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Articolo originale da “The Independent” qui

Le strategie sulla politica estera di Donald Trump non sono così folli come potrebbero sembrare – e potrebbero funzionare bene se vincesse le elezioni presidenziali.

Voce stridula, cappello da baseball storto, Donald Trump sta attraversando il continente ponendo le sue ultime richieste urgenti alla Casa Bianca. I sondaggi stanno calando, come di solito succede quando il giorno dell’elezioni si avvicina, ma non c’è nulla nell’atteggiamento e nell’aspetto di Trump che ci suggerisca un candidato presidente, almeno non un presidente eletto dagli Stati Uniti di recente. Le sue lacune come candidato appaiono particolarmente lampanti sulla politica estera. Sembra infatti che abbia definito le sue priorità in maniera molto affrettata, senza troppi dettagli: Putin dentro, i Messicani fuori, e un dazio da far pagare agli altri stati per la protezione offerta dagli Stati Uniti. Questioni di politica estera in forte contrasto con gli ideali di Hillary Clinton.

Trump può facilmente essere considerato un ignorante, e/o un pericolo per il potere americano per il solo fatto d’essere al mondo.  Quest’opinione, tuttavia, sottovaluta due realtà: la visione che Trump ha del mondo, ed il modo in cui gli Stati Uniti funzionano realmente.

SU DONALD TRUMP: è piuttosto facile sbagliare dicendo che Trump non abbia una visione del mondo incoerente ed inadeguata. A chi si considera un Europeo liberale, o un americano democratico, o anche mezzo repubblicano potrebbe non piacere – e potrebbe scegliere di mettere in evidenza le contraddizioni evidenti – ma corrisponde ad un aspetto della politica estera esistita negli Stati Uniti per moltissimo tempo.

E’ isolazionista: non vuol prendere parte a guerre straniere che non hanno un impatto diretto sulla sicurezza della Nazione Americana (Si ricordi con quanta riluttanza gli americani si coinvolsero nella Seconda Guerra Mondiale).

E’ protezionista: nel senso che s’impegna a proteggere i lavoratori americani da una concorrenza “sleale”.

E’ più legalistico che xenofobo: (La differenza sta tra l’opporsi ad ogni immigrazione e l’opporsi alla migrazione irregolare).

Realistico piuttosto che ideologico: da qui l’idea che un forte leader americano dovrebbe essere in grado di fare affari con Putin (ed altri). Ed è ciò che nel gergo attuale consideriamo transazionale: Do ut Des, ovvero dare per ricevere.

Come manifestano le sue opinioni,  gli alleati degli Stati Uniti dovrebbero pagare molto di più per le loro garanzie di difesa e, tra le altre cose, gli accordi di libero scambio sono stati svantaggiosi per i lavoratori americani. Ciò che dobbiamo riconoscere è che tutti questi elementi, presi individualmente o nell’insieme, riflettono sì il punto di vista affaristico del candidato, ma allettano anche molti americani, specialmente chi si trova in basso nella scala economica, i cui salari sono stati attaccati dalla manodopera poco costosa, dal lavoro illegale o d’esportazione, e i cui figli sono stati spropositatamente al fronte in Iraq ed Afghanistan.

Nè Trump dovrebbe essere destituito troppo facilmente per essere un buffone delle politiche estere. Magari non sa molto sul mondo esterno quanto Hillary ed il suo team, ma da uomo di mondo e d’affari qual è, conosce molte altre cose che magari non hanno molta rilevanza nella politica – capire le intenzioni della gente, ad esempio, riguardo la conclusione dei contatti, e le differenze ed affinità delle Nazioni.

In un momento di diffusa disillusione popolare con gli errori commessi dai politici tradizionali, le argomentazioni potrebbero essere discusse tentando un approccio differente.

Questo ci porta alla seconda realtà: il modo in cui gli Stati Uniti funzionano davvero. Quale grado di libertà avrebbe Donald Trump per poter mettere in atto il suo programma nell’eventualità che venga eletto quest’oggi?  E’ vero che il Presidente degli Stati Uniti ha più potere in materia di politica estera che nel dominio nazionale, ma ciò non significa che Trump può marciare con semplicità nella Casa Bianca, invitare Putin per una chiacchierata, inviare l’esercito per costruire un muro fra il Messico ed il resto del continente, e rinegoziare i patti con la NATO e gli stati alleati.

Seppur i denigratori  lo temano, questo non è esattamente ciò che accadrà. Vi è un periodo di transizione di due mesi per la nomina di un’amministrazione e dei consulenti. In Europa i presidenti degli Stati Uniti hanno molto più libertà rispetto ai loro colleghi Europei, poiché le più alte cariche dell’impiego pubblico solitamente vengono elette in base ad una nomina. Ma il ‘Presidente Trump’ si troverebbe con molti posti di lavoro da riempire, e potrebbe avere grandi difficoltà nel trovare persone che la pensano come lui per far sì che questi posti vengano occupati (George W. Bush ebbe lo stesso problema, seppur minore, quando cominciò il suo mandato).

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Saprà sicuramente che alcuni presidenti in politica estera meno qualificati – Harry Truman e Ronald Reagan – erano anche i più esigenti in cerca di consigli e giudicati dalla storia per essere tra i più affermati. Ma anche se Trump riuscisse a creare un’amministrazione di soli “Trumpisti”, dovrebbe comunque fare i conti col Congresso.

Indipendentemente dalla sua composizione esatta, il Congresso è sempre stato ostile alla Russia e Cina in particolare. Fu diviso sui benefici del libero scambio e la migrazione, grazie alla decisione del Presidente Obama di fare riferimento diretto al voto del Congresso per un intervento militare in Siria. Ci si potrebbe aspettare un loro verdetto finale per gli interventi oltreoceano.

Due impegni specifici, l’abrogazione del trattato nucleare con l’Iran e quel muro col Messico, potrebbero prendere una brutta piega. Il trattato iraniano ha molti oppositori, ma probabilmente non abbastanza per essere annullato, mentre il muro in Messico potrebbe andar contro i diritti degli stati membri. Ci sono già lunghi tratti recintati nelle zone popolate ai confini del Messico, ma la diplomazia, per non parlare della praticità, di compartimentale il Messico potrebbe essere rischioso, persino per Trump.

Se il sistema ‘checks and balances’ (controlli ed equilibri, nda) statunitense offre garanzie contro i più selvaggi eccessi del Trumpismo al potere, varrebbe anche la pena tenere a mente qualcos’altro. Donald Trump sta conducendo la sua campagna elettorale non come iconoclasta, ma come Americano.

L’istituzione della presidenza è dotata di un’aura di serietà e responsabilità che neppure un personaggio come Trump sarebbe in grado di bluffare. Una volta fatto il giuramento, ammesso che ci arrivi, deciderà di servire l’interesse della Nazione e, per quanto strano possa sembrare,  nella politica estera potrebbe esserci più continuità con gli anni di Obama che con l’eventuale cambiamento.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Author: Antonella Leone

Simpatica testa calda, lavoratrice per passione, viaggiatrice per bisogno. Colleziono musica, spesso anche sogni.

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