Kahlo- Autoritratto con vestito di velluto, 1926

«Ho contato gli anni della mia vita con il mutare delle protesi sul mio corpo, dei busti in gesso e acciaio che ho dipinto e decorato con mille colori come fossero armature per affrontare battaglie carnevalesche.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

Frida Kahlo, la colonna rotta, 1944

Frida Kahlo- La colonna rotta, 1944

Frida sapeva ritrovare momenti di pace nella pittura, bottiglie di brandy e fiale di morfina. Ma più di tutto, ciò che la teneva ancora in vita era il suo amore per Diego.

Diego Rivera era uno dei più celebri pittori messicani dell’epoca e fondatore del partito comunista messicano. Il loro amore, coltivato tra le mura della Casa Azul, fu spregiudicato, scandaloso e invincibile. Un amore fatto di tradimenti e poesie, un lungo soggiorno a New York e due matrimoni separati da un divorzio. Diego era famoso per il suo spiccato talento artistico, ma anche per la sua infedeltà, il suo egocentrismo e attivismo politico. Era già al suo terzo matrimonio quando sposò Frida e la tradì molte volte, persino con sua sorella Cristina.

Frida Kahlo- Autoritratto come Tehuana, (o Diego nei miei pensieri), 1943

Con un senso misto di ripicca e sfrenato piacere, Frida si intrattenne in altre relazioni amorose sia con uomini (tra cui Lev Trotsky, Andrè Breton e Nickolas Muray) che con donne (tra cui forse la fotografa italiana Tina Modotti), con le quali sperimentò una speciale intimità. Ma non smise mai di amare Diego, lui che fu la malattia e la sua cura, la sua coscienza e il suo delirio al tempo stesso.

«Eppure…amo la vita quanto amo Diego. E a volte, confondo l’odio per questa vita con l’odio per Diego che mi trascina all’inferno e poi mi aiuta a uscirne. Lui mi ha ridato la forza per superare l’angoscia e nell’angoscia mi ha sprofondato mille volte» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

L’ anticonformismo e la passione con cui Frida Kahlo dipinse la sua vita (sofferta) riecheggiano ancora oggi fortissimi e ci fanno riflettere. Cosa spinge alcuni a continuare a navigare nelle acque turbolente della sofferenza? Frida ci insegna che è possibile trovare conforto nel dolore quando si ha una propria ragion d’essere. E la sua consisteva senza dubbio nell’ amore per l’arte e per Diego.

Frida Kahlo celebrò la vita fino all’ultimo momento prima di morire, nel 1954, a soli 47 anni, infondendo ancora oggi un messaggio di coraggio e speranza sublimi.

«Sono da invidiare, perché l’amore di Diego è qualcosa di unico e irripetibile, malgrado tutto. E io ho avuto tutto, malgrado me.» (Frida Kahlo, ¡Viva la Vida!)

 

 

Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

Ansel Adams: pura fotografia e Naturale amore

in copertina: ritratto di Ansel Adams. Fonte Wikicommons

Tutte le fotografie qui presenti sono dei dettagli. Per gli scatti completi, visitare Wikicommons

Ansel Adams, un maestro senza freni

Henri Cartier-Bresson, Steve McCurry, Robert Capa. Quando parliamo di grandi fotografi, questi ed altri nomi spesso sovvengono nelle menti dei neofiti e di chi alla fotografia si avvicina con poco ardore. Ansel Adams, invece, è uno dei padri della fotografia paesaggistica, cultore della Natura e grande maestro per chiunque ritenga la fotografia arte e non mera riproduzione di immagini.

Prima di diventare un maestro, Adams ebbe un percorso unico: figlio di imprenditori, la sua famiglia aveva costruito il proprio benessere sulla lavorazione del legno, dalla raccolta al taglio, un aspetto che Adams avrà modo di biasimare nella sua vita, da amante della Natura quale era. Vissuto a San Francisco, Adams fu un bimbo ed adolescente irrequieto, iperattivo ed entusiasta nelle varie attività che intraprese nei primi anni della sua vita. Prima studente di piano e poi fotografo, Adams coltivò il suo amore per la Natura fin da piccolo. Suo padre, la figura che per primo supportò le sue passioni, gli regalò la sua prima fotocamera: una Kodal Brownie Box e da quel momento in poi la sua vita cambiò.

Half Dome, Apple Orchard, Yosemite trees with snow on branches, April 1933. Fonte Wikicommons

Yosemite e l’amore per la Natura e la fotografia

Adams fu sempre condizionato da Ralph Waldo Emerrson e l’idea di una responsabilità sociale nei confronti della natura. Assieme a Cedric Wright, suo amico e collega fotografo, imparò ad amare “Towards Democracy” di Edward Carpenter, dal quale carpì ed alimentò il suo infinito amore nei confronti della Natura.

Ma il viaggio allo Yosemite nel 1916 con la famiglia fu quello che più condizionò la sua crescita. Scriverà, anni dopo: “Innumerevoli meraviglie si susseguivano allo sguardo, una dopo l’altra. C’era luce ovunque. Una nuova era iniziò per me”. Da quel momento in poi, Ansel Adams abbracciò a pieno la Natura: la sua esplorazione della High Sierra con il geologo Francis Holman, detto Zio Frank, fu solo uno dei tanti viaggi intrapresi nella Natura, che lo forgiarono per il suo futuro da fotografo.

L’amore per i paesaggi californiani lo portò ad iscriversi al Sierra Club, gruppo dedicato alla protezione della fauna selvatica del territorio. Fece parte del consiglio del club fino al 1971 e organizzò diversi viaggi nelle Sierra e sarà tra i responsabili della prima scalata alla Sierra Nevada.

Il rapporto con Yosemite e la Natura fu sempre fortissimo. Preservare la natura e le sua fauna è stato uno dei temi ispiratori di Ansel Adams, motivato dalla continua distruzione della Valle di Yosemite, il quale veniva sempre più mangiata e depauperata della sua bellezza selvaggia a causa dello sviluppo economico della zona. Il suo libro, Sierra Nevada, the John Muir Trail, edito e pubblicato nel 1938, diventerà il punto cardine della strategia del Sierra Club per la salvaguardia del territorio, che vedeva impegnato il Club per la creazione dei parchi nazionali Sequoia e Kings Canyon.

“La Valle di Yosemite, per me, sarà sempre un’alba, il verde e le dorate meraviglie su un vasto edificio di pietra e spazio. Non conosco scultura, dipinto o composizione musicale che supera la magnificenza spirituale delle imponenti scarpate di granito, della patina della lucina sulla roccia e la foresta e dei fulmini e I sussurri delle acque. A primo acchitto questo aspetto può sopraffare, per poi comprendere il delicato e penetrante complesso della natura”.

La fotografia diventa un mezzo, oltre che semplicemente legato alla funzione artistica, di sensibilizzazione sociale. Come le fotografie di Dorothea Langley hanno condiviso l’amara realtà della Grande Depressione, così Ansel Adams ha costruito sulla sua poetica fotografica la propria missione, ovvero quella di tratteggiare la bellezza della Natura per convincere la società di quanto la preservazione della stessa fosse il primo obiettivo dell’umanità.

Conosciamo tutti la tragedia delle dustbowls (conche di polvere), la crudele ed imperdonabile erosioni del suolo, il forsennato sfruttamento della fauna e il restringimento delle nobili foreste. E sappiamo che tali catastrofi abbattono lo spirito delle persone. La Natura viene sempre più confinata, l’uomo è ovunque. La solitudine, così necessaria per l’uomo, è praticamente assente”.

The Tetons and the Snake River (1942) Grand Teton National Park, Wyoming. Fonte Wikicommons

Gruppo f/64 e il Sistema a zone

In una California ancora dominata dalla fotografia pittoriale, che fin troppo si accostava alla pittura e cercava di emularne gli stili e la poetica, nacquero I presupposti del Gruppo f/64. Adams, assieme ai primi fondatori (William Van Dyke, Edward Weston) avevano visto nella fotografia non un’arte ancillare nei suoi metodi, ma qualcosa di nuovo, in grado di essere indipendente dagli stili artistici pre-esistenti ed essere considerata parte delle Belle Arti. Il Gruppo f/64 fu, di fatto, la prima vera corrente artistica indipendente nella fotografia, assieme alla fotografia pittoriale. Un duopolio che in ogni caso perdura fino ad oggi.

Il nome, Gruppo f/64, deriva proprio dalla dedizione alle apertura diaframmatiche minime da parte del gruppo. Per i meno avvezzi, un obiettivo fotografico è composto non solo dal gruppo ottico e dal sistema di focalizzazione, ma anche da un diaframma (composto da una serie di lamelle) che, a seconda che sia più aperto o chiuso, consente il passaggio di più o meno luce. Il risultato di questa variabile è un aumento della nitidezza della fotografia direttamente proporzionale al livello di chiusura del diaframma, dato che viene espansa la profondità di campo, ovvero la zona a fuoco in una fotografia. L’idea della fotografia, di Adams e Weston in primis e di tutto il gruppo, è, quindi, la visione artistica non legata ad una romantica riproduzione di atti e momenti, come nel Pittorialismo, ma piuttosto nella più fedele riproduzione della realtà.

Il Gruppo f/64 è composto da membri che cercano di definire la fotografia come un’arte costruita e presentata attraverso solo metodi fotografici. Il Gruppo non presenterà lavori che non sono conformi ai suoi standard di fotografia pura. La fotografia pura si definisce su qualità tecniche, composizione ed idee derivate solo dalla fotografia stessa e non da altre Arti. La produzione del “Pittorialismo” si basa sui principi artistici che sono direttamente correlati alla pittura e alle arti grafiche.”

Group f/64 Manifesto (1932)

Per raggiungere tale scopo, Ansel Adams e Fred Archer svilupparono un metodo alternativo per la corretta esposizione fotografica: il Sistema a Zone. Questo sistema parte dall’equazione dell’esposizione: Esposizione = Illuminamento * Tempo (E=j*t), il cui risultato dovrà essere pari ad una densità di 0.76 per corretta esposizione. Questo dato comporta la trasposizione su carta il più fedele possibile rispetto alla scena originale e, data la necessità concettuale teorizzata dal Gruppo f/64, è il metodo più accurato per poter comprendere la resa finale della fotografia prima che essa stessa sia scattata. La scala di grigi viene così suddivisa in 11 zone, che partono dal puro nero, fino al puro bianco, mentre l’esposizione corretta viene posta in Zona 5. Allo scalare delle zone, i dettagli nello scatto vengono meno, persi nella sottoesposizione nel nero e nella sovraesposizione nel bianco. Utilizzando questo metodo, il fotografo potrà misurare, nella scena le varie luci ed ombre, per poter adattare la sua configurazione di diaframma e tempi (ed ISO nel digitale). Questa tecnica, sebbene non sia stata priva di critiche da parte di esperti che la ritenevano fin troppo complicata e superflua, è stata la base di tutti i capolavori di Adams e della concezione artistica del Gruppo f/64.

Oggi, con le moderne tecnologie applicate alla fotografia, ci può sembrare assurdo un tale sistema, eppure risulta valido anche con il digitale, poiché siamo in grado di comprendere immediatamente quale sarà il risultato finale, che sia esso a colori o in bianco e nero.

Farm, farm workers, Mt. Williamson in background, Relocation Center, California. Fonte: Wikicommons

Sempre e comunque, un maestro per la Natura

L’eredità che Adams ci ha lasciato dopo la sua morte nel 1984 è stata immensa: assieme al Gruppo f/64, ha visto qualcosa di più nella fotografia. Per diventare essa stessa Arte, questa doveva rompere le catene di un infausto senso di inferiorità, che la attanagliavano alle altre Belle Arti. La fotografia non doveva emulare sterilmente gli stili dei pittori o degli illustratori, ma doveva assurgere nell’olimpo della bellezza tramite i propri canoni, le proprie tecniche e modalità. Una fotografia fine a sé stessa fu il leitmotiv dell’esistenza artistica di Ansel Adams. Il suo infinito amore per la Natura si abbracciò dolcemente con la poetica purista della sua fotografia, costruendo così la sua maestosa personalità artistica, permettendogli di cogliere, dal minimo dettaglio fino al grande paesaggio, ogni aspetto del territorio, della fauna, di ogni cosa che fu e sempre sarà Naturale.

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

Minimalismo: vivere di più con meno tra società ed arte

In copertina: Piet Mondrian Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930 (dettaglio)

Minimalismo come approccio esistenziale

È arrivato il giorno: dopo mesi di trepidante hype, infinite pubblicità le quali esaltavano le sue curve, la sua incredibile tecnologia, talmente innovativa da far impallidire tutte le iterazioni precedenti, il nuovo modello è sul mercato, e sarà presto mio. Ne ho bisogno. Lo attendo da troppo, non vedo l’ora di aprirlo ed utilizzarlo.

Eppure, aprendo la scatola, togliendo le pellicole che lo proteggono, quel senso di appagamento che tanto è cresciuto nei mesi raggiunge l’estasi alla visione dell’accensione dello schermo per poi svanire. Cosa è cambiato? Non era tanto atteso questo momento? Quel senso di inadeguatezza, nascosto e represso dall’eccitazione per l’ultimo gadget elettronico, il nuovo vestito griffato, o il nuovo SUV, riaffiora nella nostra vita, inducendoci nella prosecuzione di questo malsano viaggio. E passeranno gli anni, alla ricerca dei nuovi oggetti che ci daranno brevi attimi di “felicità”, senza trovare un vero equilibrio, votati al consumismo come unica via esistenziale.

Immagina ora una vita con meno cose, meno oggetti, meno preoccupazioni. Per quanto banale e semplice possa sembrare, prova ad immaginarlo: niente ricerche tra trenta differenti magliette, venti paia di calzi e innumerevoli giacche, pantaloni ed accessori per poi ritrovarsi al solito momento: “Non ho nulla da mettere”. Ogni oggetto in tuo possesso ha una sua precisa funzionalità nella nostra esistenza.

Minimalismo nella cultura: la purezza della semplicità e il bando del dettaglio

Questo è il principio fondante del Minimalismo. Nella cultura, questo concetto è stato concepito in varie declinazioni, partendo dalla filosofia epicurea fino all’idea di Minimal Art di Richard Wollheim. Epicuro insegnava ai suoi studenti i pregi di una vita agiata ed equilibrata, poiché, nella sua autentica essenzialità, si possono comprendere il vero piacere e felicità. Nella Lettera a Meceneo, il filosofo greco utilizza il cibo come metafora: un abbondante banchetto, con le sue copiose portate, ci lascerà stracolmi e doloranti alla sua conclusione. Un pasto a pane ed acqua, invece, ci sazierà con poco, compiendo il suo obiettivo senza indurci dolori accessori.

Nell’arte, l’approccio non è differente: in architettura e design, il Bauhaus ha segnato la storia dell’arte europea con il suo stile e sarà fonte di ispirazione per tutti gli artisti contemporanei. Una concezione basata sul razionalismo, sulla geometria primitiva e pura, scevra dei dettagli e decorazioni che hanno caratterizzato la storia dell’arte precedente (basti pensare all’Art Decò di inizio Novecento o, tornando indietro nei secoli, al Barocco o il Gotico) per porre il focus proprio sulla forma e la spazialità. Il minimalismo ha trovato il suo seguito maggiore nella pittura, nel quale importante è stata la sperimentazione ad inizio secolo: Piet Mondrian è riconosciuto per la sua poetica geometrica e primaria, e “Schilderij No. 1: Losanga con 2 Linee e Blu” è la composizione del pittore olandese ritenuta più vicina al Minimalismo. Mondrian, infatti, ripudiava il dettaglio come segno di soggettività, incompatibile con la concezione universale dell’arte e l’uso di linee rette e colori primari sono I due strumenti di Mondrian per la costruzione di arte oggettiva, pura, eterna. “Arte come Arte”, citando il pittore minimalista Ad Reinhardt:

[…] L’obiettivo di cinquant’anni di arte astratta è stato quello di presentare l’Arte come Arte e null’altro. [L’obiettivo] di trasformarla in un qualcosa a sè stante, separata e definita, rendendola più pura e più vuota, più assoluta ed esclusiva – non oggetto, non rappresentativa, non figurativa, non immaginistica, non espressionista, non soggettiva. L’unico modo per definire cosa sia l’arte astratta o l’Arte come Arte è definire ciò che non è. […]

L’Arte non ha bisogno di essere giustificata con il realismo, o il naturalsimo, il regionalismo, il nazionalismo, individualismo, socialismo o misticismo o qualsiasi altra idea […]”.

Ad Reinhardt in “ART AS ART” in Art International (Lugano) 1962. 

Vivere una vita minimalista

L’arte è sempre stata pioniera nella concezione di alternative per noi fin troppo astruse. Tutte le generazioni nate dal Dopoguerra in poi hanno vissuto in una società che ha glorificato il consumismo e l’espansione come unico modus di vita ma, quando gli stimoli e la crescita iniziale hanno raggiunto il “diminishing return”, il punto di saturazione, l’umanità si è ritrovata in una situazione anomala e del tutto nuova: la sazietà da benessere. Vivere una vita talmente agiata da non ritrovare senso nei propri meccanismi. In una società delle cose, dove la pubblicità invade le nostre vite con modi sempre nuovi e subdoli, il consumo ci insegue tutta la vita ed è diventato l’unico modo con il quale crediamo di poter trovare la felicità. Diamo talmente tanta importanza ai nostri oggetti da sostituirli a relazioni interessanti, discussioni profonde e da porli al primo posto in ogni nostra cosa. Questo approccio, però, non sta avvelenando solo la nostra vita, ma anche il nostro stesso Pianeta. L’espansione, la corsa per il primo posto, la forsennata ricerca del guadagno senza se e senza ma stanno piano piano distruggendo la Terra, trasformandola da habitat della nostra vita a scatolone delle nostre cose.

Esiste una alternativa? Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus credono sia possibile. Il loro blog www.theminimalist.com è il manifesto della loro concezione di una vita con meno oggetti ma più felicità. Vissuto nel suo estremismo, come ogni cosa nella vita, il minimalismo non è la soluzione: rinchiudersi in una caverna, soli nella Natura, non è la risposta alle nostre domande. L’uomo rimane, per sua stessa natura, un’animale sociale ed in quanto tale non può ripudiare la sua specie. Il Minimalismo non vede la società come costruzione in maniera negativa, ma alcune delle sue dinamiche. Vivere minimalista significa spostare il focus della felicità dagli oggetti a ciò che realmente ci rende unici e felici: ho bisogno di 20 camicie, se in realtà ne utilizzo sempre tre o quattro? Che valore ha questo oggetto per me e come sta migliorando la mia vita? Bisogna essere in grado di comprendere che consumare non significare essere felici. Consumare significa aggiungere dettagli alla nostra tela e se il nostro unico scopo è quello di riempire di dettagli la nostra tela, non creeremo arte, ma solo una banale e confusa macchia di colore. Come Mondrian, dobbiamo essere capaci di comprendere qual è la nostra linea retta, il nostro colore primario, focalizzandoci su di esso.

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Rossetti ed Elizabeth Siddal – La vera storia de Il Corvo di Edgar Allan Poe

Dante Gabriel Rossetti moriva il 10 Aprile 1882 lasciandosi dietro un’eredità artistica delle più note ed apprezzate. Fu infatti uno dei padri fondatori della Confraternita dei Preraffaelliti, che contava fra i suoi membri artisti come John Everett Millais (colui che dipinse la celebre Ophelia), William Hunt e John Waterhouse giusto per citarne alcuni.

Figlio di un insegnante emigrato italiano, Rossetti nacque a Londra il 12 Maggio 1828 come Charles Gabriel Dante Rossetti. Dagli amici si faceva chiamare Gabriel ma nelle sue opere si firmava sempre come Dante, in onore del vate che fu fondamentale nell’educazione che il padre gli fornì.

Dante fu molto attivo come poeta ma durante la sua educazione  si appassionò anche all’arte medievale italiana, cosa che lo spinse a maturare gli studi d’arte alla Henry Sass‘ Drawing Academy prima e alla Royal Academy dopo. Fu questo ambiente che gli permise di entrare poi in contatto con il giovane William Hunt e di formulare con lui e Millais la filosofia che diede vita alla Pre-Raphaelite Brotherhood. E fu in questo contesto che conobbe nel 1850 la nota musa dalla folta chioma rosso fuoco di nome Elizabeth Eleanor Siddal.

Rossetti ed Elizabeth Siddal in Dante’s Inferno (1967)

Ma torniamo indietro di un paio d’anni a quando nel 1848 Rossetti realizzò delle illustrazioni per la pubblicazione de Il Corvo di Edgar Allan Poe, intitolate Angel Footfalls.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

In quegli anni il noto autore gotico riscuoteva grande successo e Rossetti era un suo fervente ammiratore. Poe ha infatti rappresentato per Rossetti un punto di svolta sia nella sua carriera artistica, spingendolo verso quell’estetica tardo romantica che caratterizzerà l’esperienza preraffaellita, sia in quella letteraria quando Rossetti stesso scrisse un’opera di risposta a Il Corvo intitolata The Blessed Damozel di cui realizzò anche un quadro. Ma l’influenza di Poe non si limitò a questo.

The Raven, come altre opere di Poe, si concentra sul tema della colpa anche se in questo caso si tratta di una colpa che non conosciamo. Il protagonista vive l’angosciante ossessione per la morte della sua amata Lenore, ossessione che poi si materializza concretamente in un corvo che bussa alla sua porta e che si installa nella sua stanza ripetendo senza tregua le parole “nevermore”. Questa tortura che l’animale infligge al protagonista non è altro che la proiezione visiva e sonora dei suoi tormenti. Il fatto di non conoscere la natura reale di queste ansie rende sempre più angosciante il ritmo incalzante della narrazione mentre questa trascina il lettore in fondo agli abissi della coscienza del protagonista. Rossetti, come altri, fu molto impressionato dallo stile e dalla forza di questo poema ma solo una decina d’anni dopo poté realmente comprenderne il significato.

Nel 1850 infatti, dopo aver fatto la conoscenza della Siddal, intraprese con lei una lunga e tormentata relazione. Elizabeth Siddal rappresentò per i preraffaelliti molto più che una musa. Il suo carattere e il suo aspetto furono la linfa vitale che nutrì le loro prime opere, perlomeno fino a quando Rossetti non decise di tenerla tutta per sé. La Siddal prese molto a cuore le idee e le ambizioni del gruppo e lo  fece a costo di giocarsi la vita. Per fare da modella all’Ophelia di Millas, per esempio, mise a repentaglio la propria salute decidendo di rimanere immersa in una vasca d’acqua gelata che le provocò i primi accessi  di una bronchite che la tormentò per anni.

Ophelia – John Everett Millais (1851)

La relazione con Rossetti fu molto intensa e produttiva. Elizabeth apprese da lui i fondamenti della pittura, realizzando opere che riuscirono ad attirare il patrocinio di una figura come John Ruskin. Si diede poi anche alla poesia e trovò in Gabriel un compagno incoraggiante ed un ottimo insegnante. Rossetti d’altra parte realizzò quasi tutte le proprie opere sulla figura di Elizabeth tra cui le note Giovanna d’Arco, Lady Lilith e Bocca Baciata e conservò di lei svariati schizzi e studi.

Lady Lilith – Dante Gabriel Rossetti (1866)

I due riusciranno a sposarsi solo dieci anni dopo, nel 1860, a causa delle resistenze della famiglia di lui. Furono diverse le occasioni di matrimonio bruciate all’ultimo secondo e ciò influì parecchio sulla debole psiche di Elizabeth, che cominciò a fare uso del laudano per placare le proprie ansie. Rossetti in seguito iniziò ad utilizzare nuove modelle mentre la fedeltà al loro amore cominciava a vacillare. La salute cagionevole di Elizabeth divenne sempre più l’unica occasione in cui Rossetti si ravvedeva del proprio comportamento facendo ritorno da lei e questo finì per rendere la natura  del loro legame sempre più patologica e ossessiva. Elizabeth scriveva in L’amore finito:  “E l’amore destinato ad una morte precoce / Ed è così raramente vero. (…) Le più belle parole sulle più sincere labbra / Scorrono e presto muoiono, / E tu resterai solo, mio caro, / Quando i venti invernali si avvicineranno”

Elizabeth arrivò infine a perdere un figlio e questo episodio segnò un punto di rottura con la sua coscienza della realtà. Il laudano divenne un rifugio per lei e il suo rapporto con Rossetti si fece sempre più tormentato. Così quello stesso fuoco che li unì saldando quel forte sodalizio che era stato il loro legame umano e artistico cominciò a spegnersi mentre il gelo attraversava silenzioso e implacabile la sottile trama del loro legame. Elizabeth infine morì.

Sulla sua morte ci sono svariate interpretazioni. C’è chi infatti parla di suicidio, riferendosi anche ad una presunta lettera che lasciò al marito e chi invece parla di overdose di laudano (overdose di cui morì anche Poe). Portava con sé in grembo un altro figlio che morì con lei. Rossetti non si riprese mai da questo lutto.

E così entra in scena oscuramente la trama di The Raven. L’ossessione e la colpa del protagonista di Poe diventano improvvisamente una realtà per Rossetti e il corvo fa la sua tragica entrata nella  stanza. La serie di Angel Footfalls che disegnò allora per l’opera di Poe assunse l’orrorifico tratto della verità e trascinò l’incubo fuori dall’inchiostro.  L’angelica figura che Rossetti decise di tratteggiare sulla carta, facendole dominare la realtà e la coscienza del protagonista, rivelò con amarezza i suoi tratti famigliari.

Angel Footfalls – Dante Gabriel Rossetti (1848)

Rossetti nel seppellirla, pose fra i suoi capelli le svariate poesie che le dedicò durante la loro vita insieme.  Edgar Allan Poe scrisse che “la morte (…) di una bella donna è senza dubbio il più poetico dei soggetti in tutto il mondo” e di fatto Rossetti realizzò in quella fase quello che divenne poi uno dei suoi quadri più celebrati, Beata Beatrix, dove Elizabeth prende la forma della Beatrice di Dante, la sua unica salvezza. Così facendo impresse la sua anima nella tela, consegnandola all’immortalità.

Beata Beatrix – Dante Gabriel Rossetti (1864)

In quella che potrebbe sembrare la trama del più oscuro dei poemi gotici, Rossetti un giorno fece riaprire la tomba dell’amata per riprendere in mano quelle poesie e condividerle con il mondo. Una leggenda racconta che vi trovò i folti capelli di Elizabeth cresciuti, ancora forti e vigorosi.

 “E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!”

(The Raven – Edgar Allan Poe, 1846)

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Tutte le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele

Traduzione da: Queste sono le donne dei dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele – Huffington Post  These Are The Women Of Gustav Klimt And Egon Schiele’s Paintings

In copertina: Eugenia Primavesi (1913–14), Gustav Klimt

I nomi Gustav Klimt, Egon Schiele ed Oskar Kokoschka sono abbastanza noti. Anche il più casuale fan dell’arte conosce Klimt e “Il Bacio”, e sarebbe anche capace di evocare un’immagine dell’iconico pittore dell’oro di fronte ad un cavalletto, avvolto in uno dei suoi accappatoi firmati, (senza sottovesti spesso.)

Schiele e Kokoschka sono, forse, sequenzialmente più sconosciuti. Se si sfoglia la prima enciclopedia a portata di mano, tuttavia troveremo  i tre pittori austriaci preservati nei ranghi della storia. Ma avete sentito parlare del nome di Eugenia(Mäda) Primavesi? E di Gerti ed Edith Schiele? Martha Hirsch vi dice qualcosa? La risposta: probabilmente no.

Egon Schiele: Portrait of Edith | Ritratto di Edith, la moglie del pittore (1915)

Questi sono i nomi delle donne congelate per l’eternità nelle tele degli artisti  menzionati in precedenza. Mogli, figlie, amanti, amiche; Appaiono sia elaboratamente vestite di ricchi abiti sia innegabilmente nude nei rispettivi stili dei tre uomini.  Tratti di sessualità esplosiva dei tempi e dei luoghi nei quali le donne sono state dipinte (Vienna agli inizi del 20°secolo) le notiamo con lo sguardo assorto, piuttosto che no, sfidando lo stereotipo di musa tranquilla.

“Gli intellettuali della Vienna di fine secolo erano addirittura ossessionati dalla sessualità femminile” sottolinea Jane Kalir, possessore della galleria d’arte, in un saggio sull’Österreichische Galerie Belvedere. – E lo erano anche artisti come Klimt, Schiele and Kokoschka. Dipinsero le loro amanti e modelle in pose espressionistiche, concentrandosi sui volti in modi in cui pochi avevano fatto prima di loro. In un periodo in cui le donne venivano finalmente, timidamente, viste come esseri sensuali, e cittadine indipendenti, queste immagini hanno sottolineato un periodo di grande cambiamento.

donne

Oskar Kokoschka: Martha Hirsch (1909)

Le rappresentazioni erotiche delle donne in particolare, che raffiguravano apertamente il sesso e la masturbazione, erano offensive secondo i conservatori, ipnotiche per il resto della gente.

Oltre ad introdurre il pubblico ad opere ricche di colori, ritratti con gote arrossate che un tempo suscitavano scalpore, hanno anche puntato i riflettori su donne senza nome o conosciute, delle quali non si sente spesso parlare nelle lezioni di storia dell’arte. Mentre Klimt viveva con sua madre e due sorelle, e Schiele stava passando del tempo in prigione per il suo lavoro “sporco”, le donne ancora più senza nome a Vienna stavano combattendo per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione in un secolo di emarginazione.

donne

Gustav Klimt: Ritratto di Fritza Riedler (1906)

L’esposizione al Belvedere si focalizza principalmente sulle preoccupazioni dei tre pittori circa il corpo femminile, e del modo in cui hanno cambiato l’immagine della donna nei media popolari.  I dipinti in mostra, tuttavia, sono ancora immagini create da uomini che guardano donne guardare gli uomini, come sottolinea il Kalir.

Alcune pubblicazioni di esperti, quali Alfred Weidinger, riportano l’attenzione verso gli sforzi di alcuni gruppi come l’Associazione Generale delle Donne Austriache (Allgemeine Österreichische Frauenverein) o la Federazione delle Associazioni Femministe Austriache (Bund Österreichischer Frauenvereine), che hanno combattuto per la parità sociale ed economica delle donne. Altri esperti, invece, attribuiscono a questi dipinti un contesto politico e culturale, sottolineando come il classico pensiero patriarcale fosse in declino.

Weidinger, parlando dell’epoca di Klimt, Schiele e Kokoschka, descrive come: “Un numero sempre maggiori di donne della borghesia iniziavano ad organizzarsi nei movimenti femministi, ma furono le lavoratrici le prime a guidare le proteste. Non erano solo interessate nel rinnovamento del sistema educativo, il quale era a prevalenza maschile, del loro status di mogli, che all’epoca era semplicemente rappresentativo, e delle norme sociali prive di senso, ma esigevano apertamente i loro diritti e la rivalutazione e reinterpretazione dei ruoli di genere”.

Mentre le donne dorate di Klimt e le eccitanti linee di Schiele sono simboli di un’arte promettente, estasiato da nuove idee e linee di pensiero radicamente moderne, sono le storie delle leader donne che dovrebbero risaltare in questo periodo. Queste storie, spesso non raccontate, hanno la stessa, se non maggiore, importanza.

 

 I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

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