Esistono storie che solo alcuni uomini sono capaci di raccontare. Ci sono storie mai raccontate e storie raccontate e andate perdute che continuano ad esistere perché ad essi legate. E il racconto di una storia mai raccontata o di uomini che sapevano raccontare sa sopraffare, avvolgendo con il suo alone leggendario, tutto ciò che sarà raccontato successivamente risentendo,quest’ultimo, della superiorità di qualcosa che è stato e non ci è pervenuto.

Una storia complessa, che doveva essere raccontata,  l’ha saputa raccontare nel 1965 Frank Herbert: “Dune”.

Copertina del libro Dune, edizione Nord

Il noto romanzo fantascientifico è dotato di una trama vivace in cui convogliano tante dinamiche quotidiane translate in un’ambientazione galattica futura e dove, sapientemente, l’autore combina molteplici livelli di lettura con particolare attenzione alla descrizione degli ambienti, ai costumi sociali e alla dimensione introspettiva.
La letteratura è sicuramente uno dei supporti più interessanti con il quale è possibile creare infiniti mondi. In questo caso una narrazione come Dune, in forma scrittoria, ha la possibilità di esplicarsi in tutte le sue intenzioni e dar luce in maniera equilibrata ad ogni componente.

Ma un supporto come il cinema come renderebbe una storia così intrisa di concetti filosofici, antropologici e sociologici?

L’uomo della psicomagia e dei tarocchi Alejandro Jodorowsky comprese la portata del messaggio che Dune era capace di offrire.
Il regista cileno era all’apice della sua carriera quando nel 1974 gli venne chiesto di cosa avrebbe trattato il prossimo film. Non aveva mai letto il romanzo del ’65 ma come folgorato decise che il racconto di Herbert doveva essere anche il suo.

“Avevo trovato un libro che era la continuazione dei film che scrivevo. Quel tema mi permetteva di fare di questo film una profezia e di pormi al servizio di un’idea capace di realizzarmi. Quel pianeta deserto, con una nuova razza che si adattava a delle nuove condizioni ecologiche, forse era il simbolo di una città come New York, dove avrebbe potuto nascere una razza di giovani guerrieri adattati in maniera mutante alle attuali condizioni di inquinamento intellettuale, emotivo, sessuale e corporeo”.

Una ferrea dedizione, sofferta ma anche animata da grandi aspettative caratterizzò la preparazione della durata di due anni del film. La sua era un’idea alta, strettamente di natura spirituale, perciò chi doveva affiancarlo doveva condividerne “la stessa anima”: Gli spiritual warriors. Tra i grandi nomi coinvolti fondamentali sono quelli dell’illustratore Moebius con cui immediata e complice fu la collaborazione; Salvador Dalì; i Pink Floyd con cui però non pochi furono i diverbi.

L’imperatore delle galassie, cui personaggio doveva essere interpretato da Dalì. Illustrazione di Moebius

L’entusiasmo con il quale si portò avanti il progetto rifletteva la grandiosità di quello che ne sarebbe stato l’esito, l’esito mai concretizzatosi: le majors americane non gli concessero finanziamenti in quanto non fiduciosi dell’attrattività che un Jodorowsky potesse avere sulle masse. I soliti meccanismi commerciali in termini di business a cui, però, il regista non intendeva sottomettersi. Aveva inteso che l’altezza delle sue intenzioni erano vane in quell’ambiente e decise di abbandonare il racconto,arrendendosi agli sciacalli. I diritti furono venduti ad Hollywood, fu Dino De Laurentis a comprarli, e ne affidò la regia  a David Lynch.  Ad oggi  esistono solo due copie della sceneggiatura originale e i disegni di Moebius con cui si regolavano le inquadrature, la fotografia, il design dei costumi e delle macchine.

”Quando si spendono 250 milioni di dollari, il film non può che essere un’operazione commerciale. Lynch ha perso 4 anni della sua vita e fare il regista in quelle condizioni è come essere una specie di vigile urbano.”

“Quello di Dune è un tema alchemico, ecologico, profondo, non è Hollywood”

David Lynch come il collega cileno è tra quegli uomini che le storie le sa raccontare. Le racconta perfettamente in un modo del tutto personale che inganna e ti guida in inciampi labirintici meditadivi nei quali rimanere intrappolati è un piacere. Non è casuale quindi che il film nel quale preso a considerare ciò che doveva piacere al pubblico piuttosto che dar adito alle proprie inclinazioni, burattinato dalla produzione, sia la sua opera meno riuscita. Pur non essendo un capolavoro gli elementi lynchiani sono individuabili, soprattutto nell’attribuire rilievo ai tortuosi percorsi mentali dei personaggi la cui suggestione è resa dalla colonna sonora di Brian Eno e i Toto.Una storia mediocre però che deve subire il confronto con quella mai raccontata di Jodorowsky che ha aperto strada a un tipo di fantascienza differente che discostandosi dal rigore scientifico segue i canoni dell’ immaginazione e della fantasia.

Quando andai a vedere Dune di David Lynch diventai verde per la rabbia. Lui era l’unico capace di realizzarlo. Ma alla fine del film mi rilassai e divenni allegro: il film era una merda. E la colpa non era di certo di Lynch”.

E oggi possiamo solo fantasticare su quello che avrebbe potuto essere. Eppure il racconto di come sarebbe stato raccontato possiamo raccontarlo. E ce lo racconta lo stesso Jodorowsky nel suo documentario:

Author: Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

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